Il libro visto da Francoforte

Di ritorno da due giorni alla Buchmesse di Francoforte per ragioni di lavoro, riporto qui alcune riflessioni e appunti che ho raccolto prima, durante e dopo il viaggio in quello che senza dubbio è il tempio del mondo editoriale.

1. Il libro cartaceo è vivo e vegeto
Non mi è sembrato affatto che il libro sia un oggetto in via di estinzione e devo dire che leggere questo articolo sull’Economist non ha fatto che rafforzare e confermare questa mia impressione. Articolo beconomistreve, quasi una didascalia estesa di un’immagine che mostra le vendite di libri cartacei e digitali in U.S..A e in alcuni paesi europei (tra cui l’Italia) dal 2007 al 2018, quindi con una proiezione futura che prevede, solo per Stati Uniti e Gran Bretagna, un sorpasso del digitale sul cartaceo – senza però includere il settore professionale e scolastica, elemento di non poco conto.

Resta comunque il fatto che contrapporre i due supporti rimane una forzatura, come anche sottolinea molto bene Edward Nawotka in uno dei suoi editoriali francofortesi su Publishing Perspectives:

“Nella storia recente dell’editoria sembra essere dilagato un conflitto fomentato soprattutto dalla digitalizzazione: Amazon contro tutti, cartaceo contro digitale, editori contro self-publishing, libri contro gli altri media. Forse è stata la nostra immaturità digitale a condurci a una visione dove si vince o si perde soltanto?”

2. Alla ricerca di un nuovo modello di business: lo streaming è la via giusta?
Digitale o meno, è chiara ed evidente l’esigenza, per gli editori, di trovare un nuovo modello sostenibile, vuoi per affrontare la IMG_20141010_172249crisi strutturale che non è solo di settore, vuoi per ricavare nuova linfa vitale in un momento quanto mai confuso, pieno di rischi come però anche di possibilità. A questo proposito trovo notevoli le parole di Brian Murray, CEO di HarperCollins, il quale proprio a Francoforte ha rivelato che delle tre vie tentate dal suo marchio (il bundling, il print on demand e lo streaming), quella che con sua stessa sorpresa si è rivelata ad oggi vincente è stata proprio la partnership con Scribd.

“Questo modello – ha detto Murray – è adattissimo alla cosiddetta “coda lunga” e valorizza molto la backlist e il catalogo di un editore”.

Ma le parole di Murray che mi hanno colpito sono soprattutto queste: “Noi andiamo sempre avanti e vogliamo provare cose nuove: se qualcosa ha successo o fallisce, comunque impariamo nel corso del processo. Vogliamo essere i primi a imparare: se qualcosa funziona, lo rafforziamo e lo miglioriamo.”

Come anche sottolinea Nawotka nel suo editoriale, non è scontato sentire un manager editoriale parlare così, ma è così che bisognerebbe sempre ragionare, soprattutto in un momento come questo.

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La “classe del futuro” di we.learn.it

3. Educational: fermi tutti, prima la metodologia.
Parecchia attenzione anche all’educational (padiglione 4.2), ma la priorità quest’anno viene data non tanto alle ultime trovate tecnologiche (che del resto non ci sono), quanto piuttosto alla consapevolezza del fatto che l’uso delle tecnologie in classe resterà sempre limitato e poco incisivo se nel mondo degli atomi non si realizzano le condizioni adeguate per valorizzare le potenzialità offerte dai bit.
Non a caso lo spazio maggiore è stato dato al progetto we.learn.it dove si può sperimentare direttamente e concretamente la classe del futuro (niente file di banchi, spazi modulari, tanta sperimentazione e lavoro collaborativo); e non a caso uno degli speech più seguiti è stato quello dell’educatore finlandese Pasi Sahlberg, che ci ha parlato in maniera godibilissima e con grande competenza del modello educativo finlandese e di come esso sia perfettamente esportabile e imitabile, a patto di trasformare un sistema scolastico da competitivo a collaborativo, da standardizzato a personalizzato, da valutativo a responsabile, da elitario a equo. In tutto ciò l’innovazione è importante solo se essa è veramente integrata nel sistema educativo.

Per chi vuole approfondire i vari punti, ecco qualche link utile:
– sulla questione cartaceo-digitale e in generale sui nuovi modi di intendere scrittura e lettura digitale, c’è un’interessante dibattito scaturito da un post su facebook di Gino Roncaglia, il quale prende a sua volta spunto da questo articolo su Electric Lit.

- Del bundling mi sono occupato già in passato su questo blog, rinviando anche a post molto puntuali e specifici, vedi qui. Anche sullo streaming ho scritto spesso, l’ultima volta parlando del servizio Amazon Kindle Unlimited; segnalo per l’occasione un post recentemente comparso su pianetaebook che pone la questione su una prospettiva secondo me corretta e lucida.

- Infine, su scuola digitale e necessità di innovazione nel sistema scolastico stesso, rimando alla relativa sezione in questo blog. Non per egocentrismo, ma perché – e chi mi conosco lo sa – i miei post partono sempre da spunti trovati nel web che riporto e approfondisco.

Due o tre cose a proposito di “La vista da qui”

manteIeri ho finito La vista da qui, il libro di Massimo Mantellini  e ne ho scritto qualcosa su Medium. Se interessa, il pezzo è qui. Non è una vera e propria recensione, bensì alcune considerazioni incentrate su due argomenti che chi segue il mio blog sa che mi stanno particolarmente a cuore: didattica e tecnologie, lettura digitale. Siete avvertiti, quindi: se non interessa l’articolo, evitatelo senza problemi, non ci rimango male.

Kindle o Kobo? La sfida ora va anche… sott’acqua

Il recente lancio del Kobo Aura H2O, un ereader resistente all’acqua, ha riportato (un po’ in sordina, bisogna dire) in auge la buona vecchia dicotomia Kindle (Paperwhite) vs. Kobo.

Ne ha parlato tra i primi Pianeta Ebook, con un post in cui non si nasconde una certa perplessità – che sinceramente condivido – per l’operazione di Kobo e del suo ereader impermeabile, versione peraltro già esistente per il Kindle, senza che molti si siano strappati i capelli (inoltre, la versione waterproof del Kindle Paperwhite costa più o meno come il Kobo Aura H2O).

Molto interessante ed eloquente un video (tratto da Goodereader.com) in cui si mettono letteralmente in parallelo i due ereader e che ripropongo volentieri, sintetizzando per comodità (è in inglese) le caratteristiche più notevoli messe in luce.

kindle-kobo1 – Prima di tutto, le dimensioni: il reader Kobo è un 6,8″, il Kindle un 6″: sicuramente un valore aggiunto, da parte del primo, soprattutto per chi bada alle dimensioni dello schermo (io non sono tra costoro).

2 -La prima schermata del Kobo è più dinamica, permette l’accesso a più menu in maniera intuitiva e accattivante. Quella del Kindle Paperwhite è concentrata solo sulla libreria e lascia alla barra superiore il compito di indirizzare l’utente verso lo store e altri menu.

3 – Anche nei tools di lettura (ingrandimento caratteri, cambio font) il Kobo sembra più versatile e più ricco di opzioni e strumenti. Però attenzione: a questo punto il video rivela una funzione del Kindle davvero insuperabile e insuperata (almeno finora): selezionando una parte del testo (anche un’intera schermata), la si può tradurre in qualsiasi lingua, dal finnico al cinese.

4 – Lettura PDF: qui il Kobo inizia a perdere colpi: più lento e macchinoso del Kindle, che invece è più sensibile al touch e fa lo zoom sul testo al semplice movimento delle dita. Il Kobo da parte sua, pur con un refresh più faticoso, permette di girare la pagina del PDF direttamente dallo zoom. Da notare che il Kindle mantiene la funzione di traduzione (e le altre consuete: sottolineatura, appunti, ecc.) anche con i PDF, mentre invece il Kobo non permette di fare molto durante la lettura di testi in questo formato.

5. Bookstore: quello del Kindle ammonta a 5 milioni di libri, il Kobo a 4, quindi la differenza non è così determinante. Entrando però nelle schede libro, Amazon fornisce molte più informazioni, dalla lunghezza del libro (cartaceo, per dare un’idea delle pagine), alle recensioni degli utenti.

I due recensori del video concludono la loro analisi con una unanime preferenza verso il Kindle Whitepaper il quale, nonostante le dimensioni minori dello schermo, si rivela imbattibile nella reading experience generale.

Concludo con alcune osservazioni importanti che ho raccolto su twitter: un altro vantaggio del Kindle è che permette ll’uso degli stessi strumenti sia per i libri acquistati nello store Amazon, sia per quelli acquistati in altri store, nonché per ebook in .epub convertiti in seguito in .mobi, il formato di Amazon (se non sapete di cosa sto parlando, rimando a questo vecchio ma sempre utile post sul Kindle). Il Kobo, invece, a quanto dice chi lo possiede, visualizza correttamente e permette di interagire solo con gli ebook acquistati nel suo store.

Non ho motivo di dubitare di colui che mi ha dato questa informazione, ma il primo pensiero è stato che in questo modo il Kobo perde gran parte del vantaggio che ha in quanto ereader in grado di leggere l’epub, il formato standard degli ebook. Infatti, se l’editore distribuisce i suoi ebook con un semplice social DRM, ne permette l’acquisto ovunque, e personalmente posso anche fare a meno di rivolgermi – magari per ragioni etiche – allo store Amazon (certo più comodo perché direttamente accessibile dal Kindle) e, con un piccolo procedimento ulteriore, far lavorare Calibre e ottenere un ebook pronto per il mio Kindle.

 

 

scuola digitale e ebook didattici: il punto a pochi giorni dalla campanella

Come previsto, a meno di due settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico, si torna a parlare di scuola digitale, di promesse ministeriali ancora da mantenere e, in generale, della situazione effettiva e di quella auspicata. In attesa di parlarne in modo approfondito nel mio breve saggio che uscirà presto in ebook grazie a :duepunti edizioni (di cui ho dato un piccolo assaggio in un post precedente), segnalo oggi alcuni interessanti apporti alla questione, affrontata da diverse prospettive.

La prima è quella relativa alla cosiddetta “curva di apprendimento” degli insegnanti nei confronti delle tecnologie, curva di apprendimento in questo caso visualizzata con uno strumento ai docenti molto familiare: una matita. Ogni parte della matita rappresenta una categoria di insegnanti e il loro attegiamento nei confronti delle tecnologie. Le categorie sono 5, a partire dalla gomma sulla matita:

1. la gomma rappresenta quelli che tendono a disfare quanto di buono fanno gli innovatori, gli sperimentatori e chiunque abbracci l’innovazione in modo effettivo ed efficace.pencil

2. la parte metallica si addice ai “resistenti” (Eco parlava di “apocalittici”), coloro cioè che insistono a voler mantenere i loro metodi tradizionali e pensano che non ci sia spazio per le tecnologie nella scuola.

3. Il corpo di legno della matita sono coloro che vorrebbero usare la tecnologia se qualcuno desse loro gli strumenti, la formazione e le indicazioni adeguate. Insomma, necessitano solo di aiuto da qualche esperto.

4. E si arriva alla punta della matita, divisa in due categorie: gli osservatori e i pionieri: questi ultimi sono la vera e propria grafite che traccia il solco e incide il foglio, disegnando e delineando nuovi scenari. La parte in legno è composta invece da coloro che osservano quanto fatto dai pionieri per trarre dalle loro pratiche il meglio e imparare dagli errori.

Mi sembra una metafora molto efficace e la voglio accompagnare da un video altrettanto interessante che pone 8 questioni su tecnologie e apprendimento, rilevando prima di tutto due elementi: anche le forbici sono una tecnologia, solo ormai tanto integrata in classe da non essere più colta come tale. E come tutte le tecnologie, se usata male può risultare inefficace, se non dannosa. Così è e sarà anche per ogni altra tecnologia, se non ci si pone prima le domande giuste per un loro uso appropriato.

Sulla scuola auspicata (o sognata) e quella effettiva, reale, penso siano speculari due articoli comparsi recentemente: uno intitolato Scuola Digitale, quali saranno le novità per l’anno scolastico in arrivo? e che sinceramente mi sembra a dir poco ottimista e non tiene conto di una realtà che invece viene descritta nell’articolo che gli fa da contraltare: Scuola digitale? Una chimera dove si parla di un sondaggio effettuato da Skuola.net e soprattutto dei dati del Miur, che raccontano ancora di una scuola arretrata, soprattutto in alcune parti del Sud, e assolutamente non preparata per un qualsiasi shift digitale che non sia meditato, graduato e, soprattutto, inserito all’interno di una cornice pedagogico-didattica adeguata.

Tra questi due opposti si colloca perfettamente Scuola, uno sponsor per finanziare il salto digitale, un articolo che prende atto delle criticità e dei ritardi istituzionali per leggere la questione in chiave propositiva, auspicando l’ausilio e l’intervento di sponsor per contribuire alla dotazione tecnologica degli studenti e delle scuole, nonché della necessità di una piattaforma di coordinamento tra scuole, uffici ministeriali e realtà private da contattare e far entrare come soggetti attivi. Difficile, certo, ma sicuramente meno utopistico di molti altri discorsi e assolutamente necessario perché dalla mina di quella matita da cui siamo partiti si arrivi al corpo ligneo.

La questione Amazon – Hachette in 4 punti

Non pensavo di entrare nel dibattito della diatriba tra Amazon e Hachette e cercherò di farlo nella maniera meno intrusiva e più schematica possibile. 

Prima di tutto, i fatti: Hachette, per chi non lo sapesse, è uno dei Big Five, cioè i cinque maggiori editori degli USA (gli altri sono: Penguin Random House, Macmillan, HarperCollins, e Simon&Schuster) non allineati con Amazon, al quale non hanno tra l’altro concesso il loro catalogo per l’operazione Kindle Unilimited (di cui ho parlato nel mio post precedente). Ora Hachette è in guerra aperta con Amazon sulla questione dei prezzi e della ripartizione dei guadagni. Sulle ragioni, le cause e le conseguenze di questa lite, rimando all’impeccabile articolo di Letizia Sechi su Pagina99: Amazon vs. Hachette, perché si scontrano i colossi dell’editoria, a cui hanno fatto seguito molti commenti interessanti a cui farò riferimento nel corso di questo post.

La questione si pone su diversi livelli e si presta quindi a più piani di lettura. Estrapolerei quelli secondo me più sensibili:

1. Il prezzo degli ebook - Su questo si è pronunciato molto bene Fabrizio Venerandi di Quintadicopertina nel suo post La retorica di Amazon, in cui mette in evidenza le contraddizioni del colosso americano, ne smaschera alcune menzogne, e ribadisce, se ce ne fosse bisogno (e ce n’è) che l’ebook è il risultato di un processo elaborato che vede impegnate competenze e professionalità specializzate. Imporre un prezzo troppo basso all’ebook significa svilire questo processo e queste professionalità, nonché mettere in difficoltà l’editore erodendogli comunque un buon margine anche in assenza di spese di trasporto e magazzino. Qui il discorso però potrebbe ramificarsi e articolarsi ulteriormente, andando a toccare la questione del prezzo spesso inspiegabilmente alto di parecchi libri cartacei di scarsa qualità non solo contenutistica, ma proprio editoriale, la sua ricaduta sul prezzo del relativo ebook (spesso fatto anche peggio) e la questione dell’acquisto direttamente dall’editore, argomento che sarà affrontato in un punto successivo.

2. Le politiche editoriali - Qui si intrecciano alcuni post che affrontano vari elementi: l’intervento molto diretto ed esplicito di Amlo (che in modo forse un po’ riduttivo pone la questione come una “guerra tra ricchi in cui io sto per il più simpatico”) potrebbe in pratica essere sintetizzato dalla frase spesso ripetuta da Giuseppe Granieri “odiare Amazon non è una strategia“; ma il problema è appunto individuarla, una strategia, come giustamente evidenzia il post di Marco Ferrario, dato che, nel concreto, siamo di fronte a un fatto indiscutibile: piaccia o non piaccia, con metodi leciti, legali, corretti o meno, Amazon si è accaparrato una fetta enorme di utenti/clienti/lettori o come piace più definirli. Questo in primo luogo perché in ogni caso offre un servizio efficiente, economico e che in apparenza (ma all’utente finale il messaggio è questo) rispetta le esigenze dell’acquirente, che sostanzialmente sono: spendere meno, avere il prodotto in tempi rapidi e un servizio di assistenza che lo coccola. Qui si inserisce un altro punto, quello delle 

(3.) responsabilità dei clienti/lettori, di cui parla ampiamente eFFe su Doppiozero e su cui sarei anche d’accordo in linea teorica, ma su cui pongo a mia volta degli interrogativi:

- se è vero, come sembra, che Amazon sta in qualche modo “boicottando” i libri di Hachette fornendo un servizio meno rapido ed efficiente, gli utenti si indirizzeranno verosimilmente altrove, almeno per i libri di questo editore. Troveranno in questo altrove un grado di soddisfazione maggiore tanto da affidarsi al nuovo player anche per altri libri?
Restringendo questo discorso al contesto italiano, dove e come possono trovare un servizio che garantisca le stesse prestazioni di Amazon o almeno non le faccia rimpiangere troppo? Io, nel concreto, sono il primo a volermi affidare alla vendita diretta sui siti degli editori, soprattutto quelli come Quintadicopertina, :duepunti edizioni, o anche Minimum Fax e a chiunque mi dia file senza DRM che posso convertire in .mobi (o già convertiti) per il mio Kindle (ebbene sì, sto con il Grande Orco). Ma quante password e username dovrò utilizzare e soprattutto quante volte dovrò fornire (e diffondere) il numero della mia carta di credito per comprare i libri che acquisto mensilmente, se non settimanalmente? Qui si innesta bene ciò che propone Marco Ferrario: una piattaforma aperta alternativa ad Amazon (e magari migliore). “Subito, in fretta; non tra due o tre anni.” Questa proposta, tanto sensata quanto purtroppo destinata a restare vana, temo faccia dolorosamente il paio con quella di eFFe che giustamente individua nel lettore il nuovo attore della filiera editoriale e auspica che “una fetta sempre maggiore di lettori” decida “di guardarsi intorno e di scegliere non solo il contenuto ma anche la modalità dei propri acquisti. Alleandosi con editori meno altèri e più attenti ai servizi, reclamerebbero finalmente la centralità del loro ruolo nell’industria editoriale”. Si tratta di una sacrosanta richiesta di consumo critico che anche Flavio Pintarelli espone dettagliatamente nel suo post Amazon, io: lettura, scrittura, editoria e consumo critico, in cui introduce il quarto punto importante di tutta la questione: 

4. Nuove modalità di leggere e di scrivere – I dati sulla lettura di libri sono chiari quanto spietati: si comprano e si leggono meno libri, qui come altrove nel mondo: il problema è composito e da una parte il digitale non è tra le cause iniziali del fenomeno, dall’altra ha però apportato nuovi fattori che hanno trasformato e stanno trasformando il concetto di lettura e di scrittura. A questo riguardo non posso che ripetermi e ribadire il link a un ebook (da leggere anche gratuitamente online) dal titolo eloquente: Letture, contenuti e granularitàin cui si sono susseguiti e a volte alternati interventi di Venerandi, Ferrario, Roncaglia, solo per menzionarne alcuni. 

Come anche Flavio Pintarelli mette in evidenza nel suo post, non si tratta di una questione solo “tra ricchi” e solo riguardante prezzi e distribuzione di semplici “libri”, siano essi in bit o in atomi: dobbiamo ormai convivere con l’evidenza che la lettura e la scrittura (e la cultura, l’informazione, il modo stesso in cui sono veicolate e fruite) stanno subendo una mutazione ancora da comprendere e interpretare, ma la cui comprensione e interpretazione sono necessarie quanto urgenti, pena l’inaridimento di uno scenario già di per sé sempre più povero e il rischio di una “distrazione di massa” che alterna un post di facebook  a un link che rimanda a sua volta a un articolo, e questo contiene un video, che contiene un riferimento e infine ti vendono l’ultima versione di Candy Crush e ti ritrovi a giocare senza nemmeno capire perché lo stai facendo. 

Si badi bene, io non sono del tutto d’accordo con le tesi di Casati che vede nei tablet più un ordigno che una risorsa: ma è vero che ci troviamo di fronte a una disgregazione del concetto di messaggio, il quale è multicanale, reticolare, frammentato e a sua volta deve competere non solo e non più con altri testi, link, video, ma anche con Angry Birds e i suoi ultimi aggiornamenti. In questa estrema quanto concentrata convergenza in cui tutto è nelle nostre mani, è quanto mai necessaria un’ecologia della lettura (e della scrittura) che possa portare a un nuovo modello efficace dal punto di vista culturale e comunicativo, sostenibile dal punto di vista dell’industria editoriale, proficuo per quanto riguarda l’utente stesso, che a sua volta ne sarà il protagonista. 

Si tratta insomma di grandi temi, che non possono essere risolti se non con una difficile quanto necessaria alleanza tra editori, autori, lettori, distributori. Altrimenti Amazon vincerà sempre, e di più.