Editoria e lavoro editoriale: se ne riparla

Un video piuttosto completo e interessante e un articolo un po’ meno incoraggiante parlano del lavoro editoriale e dei suoi risvolti, professionali, economici e altro.

Per l’occasione ho pensato di rispolverare un mio vecchio post proprio sul mestiere di redattore, che ritengo sempre attuale e spero possa contribuire a completare in qualche modo il ritratto di un lavoro molto interessante, complesso e che, come giustamente evidenzia il video suddetto, può vantare degli ex colleghi molto illustri.

Se avete altri articoli simili da segnalarmi o, ancora meglio, vostre dirette esperienze da raccontare a riguardo, saranno più che ben accette.

Tanto Tantra, un romanzo che ha l’aroma del caffè

coverRomanzo d’esordio di tutto rispetto, questo di Mauro Sandrini: prima di tutto perché non è un romanzo autobiografico – o semiautobiografico – come accade per la stragrande maggioranza dei romanzi d’esordio: qui ci sono personaggi veri, molto diversi dall’autore e ben definiti, vivi, plastici.
In secondo luogo perché la trama concentra in se molte caratteristiche difficili da ottenere tutte insieme: articolata ma non complessa, fatta di squarci interiori ma anche di azione. E, soprattutto, avvincente.
Non mi capita molto frequentemente di interrompere un capitolo a malincuore con la voglia di ritrovarmi al più presto in compagnia dei personaggi del libro, in mezzo alle loro vicende, curioso di vedere “come va a finire”.
E invece con Tanto tantra di Sandrini mi è successo proprio questo.
Dopo il suo Elogio degli ebook, piccolo saggio (anche se non lo è tecnicamente, e comunque non è solo un saggio) dove in effetti già si intuiva la vena affabulatoria, la grande umanità espressiva di Sandrini, questo suo primo romanzo potrebbe anche chiamarsi “Elogio del caffè (amaro)” perché il caffè (inteso come bevanda e come locale) è indubbiamente il liquido amniotico dove galleggiano i personaggi, le loro vicende, le loro intuizioni esistenziali, le loro passioni.
Al centro di tutto sta il caffè, che per gli illuministi era il simbolo della ragione, e qui, con un gioco di parole, potrebbe essere il simbolo dell’illuminazione interiore, della sveglia che suona un’ora diversa da quella a cui ci eravamo risvegliati fino a poco prima.
Forse, come è capitato a me, dopo aver letto “Tanto tantra” avrete un rapporto diverso con la calda bevanda scursa: un rapporto probabilmente più intimo, sicuramente meno superficiale.
E non solo con il caffè. 

giornalismo 2.0, tablet a scuola e MOOCs: più domande che risposte

Tre sono i poli d’attrazione principali della discussione in Rete in questo periodo: il giornalismo e la comunicazione ai tempi del web, i tablet a scuola e i cosiddetti MOOCs (Massive Open Online Courses).

Il primo argomento è stato ampiamente affrontato in due eventi, il cosiddetto #innovationRCS, workshop sul giornalismo digitale alla sede del Corriere, e soprattutto la scorsa settimana al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, dove sono emersi, per quel poco che ho potuto seguire, molti spunti davvero interessanti. Non avrei niente da aggiungere di nuovo se non segnalare questo articolo uscito qualche settimana fa ma su cui vale sempre la pena riflettere e che si conclude con una frase eloquente: per il giornalismo la sfida NON è il digitale, la sfida è la convergenza.

Anche l’argomento dei tablet a scuola ha visto un evento dedicato, il meeting Tablet School organizzato a Bergamo dal centro studi Impara digitale, centro fortemente voluto e realizzato da Dianora Bardi. Il dibattito rimane vivo nonostante credo che sul tema si sia ormai detto tutto o quasi e personalmente non ho altro da aggiungere a quanto scritto a riguardo nel passato più o meno recente. Del resto la situazione è ben nota e ben esposta in questi articoli che fornisco di seguito: il primo si intitola La lunga marcia della scuola digitale e mi sembra eloquente senza commentarlo ulteriormente. Da leggere perché fa un quadro preciso e lucido sulla situazione, tra velleità - e necessità – di innovazione didattica e le solite carenze strutturali ed economiche.
Il secondo, Tablet school, i fatti e i “da fare”  è la cronaca del meeting di Bergamo da parte di uno studente che vi ha partecipato in prima persona, condito da alcune considerazioni interessanti perché, una volta tanto, a parlare non sono i soliti docenti pro o contro il digitale, ma la materia prima della scuola, ovvero gli studenti stessi.
C’è poi questo approfondito articolo su tropicodelibro.it in cui si parla del decreto Profumo e si interpella Marco De Rossi, fondatore di Oilproject, il quale analizza la situazione anche alla luce della giornata di Bergamo e fa una prima valutazione di quanto finora hanno fatto gli editori, che comunque non è poco, tenendo anche conto, come ben dice Rossi, che il loro sforzo “non corrisponde al reale mercato della scuola italiana che ancora preferisce il cartaceo”.
Inoltre segnalo questo articolo della Stampa molto ben scritto e dove si interpella anche  Dianora Bardi, facendo il punto su molti aspetti del digitale nella didattica tutti da approfondire; c’è infine un’intervista a Dianora Bardi, molto rapida quanto efficace, dove la stessa professoressa pioniera del digitale in classe non nasconde le immancabili (e immaginibili) resistenze interne e soprattutto le criticità presenti anche nell’uso del digitale a scuola. Alla fine non fa nascere illusioni facili e afferma che “per una rivoluzione digitale servono tempi lunghi.”  A me questa frase suona ovviamente ragionevole, ma mi chiedo spesso anche se i tempi lunghi della scuola non siano inesorabilmente troppo lenti rispetto alla rapidità della tecnologia, che spesso spariglia le carte e rimette tutto in gioco nel giro di pochi anni, se non mesi.

Infine, i MOOCs, questi famigerati corsi che nel giro di pochi mesi sono arrivati ad attirare centinaia di migliaia di studenti in tutto il MOOCmondo e di cui si fa un gran parlare. Qualche mese fa avevo spiegato (qui il post relativo) di che cosa si tratta, e ora sembrano approdare anche in Italia. La questione è: funzionano veramente? Sono davvero il futuro dell’educazione a distanza di quel longlife learning ormai necessario per stare al passo con esigenze professionali sempre nuove? Come sempre accade in questi casi, i pareri sono discordi, anche se fino a qualche tempo fa c’era una netta prevalenza di voci positive. Da qualche tempo, però, si iniziano a sentire (leggere) anche opinioni meno lusinghiere su questi mega-corsi online: recentemente se ne è occupato anche il New York Times con un articolo dettagliato, scritto da chi di MOOC ne ha seguiti ben 11- e conclusi solo 2, dal momento che una delle caratteristiche di questi corsi è l’altissimo tasso di dispersione; il mio cattivo pensiero è che su uno che parla bene dei MOOCs ce ne sono non so quanti che preferiscono non esprimersi, magari sentendosi a disagio nell’esporre una inadeguatezza che sentono più loro che del corso in sé. Ma è necessariamente così? L’articolo succitato sembra negarlo, e stila una vera e propria pagella con tanto di voti, evidenziando gli aspetti positivi e quelli negativi dei corsi da lui frequentati. Risulta che tra le carenze ci sia quella della comunicazione tra studente e docente e tra studenti stessi, dato l’altissimo numero di partecipanti, la dispersione suddetta e la mancanza di strumenti adeguati per una comunicazione sincrona. Altro importante aspetto che avevo notato anch’io nella mia breve frequentazione di un MOOC (presto abbandonato, appunto) è il carattere sostanzialmente monodirezionale del metodo didattico: il docente (che tra l’altro si trova in una sovraesposizione quasi da divo e dovrebbe in teoria gestire una “classe” di decine di migliaia di studenti) eroga materiale didattico (testi e, soprattutto, video) ma poi non ne segue una vera condivisione né, tantomento, co-creazione degli studenti.
Fa il paio con l’articolo del NYT questo dal titolo The World is not Flat in cui si pone anche la questione della personalizzazione dei percorsi didattici.
E se questi tre (condivisione, co-creazione, individualizzazione) sono invece gli aspetti che caratterizzano la didattica 2.0 o come volete chiamarla, c’è da chiedersi dove sia l’aspetto innovativo di tali corsi.

Voi che ne pensate?

(Ho preso l’immagine da qui.)

tecnologie in classe: uso vs. integrazione

A proposito dell’uso delle tecnologie in ambito didattico, argomento che sembra mantenersi sempre vivo nel dibattito dentro e fuori la Rete, ho letto recentemente questo e altri articoli, molto approfonditi e molto giusti, ma anche spesso – a mio parere –  molto lontani da quello che è e purtroppo sembra destinato a essere ancora per molto il panorama non solo e non tanto educativo, quanto strutturale, organizzativo e strettamente economico della scuola. Chi segue questo blog sa quanto l’argomento mi stia  a cuore (tra i vari interventi, rimando a  questo) e quanto io sia tra i primi ad auspicare un totale cambiamento del modello di apprendimento, in senso digitale e non solo, dato che trovo l’attuale sistema educativo italiano vetusto, superato, inefficace.

Però quando poi leggo articoli come questo mi rendo conto quanto la strada sia impervia, soprattutto in un contesto come il nostro, dove le scuole hanno ancora a che fare con edifici fatiscenti e la carenza di carta igienica e dove quindi parlare di iPad e adozione delle tecnologie digitali sembra davvero non fantascienza, ma pura utopia. Il suddetto articolo inoltre puntualizza la differenza che intercorre tra il semplice uso delle tecnologie in classe da una parte e dall’altra la loro integrazione nel tessuto pedagogico e didattico. Mi sono permesso di tradurre e riprodurre artigianalmente la tabella, perché è molto chiara ed eloquente:

tecnosino

Ora, è chiaro che si deve procedere per gradi, per piccoli passi, ma io un’integrazione di questo tipo la vedo parecchio distante, per dirla con un eufemismo. Però non voglio neppure sembrare esterofilo o fare la parte di quello che riporta sempre articoli angolosassoni per dimostrare quanto “noi” siamo indietro rispetto a loro. In verità proprio recentemente ho voluto chiedere a delle ex colleghe insegnanti che ora lavorano negli States se davvero le classi negli U.S.A. sono quella distesa di iPad in connessioni wifi velocissime e onnipresenti come sembra. Ebbene, no. Tutte e tre le insegnanti – che lavorano, faccio notare, in parti diversissime del nuovo continente e hanno cambiato spesso e volentieri stato e istituzione scolastica – hanno parlato di un uso ancora pervicace del cartaceo, di studenti che hanno addirittura sgranato gli occhi per aver usato Skype nell’insegnamento dell’italiano e insomma alla fine mi è venuto da chiedermi dove mai vengano elaborati articoli come quelli che leggo e da chi.

Per stare quindi con i piedi per terra, e terra italica, chiudo con la segnalazione di una più che lodevole iniziativa dell’editore Bruno Mondadori (qui la notizia) che sta lanciando una collana di ebook non esplicitamente destinata alla scolastica ma che secondo me non sarebbe certo un peccato vederla adoperata dagli insegnanti delle superiori. E non si preoccupino tanto che “non è nel programma”: anzi, secondo me liberare la scuola dal fardello di programmi anacronistici e troppo rigidi sarebbe un ottimo viatico per introdurre, in punta di piedi, gli ebook e intingere l’alluce della didattica nel cosiddetto testo “fluido”.
Per i tuffi carpiati bisogna attendere, ma nessun tuffatore è diventato tale restando a terra.

Fenomenologia del book blog (una recensione)

eFFe-I_book_bloggerSono due le caratteristiche che soprattutto ammiro quando mi imbatto in determinati tipi di libri: la capacità di sintesi e la chiarezza.  L’agile libello di eFFe I book blog. Editoria e lavoro culturale possiede ambedue questi elementi: il primo è evidente dalla brevità dell’ebook, il secondo emergerà al lettore sin dai primi paragrafi. Una chiarezza che non vuol dire certo eccesso di semplificazione, ma al contrario capacità di far capire anche al più inesperto le dinamiche che sottendono gli articolati rapporti tra mondo editoriale e book bloggers, tra questi ultimi e il mondo della cultura “ufficiale”, la difficoltà di dare definizioni precise, categorie troppo rigide. Eppure eFFe ci riesce benissimo, e non lo dico perché è un mio amico (nonché uno dei maggiori artefici del libro La lettura digitale e il web, a cui ho avuto la fortuna e l’onore di contribuire), ma semplicemente perché è vero e basta una semplice lettura per rendersene conto.

Che cos’è un book blog? Com’è visto dall’establishment culturale? Che rapporto ha (o dovrebbe avere) con gli editori? E come si comportano questi ultimi nei confronti dei book blog?
Il libro di eFFe si (e ci) pone queste domande e, in brevi ma nitidi e lucidissimi (e anche taglienti, spesso) capitoli, tenta di sciogliere alcuni dei dubbi più diffusi e sentiti da quando i blogger, questi scrocconi della cultura (come vengono definiti all’inizio del libello), sono apparsi nell’universo del web.
Devo dire che, come blogger (non precisamente letterario, ma che comunque  si occupa di mondo editoriale e culturale), hanno colpito particolarmente i passi in cui si parla di ”antropologia del dono” applicandola al contesto dei blog letterari e quando eFFe si sofferma sul fatto che scrivere un blog è un atto culturale ma anche politico e essenziale risulta il rispetto per chi ci legge.
Il libretto si conclude con due “bonus track”, la seconda delle quali parla di self-publishing e traccia sei punti chiavi cui sarebbe opportuno si attenesse chi opta per l’autopubblicazione (il testo-la conversione-la copertina-la distribuzione-il prezzo-la trasparenza)

Altro dirvi non vo’, se non che tutti i ricavati delle vendite saranno donati all’Associazione Toscana Tumori. Visto il prezzo davvero esiguo del pamphlet (come ama chiamarlo eFFe stesso), direi che ci sono tutti gli ingredienti per un acquisto immediato.