La scuola, gli editori e il digitale secondo Dino Baldi (Giunti Scuola)

Ho avuto  più volte modo di apprezzare Dino Baldi, direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola. Pur non conoscendolo – ancora – di persona, in ogni suo intervento, a voce o scritto, ho sempre ricavato nuovi spunti di riflessione e tratto interessanti considerazioni sul mondo dell’editoria scolastica coniugata in chiave digitale. Per questo motivo, ho voluto interpellarlo direttamente su alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore e che ho affrontato in modo articolato in un ebook di prossima pubblicazione all’interno della collana Deep di:duepunti edizioni, in cui compare anche una parte di questa chiacchierata (in effetti, a pensarci bene, potrebbe anche essere la nona delle mie chiacchierate editoriali, brevi interviste con personaggi dell’editoria italiana che hanno qualcosa di importante da dire).

Nel tuo intervento all’edizione romana 2012 di Librinnovando, hai fatto un discorso secondo me molto importante e hai menzionato quattro passaggi fondamentali per l’editoria didattica nell’era digitale:
-       passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento;
-       la ridefinizione di granularità dei materiali;
-       passaggio da una logica editoriale chiusa a una aperta;
-       l’evoluzione verso un modello di business più aperto e flessibile (dal prodotto al servizio).
Cosa e’ cambiato secondo te da allora e cosa si è fatto (o non ancora) in questo ambito?

Sul piano dei risultati espliciti, non molto: il digitale scolastico è ancora vicino all’anno zero. Tuttavia mi sembra pretestuoso o ingenuo prendersela con la caricatura del conservatore che vuole tenere la scuola nel suo medioevo per ignoranza, paura del nuovo o per difendere interessi di categoria. Piaccia o no, gli editori riflettono molto da vicino la realtà della scuola: non hanno, tranne eccezioni, il privilegio di progettare per le fasce estreme. Sarebbe sbagliato allora confondere questa scuola e questi editori con quello che potrebbero diventare se fossero messi in grado di fare una scelta. Per questo, al di là di strategie a medio e lungo termine, sono sempre più in sintonia con chi prima di tutto mette l’accento sulle condizioni di contesto: finché non ci sarà un’infrastruttura di rete, strumenti adeguati, insegnanti formati al nuovo e una legislazione stabile e poco invasiva, il resto sono parole al vento, operazioni di marketing e nei casi migliori belle sperimentazioni e tanto lavoro dietro le quinte (ad esempio, per gli editori, sulla filiera produttiva, sulle piattaforme, sui formati). L’idea della rivoluzione digitale imposta dall’alto può avere un suo fascino, ma è un ossimoro: il cambiamento significativo, a maggior ragione per una realtà come la scuola italiana, è un processo che si muove dal basso, nel momento in cui dall’alto vengono garantite le condizioni abilitanti (in un mio post di due anni fa, menzionavo un articolo che parlava di “innovazione dai margini” ndr).

Quali sono secondo te le novità più rilevanti (non solo tecnologiche, ma anche metodologiche o strategiche) emerse da allora nell’editoria ma più in generale nella didattica?

La conseguenza più interessante, a mio parere, dell’ingresso delle tecnologie in classe è il fatto che costringono la scuola a farsi delle domande esistenziali, e non necessariamente legate alle tecnologie. La scuola ha bisogno di ridiscutere e ridefinire il proprio rapporto con il mondo esterno, in senso attivo e consapevole e non unicamente difensivo o di resa: per questo “esame di coscienza”, per il superamento dell’autoreferenzialità, non c’è niente di più dirompente di una connessione internet attiva in classe. Per il resto, più che novità credo ci siano dei temi caldi che sintetizzano alcuni dei nodi problematici, e che il protagonismo naturale delle tecnologie tende talvolta ad offuscare. Sul piano delle metodologie ad esempio la cosiddetta “classe capovolta”, di cui si parla molto, al di là del merito evidenzia un problema reale: quale deve essere il ruolo dell’insegnante, e dello studente, rispetto ai contenuti multimediali che presuppongono una fruizione passiva o guidata? Ha ancora senso che sia l’aula il luogo deputato per un tipo di didattica che, al di là degli slogan, rischia di essere ancor meno interattiva e più veccha di quella tradizionale? Allargando il campo, quale deve essere il rapporto fra le tecnologie dentro e fuori la classe, tra devices di gruppo e devices individuali come il tablet? Non sono temi da poco: ad oggi ad esempio mi sembra prevalga l’idea che debba essere la scuola, la mano pubblica, a farsi carico non solo delle LIM, ma anche degli strumenti di uso personale: l’acquisto, la gestione, l’aggiornamento… A parte l’aspetto economico, lo trovo di un’ingenuità disarmante. Con tutti i distinguo che si possono fare, il BYOD (Bring Your Own Device) rappresenta non solo una delle poche strade praticabili, ma forse anche la più corretta sul piano del metodo e dei principi. Per ultimo, in merito ai formati mi sembra importante la timida comparsa, fra le proposte adozionali, del cosiddetto “libro liquido”, ovvero il libro tradizionale proposto in versione html: un primo importante passo verso l’emancipazione, anche psicologica, dal libro a struttura fissa, perpetuato, in digitale, dal pdf.

Nei paesi anglosassoni si parla sempre di piu’ di OER, di contenuti didattici aperti e condivisi tra docenti in ambienti appositamente dedicati. Anche in Italia si inizia a sorgere qualche progetto in questa direzione. Dove pensi si possa arrivare, anche alla luce di quanto ha affermato la neo ministra Giannini in proposito e come l’editore può far diventare questo fenomeno non una minaccia ma una risorsa?

Gli editori scolastici che considerano una minaccia i contenuti aperti e gratuiti e i contenuti prodotti dal basso dagli insegnanti, a mio parere sbagliano due volte: sul piano culturale (della percezione del proprio ruolo e valore) e sul piano delle strategie di sviluppo dell’offerta. Io credo che la battaglia interessante non sia quella in difesa di posizioni acquisite, ma della qualità; e non la qualità editoriale garantita astrattamente dalla filiera di produzione o da validazioni implicite, ma quella guadagnata sul campo. È ancora presto forse per capire come i percorsi prodotti dall’editore possano relazionarsi in maniera virtuosa, sul piano della didattica, del mercato e delle tecnologie, con contenuti “altri”, e quali forme e strade prenderanno questi percorsi e questi contenuti: personalmente ad esempio auspico che non si rincorra una multimedialità povera di progetto didattico. Ma un editore che non si stia preparando attivamente a scenari diversi, misti, a mio parere rischia molto. Il primo passo è, al solito, interiorizzare l’apertura strutturale imposta dall’introduzione delle tecnologie di rete, che investe a cascata la classe, l’editore, il libro: c’è un’eccessiva abitudine a pensare al prodotto scolastico secondo categorie tradizionali che ancora, intendiamoci, sono valide, ma che – temo – lo saranno sempre meno in futuro.

le librerie del futuro e i lettori del passato

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Il post che avrei dovuto scrivere doveva trattare alcuni temi di cui si parla in questo periodo: dell’interessante dibattito sui Big Data e del peso che possono (e potranno sempre di più) avere non solo e non tanto sulle politiche editoriali, quanto anche sull’esperienza di acquisto e di lettura e sulla scrittura stessa da parte dell’autore; l’ultimo intervento sull’argomento (con i link degli articoli precedenti) è quello di Gino Roncaglia su Pagina99 e vi consiglio di leggerlo, così come anche gli altri.

Il post che avrei voluto scrivere doveva anche menzionare Medium e i tanti che ne stanno parlando (bene), tra cui la bravissima Letizia Sechi (sempre su Pagina99). Cos’è Medium? Un editore, a quanto sostiene il suo fondatore Evan Williams, perché alla fonte c’è (anche) una selezione degli autori e la collaborazione con editor professionisti; ma anche una piattaforma, perché è aperta a tutti, collaborativa e che fa tesoro dell’esperienza ormai ultradecennale del blogging e la declina in modo nuovo e molto dinamico. Una rivista, perfino, quando invia la sua newsletter e propone una nuova maniera di offrire contenuti di qualità. Saremmo quindi in quel delicato discrimine tra contenuti strutturati e granularità, tra profondità e superficialità: tematiche già affrontate in un dialogo a più voci nato nel web e raccolto da Ledizioni in un ebook in cui mi pregio di aver dato il mio piccolissimo contributo.

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l’interno della libreria Foyles.

Il post che avrei dovuto scrivere, insomma, era diverso da quello che invece state leggendo. Perché? Perché proprio oggi mi sono imbattuto in un articolo sul Sole 24 Ore intitolato I librai che puntano al futuro a firma di Stefano Salis e mi sono sentito un appestato. Non solo un appestato, ma quasi un criminale, comunque un apostata, uno di quelli che contribuisce alla rovina della lettura e alla morte delle librerie. Quelle librerie in cui però amo ancora passare il tempo libero (sempre pochissimo), ma alle quali evidentemente a mia insaputa (come molte cose che accadono in Italia) sto dando esiziali colpi ad ogni lettura che faccio sul mio Kindle.

Eppure io e Salis abbiamo molte cose in comune: l’amore per la lettura, prima di tutto, e la passione per le librerie; del resto non posso che gioire alla notizia riportata nel suo articolo dell’inaugurazione della nuova sede di Foyles a Londra. Molto di più di una libreria, a quanto pare: 3500 mq disposti su cinque piani, più di 200.000 titoli a disposizione, caffè, auditorium, salette conferenze, eventi e addirittura l’organizzazione di viaggi letterari. Dulcis in fundo, un’app a disposizione di chi vuole trovare subito il libro che desidera, senza chiedere al commesso o perlustrare i cinque piani.
Tutto molto bello e sono d’accordissimo con Salis quando parla della nuova Foyles come esempio di quello che potrebbe (o dovrebbe) essere la libreria del futuro: servizi, eventi, luogo di incontro e di aggregazione di persone, idee, emozioni. Tutto sacrosanto, se non fosse per il fatto che sin dall’inizio Salis non fa niente per nascondere la sua ostilità (se non proprio disprezzo) nei confronti dei lettori (ma siamo degni di essere ancora chiamati così?) di ebook, perché solo il “libro (di carta) resta un baluardo di civiltà, di libero pensiero e, non ultimo, di design” e la libreria (fisica, specifica di nuovo fra parentesi) “il luogo nel quale l’incontro tra autori, editori, librai e lettori non è solamente reale (vivaddio), ma è proficuo”.
Il resto del veleno, come Marziale, lo riserva per la coda del suo scritto: “in fila, ho guardato bene, persone che leggessero ebook non ce n’erano.” Meno male, dico io, altrimenti chissà cosa gli avrebbe fatto, a questi infedeli, non pecore smarrite ma proprio caproni, che ignorano un “qualcosa che va ben oltre il nudo testo scritto di un’opera, e questa cosa i lettori di libri l’hanno sempre saputa”.

Io, sinceramente, articoli così non li capisco. Non dopo ormai 4 anni di lettura digitale (e parlo solo dell’Italia) e molti, molti di più di social network e di blog, di siti sul web dedicati alla lettura e ai libri, dopo anni di Anobii, di Goodreads, di eventi seguiti e commentati su twitter, in cui io stesso ho potuto esserci in qualche modo proprio grazie a twitter, dopo tutti i libri che ho letto grazie a suggerimenti, consigli, commenti o discussioni su qualche social o sui cosiddetti blog letterari.

Non capisco, almeno da parte di persone intelligenti, colte, ragionevoli, l’ottusa contrapposizione reale vs. digitale, questa guerra di retroguardia, questo sentirsi superiori in base ai discorsi della nonna che i rapporti umani sono i migliori, che vuoi mettere il commesso invece che l’algoritmo, tutte cose anche giuste, da un certo punto di vista, ma non è il punto di vista giusto.
Eppure non mi sembra una cosa così difficile da comprendere: il digitale è un’integrazione del reale, non un suo antagonista; tra loro c’è un rapporto di espansione e non di contrapposizione. Sotto questo punto di vista, il rifiuto del digitale appare non come difesa del reale, ma come un voler porre un limite al reale stesso. Si continua a pensare al “libro (di carta)” come un totem di civiltà e di cultura e si ignora – volutamente, a questo punto – che ormai le informazioni e i contenuti circolano in molte forme diverse, granulari, reticolari, ma non per questo meno importanti; si ignora che il rapporto tra editori, lettori e autori si è fatto più stretto e interconnesso proprio grazie al digitale e non suo malgrado.
Soprattutto, si continua una speciosa, inutile, anche un po’ puerile contrapposizione tra lettura digitale e cartacea, senza minimamente porsi il dubbio che possa sussistere un lettore ibrido, che sceglie l’uno e l’altro supporto a seconda delle circostanze e delle esigenze; che legge contenuti granulari nel tablet con la stessa utilità con cui sfoglia un saggio di due chili a casa.
Il dubbio, in definitiva, che la lettura, la scrittura, l’editoria, siano ormai una cosa ibrida, e non più monolitica.

L’unico consiglio che posso dare a Salis e a quelli come lui è leggere attentamente i link che ho indicato nel post che avrei voluto scrivere, ma non ho fatto.

P.S.: è quantomeno una coincidenza singolare che l’articolo su Foyles esca nello stesso giorno in cui negli USA annunciano che le vendite di ebook hanno superato quelle dei libri cartacei. Fatto che giustifica ancor di più la necessità di una vocazione poliedrica delle librerie del futuro, come auspica lo stesso Salis.

(l’immagine è tratta da qui)

Touchpoint: perché un magazine deve essere su tutte le piattaforme

Originally posted on Il Futuro dei Periodici:

Una ricerca di un grande editore britannico mostra come i periodici siano obbligati a essere presenti su tutte le piattaforme. Perché tutte queste, seppur in modo diverso, soddisfano 3 momenti e svolgono 4 funzioni. Cui non si può più rinunciare

IPC, che in Gran Bretagna pubblica Marie Claire, RealSimple e Nuts, ha commissionato una ricerca, Connected Consumers, con 3500 interviste, per mostrare l’efficacia dei magazine nella pubblicità.

La ricerca è appena stata premiata da Fipp, l’organizzazione internazionale dei magazine media.

Ecco alcuni estratti, la ricerca invece è qui.

QUANDO I magazine non sono più visti dai lettori come prodotti da guardare solo quando ci si vuole rilassare (“Me Time”). Si cerca invece un brand in molti momenti della giornata, per diversi tipi di contenuto. Sono 3 le fasi cronologiche e mentali:

- Catch up Time Il mattino, aggiornarsi rapidamente con fonti attendibili.

- Focus Time Al lavoro, con…

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Alcuni pareri su digitale e scuola

podcast trasmissione su digitale e scuola

Un mio intervento durante hashtag, trasmissione radiofonica di Rai Alto Adige condotta da Flavio Pintareli (aka @El_Pinta), che mi ha interpellato a proposito di scuola e digitale. Ma è molto (più) interessante quanto dice il professor Alessandro Colombi prima di me.

Buon ascolto.

Tutti scrivono qualcosa tornati dal Salone del libro/2

marco:

Proprio perché lo fanno benissimo altri, lascio la parola a loro…

Originally posted on salvo esaurimento scorte:

Come è cambiato il digitale nel salone del libro a quattro anni dalla prima volta che lo abbiamo vissuto da editori digitali?
L’impressione è che il digitale resti un convitato di pietra all’interno del Salone. Non si vede il digitale e si ha anche difficoltà a toccarlo. Il Salone ha ancora radicata la sua natura di fiera a scaffali: è ancora un salone del libro, inteso come oggetto-merce primaria che permette agli standisti di ammortizzare più o meno significativamente la propria presenza. Del digitale si parla tantissimo, nella zona ebooktothefuture, si ripete il mantra del libro del futuro, ma non si è ancora trovata una formula che permetta al salone del libro di diventare un salone della lettura.

Gli attori del digitale sono costretti a formalizzare i propri contenuti in cartoline, collane, oggetti, per riuscire a trasmettere il bene ebook al pubblico. Devono munirsi di device, fare presentazioni, reading…

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