Come sta l’ebook? Bene, male, dipende

In questo periodo si parla molto dello stato di salute dell’ebook, soprattutto in U.S.A. e Gran Bretagna, i due mercati principali. Perché? Perché dopo anni di ascesa quasi esponenziale, il 2014 ha visto questa spinta affievolirsi in maniera sensibile. Ma attenzione: da una parte i dati forniti non tengono conto di un player come Amazon (che si sa, detiene la fetta più grande del mercato di libri digitali), dall’altra in Italia, almeno stando ai dati AIE diffusi in questi giorni alla Buchmesse di Francoforte, le cose per l’ebook non sembrano andare così male, anzi: l’ebook è uno dei (pochi) settori che fa registrare il segno più, raggiungendo i dati di vendita dei libri cartacei della grande distribuzione. Interessante, inoltre, il dato che evidenzia un rapporto sempre più stretto tra evento e vendita di libri, che sottolinea l’importanza crescente dei festival e degli incontri con gli autori. Qui sembra che libro e musica, travolti dal digitale, seguano la stessa traiettoria: più che il negozio, conta ora il concerto, il reading, la presenza fisica di autore e pubblico insieme nello stesso spazio.

Un articolo di qualche mese fa suThe Bookseller confrontava l’andamento del mercato librario in Gran Bretagna e negli Stati Uniti: le vendite di ebook rappresentano il 17% del valore totale, ma per i romanzi la percentuale è del 37%, chiaro segnale che “i lettori continueranno ancora a richiedere un mix flessibile di cartaceo e digitale, senza che uno dei due pattern predominerà”.

L’articolo poi fa varie riflessioni sulle possibili cause del fenomeno e analizza più in dettaglio alcuni segmenti. Consiglio a chi fosse realmente interessato di leggersi integralmente il pezzo, di cui sintetizzo rapidamente alcuni dati:

  • è difficile individuare una vera crescita del digitale nei prodotti editoriali per giovanissimi lettori: in sostanza si rileva ancora l’importanza del libro cartaceo nelle vite dei bambini, nonostante il sempre costante uso di internet e della tecnologia.
  • Se si fanno i conti in tasca ai Big Five — Penguin Random House, Hachette, HarperCollins, Pan Macmillan — l’aumento delle vendite di ebook sale a +15.3% rispetto al 2013: ma i ricavi relativi crescono solo del 6.8%. Segno che il prezzo medio diminuisce (o gli acquirenti comprano più ebook a basso prezzo) e quindi i margini per l’editore si restringono. “In other words, growth comes at a cost.”
  • Il mercato scolastico digitale deve ancora svilupparsi, ma quello accademico è molto più vitale.

Cosa diventerà l’ebook?

Tuttavia, sostiene un altro articolo su Digitalbookworld, se si pensa che il digitale sia in fase di regressione, ci si sbaglia di grosso. E spiega perché.

Steven Sinofsky’s Four Stages of Disruption

Nel farlo si affida a una teoria di Steven Sinofsky, ex presidente Microsoft, che ha individuato 4 fasi nel processo di disruption (chiamiamola “discontinuità”) che reca con sé la tecnologia:

FASE 1 — Disruption of Incumbent: l’innovazione è un bel giocattolo, ma non è vista come fondamentale per il proprio business. Nell’editoria digitale, dice l’articolo, si può parlare degli anni 2007–2010.

FASE 2 — Rapid Linear Evolution: l’innovazione prende una nuova traiettoria e viene percepita come tale, ma è ancora solo tollerata, sebbene si accetti di incorporarla gradualmente nel proprio processo di produzione. Per l’editoria digitale si parla degli anni 2010–13.

FASE 3 — Appealing Convergence: la discontinuità è avvenuta, ma il mercato si stabilizza. Si verifica una forma di convivenza mista digitale-analogico. Siamo per l’editoria in questo attuale periodo, il 2015.

FASE 4 — Complete re-imagination: è l’ultimo stadio della teoria di Sinofsky, quando cioè una categoria o una tecnologia viene rivista, reinterpretata e reinventata dalle fondamenta. Per l’editoria questa fase deve ancora iniziare, e allo stato delle cose è difficile dire quando ciò accadrà.

In un post di un anno fa avevo già parlato di mimesi ancora troppo fedele del digitale rispetto al cartaceo e di “traduzione troppo letterale” che l’ebook opera ancora, faticando a trovare una sua sua via per dare vita a nuove modalità di elaborazione e fruizione dei contenuti. Anche nel settore dell’editoria scolastica si avverte molto questa fase di transizione, quasi che l’ebook sia solo una crisalide da cui si attende con trepidazione che ne esca una meravigliosa farfalla che stupirà tutti per la sua bellezza. Non posso però concludere senza citare due riflessioni dell’articolo Publishing’s Digital Disruption Hasn’t Even Started fin qui sintetizzato e, in parte, tradotto:

Pensate a come altre industrie hanno vissuto questa fase di disruption: Uber, la più grande compagnia di taxi, non possiede nemmeno un veicolo; Facebook, il più popolare proprietario mediatico, non possiede contenuti; Alibaba, il venditore più valutato, non ha un magazzino. Airbnb, il più diffuso sistema di alloggi, non possiede nemmeno un’agenzia immobiliare.

Tutto ciò mi ricorda in qualche modo una frase del mio amico Mauro Sandrini nel suo Elogio degli ebook: il fatto che i giovani non comprino più cd non significa che non ascoltano più musica. Anzi, ne ascoltano come e più di prima. Solo che cambiano le modalità in cui viene fruita e diffusa.

Infine, l’ultimo pensiero va agli editori: Ironicamente, uno dei talloni d’Achille degli editori — la loro presunta impenetrabilità e inadeguatezza nei confronti dell’innovazione — potrebbe nei fatti aiutarli ad attutire l’impatto delladisruption. Comunque, non la fermerà.

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Libri di testo: sì, no, quali?

Un argomentolocandina che mi interesserà molto affrontare a Pistoia il 4 maggio e nelle altre tappe che farò per presentare Il digitale e la scuola italiana riguarda forse uno dei protagonisti del dibattito: il libro di testo.

In questi giorni se ne sta parlando parecchio a causa dell’ uscita della circolare sulle adozioni per l’anno scolastico 2015-16, le cui peculiarità, si sa da tempo, sono la possibilità di adottare materiali alternativi ai libri di testo e permettere alle scuole di elaborare autonomamente materiali da utilizzare come libri di testo.

Riprendo a questo proposito alcune riflessioni esposte in un post del blog dedicato al mio libro, declinandole in maniera più estesa. Tre sono in sostanza le questioni di cui vorrei parlare con gli insegnanti:

– Il ruolo del manuale scolastico è ancora centrale? Cosa dovrebbe avere o non avere un manuale adeguato alle attuali esigenze? Quanta parte dovrebbe essere lineare – e quindi cartacea – e quanta estesa – e quindi digitale? E su quali presupposti, con quali modalità?

– Quanto è realisticamente pensabile che gli insegnanti elaborino materiali didattici autonomamente? E anche in caso lo facciano, con quali le garanzie qualitative e soprattutto con quale ritorno in termini concreti di un lavoro che, se fatto bene, prende molto tempo e molte energie?

– Dove l’editore può intervenire non solo e non tanto per arginare una possibile emorragia in termini di eventuali mancate adozioni, ma anche per trasformare il suo ruolo da erogatore di prodotti in fornitore di servizi, mettendo quindi a disposizione la sua esperienza e le sue professionalità per coadiuvare gli insegnanti in questo compito?

Ad alcune di queste domande già si stanno dando risposte, più o meno aperte. Un articolo di Mario Maviglia su La Vita Scolastica sostiene che “è sbagliato valutare un libro di testo in base a un criterio quantitativo, ossia in relazione a quante informazioni dà o a quanti esercizi propone” e introduce una riflessione su come conciliare le esigenze dell’insegnante con i materiali a disposizione.

Decisamente più critico è Roberto Maragliano, che titola un suo recente post Interrogativi sul manuale e la sua attualità scolasticain cui afferma senza mezzi termini che “Pensare e far pensare che la conoscenza sia producibile e riproducibile in forma di manuale significa, io credo, toglierle ogni istanza di problematicità, significa appiattirla“. Non a caso rimanda a un suo precedente articolo La non saggezza del manuale ribadendo, se mai ce ne fosse bisogno, quanto già dichiarato con forza in quell’intervento: “Occore purrntare seriamente e massicciamente sul web. Perché la rete crea scompiglio, confusione, disorientamento. E dunque impedisce che ci si adagi sulla prospettiva, del tutto falsa, di un sapere pacato, pacificato e pacificante. Il sapere, se è sapere vero, è movimento, dinamica, dialogo, scontro/incontro di prospettive. ”

Dominici 3dUna posizione estrema? Sicuramente però non isolata, e lo testimonia un’interessante esperienza a Verbania, coadiuvata da Paolo Ferri (uno che senza mezzi termini dice che “il libro di carta è morto”, per capirci) e che ha portato in classe non solo gli iPad e nuove metodologie come la flipped classroom, ma ha saputo coinvolgere nella sperimentazione il dirigente scolastico, tutti gli insegnanti di tutte le discipline, studenti e genitori. Tra le varie questioni, una delle principali è stato chiedere agli insegnanti che cosa vorrebbero dalle case editrici come testi d’appoggio per questo tipo di didattica integrata con le tecnologie.

Ma la cosa, ripeto, più innovativa, a mio parere, è stato questo lavorare in rete, creando un tessuto connettivo in cui scuola-famiglia-preside-insegnanti-studenti si sono confrontati in modo collaborativo, elaborando strategie e soluzioni condivise. Chi mi conosce, o segue ciò che scrivo, sa che questa è secondo me uno dei primi mattoncini Lego per edificare le cosiddette classi 2.0.

Voi cosa ne pensate?

Tecnologie e didattica, editoria scolastica e Buona scuola: due ebook a confronto

Il primo a dirlo è stato eFFe su Medium; a marzo sono usciti quasi in contemporanea due ebook sulla scuola che “possono e devono parlarsi” perché hanno molte affinità e possono interagire ottimamente per fornire un quadro più completo a approfondito sul tema scuola, tecnologie, didattica ed editoria.teste-e-colli_cover-e1426062008435

I due ebook in questione sono il mio Il digitale e la scuola italiana e Teste e colli. Cronache dell’istruzione ai tempi della Buona Scuola edito da Il lavoro culturale e curato da Marco Ambra.

Ne ho parlato già in un post di marzo, poi effettivamente io e Marco Ambra abbiamo interagito e ne è nata un’intervista incrociata: qui riporto le risposte di Marco alle mie domande e nel sito de il lavoro culturale trovate le sue tre domande alle quali ho risposto più che volentieri.

Iniziamo dalla cosiddetta “buona scuola”: quali sono secondo te le priorità di intervento nel sistema scolastico, al di là degli hashtag renziani e delle parole d’ordine tra marketing e pseudo-innovazione?

Iniziamo dalle priorità. Io credo che il sistema istruzione viva oggi una crisi del proprio design, della propria architettura e della propria funzione. Le profonde trasformazioni che hanno interessato le società globalizzate nell’ultimo trentennio mettono in discussione, in maniera sempre più massiccia, la mediazione delle informazioni operata dalla scuola pubblica nell’epoca della società di massa. E per mediazione intendo tanto la loro veicolazione, dagli insegnanti ai discenti, quanto la loro trasposizione in una forma espressiva “media”, standardizzata, accessibile. Il primo senso di “mediazione” è in crisi anche per una serie di motivi che appartengono alle scelte politiche di vessazione economica dell’istruzione pubblica (insegnanti retribuiti al di sotto della media europea, che operano in strutture inadeguate hanno poche motivazioni a studiare, fare ricerca didattica ed educativa, e conseguentemente tendono ad offrire pochi stimoli ai loro studenti). Parafrasando Peter Sloterdijk potremmo dire che il secondo senso di “mediazione” riguarda invece la crisi di una complessa strategia di divulgazione dei saperi, nazionalizzazione delle masse e formazione delle classi dirigenti che nasce e si impone con l’Illuminismo e culmina nella definizione del design scolastico “classico” fra XIX e XX secolo. È l’idea dell’insegnante, in cattedra, come detentore e divulgatore di un sistema dei saperi consolidato. Questo secondo senso della parola “mediazione” è oggi in crisi, dal mio punto di vista, in virtù della detronizzazione dell’insegnate dal monopolio dei saperi operato dalla Rete (e della detronizzazione di idealismo e neoidealismo dal vertice della cultura filosofica continentale: non esistono totalità sistematiche del sapere ma informazioni che fanno o non fanno un programma di ricerca all’interno di un paradigma).

Considerata questa crisi della funzione mediatrice della scuola bisognerebbe cominciare a riflettere  su come l’istituzione scolastica si ponga oggi rispetto alla società all’interno della quale opera. Isola resistente alle innovazioni? Luogo in cui preservare lo spazio e il tempo per coltivare lo sviluppo dello spirito critico? Tassello essenziale nella costruzione della democrazia? Anticamera del mondo del lavoro? Spazio di scoperta ed esercizio della propria autonomia? Ecco, io credo che la priorità sia affrontare questo tipo di dibattito, smascherando e demistificando le posizioni ideologiche che si presentano invece come descrizioni di stati di cose. Decostruire e rispondere alle narrazioni tossiche. Faccio un esempio: l’idea che la scuola debba formare dei lavoratori specializzati si presenta sostenuta da argomentazioni ammantate di buon senso (non ci sono più gli operai specializzati nel settore X, quindi la scuola del territorio deve formare gli operai del settore X) ma non considera la dinamica propria dell’apprendimento che non è fatta di applicazioni, prestazioni ed esecuzioni per imitazione di compiti gradualmente sempre più complessi. È fatta invece di tempi e spazi che la ratio produttiva contemporanea considererebbe “inutili”, perché non quantificabili e standardizzazbili nei risultati. Anche l’uso delle tecnologie digitali nella didattica dovrebbe affrontare questo tipo di dibattito critico. Perché faccio usare il tablet ai miei studenti? Dov’è la finalità educativa nell’uso del dispositivo digitale X in classe? Senza c’è solo acquiescenza della scuola alla società e ai rapporti di forza che essa esprime.

Il tema dell’editoria scolastica mi sta particolarmente a cuore e vorrei sapere il tuo punto di vista sul ruolo che potrebbero e/o dovrebbero avere editori in questa fase.

In questa fase la stella polare delle case editrici dovrebbe essere quella della massima sperimentazione possibile. Mi riferisco soprattutto alla questione del “manuale digitale”: il compito delle case editrici che si occupano di scuola è quello di svolgere una funzione culturale che impedisca la codificazione e cristallizzazione di “manuali standard”, corredati da presentazioni in .ppt utilizzabili in tutte le classi dello stesso ordine di scuola attraverso la tecnica del copia e incolla. Insomma, le case editrici dovrebbero stimolare un ruolo attivo degli insegnanti nella sperimentazione e costruzione di percorsi manualistici che utilizzano le potenzialità del digitale. Il rischio è quello che Roberto Casati (in Teste e colli, p. 105) definisce “il problema dell’addomesticazione preventiva”:  in un paesaggio evolutivo, quando l’individuo di una specie si trova su uno dei massimi locali, per esempio un volatile che raggiunge il massimo locale del pollo, poi non può˜ più tornare indietro, non può più accedere a tutte le potenzialità evolutive, a tutti i potenziali massimi locali cui si affacciava il volatile generico. Hai addomesticato il pollo e non puoi più tornare indietro e risalire a un uccello più performante. Le case editrici devono evitare la selezione del “manuale pollo”, del manuale in digitale standard che rende superfluo ritornare ai possibili manuali alternativi, più performativi. Un obbiettivo di questo tipo può essere raggiunto solo se i saperi tecnico-professionali di chi costruisce i manuali incontra la professione insegnante: attraverso corsi di aggiornamento, momenti di formazione reciproca, sperimentazione in classe. Altrimenti a determinare le scelte sarà la razionalità del mercato, del prodotto più vendibile (non di quello più performante nel processo educativo).

Chiudo con una domanda tanto secca e volutamente provocatoria, quanto, ahimè, diffusa: tecnologie e didattica. Sì, no, perché?

La domanda è viziata da un frame che impone una soluzione binaria, sì o no, integrati o apocalittici. Credo che la questione sia molto più complessa di una libera scelta: le tecnologie digitali sono già nelle nostre scuole, con gli smartphone e i tablet dei ragazzi, le LIM, i pc in classe, il registro elettronico, il laptop del prof, ecc… Il punto è quale tipo di relazione stabiliamo con queste tecnologie. Non possiamo pensare che i dispositivi digitali possano compensare, sostituire, surrogare i metodi per l’acquisizione degli apprendimenti di base: come dice Franco Lorenzoni alla base del gesto grafico propedeutico alla scrittura c’è l’esercizio di un tipo di manualità che prescinde  e si realizza fuori dall’ecosistema digitale. Un discorso diverso andrebbe fatto per i bambini e le bambine con DSA quali la dislessia o la disortografia. Perché in quel caso l’uso, anche nei primi anni di scuola, dei dispositivi digitali potrebbe aiutarli a superare determinati problemi con largo anticipo. Ma non possiamo neanche pensare che si possa prescindere del tutto dall’ecosistema digitale: perché ci viviamo dentro, perché ha delle potenzialità utili anche agli apprendimenti. Penso a come l’uso dei social media e della multimedialità possa rinverdire, specie nella scuola secondaria di secondo grado, la didattica di discipline “tradizionali” e poco aperte in passato alla sperimentazione. Dall’altra parte però bisogna anche guardare alla scuola coma al luogo in cui si fa qualcosa di diverso rispetto alla società (altrimenti la scuola non avrebbe più una ragione sufficiente per esistere), un luogo in cui certi spazi e certi tempi siano preservati dal “rumore di fondo” della merce, dalla fruizione bulìmica di immagini della Rete. Perché solo nel tempo morto, nella distrazione della lettura, nei diversi tempi di soluzione di un’equazione, nell’ascolto e nell’attenzione condivisa, esiste l’apprendimento. Quindi il problema che abbiamo oggi non è tanto quello di introdurre o meno la tecnologia nella didattica, ma di avere delle regole condivise e democratiche nell’uso del mezzo tecnologico. Mezzo e non fine.

Per un’editoria digitale accessibile e universale

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

Un tema importante, soprattutto nell’editoria digitale, è la questione legata all’accessibilità ai contenuti. L’accessibilità riguarda l’accesso a quel che decidiamo di leggere non solo in termini di raggiungimento dei contenuti su una determinata piattaforma, attraverso un dispositivo elettronico particolare o in cloud, ma anche, e soprattutto, la fruibilità degli stessi da parte di qualsiasi potenziale lettore, in diverse condizioni, in diversi contesti.
Ho fatto alcune domande sull’argomento a Livio Mondini, che dell’accessibilità ha fatto una scelta di progetto e di vita ed è l’unico italiano a far parte del gruppo di lavoro W3C Digital Publishing Activity.

1.  Se parliamo di ebook accessibile a chi dobbiamo pensare?

Il termine “accessibilità”, quando è relativo a pagine web o documenti elettronici, fa diretto riferimento a uno dei principi fondamentali del web:

The power of the Web is in its universality.
Access by everyone regardless of disability is an essential aspect“.

(Tim Berners-Lee, W3C Director and inventor of the World Wide Web, 2006)

Per realizzare concretamente questa visione, il W3C ha sviluppato un’iniziativa chiamata WAI (Web Accessibility Initiative) e redatto una serie di documenti che delineano tecniche e soluzioni da adottare per rendere le pagine accessibili. È però un errore pensare che l’accessibilità sia qualcosa riservata ai disabili, come se fosse “qualcosa in più”. Una pagina accessibile sarà di migliore qualità e fruibilità per qualsiasi utente. Nella sua definizione, Berners Lee pronuncia esplicitamente un’altra parola importante: universalità.
Questa parola può essere considerata quasi sinonimo di accessibilità. Di conseguenza, se parliamo di ebook accessibili dovremmo pensare a tutti.

2. È complicato rendere accessibile un contenuto?

La risposta breve è no, se si parte con il piede giusto e con gli obbiettivi finali ben chiari. Tutti i programmi che normalmente utilizziamo per produrre contenuti consentono di realizzare documenti secondo i riferimenti delineati dalle WCAG 2.0, lo standard del W3C che definisce chiaramente quando un contenuto può essere dichiarato accessibile e quando no. Può essere invece un massacro in termini di editing tentare di rendere accessibile a posteriori un documento che non sia nato così.
Le attuali WCAG 2.0 (Web Content Accessibility Guidelines) fin dal 2008 forniscono agli sviluppatori linee guida, documenti tecnici, casi d’uso e soluzioni per le tecnologie più diffuse (HTML, CSS, SMIL, PDF, WAI-ARIA, ecc). Basta leggerle e applicarle.

3. Quali problemi vedi per un’editoria digitale accessibile?

Fondamentalmente il problema vero risiede nella mancata conoscenza delle possibilità che le tecnologie offrono per realizzare documenti universali. La maggior parte delle persone che impagina libri elettronici e/o produce pagine Web semplicemente ignora l’esistenza di queste tecniche di produzione.

4. A tuo parere, gli editori italiani che valore danno all’accessibilità dei propri contenuti?

Poco o nulla, a parte gli editori di supporti speciali come libri a testo ingrandito o in Braille. Per ciò che è di mia conoscenza, in genere gli editori conoscono l’argomento, ma non sanno come procedere. Direi che siamo in uno stato di intuizione, invece che di realizzazione pratica.
Recentemente un’iniziativa completamente finanziata dallo Stato, il progetto LIA (Libri Italiani Accessibili) ha anche peggiorato la situazione, poiché con la pretesa di “insegnare” agli editori come realizzare libri elettronici accessibili ha propagato una conoscenza del tema peggiorativa della situazione di ignoranza generalizzata. È stata finanziata la produzione di un elevato numero di titoli in formato epub (standard creato dall’International Digital Publishing Forum) e inventato un proprio sistema di validazione, del tutto arbitrario e non documentato, rappresentato dal “bollino LIA”, che in teoria dovrebbe certificare l’accessibilità di quei libri elettronici. Ci sono diverse profonde contraddizioni e arroganza in queste azioni, che vanno nel senso opposto dell’accessibilità: la prima è inventarsi uno standard, senza riferirsi a linee guida internazionali già esistenti, documentate e utilizzate a livello mondiale, o avendo la competenza per farlo (AIE non è certamente famosa per le sue battaglie per l’accessibilità). Non commento oltre, credo sia chiaro che cos’è successo.

Secondo, i libri di LIA non sono universali, ma dedicati esclusivamente a due precise tipologie di disabilità: ciechi e ipovedenti. E tutti gli altri? Boh, nessuno li prende in considerazione. Ovviamente dei libri del genere non possono essere considerati accessibili e universali.
Dal mio punto di vista di italiano appassionato di accessibilità ed editoria elettronica, una vera figura di palta a livello mondiale e uno spreco ulteriore di denaro pubblico.
Se ci fossero dei dubbi sulla valenza del progetto, invito a leggere le analisi di Alfio Desogus, presidente della Biblioteca multimediale di Sardegna, e Francesco Cresci.

  1. Hai notato differenze di approccio ai contenuti accessibili tra gli editori “puramente” digitali?

Sì, in genere hanno almeno sentito parlare del problema e cercano di risolverlo. Anche perché le richieste delle WCAG migliorano la qualità generale dei documenti prodotti, e quindi vanno a vantaggio anche degli editori.

  1. Esiste uno standard da seguire per realizzare ebook accessibili? A quali regole ci si può riferire?

Le più diffuse tecnologie per realizzare libri elettronici sono epub, PDF, mobi (formato proprietario Amazon).
Il formato epub utilizza i linguaggi standard del W3C (fondamentalmente, HTML per la struttura e CSS per lo stile grafico). Il problema attuale è che questo standard ha seguito un approccio ibrido, richiedendo l’uso di HTML5 prima che questo fosse un reale standard (come si sa le versioni beta non garantiscono una completa compatibilità con quelle che saranno le specifiche definitive) e di conseguenza causando una grande confusione fra chi realizza i documenti e anche fra chi realizza gli e-reader, software e hardware in grado di leggere i documenti epub e mostrarceli a schermo (a grandi linee, una specie di browser per documenti elettronici in epub).
Siamo quindi in una situazione di passaggio, che probabilmente cambierà ulteriormente con l’evolvere della W3C Digital Publishing Activity, un progetto del W3C dedicato agli editori con lo scopo di realizzare una piattaforma di sviluppo standardizzata e condivisa. Sono orgoglioso di far parte di questo gruppo di lavoro del W3C, ma mi rammarico del fatto di essere l’unico italiano presente.
Un altro formato che tiene in grande considerazione l’accessibilità è PDF. Da molti anni Adobe sviluppa questo formato con l’accessibilità in mente, ed è possibile realizzare documenti conformi alle WCAG2. Il problema è che nessuno sembra saperlo, e il PDF continua ad essere considerato un formato “per la stampa” quando invece è uno dei migliori e più flessibili formati disponibili.

  1. Che ruolo hanno applicazioni, lettori ereader e tablet?

Hanno ovviamente un ruolo molto importante, perché sono gli strumenti che ci permettono di fruire dei libri elettronici. Il livello di accessibilità è molto variabile e cambia anche da sistema operativo a sistema operativo.

  1. Qualche suggerimento per chi vuole lavorare sull’accessibilità?

Sì. Non pensare all’accessibilità come a qualcosa dedicato ai disabili, accessibilità=universalità. Gli strumenti necessari sono quelli che utilizziamo tutti i giorni, non c’è da fare spese aggiuntive o straordinarie, sono disponibili sul web innumerevoli tutorial e filmati dedicati a tutte le problematiche, e le richieste delle WCAG 2 sono semplici da comprendere e applicare.
Sembra che si stia parlando di cose miracolose, i ciechi possono leggere e gli asini volare, ma in realtà si chiede per esempio di utilizzare gli stili di paragrafo di un word processor. Ancora oggi questa sembra essere una richiesta troppo tecnica… Contro questo non c’è molto che si possa fare.

Per concludere invito alla visione di questo filmato, che secondo me spiega molto bene l’essenza dell’accessibilità: