Ancora su cartaceo e digitale, reading experience e Amazon

Durante la settimana sono tornati al centro del dibattito argomenti e temi non nuovi, ma sempre attuali, che non a caso riprendono, integrano e completano alcuni miei post scritti in un passato più o meno recente.

Andare oltre - Per fare un esempio, proprio l’ultimo articolo qui apparso trattava della necessità per gli editori di andare oltre la mimesi del modello cartaceo, ed ecco che su Publishing Perspectives appare la cronaca di una conferenza all’interno della Fiera del libro di Londra, intitolata significativamente “Publishing for Digital Minds“, in cui si sono sentite frasi come: “Gli editori oggi capiscono che non possono semplicemente replicare in formato digitale quello che fanno nel cartaceo (…) Devono immaginare modi più estesi di comunicare l’informazione.”

Un concetto in particolare mi sembra opportuno evidenziare: “Non si tratta di un nuovo gioco: abbiamo avuto 70 anni di digitale, 40 di ebook, 30 anni di internet, 25 di web, 10 di Facebook e l’iPhone ha 7 anni. Non è possibile parlare ancora di nuove tecnologie”.

La questione cruciale, si è anche detto nel convegno, è che “gli editori devono capire che dovranno lavorare con nuovi partner e che è arrivato il tempo di distaccarsi dalla versione digitale di un modello cartaceo e far leva sulle potenzialità del digitale”.

La lettura in streaming - Nel corso della conferenza è stata anche data particolare attenzione a Scribd e al modello di sottoscrizione di contenuti sul modello di Spotify o Oyster: anche di questo avevo parlato poche settimane fa in un post, ed ecco che puntuale Laterza lancia i suoi libri (o almeno parte di essi) in streaming. Ne ha parlato, tra gli altri, Wired Italia e subito si è scatenato il dibattito, nel web e sui social.  Una delle (giuste) perplessità verte sulla limitatezza (per ora) dei titoli – 300, come gli spartiati alle Termopili – e il costo mensile del servizio, quasi 8 euro (7,90, per la precisione). Un passo falso, o almeno troppo affrettato? Certo i dubbi ci sono, e sicuramente  è un po’ azzardato chiedere al lettore, in questa fase, un prezzo simile per un’offerta del genere. Ma Laterza sembra molto sicuro di se: non resta che attendere l’evoluzione degli eventi.

Amazon e la reading experience - Altro argomento al centro dell’attenzione questa settimana è stata la mossa di Amazon di rivelare non solo la top ten degli ebook più  venduti, ma anche svelare quali sono i brani più sottolineati di sempre. Sempre su Facebook ha detto la sua Gino Roncaglia e si è trattato di un intervento giustamente degno di essere riportato anche in altri contesti, come ha fatto Ebookreader Italia. Roncaglia dice cose giustissime, ma personalmente i dati Amazon a me non stupiscono quasi per niente, dato che la mia esperienza di lettore digitale (e utente affezionato del Kindle) è molto fedele al ritratto che fornisce Amazon e che Roncaglia sintetizza in 5 punti:

1 (e 3). nel digitale si sottolinea molto, anche nella narrativa (l’ho sempre trovato molto più pratico e agevole, non capisco lo stupore, sinceramente); 2. i classici non sono dimenticati (grazie al Kindle ho letto, in ordine: i Karamazov, Anna Karenina e Guerra e pace, la lettura dei quali, su carta, avevo colpevomente sempre rimandato); 4. le sottolineature sono spesso abbastanza banali, e si limitano a evidenziare frasi un po’ da Baci Perugina. Vero, e vedere sottolineata quella tal frase da un tot di lettori potrebbe spesso tentare anche noi, o comunque attribuisce alla frase banale un rilievo e un valore che in effetti non ha, e questo è uno dei rischi un po’ subdoli di questa funzionalità: l’altro rischio è quello della privacy, e anche di questo ho parlato in passato, anche perché è un tema quasi inevitabile quando si parla di lettura digitale.

Digitale + cartaceo - Infine, come ultimo - ma forse più singolare - link, vorrei lasciarvi con Etienne Mineur, inventore francese che ha a mio parere compreso perfettamente cosa significa la convivenza (o, come piace dire a me, “meticciato”) di cartaceo e digitale e l’ha interpretata a suo modo, secondo me un modo piuttosto geniale e sicuramente degno di attenzione: su Publishing Perspectives ho trovato questo video che vi invito a guardare fino in fondo, ma su Youtube ne trovere molti altri.

Buona visione, e buona Pasqua.

 

digitale e cartaceo: una traduzione ancora troppo letterale

Sono almeno sei gli articoli che mi piace approfondire questa settimana, anche se poi in fondo gli argomenti sono solo due, ma piuttosto sostanziosi: il meticciato cartaceo-digitale e la sempiterna querelle delle tecnologie nella scuola.

Il primo argomento viene affrontato da un recente articolo del Guardian che sottoscrivo sin dal titolo: Paper vs digital reading is an exhausted debate. L’articolo parte dall’affermazione di Tim Waterstone, il fondatore delle omonime librerie, secondo il quale “la rivoluzione digitale sta per finire e la carta resisterà“.  Se sulla prima parte della frase l’autore dell’articolo non si dice giustamente molto convinto, la seconda non ha motivo di essere negata, dal momento che il futuro che ci aspetta è ibrido e lo resterà saldamente fintanto che l’ebook non si emanciperà da una tenace mimesi del modello cartaceo e intraprenderà una via tutta sua per dare vita a nuove modalità di elaborazione dei contenuti e della loro fruizione. Perché siamo, come giustamente ricorda un ottimo articolo intitolato The Seven Deadly Myths of Digital Publishing, ancora all’inizio della transizione dalla stampa al digitale: “il contenuto diventerà presumibilmente sempre più complesso e collaborativo sotto l’aspetto autoriale, con il ruolo dell’editore più simile a quello di un produttore di videogame o di un’app.” L’articolo merita una lettura completa ed è anche molto interessante quando parla di migrazione della lettura digitale da device dedicati (i lettori e-ink) ai tablet e in generale a dispositivi mobili multifunzione.

In tutto ciò, come dovrebbe evolvere il ruolo dell’editor? Ne dà un breve ma efficace ritratto Stefano Izzo di Rizzoli in un suo articolo su Wired Italia: Come cambia il ruolo dell’editor ai tempi dell’ebook e del self-publishingLettura tuttaltro che amena, per chi è o vuole essere del mestiere, perché ne emerge quello che in effetti è il lavoro dell’editor ora, un’incessante attività dentro e fuori dalla redazione, sempre impegnato a rimanere aggiornato, a non perdersi (e a non farsi soffiare) l’ultima tendenza o l’ultimo autore magari trasscinato dal fiume sempre meno carsico del self publishing.

L’altro argomento riguarda la scuola e del modo in cui le tecnologie dovranno essere introdotte in un contesto refrattario, impermeabile all’innovazione, tradizionalista e spesso fiero di esserlo come è quello scolastico. Per fortuna il tema viene ormai  sempre più declinato secondo una prospettiva di ampio respiro e meno ristretta all’arido, asfittico e spesso volutamente specioso dibattito tra chi è pro e chi è contro l’ingresso del tablet in classe. Dice benissimo Angela Maiello nel suo articolo Nati nella rete. Eco, la memoria e la scuola“Non si tratta meramente della necessità di equipaggiare le classi con computer, schermi o sistemi interattivi, ma di immaginare un modo completamente diverso di lavorare sull’apprendimento, rivedendo il sistema scolastico nel suo insieme, dalla struttura lineare delle classi alla formazione del corpo docente”. La formazione la si trova anche al centro dell’articolo di Alex Corlazzoli Parlare di iPad non basta e Antonella Casano, una docente evidentemente già formata, scrive molto oppportunamente in un articolo (Il digitale a scuola: cosa si guadagna a perdere tempo) che la scuola non deve riportare in digitale il metodo tradizionale, perché si tratta di una “traduzione troppo letterale” che “non tiene conto della grammatica diversa chiamata in gioco dal mezzo utilizzato”.

Questo fatto della traduzione letterale mi sembra possa essere il nesso non casuale tra i due argomenti: da una parte un’editoria digitale ancora  molto (troppo?) legata al modello cartaceo, come del resto c’era da aspettarsi in questa prima fase di transizione; dall’altra c’è un sistema didattico e pedagogico saldamente ancorato al passato che non accetta l’evidenza di essere divenuto desueto ma potrebbe invece trovare nel digitale quell’alleato insperato per superare più agevolmente e in modo meno traumatico un passaggio comunque necessario, non solo dal punto di vista tecnologico, quanto prima di tutto metodologico.

l’Italia dei libri, ma non dei lettori: alcune considerazioni sui dati Nielsen

ImmagineAlcune rapide considerazioni sul tema del momento, i dati del rapporto sull’acquisto e la lettura di libri in Italia nel triennio 2011-2013, commissionato dal Centro per il Libro e la Lettura all’agenzia Nielsen.

Il primo dato è il calo medio sia nella percentuale dei lettori (dal 49% al 43%) che degli acquirenti (dal 44% al 37%). E si parla sempre di “chi ha acquistato/letto almeno un libro in un anno”. Uno. In un anno.

Dal momento che il triennio preso in considerazione corrisponde anche a quello in cui la lettura digitale ha iniziato la sua espansione, qualcuno si è legittimamente chiesto se gli ebook abbiano in qualche modo compensato l’emorragia del cartaceo. Se ci si basa sui dati, questi dicono che a fronte di un calo del 9% di acquirenti e di lettori su carta è corrisposto un incremento rispettivamente del 14 e del 17% su cartaceo. Sembrano cifre confortanti, ma lo sono un po’ meno seImmagine Immagineanalizziamo il parallelismo carta e diigitale: qui infatti vediamo che al calo menzionato in precedenza di 7 punti percentuali tra gli acquisti di libri dal 2011 al 2013, per gli ebook l’incremento registra solo un punto, dall’1 al 2%. Lievemente maggiore, comunque in crescita, la relazione tra lettori di ebook nel triennio, in cui si registrava un 2% di lettori digitali nel 2011, mentre nel 2013 erano il doppio. Quelli cartacei nel frattempo sono scesi dal 48 al 42%. Anche in questo caso, mi sembra in ogni modo che il consuntivo sia in perdita, ma forse sono io che vedo il bicchiere mezzo vuoto.

Certo il numero di ebook acquistati nel triennio ha registrato un aumento molto consistente, passando da 1 a 4 milioni (+291%); se poi si parla di ebook letti si arriva anche a 7,4 milioni (dai 3,4 del 2011).

Appare quindi chiaro che l’ebook è in continua crescita, seppure forse meno dirompente di quanto non supponessero gli entusiasti del digitale, soprattutto prendendo come parametro la crescita quasi esponenziale negli USA. Ma  né gli editori italiani né le abitudini dei lettori non sono come quelle statunitensi e c’era da prevedere che la prudenza editoriale nei confronti dell’ebook si riflettesse sui dati di acquisto e lettura, come infatti è  successo. Inoltre, mi sembra indubbio il fatto che chi ha speso per un ereader è soprattutto un lettore forte, quindi si tratta sempre di un rafforzare bastioni che erano già ben presidiati. Insomma, non si parla di un recupero di lettori, a mio modo di vedere, ma di un rafforzamento o di nuove abitudini di lettura da parte di lettori già attrezzati.

Un dato che invece mi sta a cuore rilevare è il seguente: quasi il 60% delle copie acquistate sono nella fascia di prezzo sotto i 10 euro: 23% tra gli 11 e i 15 euro, il restante oltre questo prezzo. Inoltre, la fascia di prezzo inferiore ha guadagnato il 5% di acquirenti, tanti quanti ne hanno persi le fasce superiori.

Tutto questo fa inevitabilmente sorgere la domanda se magari non sarebbe ora che gli editori iniziassero a fare maggiore attenzione alle politiche di prezzo da una parte, ma anche a quelle editoriali dall’altra. In pratica, almeno tre o quattro punti credo sia d’obbligo accennarli:

- prezzo inferiore per le prime edizioni (non è accettabile che una brossura anche poco elegante di un libro di 106 pagine di testo a corpo non piccolo sia venduta al prezzo di 15 euro – non voglio fare nomi, ma è un caso vero e recente);Immagine

- una minore bulimia produttiva, che porta nelle librerie un numero irragionevole di titoli spesso non all’altezza del nome dell’editore e/o della collana in cui sono inseriti;

- maggiore cura nell’editing e attenzione nei confronti dell’oggetto libro;

- riconsiderare la politica degli anticipi agli autori considerati forti e che magari poi tanto forti non sono, o comunque non da giustifcare le cifre pattuite. Magari i soldi risparmiati potrebbero essere investiti in politiche per la promozione della lettura, mirando soprattutto alle biblioteche e alle scuole.

Che poi alla base di tutto ci sia anche una forte esigenza di ritessere da zero una cultura della lettura, un’educazione civica che veda nel libro uno strumento necessario e non accessorio per la vita, questo è quasi scontato. Ma ognuno deve fare la sua parte. E quella degli editori non mi sembra affatto secondaria.

Per chi è interessato a un punto di vista sicuramente più autorevole del mio,  può leggere l’intervento di Loredana Lipperini intitolato “Perché il rapporto Nielsen sulla lettura deve farci paura“.

Segnalo infine l’interessante discussione nata da un intelligente post (e non poteva essere altrimenti) di Gino Roncaglia sulla sua pagina facebook: Pubblicazione di Gino Roncaglia.

La scolastica e il giornalismo hanno (forse) qualcosa da imparare dal modello Oyster

Stavo per scrivere un post solo sull’editoria scolastica (o meglio: sulla scuola e le tecnologie) quando eggo su Wired Italia questo articolo intitolato Dove sta andando il giornalimo digitale? (da leggere anche i link al suo interno); sommo i due argomenti con un altro di cui si è parlato in questo periodo, cioè il modello Oyster (o anche Scribd) per la lettura dei libri e come risultato maturo due o tre riflessioni che vorrei condividere qui con i 25 lettori di questo blog. 

Tecnologie nella didattica

Argomento di cui si continua a parlare (e scrivere parecchio): è stato un tema dibattuto anche durante la Social Media Week di Milano qualche settimana fa e per conoscenza segnalo alcuni articoli comparsi recentemente che pur da prospettive differenti convergono verso quello che sembra ormai un dato appurato: prima il progetto, poi la tecnologia. Lo dice questo articolo di Dino Baldi su Doppiozero intitolato semplicemente Scuola digitale; lo conferma un articolo su “Education Next”, Schooling Rebooted che esordisce dicendo che gli educatori devono pensare come ingegneri (affermazione che può stupire, ma se leggete l’articolo ha senso, eccome). Infine c’è questo articolo su “Edutopia” che si chiede se le tecnologie didattiche valgano il cosiddetto hype. Di avviso opposto un post su “Insider Higer Ed” dal titolo eloquente: Why 21st Century Learning Should Be More Like the 19th Century dove si evidenzia il fatto che già John Dewey aveva individuato molti criteri non solo ancora attuali, ma soprattutto poco messi in pratica nonostante siano passati non pochi lustri (si sa, i tempi lunghi della scuola). 

Giornalismo digitale
L’articolo sopra menzionato è già abbastanza completo ed eloquente e se proprio avete voglia di leggere un vero e proprio saggio breve (in inglese) sull’argomento, rimando volentieri a questo bel pezzo su Guardian di qualche mese fa, intitotalo The rise of the reader, di cui vorrei sottolineare un passo: “Un giornale è un qualcosa di completo, di concluso in sé e sicuro di sè. Al contrario, le notizie nel digitale sono costantemente aggiornate, modificate, cambiate, rimosse: una continua conversazione e collaborazione. Viva, in evoluzione, illimitata, inesorabile. 

Molti credono che questo muoversi dal fisso al fluido non sia un qualcosa di veramente nuovo, bensì un ritorno alle modalità delle culture orali di ere remote. L’accademico danese Thomas Pettitt ha elaborato una teoria secondo la quale tutto il periodo dopo Gutenberg non sarebbe altro che una pausa, una sorta di interruzione del flusso consueto della comunicazione umana. Lui chiama questo periodo la “parentesi di Gutenbeg“. Il web, dice Pettitt, ci sta riportando allo stato pre-gutenberghiano, quando tutto era definito e raccontato dalla tradizione orale: un flusso effimero.” 

Il lettore nello streaming

Questa teoria mi è tornata in mente leggendo un aritcolo apparso recentemente su Book Business: Oyster Books: disrupting the disruptor, che prosegue un dibattito che ho inziato a seguire da poco, ma con crescente interesse. C’è infatti chi paragona il modello di Oyster a Netflix (come questo articolo: A Netflix for books?), chi invece, non basandosi sul modello – in effetti simile – quanto piuttosto sulla fruzione del contenuto libro rispetto alla musica, rigetta questo paragone (Why Oyster Isn’t the Netflix of Books). Infine, un recente articolo su Repubblica ha messo in evidenza i rischi che un sistema simile pone alla privacy degli utenti. 

Quello che invece mi sono chiesto io, dopo aver considerato queste tre tematiche, è: quanto il giornalismo da una parte e la didattca dall’altra potrebbero (ap)prendere dal modello di fruzione dei contenuti in streaming? Per ora è soltanto un’intuizione – probabilmente ache bislacca – senza che si configuri nella mente un vero e proprio modello non dico di business, quanto proprio strutturale. Però penso che ci possa essere un modo per legare streaming e notizie, perché se è vero come penso sia vero quanto dice Philip Di Salvo nel suo articolo su Wired, che “un giornale è un spazio declinato su tecnologie diverse: carta, web, social media, allora credo che la parte fluida di questa declinazione possa e debba un giorno assumere la forma di streaming, in modo da convogliare in un flusso il web e i social, blog e testate (e non parlo ovviamente di Twitter, ma qualcosa di più evoluto). 

Allo stesso modo, se fossi un editore scolastico penserei seriamente a come integrare i contenuti cartacei – ma anche quelli attualmente erogati su piattaforme di apprendimento) con un ambiente in cui sia privilegiata una modalità di fruzione diversa, meno legata alla proprietà e più all’utilizzo e alla forse troppo menzionata user experience, che però nella didattica viene spesso completamente trascurata. 

Vorrei sapere cosa ne pensate, e magari raccogliamo idee talmente buone da metter su una start up - altro nome che va tanto di moda. 

Ritorno al futuro per il self publishing

ImmagineHo partecipato, su gentile invito dell’organizzatore Mauro Sandrini, alla giornata di sabato di “Caro futuro ti scrivo”, un evento organizzato dallo stesso Sandrini e la sua Self Publishing School e dedicato a “giornalisti, blogger e scrittori che fanno sul serio”, come dice il sottotitolo della manifestazione.

Purtroppo ho perso la prima giornata in cui sono intervenuti, tra gli altri, Gino Roncaglia e Carlo Infante; cercherò quindi al più presto qualche post che racconti ciò che si è detto e fatto venerdì nella quieta e rassicurante cornice del Caffè Letterario di via Ostiense a Roma (libri e odore di caffè, due elementi sicuramente cari a Sandrini, e chi ha letto il suo Tanto Tantra sa di cosa parlo).

Edit del giorno successivo: ecco un post sull’intero evento, raccontato in modo ottimo e abbondante, grazie a Cetta De Luca.

Da parte mia, più che scrivere una cronaca della giornata preferisco mettere in evidenza gli elementi più interessanti emersi dagli incontri con i cinque relatori del sabato, incontri che poi si sono ripetuti non più in plenum ma a piccoli gruppi, secondo una formula originale e che sarebbe risultata ancora più fruttuosa se il tempo a disposizione fosse stato maggiore – ma alcuni relatori venivano dall’estero e non potevano trattenersi più a lungo.

Ma chi erano questi cinque relatori e di cosa hanno parlato?

Alessandro Bonaccorsi, illustratore e grafic designer autore del libro L’immaginario per professione, ha intitolato il suo intervento “Il Immaginetuo libro per trovare clienti”, parlando quindi del libro come veicolo della propria identità – anche professionale, come nel suo caso. Secondo Bonaccorsi l’ebook, almeno in italia e almeno in questa fase che stiamo vivendo, funziona solo in parallelo con il cartaceo e se possiede tre caratteristiche: quelle di essere utile, essere vantaggioso (per l’autore come per il lettore) e essere gradevole.

Il secondo intervento è stato “Sopravvivere nell’editoria”: la giornalista freelance Elisabetta Ambrosi ha individuato ed esposto alcuni tips importanti per chi fa il suo mestiere e comunque si occupa di informazione ai tempi del digitale: prima di tutto il/la giornalista digitale è multimodalemulticanale: usa scrittura, foto, video, senza privilegiare un linguaggio rispetto agli altri e deve prestare attenzione ai media di ogni tipo e soprattutto ai social: la parola d’ordine quindi è “stai nel flusso” perché lì si trova il materiale e il contenuto da raccontare e far diventare informazione; a sua volta, il prodotto informativo che ne deriverà dovrà essere modulare, cioè adatto a più media, a più formati e a più modi di essere erogato e narrato. Il tutto realizzato sempre con velocità ed efficacia, altri due elementi fondamentali del mestiere.

Si è parlato di social network e coerentemente la parola è stata poi data a un’esperta in materia, Luna Margherita Cardilli, che ha parlato delle strategie social di promozione di libri ed eventi culturali. Alcuni suoi consigli particolarmente significativi?  “Andate nei social dove sono i vostri lettori e cercate di capire come comunicano” per poter comunicare con loro nel modo più efficace e adeguato. Già, ma quali social? Luna non crede molto in Facebook: è vero che lì ci sono tutti, ma proprio per questo, sostiene, non si ha molta visibilità. Meglio twitter, o social più evoluti anche se ancora di nicchia, come Medium, il quale permette una cosa molto importante per un autore: “creare e dare contenuti extra su altri livelli” per attirare e(in)trattenere i lettori, continuando a mantenere un contatto vivo con loro, fatto di commenti e condivisioni. Fondamentale, comunque, rimane il sito, la vera e propria “casa” dello scrittore e del suo libro, così come importante rimane la forse troppo bistrattata newsletter: i social, conclude Luna Margherita, possono passare e morire, ma la newsletter si evolverà e rimarrà.

Si parla di siti ed ecco Roberto Pasini che nel suo intervento “Costruire il tuo sito web” ribadisce l’assioma secondo il quale un sito  è fondamentale per lo scrittore, ma non si deve avere l’ossessione di postare a tutti i costi: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e quando si pensa che quanto scriveremo possa avere una qualche rilevanza. Altrimenti, sostiene Pasini, meglio star zitti. Altro atteggiamento da evitare è quello di dare troppa importanza alle visite: più importanti degli accessi al sito sono le ragioni per cui i visitatori sono arrivati (e ne so qualcosa io, che ho messo anni fa la foto di una torta di compleanno e ancora mi trovo regolarmente dei visitatori aspiranti pasticcieri che molto probabilmente se ne infischiano dell’editoria digitale). Infine, da tenere sempre presente che, come in tutte le relazioni, anche la curva di coinvolgimento di chi frequenta il nostro sito è destinata, dopo un’eventuale impennata iniziale, a stabilizzarsi per poi declinare. Starà a noi mantenerla sopra una soglia accettabile e buona norma sarà, per lo scrittore, offrire contenuti gratuiti, capitoli del proprio libro da scaricare, sconti e altre iniziative che tengano sempre in vita l’attenzione per il libro e per il sito stesso.

Ha chiuso la sessione mattutina  in plenum il giovane Matteo Pezzi, autore di Scrivi, c’è tempo!, un agile libretto che in maniera divertente ma non per questo meno seria dà consigli utili su come ottimizzare il nostro tempo, risorsa che sembra sempre più scarseggiare, erosa dalle millanta distrazioni a cui siamo esposti quotidianamente (non solo social network, ma anche giochi, telefonate di amici e parenti, gruppi di WhatsApp, ecc.): come Pasini, anche Pezzi mette in guardia dall’overload e dallo scrivere a tutti i costi. Se riflettiamo su quanto vogliamo scrivere e consideriamo se è veramente necessario e utile, ci accorgeremo che non lo è quasi mai. Quindi perché scriverlo? Poi Pezzi parla anche della sua esperienza di scrittore e riguardo alla copertina dice una cosa non banale: non deve essere per forza bella, ma deve risultare efficace per la visibilità sugli store online: una copertina ben fatta e magari anche artistica, visualizzata come thumbnail sulla schermata di Amazon, non avrà un valore aggiunto maggiore di una molto meno elegante ma più capace di attirare l’occhio del potenziale acquirente.

In definitiva, spunti per ulteriori approfondimenti non sono mancati e anche l’attenzione dei presenti ha dimostrato quanto il tema del self publishing sia attuale e destinato a essere sempre più in primo piano e non solo per la narrativa, ma anche per la saggistica e, perché no, la scolastica (proprio nel mio gruppo c’era un’insegnante di materie letterarie alle scuole medie). E’ bene quindi che l’editoria tradizionale si inizi a interrogare sull’emergere di questo fenomeno per affrontarlo adeguatamente (e senza il consueto panico dell’ultimo minuto) in maniera intelligente quando sarà chiaro che non potrà più essere eluso. Perché il futuro corre veloce, soprattutto nel mondo dei bit.