Editech 2012: l’editoria e il suo centro di gravità (im)permanente

Non sono stato a Editech, ma come sempre twitter durante e alcuni intelligenti post dopo hanno messo in evidenza le questioni e gli argomenti più importanti emersi. Parto subito dalla sintesi e la riflessione in due parti di Luca Calcinai (la trovi qui), che giustamente nota, come anche era venuto spontaneo pensare a me in un tweet durante le sessioni, che finalmente gli editori parlano la stessa lingua dei lettori, i quali dicevano (dicevamo) le stesse cose già due anni fa e a quanto pare, tra un Ifbookthen, un Ebook Lab Italia e un Librinnovando, le hanno capite anche gli addetti ai lavori.

Permane, condivido il dubbio di Luca, l’interrogativo se poi gli editori e gli esperti del marketing editoriale abbiano mai letto almeno un libro intero in formato digitale, ma magari nel 2013 assisteremo anche a questo, Maya permettendo.

Stando a quanto ho letto, mi sembra quindi che l’edizione 2012 di Editech abbia confermato quel momento di riflessione e quel clima di consolidamento (come dice benissimo nel suo post Noemi Cuffia, alias @tazzinadi) che sta vivendo l’editoria italiana dopo l’impatto contundente con l’ebook nel 2010 e poi l’arrivo di Amazon Italia nel 2011 che ha rimescolato le carte e messo tutti di fronte ad un nuovo modello di business da imparare e  non solo da imitare, ma (magari) superare.

(Io stesso mi accorgo che quanto ho scritto in questi due anni di leggoergosum continua a rimanere attuale anche a mesi di distanza proprio perché ora il dibattito si sofferma su aspetti e problematiche individuate da noi neofiti già da qualche tempo. Il risultato è che scrivo di meno, con sollievo di mia moglie)

Molto interessante l’articolo di Ivan Racheli su Apogeonline, che mette in luce forse uno dei veri  concetti nuovi espressi nel convegno: il passaggio da editoria digitale a editoria scalabile, dove i contenuti sono veicolati in qualunque formato e attraverso qualunque medium.  Si tratta di quel processo di “webizzazione del libro” o di “librizzazione del web” di cui parlava O’Reilly tempo fa? Fatto sta che il compito dell’editore ora consiste nel capire come gestire al meglio e far proprio questo spostamento di prospettiva e questo nuovo modello di produzione culturale, con l’occhio inoltre sempre attento al rischio di disintermediazione possibile con il self-publishing, di cui si parla con sempre maggior frequenza e insistenza anche in Italia (a tale proposito segnalo l’ultimo articolo di Giuseppe Granieri che da un po’ di occupa dell’argomento in maniera costante)

Infine, visto che argomenti come il prezzo dell’ebook e il DRM sono stati ovviamente ingredienti d’obbligo delle discussioni a Editech 2012, consiglio la lettura di un bell’articolo dal titolo eloquente: Making e-book is harder than it looks (fare ebook è più di quanto sembri) in cui si spiega  -e anche in questo caso vale il detto repetita juvant  – che fare un libro digitale non è affatto né semplice né economico e che l’annosa questione valore-prezzo ha un senso ed è giusto riproporla e parlarne.

Immagine: alcune statistiche fornite durante Editech 2012

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editoria digitale: cosa ha detto il 2011, cosa porterà il 2012

Ultimi giorni dell’anno, sono d’obbligo bilanci, come inevitabili diventano le previsioni e i vaticini sul futuro. Personalmente eviterei le previsioni, anche perché c’è chi lo fa molto meglio di me (e con dovizia di link utili, come l’ineffabile Giuseppe Granieri nel suo post di oggi e in quello di qualche giorno fa), ma un rapido sguardo d’insieme sull’anno ormai concluso lo darei.

Per quanto riguarda l’Italia, direi che il 2011 è stato segnato dalla nascita – e dal successo – di due eventi esclusivamente dedicati all’editoria digitale come If Book Then (l’edizione del 2012 si svolgerà il 2 febbraio) e Ebook Lab Italia, in cui sono intervenuti personaggi di rilievo internazionale a offrire un contributo davvero importante in un contesto come quello italiano dove ancora l’ebook è ai suoi primi vagiti.  Se non avete seguito da vicino la cosa o volete rinfrescarvi la memoria, qui trovate alcuni report del primo evento, qui e qui del secondo.

Un altro evento non nato nel 2011 ma che quest’anno ha avuto credo un impatto decisivo dato il successo che ha riscosso, è stato Librinnovando, cui ho avuto l’onore di partecipare come relatore, nonché come co-autore di un libro collettivo di booksblogger lanciato proprio in questa occasione: La lettura digitale e il web è esso stesso un segno innegabile dei tempi, progetto nato da un gruppo di blogger che via twitter si sono attivati e hanno dato via a un’iniziativa che non esito a definire unica nel suo genere, corroborata dalla fiducia dell’editore Nicola Cavalli e apprezzata anche da addetti ai lavori ed esperti del settore (un nome tra tutti: Gino Roncaglia).

Targato 2011 anche l’apertura del Kindle Store Italia, un momento sicuramente importante verso l’accelerazione del fenomeno ebook nel Belpaese. So già di un sacco di gente che racconta di aver comprato o ricevuto un Kindle a Natale e di certo era quello che si aspettavano dalle parti di Amazon; sotto questo punto di vista c’è comunque da dire che l’accelerazione ha riguardato anche il mercato degli e-reader, visto che sia Telecom Italia che Ibs hanno rilanciato i loro lettori digitali a prezzi molto inferiori e, sembra, con notevoli potenzialità; riporto, tra i tanti commenti letti, quello del Duca di cui sono un fervido ammiratore e che dice un gran bene dell’ereader della Telecom, auspicando che possa diventare davvero “l’anti-Kindle”. A questo riguardo vorrei solo esprimere i miei dubbi non tanto sul device che potrà anche essere valido, quanto piuttosto sul gestore: la Telecom non ha saputo tenersi gran parte dei suoi clienti nel settore che le era di competenza (la telefonia), non vedo sinceramente come potrà essere in grado di farlo in un ambito che le è del tutto estraneo (l’editoria). A meno che voi non crediate seriamente  che, come Amazon, la Telecom  accetti senza fare storie un device difettato e te lo sostituisca in pochi giorni senza nemmeno verificare troppo se sia stata colpa tua o meno. Oppure che abbia un call center attivo, efficiente e pazientissimo nel cercare di capire che problema hai, se si possa risolvere, se si tratta di un freeze dell’ereader o di qualcosa di più serio. Questo per dire semplicemente che l’e-reader è un mezzo, non un fine, e che non basta farlo bene se non lo circondi di un ecosistema di servizi per il lettore e per l’utente del servizio stesso. Chiusa la parentesi sugli e-reader nostrani.
Fuori dai nostri confini, inoltre, stanno facendo molto parlare di sé sia il Kobo che il Nook, quest’ultimo con già parecchi ammiratori anche dalle nostre parti. Insomma, un altro fronte  tutto da seguire nel 2012.

Ed eccoci inevitabilmente a parlare dell’anno che verrà, ma preferisco farlo in base alle tracce che ci ha lasciato il 2011. Alcuni punti secondo me in evidenza saranno:

Maggior attenzione al lettore. Un aspetto importante per gli editori, se non vogliono che il self publishing, ancora piuttosto timido dalle nostre parti, non prenda il largo e lo faccia anche in maniera efficace come sta accadendo altrove. Sinceramente penso che l’editore sarà e anzi dovrà essere sempre di più un punto di riferimento per chi scrive libri, ma la vera sfida sarà nel come farlo, ovvero come e dove cambiare, nel proprio sistema di organizzazione editoriale, i gangli giusti per venire incontro alle nuove esigenze. Ecco, la maggior attenzione per il lettore – e per l’autore stesso  – mi sembrano due punti di partenza importanti.

Il prezzo degli ebook. Anche questo sarà un aspetto di cui si parlerà parecchio in futuro, a partire dal prossimo anno. Ne abbiamo parlato anche noi booksblogger a Librinnovando e penso che sia un discrimine importante che deve essere definito al più presto. Anche qui esprimo il mio personale parere e penso che il lettore non possa e non debba pretendere che il libro digitale costi da 0 a 0,99 centesimi: il libro, inteso come testo, è una fatica, un impegno e il risultato di tanti sforzi comuni, primo fra tutti quello dell’autore che l’ha scritto e poi di chi lo edita, lo pubblica, lo promuove e via dicendo. Ridurre tutto ai minimi termini è secondo me non solo ingiusto, ma anche pericoloso. Per tutti, lettori compresi – almeno se vogliamo che la qualità resti un qualcosa da preservare e anzi valorizzare.

Prestito digitale. Qui siamo ancora credo in alto mare, in quanto ci sono tanti interessi in ballo, tante incognite da valutare, tante prospettive da considerare. Sicuramente qualcosa si sta muovendo, ma ancora la direzione non è univoca e credo che il 2012 possa essere l’anno buono per dare una polarità che ancora manca.

Didattica digitale. Le cose si stanno già muovendo (ne ho recentemente parlato qui e qui) e il 2012 potrebbe essere l’anno della presa di coscienza (o del suo formarsi in forma embrionale) nei docenti e nei genitori che nella scolastica il digitale potrebbe essere una manna, se ben usato e intelligentemente sfruttato. Qui, paradossalmente, si rivela essere l’ambito in cui gli editori rischiano di più (basti vedere cosa ha presentato Sanford Forte a Ebook Lab Italia): dove fino a ora avevano fatto il buono e il cattivo tempo, si profila un modello nuovo nella veicolazione e realizzazione dei contenuti e le case editrici scolastiche dovranno al più presto capire le tendenze in atto prima che sia troppo tardi.  Certo non tutto si deciderà nel 2012 (quasi niente, penso), ma prevenire significa anche annusare l’aria che tira, capire dove inizia a tirare il vento e nella scuola la posta in gioco è troppo alta per permettersi di intervenire troppo tardi.

Insomma, sarà un 2012 tutto da gustare, crisi permettendo (chissà mai che anche essa non si riveli un altro dei fattori di accelerazione nell’adozione del digitale) e  ne vedremo sicuramente delle belle.

Buon anno a tutti.

la backlist si addice al digitale?

Sono del parere che i dubbi, quando uno li ha, è meglio che li condivida e perciò ho deciso di mettere sul tavolo alcuni interrogativi e argomenti che da un po’ mi frullano in testa.

Quello di cui voglio parlare oggi riguarda l’utilizzo digitale che gli editori potrebbero fare (e il ritorno che ne potrebbero avere) della cosiddetta backlist, cioè in pratica i libri ,di autori anche famosi, ormai fuori catalogo o comunque poco reperibili.

A partire dalla trasmissione di radiotre Fahrenheit fino ad iniziative in rete più recenti promosse dalle attivissime ragazze di librisulibri, è pieno di persone che cercano disperatamente libri ormai introvabili, spesso non per il loro scarso valore ma per una macchina editoriale che sforna libri e contemporaneamente li centrifuga a velocità pazzesca, rendendo assai difficile il lavoro per il libraio e confuso l’orizzonte del lettore, anche il più attento.

Un articolo che ho letto recentemente sottolinea invece come questi libri, riversati in digitale, potrebbero rivelarsi una piccola “miniera d’oro” per l’autore e quindi l’editore, se solo ci fosse la volontà di riproporli e di promuoverli in modo intelligente.

Insomma, se non l’avete capito io sono dell’idea: leggiamo di più ciò che ci siamo persi, piuttosto che sfornare robaccia a tutti i costi.

Non la pensa del tutto così però Riccardo Cavallero (Mondadori) il quale ha detto a marzo dal palco di Ebook Lab Italia “pubblicare (in digitale) tutto, pubblicare subito”, ma non però le backlist. Almeno non subito, e in effetti spiega anche il perché e dice cose ragionevoli. Personalmente sono molto curioso di vedere come si muoveranno i grandi editori in proposito.
Voi che ne pensate?

Inviato tramite WordPress for BlackBerry.

self publishing, prezzi e i nuovi paradigmi del digitale

Settimana davvero ricca di spunti questa, tanto che  dvvero si fatica (almeno io) a star dietro a tutti, anche perché le cose interessanti sono molte, e spesso affatto banali.
Come per esempio le ottime riflessioni di Tombolini a margine dell’intervento di Ricky Cavallero (Mondadori) all’ Ebook Lab Italia 2011. Ciò che mi ha colpito è stata la constatazione che Cavallero, al contrario del suo predecessore Gian Arturo Ferrari, non crede nella morte della carta (secondo me giustamente) e però – anzi, forse proprio per questo – ha un atteggiamento molto più aggressivo nei confronti del digitale: “pubblicare tutto, pubblicare subito, pubblicare economico“, il suo motto, dove però quel “tutto” sta per tutte le novità future, e tutto ciò che ha richiesta. Questo perché non crede nella cosiddetta “coda lunga” e nella possibilità di rivitalizzare e valorizzare la back list (soprattutto i titoli fuori catalogo) – ne avevo accennato nella mia intervista a Mauro Sandrini – cosa che invece a mio modesto parere sarebbe un’ottima occasione per editore e lettori. Peccato.

Il post di Tombolini si conclude con intelligenti considerazioni sul prezzo dei libri digitali, argomento in questo periodo tornato in auge e di cui parla anche il Duca in un post che riporta quello che avrebbe dovuto essere il suo intervento a ELI. Delle molte cose giuste  che scrive, mi piace evidenziare una frase che ritengo fondamentale:

Non è questione di prezzo alto o basso o di prezzo rispetto alla carta: è una questione di prezzo più efficiente o meno efficiente.

Il Duca parla anche di Joe Konrath e Amanda Hocking, due famosissimi casi di self publishing, argomento anche questo molto d’attualità, soprattutto in questi giorni in cui si è diffusa (o meglio: è deflagrata) la notizia che Barry Eisler, autore di bestseller, ha rifiutato un anticipo di mezzo milione di dollari, decidendo di pubblicarsi da solo.

Su questo argomento devo dire che sto ancora riflettendo, in quanto i fatti stessi sono contradditori, se si pensa alla contemporanea notizia che la stessa succitata Amanda Hocking ha deciso di porre fine alla sua esperienza (molto fortunata) di self publishing  firmando un accordo milionario con un editore per i prossimi quattro libri (vedi sempre link precedente).  Ora, a parte la  falsa questione su chi dei due abbia ragione e chi torto, a me sembra chiara una cosa: il self publishing sarà una delle caratteristiche dell’editoria digitale – spero con la definitiva scomparsa degli editori a pagamento, o almeno di gran parte di essi – ma a farci davvero molti soldi saranno sempre in pochi: i fortunati (e poi bravi a gestirsi) come la Hocking o autori molto conosciuti nel cartaceo che divorziano dall’editore e possono permettersi il lusso di rifiutare appunto contratti milionari perché hanno dalla loro un pubblico fedele e magari qualche editor compiacente che farà il lavoro sporco dietro le quinte, lavoro che rimarrà sempre essenziale, per quanto se ne dica.

Questo perché la qualità sarà sempre – direi sempre più, visto proprio il probabile afflusso in massa di molti scritti self service – l’arma in più per chi vuole imporsi nel mercato, la parola d’ordine essenziale cui accompagnare naturalmente poi una politica editoriale flessibile e attenta al lettore e ai nuovi paradigmi che il digitale porterà con sé. Un ragionamento che funziona sia nella narrativa come nella scolastica, come è emerso anche dal TOC di Bologna, la conferenza O’Reilly che ha anticipato la Fiera del libro per ragazzi di quest’anno (chi è interessato, ne trova una bella sintesi di Federica Dardi, mentre qui un’interessante sintesi di un’intervista allo stesso Tim O’Reilly che parla anche di self publishing, DRM e quant’altro).

Insomma, se c’è una speranza anche per i puristi bibliofili che vedono il digitale come fumo negli occhi, è quella che probabilmente, dopo un inizio tutt’altro che esaltante, la questione qualitativa emergerà fino a diventare la chiave di volta del successo nel mercato digitale. Forse.

elogio degli ebook: incontro con Mauro Sandrini

Chi si interessa di editoria digitale conosce bene Mauro Sandrini e quasi di sicuro ha letto il suo libro,  diventato quasi una sorta di “cult”, se per tale si intende uno di quei libri che non possono mancare in una biblioteca specialistica. Ma non vi spaventate, Elogio degli e-book è un libro godibilissimo, scritto molto bene e che ha dalla sua non solo la competenza, ma anche tanta passione. Passione per i libri e soprattutto per la lettura. Perché, non mi stancherò mai di dirlo, un libro cartaceo e uno digitale hanno in comune soprattutto il fatto che sono strumenti di lettura, uno complementare all’altro, insieme a braccetto nella stessa direzione.  Già, ma quale? E’ quello che ho chiesto a Mauro in questa intervista che mi ha concesso con la gentilezza e disponibilità che lo contraddistinguono.

Vorrei approfondire con te alcuni temi del tuo libro e sviluppare degli spunti che ho trovato particolarmente interessanti, cominciando proprio dall’assunto del libro stesso: da bibliofilo e grande lettore cartaceo, ti sei “convertito” all’ebook anche per una ragione che potrei definire “ideologica”, in quanto vedi nel digitale l’emancipazione del pensiero dalle leggi del mercato che trasformano il libro-oggetto in merce. Un ritorno del pensiero e delle parole ad una corporeità che prima gli era preclusa. E’ così?

Non proprio. Intanto la parola “ideologia” non mi appartiene. Il mio libro è partigiano, ma non ideologico. Almeno ho la speranza che non lo sia. Non ho neppure il mito del digitale. So bene che sotto la patina di democrazia apparente con cui vengono propagandate le innovazioni internettiane si nascondono spesso processi di concentrazione micidiali. Per restare nel mondo dei libri, Amazon, per esempio, ha costruito un sistema chiuso determinando un monopolio di fatto di su tutta la produzione libraria in lingua inglese. Una specie di Mediaset dei libri planetaria. L’intreccio tra Kindle e sistema di vendite dei libri di carta di Amazon fa sì che il sistema apparentemente così conveniente per il consumatore costruisca l’unico canale (o il principale) attraverso cui dovrà passare la produzione del pensiero in inglese del XXI secolo. E tutto ciò avviene all’insegna del digitale. Contemporaneamente accade che molti spazi di libertà si aprono proprio in paesi linguisticamente marginali, come l’Italia, in cui non esiste per il momento la possibilità di un blocco sistemico simile per via delle dimensioni troppo piccole del mercato. E in questo caso, certo, il digitale diventa un catalizzatore democratico.

In questo profondo movimento tellurico che, come dici tu, “scombina gli equilibri del mercato” (e non solo), gli attori in gioco sono vari: autori e lettori in primis e, accanto, editori, librari, bibliotecari. Per quanto riguarda i primi due, mi piace sottolineare la tua osservazione che nell’ebook, insieme al nome dell’autore, sta proprio quello del lettore, quasi a suggello di un sorta di nuovo patto tra i due. Da una parte quindi vedo scenari di lettura social ma anche, seguendo un tuo pensiero, di autore che non può più prescindere dall’avere contatto diretto con il suo pubblico. E’ questo il nuovo modello che individui per il futuro?

Diciamo che il “patto tra i due” è un terreno da conquistare palmo a palmo. É vero che i social drm implicano che nelle prime pagine dell’ebook compaiano sia il nome dell’autore sia quello di chi l’ha comprato. Questo accade però per la paura degli editori (e di molti autori) di farsi depredare del presunto valore economico che veicolano al lettore. Al di là di questo vizio d’origine esiste la possibilità di invertire il segno di questo processo perché per la prima volta il lo scrittore quando pubblica un libro non lo invia a un fermo posta come sostiene Erri De Luca quando dice: “I libri sono questo per me. Lettere spedite a un fermo posta”, ma esiste un percorso possibile che conduce dall’uno all’altro. Al momento diciamo che la maggior parte degli editori “si mette in mezzo” e questo canale non è ancora completamente aperto.
Inoltre non sono unicista. Penso che la strada della relazione fra autori e lettori possa essere una di quelle possibili, ma non l’unica. Sono certo che si continueranno a vendere libri e ebook in cui gli autori non sono interessati a comunicare con il lettore in altro modo che con la pagina scritta, così come a molti lettori non interessa entrare in contatto con l’autore.
Certo però quella della relazione che si sviluppa tra autore e lettore è la prospettiva che mi interessa di più. É la ragione anzi per cui ho scritto il libro. Senza cui, per esempio, questa intervista non esisterebbe. Come volevasi dimostrare.

– Veniamo ora all’editore; da una parte impreparato ad affrontare un nuovo paradigma in cui si privilegia la condivisione al mercato, dall’altra, come dice lo stesso autore da te intervistato nel libro, comunque necessario per dare una garanzia di qualità all’opera scritta. Intravedi anche tu, come è anche emerso dalla tre giorni di Ebook Lab Italia, una trasformazione del modello editoriale in cui il libro, digitale o meno, dovrà insiersi all’interno di un ecosistema in cui convergono altri servizi?

Il modello editoriale dovrà cambiare. Non lo dico io. Lo dicono gli editori stessi che erano presenti a Ebook Lab, in particolare Hoepli e Mondadori sembrano avere le idee chiare su quel che li aspetta e stanno approntando strategie ad hoc per non perdere il treno.
Secondo me, però, l’aspetto più interessante del cambiamento non è quello dell’offerta dei servizi, ma il modello relazionale, il dna quasi, con cui la casa editrice si pone sul mercato. Certo sulla casa editrice convergeranno richieste di tipo nuovo che la potranno far sembrare una media agency (pensiamo alle app per esempio), ma ciò non cambia la sostanza del modello economico che vi soggiace.
Non so fare una previsione, posso dire gli spazi che mi interessano sono quelli in cui l’editore la smette di “mettersi in mezzo” fra autore e lettore adottando modelli, questi sì ideologici, mal scopiazzati da oltre oceano (Amazon e Itunes in primis).
L’esatto opposto è quel che per me è importante: una relazione profonda e duratura nel tempo tra autore e lettore che permette lo svilupparsi di una dimensione economica inedita. C’è anche chi ne ha ricavato una regola secondo cui sarebbero sufficienti 1000 “veri” fans per permettere a un autore di fare della propria scrittura un lavoro. Secondo me ne servirebbero molti meno. Tra un attimo ti dico come.
L’ecosistema interessante non è quello della casa editrice che continua a porsi nello spazio digitale come “il padrone delle ferriere”, ma la collaborazione tra gli autori e lettori e tra autori e autori.
Se consideri ciascun autore come un atomo isolato ha ragione Kelly a dire che sono necessari mille fans per generare uno spazio economico sufficiente, ma se guardi un gruppo di autori collaborativi ciascuno con 100 fan che a loro modo costituiscono un ecosistema in cui i lettori possono riconoscersi, allora per raggiungere la massa critica dei 1000 ne sono sufficienti 100 per ciascun autore. Cioè 10 autori ciascuno con 100 “veri fans” potrebbero generare una economia sufficiente per tutti.D’altra parte i lettori cui stiamo pensando leggono molti titoli all’anno e possono partecipare allo spazio economico di diversi autori, non di uno solo.

Dici che potremmo trovarci presto in una fase di transizione tra cartaceo e digitale in cui uno completa l’altro con funzioni e scopi diversi? Mi spiego: sarebbe per te plausibile un modello (di transizione, ripeto, anche se non saprei quanto lunga) in cui in cartaceo l’editore veicola le novità e i best seller mentre dall’altra si affida al digitale per la backlist e quindi tutta quella serie di titoli ormai introvabili su cartaceo?

Certamente è una possibilità, ma deriva molto anche dai settori. L’equilibrio carta/digitale non è scolpito sulla pietra e di volta in volta gli editori, ma anche gli autori, andranno alla ricerca del contesto a loro più consono. Dal punto di vista di chi si autopubblica, per esempio, avere una disponibilità di copie di carta da vendere in autonomia e con il margine più alto possibile è una chiave per poter sviluppare un’economia di sussistenza. Di questo ne parla, per esempio, il poeta Guido Catalano nel mio libro. Guido che riesce a vivere oggi in Italia facendo il poeta (!) proprio perché ad ogni presentazione può vendere i suoi libri grazie ad un accordo col proprio editore. Il bello dell’arrivo degli ebook è che davvero permette di scatenare la fantasia.

Ho trovato molto interessante nel tuo libro la parte in cui interpelli una libraia e insieme riflettete sul futuro della libreria. Ripensando anche ad un articolo che avevo letto in cui si parlava di figure come il booktrainer (ahimé) per orientarsi nel mare magnum di titoli, ho seguito il tuo ragionamento: con il digitale, tra editori indie, self publishing e comunque maggiore visibilità che editori che nel cartaceo non ne avevano o quasi, sarà fondamentale saper operare una selezione, come dici tu; quindi fondamentale sarà anche il ruolo di coloro che ci potranno guidare in questa selezione: i librai, che tornano quindi al loro antico ruolo perso non certo a causa dell’ebook ma delle grandi catene e delle folli logiche commerciali. Ma allora, se ho capito bene, l’ebook potrebbe niente meno ridare vita e soprattutto senso al libraio competente a scapito della grande libreria in cui trovi tutto e niente?

Fare previsioni è difficile sopratutto per chi non fa oroscopi come me. Però devo dire che questa è la prospettiva che mi piace di più. L’intervista a Giuseppina Brunori di Jesi (che ha una bellissima libreria in centro) è interessante non solo perché ci sono ancora librai come lei capaci di consigliare sul serio, ma sopratutto per il modello economico inedito che ha saputo mettere in moto. Come spiega nell’intervista lei non ha alcuna sudditanza rispetto a distributori/editori ed è una persona libera nei fatti. Questo si traduce anche nei consigli che dà ai suoi visitatori che lo percepiscono immediatamente. É una specie di slow food per lettori esigenti.

– Infine, ma non certo per importanza, le biblioteche (su cui si sta svolgendo un bel dibattito in un gruppo Google chiamato appunto ebook e biblioteche). Anche alla luce di quanto è scaturito dalle giornate di Rimini, come si prospetta il cambiamento in questo ambito? Dopo quanto si è detto finora, la biblioteca potrebbe amplificare ulteriormente questo “ecosistema”, sia con i suoi spazi fisici e il suo personale sia attraverso una sua presenza nel digitale. Puoi confermarmi o meno questa impressione e precisare meglio il tuo punto di vista?

Ti confesso che questo è il punto su cui ho le idee meno chiare. Da un punto di vista sociopolitico le biblioteche sono gli enti più a rischio di estinzione. Chi vorrà più finanziare queste istituzioni quando si sente più spesso dire che saranno gli editori stessi a candidarsi a fornire il servizio di prestito digitale e che al massimo i bibliotecari potranno candidarsi a un ruolo di interfaccia con l’utente meno alfabetizzato (oltre che alla conservazione dell’esistente)? Sono molto scettico sul prestito digitale nelle forme che si stanno delineando che implicano sempre una qualche forma di pagamento. Finora il prestito nelle biblioteche è stato gratuito. E nel mondo digitale esiste già una forma di “prestito” che funziona benissimo. Si chiama copia.