scuola digitale e ebook didattici: il punto a pochi giorni dalla campanella

pencil

Come previsto, a meno di due settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico, si torna a parlare di scuola digitale, di promesse ministeriali ancora da mantenere e, in generale, della situazione effettiva e di quella auspicata. In attesa di parlarne in modo approfondito nel mio breve saggio che uscirà presto in ebook grazie a :duepunti edizioni (di cui ho dato un piccolo assaggio in un post precedente), segnalo oggi alcuni interessanti apporti alla questione, affrontata da diverse prospettive.

La prima è quella relativa alla cosiddetta “curva di apprendimento” degli insegnanti nei confronti delle tecnologie, curva di apprendimento in questo caso visualizzata con uno strumento ai docenti molto familiare: una matita. Ogni parte della matita rappresenta una categoria di insegnanti e il loro attegiamento nei confronti delle tecnologie. Le categorie sono 5, a partire dalla gomma sulla matita:

1. la gomma rappresenta quelli che tendono a disfare quanto di buono fanno gli innovatori, gli sperimentatori e chiunque abbracci l’innovazione in modo effettivo ed efficace.pencil

2. la parte metallica si addice ai “resistenti” (Eco parlava di “apocalittici”), coloro cioè che insistono a voler mantenere i loro metodi tradizionali e pensano che non ci sia spazio per le tecnologie nella scuola.

3. Il corpo di legno della matita sono coloro che vorrebbero usare la tecnologia se qualcuno desse loro gli strumenti, la formazione e le indicazioni adeguate. Insomma, necessitano solo di aiuto da qualche esperto.

4. E si arriva alla punta della matita, divisa in due categorie: gli osservatori e i pionieri: questi ultimi sono la vera e propria grafite che traccia il solco e incide il foglio, disegnando e delineando nuovi scenari. La parte in legno è composta invece da coloro che osservano quanto fatto dai pionieri per trarre dalle loro pratiche il meglio e imparare dagli errori.

Mi sembra una metafora molto efficace e la voglio accompagnare da un video altrettanto interessante che pone 8 questioni su tecnologie e apprendimento, rilevando prima di tutto due elementi: anche le forbici sono una tecnologia, solo ormai tanto integrata in classe da non essere più colta come tale. E come tutte le tecnologie, se usata male può risultare inefficace, se non dannosa. Così è e sarà anche per ogni altra tecnologia, se non ci si pone prima le domande giuste per un loro uso appropriato.

Sulla scuola auspicata (o sognata) e quella effettiva, reale, penso siano speculari due articoli comparsi recentemente: uno intitolato Scuola Digitale, quali saranno le novità per l’anno scolastico in arrivo? e che sinceramente mi sembra a dir poco ottimista e non tiene conto di una realtà che invece viene descritta nell’articolo che gli fa da contraltare: Scuola digitale? Una chimera dove si parla di un sondaggio effettuato da Skuola.net e soprattutto dei dati del Miur, che raccontano ancora di una scuola arretrata, soprattutto in alcune parti del Sud, e assolutamente non preparata per un qualsiasi shift digitale che non sia meditato, graduato e, soprattutto, inserito all’interno di una cornice pedagogico-didattica adeguata.

Tra questi due opposti si colloca perfettamente Scuola, uno sponsor per finanziare il salto digitale, un articolo che prende atto delle criticità e dei ritardi istituzionali per leggere la questione in chiave propositiva, auspicando l’ausilio e l’intervento di sponsor per contribuire alla dotazione tecnologica degli studenti e delle scuole, nonché della necessità di una piattaforma di coordinamento tra scuole, uffici ministeriali e realtà private da contattare e far entrare come soggetti attivi. Difficile, certo, ma sicuramente meno utopistico di molti altri discorsi e assolutamente necessario perché dalla mina di quella matita da cui siamo partiti si arrivi al corpo ligneo.

La scuola, gli editori e il digitale secondo Dino Baldi (Giunti Scuola)

Ho avuto  più volte modo di apprezzare Dino Baldi, direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola. Pur non conoscendolo – ancora – di persona, in ogni suo intervento, a voce o scritto, ho sempre ricavato nuovi spunti di riflessione e tratto interessanti considerazioni sul mondo dell’editoria scolastica coniugata in chiave digitale. Per questo motivo, ho voluto interpellarlo direttamente su alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore e che ho affrontato in modo articolato in un ebook di prossima pubblicazione all’interno della collana Deep di:duepunti edizioni, in cui compare anche una parte di questa chiacchierata (in effetti, a pensarci bene, potrebbe anche essere la nona delle mie chiacchierate editoriali, brevi interviste con personaggi dell’editoria italiana che hanno qualcosa di importante da dire).

Nel tuo intervento all’edizione romana 2012 di Librinnovando, hai fatto un discorso secondo me molto importante e hai menzionato quattro passaggi fondamentali per l’editoria didattica nell’era digitale:

-       passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento;

–       la ridefinizione di granularità dei materiali;

–       passaggio da una logica editoriale chiusa a una aperta;

–       l’evoluzione verso un modello di business più aperto e flessibile (dal prodotto al servizio).

Cosa e’ cambiato secondo te da allora e cosa si è fatto (o non ancora) in questo ambito?

Sul piano dei risultati espliciti, non molto: il digitale scolastico è ancora vicino all’anno zero. Tuttavia mi sembra pretestuoso o ingenuo prendersela con la caricatura del conservatore che vuole tenere la scuola nel suo medioevo per ignoranza, paura del nuovo o per difendere interessi di categoria. Piaccia o no, gli editori riflettono molto da vicino la realtà della scuola: non hanno, tranne eccezioni, il privilegio di progettare per le fasce estreme. Sarebbe sbagliato allora confondere questa scuola e questi editori con quello che potrebbero diventare se fossero messi in grado di fare una scelta. Per questo, al di là di strategie a medio e lungo termine, sono sempre più in sintonia con chi prima di tutto mette l’accento sulle condizioni di contesto: finché non ci sarà un’infrastruttura di rete, strumenti adeguati, insegnanti formati al nuovo e una legislazione stabile e poco invasiva, il resto sono parole al vento, operazioni di marketing e nei casi migliori belle sperimentazioni e tanto lavoro dietro le quinte (ad esempio, per gli editori, sulla filiera produttiva, sulle piattaforme, sui formati). L’idea della rivoluzione digitale imposta dall’alto può avere un suo fascino, ma è un ossimoro: il cambiamento significativo, a maggior ragione per una realtà come la scuola italiana, è un processo che si muove dal basso, nel momento in cui dall’alto vengono garantite le condizioni abilitanti (in un mio post di due anni fa, menzionavo un articolo che parlava di “innovazione dai margini” ndr).

Quali sono secondo te le novità più rilevanti (non solo tecnologiche, ma anche metodologiche o strategiche) emerse da allora nell’editoria ma più in generale nella didattica?

La conseguenza più interessante, a mio parere, dell’ingresso delle tecnologie in classe è il fatto che costringono la scuola a farsi delle domande esistenziali, e non necessariamente legate alle tecnologie. La scuola ha bisogno di ridiscutere e ridefinire il proprio rapporto con il mondo esterno, in senso attivo e consapevole e non unicamente difensivo o di resa: per questo “esame di coscienza”, per il superamento dell’autoreferenzialità, non c’è niente di più dirompente di una connessione internet attiva in classe. Per il resto, più che novità credo ci siano dei temi caldi che sintetizzano alcuni dei nodi problematici, e che il protagonismo naturale delle tecnologie tende talvolta ad offuscare. Sul piano delle metodologie ad esempio la cosiddetta “classe capovolta”, di cui si parla molto, al di là del merito evidenzia un problema reale: quale deve essere il ruolo dell’insegnante, e dello studente, rispetto ai contenuti multimediali che presuppongono una fruizione passiva o guidata? Ha ancora senso che sia l’aula il luogo deputato per un tipo di didattica che, al di là degli slogan, rischia di essere ancor meno interattiva e più veccha di quella tradizionale? Allargando il campo, quale deve essere il rapporto fra le tecnologie dentro e fuori la classe, tra devices di gruppo e devices individuali come il tablet? Non sono temi da poco: ad oggi ad esempio mi sembra prevalga l’idea che debba essere la scuola, la mano pubblica, a farsi carico non solo delle LIM, ma anche degli strumenti di uso personale: l’acquisto, la gestione, l’aggiornamento… A parte l’aspetto economico, lo trovo di un’ingenuità disarmante. Con tutti i distinguo che si possono fare, il BYOD (Bring Your Own Device) rappresenta non solo una delle poche strade praticabili, ma forse anche la più corretta sul piano del metodo e dei principi. Per ultimo, in merito ai formati mi sembra importante la timida comparsa, fra le proposte adozionali, del cosiddetto “libro liquido”, ovvero il libro tradizionale proposto in versione html: un primo importante passo verso l’emancipazione, anche psicologica, dal libro a struttura fissa, perpetuato, in digitale, dal pdf.

Nei paesi anglosassoni si parla sempre di piu’ di OER, di contenuti didattici aperti e condivisi tra docenti in ambienti appositamente dedicati. Anche in Italia si inizia a sorgere qualche progetto in questa direzione. Dove pensi si possa arrivare, anche alla luce di quanto ha affermato la neo ministra Giannini in proposito e come l’editore può far diventare questo fenomeno non una minaccia ma una risorsa?

Gli editori scolastici che considerano una minaccia i contenuti aperti e gratuiti e i contenuti prodotti dal basso dagli insegnanti, a mio parere sbagliano due volte: sul piano culturale (della percezione del proprio ruolo e valore) e sul piano delle strategie di sviluppo dell’offerta. Io credo che la battaglia interessante non sia quella in difesa di posizioni acquisite, ma della qualità; e non la qualità editoriale garantita astrattamente dalla filiera di produzione o da validazioni implicite, ma quella guadagnata sul campo. È ancora presto forse per capire come i percorsi prodotti dall’editore possano relazionarsi in maniera virtuosa, sul piano della didattica, del mercato e delle tecnologie, con contenuti “altri”, e quali forme e strade prenderanno questi percorsi e questi contenuti: personalmente ad esempio auspico che non si rincorra una multimedialità povera di progetto didattico. Ma un editore che non si stia preparando attivamente a scenari diversi, misti, a mio parere rischia molto. Il primo passo è, al solito, interiorizzare l’apertura strutturale imposta dall’introduzione delle tecnologie di rete, che investe a cascata la classe, l’editore, il libro: c’è un’eccessiva abitudine a pensare al prodotto scolastico secondo categorie tradizionali che ancora, intendiamoci, sono valide, ma che – temo – lo saranno sempre meno in futuro.

La questione Amazon – Hachette in 4 punti

Non pensavo di entrare nel dibattito della diatriba tra Amazon e Hachette e cercherò di farlo nella maniera meno intrusiva e più schematica possibile. 

Prima di tutto, i fatti: Hachette, per chi non lo sapesse, è uno dei Big Five, cioè i cinque maggiori editori degli USA (gli altri sono: Penguin Random House, Macmillan, HarperCollins, e Simon&Schuster) non allineati con Amazon, al quale non hanno tra l’altro concesso il loro catalogo per l’operazione Kindle Unilimited (di cui ho parlato nel mio post precedente). Ora Hachette è in guerra aperta con Amazon sulla questione dei prezzi e della ripartizione dei guadagni. Sulle ragioni, le cause e le conseguenze di questa lite, rimando all’impeccabile articolo di Letizia Sechi su Pagina99: Amazon vs. Hachette, perché si scontrano i colossi dell’editoria, a cui hanno fatto seguito molti commenti interessanti a cui farò riferimento nel corso di questo post.

La questione si pone su diversi livelli e si presta quindi a più piani di lettura. Estrapolerei quelli secondo me più sensibili:

1. Il prezzo degli ebook - Su questo si è pronunciato molto bene Fabrizio Venerandi di Quintadicopertina nel suo post La retorica di Amazon, in cui mette in evidenza le contraddizioni del colosso americano, ne smaschera alcune menzogne, e ribadisce, se ce ne fosse bisogno (e ce n’è) che l’ebook è il risultato di un processo elaborato che vede impegnate competenze e professionalità specializzate. Imporre un prezzo troppo basso all’ebook significa svilire questo processo e queste professionalità, nonché mettere in difficoltà l’editore erodendogli comunque un buon margine anche in assenza di spese di trasporto e magazzino. Qui il discorso però potrebbe ramificarsi e articolarsi ulteriormente, andando a toccare la questione del prezzo spesso inspiegabilmente alto di parecchi libri cartacei di scarsa qualità non solo contenutistica, ma proprio editoriale, la sua ricaduta sul prezzo del relativo ebook (spesso fatto anche peggio) e la questione dell’acquisto direttamente dall’editore, argomento che sarà affrontato in un punto successivo.

2. Le politiche editoriali - Qui si intrecciano alcuni post che affrontano vari elementi: l’intervento molto diretto ed esplicito di Amlo (che in modo forse un po’ riduttivo pone la questione come una “guerra tra ricchi in cui io sto per il più simpatico”) potrebbe in pratica essere sintetizzato dalla frase spesso ripetuta da Giuseppe Granieri “odiare Amazon non è una strategia“; ma il problema è appunto individuarla, una strategia, come giustamente evidenzia il post di Marco Ferrario, dato che, nel concreto, siamo di fronte a un fatto indiscutibile: piaccia o non piaccia, con metodi leciti, legali, corretti o meno, Amazon si è accaparrato una fetta enorme di utenti/clienti/lettori o come piace più definirli. Questo in primo luogo perché in ogni caso offre un servizio efficiente, economico e che in apparenza (ma all’utente finale il messaggio è questo) rispetta le esigenze dell’acquirente, che sostanzialmente sono: spendere meno, avere il prodotto in tempi rapidi e un servizio di assistenza che lo coccola. Qui si inserisce un altro punto, quello delle 

(3.) responsabilità dei clienti/lettori, di cui parla ampiamente eFFe su Doppiozero e su cui sarei anche d’accordo in linea teorica, ma su cui pongo a mia volta degli interrogativi:

- se è vero, come sembra, che Amazon sta in qualche modo “boicottando” i libri di Hachette fornendo un servizio meno rapido ed efficiente, gli utenti si indirizzeranno verosimilmente altrove, almeno per i libri di questo editore. Troveranno in questo altrove un grado di soddisfazione maggiore tanto da affidarsi al nuovo player anche per altri libri?
Restringendo questo discorso al contesto italiano, dove e come possono trovare un servizio che garantisca le stesse prestazioni di Amazon o almeno non le faccia rimpiangere troppo? Io, nel concreto, sono il primo a volermi affidare alla vendita diretta sui siti degli editori, soprattutto quelli come Quintadicopertina, :duepunti edizioni, o anche Minimum Fax e a chiunque mi dia file senza DRM che posso convertire in .mobi (o già convertiti) per il mio Kindle (ebbene sì, sto con il Grande Orco). Ma quante password e username dovrò utilizzare e soprattutto quante volte dovrò fornire (e diffondere) il numero della mia carta di credito per comprare i libri che acquisto mensilmente, se non settimanalmente? Qui si innesta bene ciò che propone Marco Ferrario: una piattaforma aperta alternativa ad Amazon (e magari migliore). “Subito, in fretta; non tra due o tre anni.” Questa proposta, tanto sensata quanto purtroppo destinata a restare vana, temo faccia dolorosamente il paio con quella di eFFe che giustamente individua nel lettore il nuovo attore della filiera editoriale e auspica che “una fetta sempre maggiore di lettori” decida “di guardarsi intorno e di scegliere non solo il contenuto ma anche la modalità dei propri acquisti. Alleandosi con editori meno altèri e più attenti ai servizi, reclamerebbero finalmente la centralità del loro ruolo nell’industria editoriale”. Si tratta di una sacrosanta richiesta di consumo critico che anche Flavio Pintarelli espone dettagliatamente nel suo post Amazon, io: lettura, scrittura, editoria e consumo critico, in cui introduce il quarto punto importante di tutta la questione: 

4. Nuove modalità di leggere e di scrivere – I dati sulla lettura di libri sono chiari quanto spietati: si comprano e si leggono meno libri, qui come altrove nel mondo: il problema è composito e da una parte il digitale non è tra le cause iniziali del fenomeno, dall’altra ha però apportato nuovi fattori che hanno trasformato e stanno trasformando il concetto di lettura e di scrittura. A questo riguardo non posso che ripetermi e ribadire il link a un ebook (da leggere anche gratuitamente online) dal titolo eloquente: Letture, contenuti e granularitàin cui si sono susseguiti e a volte alternati interventi di Venerandi, Ferrario, Roncaglia, solo per menzionarne alcuni. 

Come anche Flavio Pintarelli mette in evidenza nel suo post, non si tratta di una questione solo “tra ricchi” e solo riguardante prezzi e distribuzione di semplici “libri”, siano essi in bit o in atomi: dobbiamo ormai convivere con l’evidenza che la lettura e la scrittura (e la cultura, l’informazione, il modo stesso in cui sono veicolate e fruite) stanno subendo una mutazione ancora da comprendere e interpretare, ma la cui comprensione e interpretazione sono necessarie quanto urgenti, pena l’inaridimento di uno scenario già di per sé sempre più povero e il rischio di una “distrazione di massa” che alterna un post di facebook  a un link che rimanda a sua volta a un articolo, e questo contiene un video, che contiene un riferimento e infine ti vendono l’ultima versione di Candy Crush e ti ritrovi a giocare senza nemmeno capire perché lo stai facendo. 

Si badi bene, io non sono del tutto d’accordo con le tesi di Casati che vede nei tablet più un ordigno che una risorsa: ma è vero che ci troviamo di fronte a una disgregazione del concetto di messaggio, il quale è multicanale, reticolare, frammentato e a sua volta deve competere non solo e non più con altri testi, link, video, ma anche con Angry Birds e i suoi ultimi aggiornamenti. In questa estrema quanto concentrata convergenza in cui tutto è nelle nostre mani, è quanto mai necessaria un’ecologia della lettura (e della scrittura) che possa portare a un nuovo modello efficace dal punto di vista culturale e comunicativo, sostenibile dal punto di vista dell’industria editoriale, proficuo per quanto riguarda l’utente stesso, che a sua volta ne sarà il protagonista. 

Si tratta insomma di grandi temi, che non possono essere risolti se non con una difficile quanto necessaria alleanza tra editori, autori, lettori, distributori. Altrimenti Amazon vincerà sempre, e di più. 

Amazon senza limiti e i limiti del digitale

Kindle-UnlimitedSenza dubbio l’argomento della settimana è l’annuncio dell’avvio di Kindle Unlimited, il servizio di lettura in streaming che “quelli di Seattle”, come ormai vengono chiamati i capoccioni di Amazon, hanno deciso di varare sin dal prossimo autunno. Chi si abbonerà al servizio avrà a disposizione oltre 600 mila titoli (precisamente 645.790), di cui oltre 2000 audiolibri.
Questi sono ovviamente i numeri del mercato americano (e il costo sarà di 9.99$), poi negli altri stati ci si adeguerà al numero degli ebook (e degli editori) disponibili. Infatti sin dall’inizio sono fuori i “big five”, cioè i cinque editori più importanti del continente americano (Penguin Random House, Macmillan, HarperCollins, Hachette e Simon&Schuster), cosa non trascurabile. Chissà poi che ai grandi cinque si aggiungano strada facendo anche altri marchi editoriali europei (anche se l’ipotesi sembra meno plausibile).

Della questione dei big five e di altre perplessità legate all’operazione trovate un resoconto molto esauriente in un articolo su ilmiolibro.it, mentre un ottimo articolo di David Gaughran pone alcune importanti domande che l’operazione Amazon inevitabilmente fa sorgere ad autori, editori e lettori.

La prima domanda riguarda infatti proprio gli autori: quanto saranno pagati per ogni libro scaricato (non potendo parlare di vendita vera e propria, si tratta infatti di un prestito a condizioni molto particolari)? La cosa ancora non è chiara, anche se Michael J. Sullivan su Digital Book World parla senza mezzi termini di un sistema che creerà degli “autori di serie B” e precipuamente gli autopubblicati, che Sullivan vede nettamente discriminati rispetto agli editori tradizionali.

Un’altra importante questione è se il servizio streaming cannibalizzerà le vendite tradizionali: su questo Gaughan ha idee più chiare: “sembrerebbe naturale pensare che le vendite saranno erose, ma Kindle Unilimited potrebbe anche aumentare le fette di torta da spartire. Non sappiamo poi come sarà accolto dai lettori, ma mi stupirei molto se risultasse un flop”. La vera questione è, conclude Gaughan, che tipo di lettore sarà quello che verrà attratto da questo servizio.
E soprattutto (è una delle “key questions” del pezzo) che tipo di lettura ci riserva il futuro. Giustamente Gaughan rileva le notevoli differenze che ci sono tra lo streaming musicale e quello che riguarda la lettura. Inoltre, rileva altrettanto giustamente, bisogna considerare gli oltre duemila audiolibri che Amazon ha già inserito nel servizio e che presumibilmente aumenteranno, tenuto anche conto che il mercato degli audiolibri sta vivendo una grande rinascita (si parla di +24% a quadrimestre, negli USA).

Gli audiobooks saranno anche probabilmente determinanti nella competizione tra  Kindle Unlimited e i servizi analoghi di Scribd e Oyster. Questi ultimi hanno dalla loro i sopra menzionati “big five”, ma è pure vero che Amazon può contare su decine di milioni di dispositivi Kindle pronti per ospitare il suo servizio.

In questo modo non si svaluta il libro? si chiede ancora Gaughan, ma nel giro di due righe si dà la risposta, decisa e senza remore: no. “Non più di quanto succeda ora con i tascabili, i megasconti della grande distribuzione, i banchetti dell’usato.”

Come sarà considerato il prestito dall’algoritmo Amazon? Probabilmente ogni prestito sarà equiparato a una vendita, per ragioni di ranking. Per ora il prestito prevede fino 10 libri alla volta senza scadenza per la restituzione e un numero illimitato di libri al mese. Potenzialmente, gli algoritmi avranno parecchio lavoro.

Per gli scrittori che si autopubblicano sarà conveniente partecipare a questo servizio? Sarà una vetrina importante anche per i “minori” o solo un’ulteriore occasione di guadagno per i soliti noti del self publishing? Gaughan, nemmeno troppo sommessamente, teme che la seconda ipotesi risulterà quella più probabile, ma certo sembra come sempre meglio esserci, per ragioni di visibilità, reperibilità, ranking. A mio parere potrebbe anche essere un modo per gli editori di cercare nuovi autori, magari proprio tra i self-publisher, e con un costo minimo (10 dollari al mese) poter sfogliare centinaia di libri che potranno essere i best seller di domani.

L’unica cosa certa è che il modello streaming si sta sempre più imponendo e il fatto che si sia mosso un gigante come Amazon avrà sicuramente ripercussioni su tutto il sistema editoriale e culturale legato al libro (qualsiasi cosa questa parola ora significhi). Si tratta, è bene notarlo, di una ulteriore e progressiva dissoluzione del concetto di “possesso” di un libro a favore di un modello in cui il fornitore concede l’utilizzo temporaneo di un contenuto che il lettore/utente in realtà non possiede né possiederà mai. Si tratta di un modello e di un concetto sbagliato, fuorviante, pericoloso? Alcuni dicono di sì, per molti invece la questione non si pone, dato che è la direzione del futuro e metterla in discussione non servirebbe a nulla.

A questo proposito vi lascio con due link che trattano proprio l’annosa e dibattuta questione sui vantaggi e gli svantaggi delle due modalità di lettura. Da una parte Loredana Lipperini in un articolo intitolato Sincronicità e mutazioni della lettura fa il punto della situazione con rimandi aggiornati ai testi più importanti sull’argomento; dall’altra un interessante articolo uscito sul Financial Times è stato tradotto e riportato integralmente su ebookextra.it (Non sarà una battaglia tra schermo e carta). La conclusione dei due articoli, in somma sintesi, è pressoché la stessa: la lettura digitale è un fatto che non serve ostacolare, ma utilizzare e indirizzare al meglio.
Se non si entra in questo ordine di idee e si resta ancora alla diatriba meglio la carta o il digitale, si perderanno molte occasioni. E molte buone letture, aggiungo io.

le librerie del futuro e i lettori del passato

cropped-picture-0052

Il post che avrei dovuto scrivere doveva trattare alcuni temi di cui si parla in questo periodo: dell’interessante dibattito sui Big Data e del peso che possono (e potranno sempre di più) avere non solo e non tanto sulle politiche editoriali, quanto anche sull’esperienza di acquisto e di lettura e sulla scrittura stessa da parte dell’autore; l’ultimo intervento sull’argomento (con i link degli articoli precedenti) è quello di Gino Roncaglia su Pagina99 e vi consiglio di leggerlo, così come anche gli altri.

Il post che avrei voluto scrivere doveva anche menzionare Medium e i tanti che ne stanno parlando (bene), tra cui la bravissima Letizia Sechi (sempre su Pagina99). Cos’è Medium? Un editore, a quanto sostiene il suo fondatore Evan Williams, perché alla fonte c’è (anche) una selezione degli autori e la collaborazione con editor professionisti; ma anche una piattaforma, perché è aperta a tutti, collaborativa e che fa tesoro dell’esperienza ormai ultradecennale del blogging e la declina in modo nuovo e molto dinamico. Una rivista, perfino, quando invia la sua newsletter e propone una nuova maniera di offrire contenuti di qualità. Saremmo quindi in quel delicato discrimine tra contenuti strutturati e granularità, tra profondità e superficialità: tematiche già affrontate in un dialogo a più voci nato nel web e raccolto da Ledizioni in un ebook in cui mi pregio di aver dato il mio piccolissimo contributo.

Foyles

l’interno della libreria Foyles.

Il post che avrei dovuto scrivere, insomma, era diverso da quello che invece state leggendo. Perché? Perché proprio oggi mi sono imbattuto in un articolo sul Sole 24 Ore intitolato I librai che puntano al futuro a firma di Stefano Salis e mi sono sentito un appestato. Non solo un appestato, ma quasi un criminale, comunque un apostata, uno di quelli che contribuisce alla rovina della lettura e alla morte delle librerie. Quelle librerie in cui però amo ancora passare il tempo libero (sempre pochissimo), ma alle quali evidentemente a mia insaputa (come molte cose che accadono in Italia) sto dando esiziali colpi ad ogni lettura che faccio sul mio Kindle.

Eppure io e Salis abbiamo molte cose in comune: l’amore per la lettura, prima di tutto, e la passione per le librerie; del resto non posso che gioire alla notizia riportata nel suo articolo dell’inaugurazione della nuova sede di Foyles a Londra. Molto di più di una libreria, a quanto pare: 3500 mq disposti su cinque piani, più di 200.000 titoli a disposizione, caffè, auditorium, salette conferenze, eventi e addirittura l’organizzazione di viaggi letterari. Dulcis in fundo, un’app a disposizione di chi vuole trovare subito il libro che desidera, senza chiedere al commesso o perlustrare i cinque piani.
Tutto molto bello e sono d’accordissimo con Salis quando parla della nuova Foyles come esempio di quello che potrebbe (o dovrebbe) essere la libreria del futuro: servizi, eventi, luogo di incontro e di aggregazione di persone, idee, emozioni. Tutto sacrosanto, se non fosse per il fatto che sin dall’inizio Salis non fa niente per nascondere la sua ostilità (se non proprio disprezzo) nei confronti dei lettori (ma siamo degni di essere ancora chiamati così?) di ebook, perché solo il “libro (di carta) resta un baluardo di civiltà, di libero pensiero e, non ultimo, di design” e la libreria (fisica, specifica di nuovo fra parentesi) “il luogo nel quale l’incontro tra autori, editori, librai e lettori non è solamente reale (vivaddio), ma è proficuo”.
Il resto del veleno, come Marziale, lo riserva per la coda del suo scritto: “in fila, ho guardato bene, persone che leggessero ebook non ce n’erano.” Meno male, dico io, altrimenti chissà cosa gli avrebbe fatto, a questi infedeli, non pecore smarrite ma proprio caproni, che ignorano un “qualcosa che va ben oltre il nudo testo scritto di un’opera, e questa cosa i lettori di libri l’hanno sempre saputa”.

Io, sinceramente, articoli così non li capisco. Non dopo ormai 4 anni di lettura digitale (e parlo solo dell’Italia) e molti, molti di più di social network e di blog, di siti sul web dedicati alla lettura e ai libri, dopo anni di Anobii, di Goodreads, di eventi seguiti e commentati su twitter, in cui io stesso ho potuto esserci in qualche modo proprio grazie a twitter, dopo tutti i libri che ho letto grazie a suggerimenti, consigli, commenti o discussioni su qualche social o sui cosiddetti blog letterari.

Non capisco, almeno da parte di persone intelligenti, colte, ragionevoli, l’ottusa contrapposizione reale vs. digitale, questa guerra di retroguardia, questo sentirsi superiori in base ai discorsi della nonna che i rapporti umani sono i migliori, che vuoi mettere il commesso invece che l’algoritmo, tutte cose anche giuste, da un certo punto di vista, ma non è il punto di vista giusto.
Eppure non mi sembra una cosa così difficile da comprendere: il digitale è un’integrazione del reale, non un suo antagonista; tra loro c’è un rapporto di espansione e non di contrapposizione. Sotto questo punto di vista, il rifiuto del digitale appare non come difesa del reale, ma come un voler porre un limite al reale stesso. Si continua a pensare al “libro (di carta)” come un totem di civiltà e di cultura e si ignora – volutamente, a questo punto – che ormai le informazioni e i contenuti circolano in molte forme diverse, granulari, reticolari, ma non per questo meno importanti; si ignora che il rapporto tra editori, lettori e autori si è fatto più stretto e interconnesso proprio grazie al digitale e non suo malgrado.
Soprattutto, si continua una speciosa, inutile, anche un po’ puerile contrapposizione tra lettura digitale e cartacea, senza minimamente porsi il dubbio che possa sussistere un lettore ibrido, che sceglie l’uno e l’altro supporto a seconda delle circostanze e delle esigenze; che legge contenuti granulari nel tablet con la stessa utilità con cui sfoglia un saggio di due chili a casa.
Il dubbio, in definitiva, che la lettura, la scrittura, l’editoria, siano ormai una cosa ibrida, e non più monolitica.

L’unico consiglio che posso dare a Salis e a quelli come lui è leggere attentamente i link che ho indicato nel post che avrei voluto scrivere, ma non ho fatto.

P.S.: è quantomeno una coincidenza singolare che l’articolo su Foyles esca nello stesso giorno in cui negli USA annunciano che le vendite di ebook hanno superato quelle dei libri cartacei. Fatto che giustifica ancor di più la necessità di una vocazione poliedrica delle librerie del futuro, come auspica lo stesso Salis.

(l’immagine è tratta da qui)