Touchpoint: perché un magazine deve essere su tutte le piattaforme

Il Futuro dei Periodici

Una ricerca di un grande editore britannico mostra come i periodici siano obbligati a essere presenti su tutte le piattaforme. Perché tutte queste, seppur in modo diverso, soddisfano 3 momenti e svolgono 4 funzioni. Cui non si può più rinunciare

IPC, che in Gran Bretagna pubblica Marie Claire, RealSimple e Nuts, ha commissionato una ricerca, Connected Consumers, con 3500 interviste, per mostrare l’efficacia dei magazine nella pubblicità.

La ricerca è appena stata premiata da Fipp, l’organizzazione internazionale dei magazine media.

Ecco alcuni estratti, la ricerca invece è qui.

QUANDO I magazine non sono più visti dai lettori come prodotti da guardare solo quando ci si vuole rilassare (“Me Time”). Si cerca invece un brand in molti momenti della giornata, per diversi tipi di contenuto. Sono 3 le fasi cronologiche e mentali:

– Catch up Time Il mattino, aggiornarsi rapidamente con fonti attendibili.

– Focus Time Al lavoro, con…

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La scolastica e il giornalismo hanno (forse) qualcosa da imparare dal modello Oyster

Stavo per scrivere un post solo sull’editoria scolastica (o meglio: sulla scuola e le tecnologie) quando eggo su Wired Italia questo articolo intitolato Dove sta andando il giornalimo digitale? (da leggere anche i link al suo interno); sommo i due argomenti con un altro di cui si è parlato in questo periodo, cioè il modello Oyster (o anche Scribd) per la lettura dei libri e come risultato maturo due o tre riflessioni che vorrei condividere qui con i 25 lettori di questo blog. 

Tecnologie nella didattica

Argomento di cui si continua a parlare (e scrivere parecchio): è stato un tema dibattuto anche durante la Social Media Week di Milano qualche settimana fa e per conoscenza segnalo alcuni articoli comparsi recentemente che pur da prospettive differenti convergono verso quello che sembra ormai un dato appurato: prima il progetto, poi la tecnologia. Lo dice questo articolo di Dino Baldi su Doppiozero intitolato semplicemente Scuola digitale; lo conferma un articolo su “Education Next”, Schooling Rebooted che esordisce dicendo che gli educatori devono pensare come ingegneri (affermazione che può stupire, ma se leggete l’articolo ha senso, eccome). Infine c’è questo articolo su “Edutopia” che si chiede se le tecnologie didattiche valgano il cosiddetto hype. Di avviso opposto un post su “Insider Higer Ed” dal titolo eloquente: Why 21st Century Learning Should Be More Like the 19th Century dove si evidenzia il fatto che già John Dewey aveva individuato molti criteri non solo ancora attuali, ma soprattutto poco messi in pratica nonostante siano passati non pochi lustri (si sa, i tempi lunghi della scuola). 

Giornalismo digitale
L’articolo sopra menzionato è già abbastanza completo ed eloquente e se proprio avete voglia di leggere un vero e proprio saggio breve (in inglese) sull’argomento, rimando volentieri a questo bel pezzo su Guardian di qualche mese fa, intitotalo The rise of the reader, di cui vorrei sottolineare un passo: “Un giornale è un qualcosa di completo, di concluso in sé e sicuro di sè. Al contrario, le notizie nel digitale sono costantemente aggiornate, modificate, cambiate, rimosse: una continua conversazione e collaborazione. Viva, in evoluzione, illimitata, inesorabile. 

Molti credono che questo muoversi dal fisso al fluido non sia un qualcosa di veramente nuovo, bensì un ritorno alle modalità delle culture orali di ere remote. L’accademico danese Thomas Pettitt ha elaborato una teoria secondo la quale tutto il periodo dopo Gutenberg non sarebbe altro che una pausa, una sorta di interruzione del flusso consueto della comunicazione umana. Lui chiama questo periodo la “parentesi di Gutenbeg“. Il web, dice Pettitt, ci sta riportando allo stato pre-gutenberghiano, quando tutto era definito e raccontato dalla tradizione orale: un flusso effimero.” 

Il lettore nello streaming

Questa teoria mi è tornata in mente leggendo un aritcolo apparso recentemente su Book Business: Oyster Books: disrupting the disruptor, che prosegue un dibattito che ho inziato a seguire da poco, ma con crescente interesse. C’è infatti chi paragona il modello di Oyster a Netflix (come questo articolo: A Netflix for books?), chi invece, non basandosi sul modello – in effetti simile – quanto piuttosto sulla fruzione del contenuto libro rispetto alla musica, rigetta questo paragone (Why Oyster Isn’t the Netflix of Books). Infine, un recente articolo su Repubblica ha messo in evidenza i rischi che un sistema simile pone alla privacy degli utenti. 

Quello che invece mi sono chiesto io, dopo aver considerato queste tre tematiche, è: quanto il giornalismo da una parte e la didattca dall’altra potrebbero (ap)prendere dal modello di fruzione dei contenuti in streaming? Per ora è soltanto un’intuizione – probabilmente ache bislacca – senza che si configuri nella mente un vero e proprio modello non dico di business, quanto proprio strutturale. Però penso che ci possa essere un modo per legare streaming e notizie, perché se è vero come penso sia vero quanto dice Philip Di Salvo nel suo articolo su Wired, che “un giornale è un spazio declinato su tecnologie diverse: carta, web, social media, allora credo che la parte fluida di questa declinazione possa e debba un giorno assumere la forma di streaming, in modo da convogliare in un flusso il web e i social, blog e testate (e non parlo ovviamente di Twitter, ma qualcosa di più evoluto). 

Allo stesso modo, se fossi un editore scolastico penserei seriamente a come integrare i contenuti cartacei – ma anche quelli attualmente erogati su piattaforme di apprendimento) con un ambiente in cui sia privilegiata una modalità di fruzione diversa, meno legata alla proprietà e più all’utilizzo e alla forse troppo menzionata user experience, che però nella didattica viene spesso completamente trascurata. 

Vorrei sapere cosa ne pensate, e magari raccogliamo idee talmente buone da metter su una start up – altro nome che va tanto di moda. 

giornalismo 2.0, tablet a scuola e MOOCs: più domande che risposte

Tre sono i poli d’attrazione principali della discussione in Rete in questo periodo: il giornalismo e la comunicazione ai tempi del web, i tablet a scuola e i cosiddetti MOOCs (Massive Open Online Courses).

Il primo argomento è stato ampiamente affrontato in due eventi, il cosiddetto #innovationRCS, workshop sul giornalismo digitale alla sede del Corriere, e soprattutto la scorsa settimana al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, dove sono emersi, per quel poco che ho potuto seguire, molti spunti davvero interessanti. Non avrei niente da aggiungere di nuovo se non segnalare questo articolo uscito qualche settimana fa ma su cui vale sempre la pena riflettere e che si conclude con una frase eloquente: per il giornalismo la sfida NON è il digitale, la sfida è la convergenza.

Anche l’argomento dei tablet a scuola ha visto un evento dedicato, il meeting Tablet School organizzato a Bergamo dal centro studi Impara digitale, centro fortemente voluto e realizzato da Dianora Bardi. Il dibattito rimane vivo nonostante credo che sul tema si sia ormai detto tutto o quasi e personalmente non ho altro da aggiungere a quanto scritto a riguardo nel passato più o meno recente. Del resto la situazione è ben nota e ben esposta in questi articoli che fornisco di seguito: il primo si intitola La lunga marcia della scuola digitale e mi sembra eloquente senza commentarlo ulteriormente. Da leggere perché fa un quadro preciso e lucido sulla situazione, tra velleità – e necessità – di innovazione didattica e le solite carenze strutturali ed economiche.
Il secondo, Tablet school, i fatti e i “da fare”  è la cronaca del meeting di Bergamo da parte di uno studente che vi ha partecipato in prima persona, condito da alcune considerazioni interessanti perché, una volta tanto, a parlare non sono i soliti docenti pro o contro il digitale, ma la materia prima della scuola, ovvero gli studenti stessi.
C’è poi questo approfondito articolo su tropicodelibro.it in cui si parla del decreto Profumo e si interpella Marco De Rossi, fondatore di Oilproject, il quale analizza la situazione anche alla luce della giornata di Bergamo e fa una prima valutazione di quanto finora hanno fatto gli editori, che comunque non è poco, tenendo anche conto, come ben dice Rossi, che il loro sforzo “non corrisponde al reale mercato della scuola italiana che ancora preferisce il cartaceo”.
Inoltre segnalo questo articolo della Stampa molto ben scritto e dove si interpella anche  Dianora Bardi, facendo il punto su molti aspetti del digitale nella didattica tutti da approfondire; c’è infine un’intervista a Dianora Bardi, molto rapida quanto efficace, dove la stessa professoressa pioniera del digitale in classe non nasconde le immancabili (e immaginibili) resistenze interne e soprattutto le criticità presenti anche nell’uso del digitale a scuola. Alla fine non fa nascere illusioni facili e afferma che “per una rivoluzione digitale servono tempi lunghi.”  A me questa frase suona ovviamente ragionevole, ma mi chiedo spesso anche se i tempi lunghi della scuola non siano inesorabilmente troppo lenti rispetto alla rapidità della tecnologia, che spesso spariglia le carte e rimette tutto in gioco nel giro di pochi anni, se non mesi.

Infine, i MOOCs, questi famigerati corsi che nel giro di pochi mesi sono arrivati ad attirare centinaia di migliaia di studenti in tutto il MOOCmondo e di cui si fa un gran parlare. Qualche mese fa avevo spiegato (qui il post relativo) di che cosa si tratta, e ora sembrano approdare anche in Italia. La questione è: funzionano veramente? Sono davvero il futuro dell’educazione a distanza di quel longlife learning ormai necessario per stare al passo con esigenze professionali sempre nuove? Come sempre accade in questi casi, i pareri sono discordi, anche se fino a qualche tempo fa c’era una netta prevalenza di voci positive. Da qualche tempo, però, si iniziano a sentire (leggere) anche opinioni meno lusinghiere su questi mega-corsi online: recentemente se ne è occupato anche il New York Times con un articolo dettagliato, scritto da chi di MOOC ne ha seguiti ben 11- e conclusi solo 2, dal momento che una delle caratteristiche di questi corsi è l’altissimo tasso di dispersione; il mio cattivo pensiero è che su uno che parla bene dei MOOCs ce ne sono non so quanti che preferiscono non esprimersi, magari sentendosi a disagio nell’esporre una inadeguatezza che sentono più loro che del corso in sé. Ma è necessariamente così? L’articolo succitato sembra negarlo, e stila una vera e propria pagella con tanto di voti, evidenziando gli aspetti positivi e quelli negativi dei corsi da lui frequentati. Risulta che tra le carenze ci sia quella della comunicazione tra studente e docente e tra studenti stessi, dato l’altissimo numero di partecipanti, la dispersione suddetta e la mancanza di strumenti adeguati per una comunicazione sincrona. Altro importante aspetto che avevo notato anch’io nella mia breve frequentazione di un MOOC (presto abbandonato, appunto) è il carattere sostanzialmente monodirezionale del metodo didattico: il docente (che tra l’altro si trova in una sovraesposizione quasi da divo e dovrebbe in teoria gestire una “classe” di decine di migliaia di studenti) eroga materiale didattico (testi e, soprattutto, video) ma poi non ne segue una vera condivisione né, tantomento, co-creazione degli studenti.
Fa il paio con l’articolo del NYT questo dal titolo The World is not Flat in cui si pone anche la questione della personalizzazione dei percorsi didattici.
E se questi tre (condivisione, co-creazione, individualizzazione) sono invece gli aspetti che caratterizzano la didattica 2.0 o come volete chiamarla, c’è da chiedersi dove sia l’aspetto innovativo di tali corsi.

Voi che ne pensate?

(Ho preso l’immagine da qui.)

giornalismo e web: uno scontro impari?

Nell’ormai lontano 2010 avevo iniziato questo blog proprio con due post dedicati all’editoria periodica (e quindi al giornalismo) ai tempi del digitale in cui emergeva già con chiarezza il dilemma fondamentale ancora irrisolto: quale modello di business trovare in un’epoca di abbondanza di notizie e soprattutto di reperimento gratuito delle stesse, spesso e volentieri elaborate da non professionisti del settore ma non per questo meno attenti e attendibili.
Ecco, sull’attendibilità e sulla questione sempre sollevata della necessità di fonti affidabili, vidimate e in qualche modo autorevoli dedico una breve parentesi, solo per dire che se abbiamo avuto spesso e volentieri casi di notizie imprecise se non false, parziali se non tendenziose, è stato proprio ad opera di testate giornalistiche e professionisti del settore, tanto che non di rado sono stati privilegiati come fonti più attendibili blogger che si trovavano in condizione di descrivere meglio i fatti. E’ capitato per il terremoto in Giappone, per esempio, ma anche per la recente crisi economica greca. Ma questo, mi rendo conto, è un terreno spinoso su cui preferisco non addentrarmi, almeno non ora.

Per quanto riguarda invece la crisi della carta stampata, se ne parla appunto non da oggi, ma è stato proprio negli ultimi giorni che se ne è scritto parecchio, come un focolaio di nuovo risvegliato. Ha iniziato il solito, preciso, ineffabile Giuseppe Granieri con un bell’articolo sulla Stampa in cui, dopo aver introdotto l’argomento citando un pezzo di Frédéric Filloux comparso anche su Guardian, dice due cose secondo me molto importanti: “Non è solo il supporto che cambia: prima di tutto cambiano i lettori e le loro aspettative, poi -tessera dopo tessera del domino- cambia tutto il resto.” E poi, citando direttamente Filloux: «i media digitali  oggi devono essere capaci di inventare il loro nuovo “genere” giornalistico.»

E proprio in questi giorni è uscito un libro che fa un po’ il punto sullo stato delle cose: News paper Revolution, di Umberto Lisiero, è copertinaun’ottima bussola per iniziare a navigare nel mare magnum del giornalismo 2.0, partendo dalle sue origini fino ad arrivare alla situazione attuale e alle ricadute sulla professione di giornalista oggi. Anche qui, comunque, il perno intorno al quale ruota tutto è il modello di business da applicare ad un sistema che soffre di un’inquietante emorragia di ricavi e che vede testate storiche come il Corriere e l’intero gruppo RCS periodici di fronte al problema di ben 800 esuberi. Per non parlare della BBC, del New York Times stesso, o di riviste come il Newsweek che dal 2013 esce solo in versione online.

Anche Luca De Biase si interroga sulla questione, riprendendo a sua volta il punto di vista di Granieri e lasciando sospesa la figura del giornalista tra la necessità emergente di essere un abile aggregatore o content curator e quella, storica e sociale, di fare ricerca sull’informazione.

Molto acuto anche questo articolo sui social e il giornalismo di Luisa Santangelo, che cita diversi libri sull’argomento e in modo estremamente chiaro ed efficace mette in evidenza la sostanziale  difficoltà di gran parte dei giornalisti italiani nel rapportarsi con il nuovo paradigma imposto dal web.
Su web e giornalismo, poi, è uscito da poco l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (alias Jumpinshark), di cui è possibile degustare un allettante assaggio in questo spazio sul Post.
Interessante anche una serie di articoli su European Journalism Observatory in cui vengono intervistati sull’argomento Massimo Mantellini (Punto Informatico) e Carlo Giua (Gruppo Editoriale L’Espresso).

Sempre su EJO, da leggere un articolo dove vengono menzionati esempi di strategie alternative che sembrano funzionare: si tratta finora di casi sporadici, ma che dimostrano quanto sia necessario un presupposto: “essere disposti a cambiare, mettere in discussione il passato e avere immaginazione.”

Ne parla anche Editoria Crossmediale suggerendo la via di “contenuti sempre più di qualità e, soprattutto, sempre più personalizzati”, cosa che mi ha fatto ricordare un post molto arguto comparso tempo fa su Apogeonline in cui si dà anche un nome a questo tipo di produzione: unità funzionali minime di contenuto”. L’autore dell’articolo, Ivan Rachieli, suggerisce giustamente di “procedere per riduzioni” fino ad arrivare a “pubblicazioni periodiche molto brevi, composte di pochi, curatissimi contributi di alta qualità.”

Personalmente penso che questo sia il punto di partenza da cui iniziare a lavorare e procedere poi per affinamento, taratura, pesi e contrappesi da applicare per diversificare la proposta editoriale e il modo di articolare i ricavi.
Una sfida tanto impegnativa quanto, penso, avvincente, ma da intraprendere – e vincere – prima che altri operatori del settore perdano il proprio lavoro.

alcuni indizi per immaginare il 2013 editoriale

Come volevasi dimostrare (e del resto già immaginavo  lo scorso dicembre, leggere qui per credere), le promesse del 2012 sono state mantenute solo in parte – ad essere generosi – e gli auspici che facevo alla fine del 2011 sono ancora in attesa di vedere una piena realizzazione.

Del resto non è forse paradossale il fatto che quanto più velocemente la tecnologia muove i fattori, tanto più prudentemente e con maggior cautela si muovono gli editori. Quindi, da questo punto di vista, potrei anche replicare il post dello scorso dicembre e finirla qui. E invece.

Invece ci sono alcuni indizi che mi spingono a dire qualcosina di più: non parlo solo del fatto che nello spazio di un anno il giro d’affari del libro digitale è passato da poco meno dell’1% al 3% pieno; si tratta anche di indizi che riguardano le abitudini di lettura e l’emersione di una mentalità nuova  e che coinvolgono tutti gli ambiti: quello dei periodici, quello dei libri di narrativa e quello della didattica.
Li espongo rapidamente, poi se son fiori fioriranno, come si suol dire.

Narrativa
Da una parte sarà interessante vedere gli sviluppi di alcune idee esposte per esempio durante l’ultima edizione di Librinnovando (ne ho parlato qui) per quanto riguarda soprattutto i prezzi degli ebook e l’interazione con il lettore che alcuni editori (soprattutto nuovissimi) e alcune librerie online hanno iniziato a intraprendere. Per quanto riguarda invece i device, sarà tutta da seguire la traiettoria che prenderà il Kobo, lanciato in grande stile da Mondadori e che, a quanto sembra, ha già conquistato molti.  Quando poi si legge di iniziative come questa, è lecito anche chiedersi se la penetrazione del libro digitale nella quotidianità e nella diffidenza ancora propria di molti non passi per una graduale ma accorta somministrazione di servizi a tutela della lettura tout court, che non mi stanco mai di ripetere è molto più importante dei supporti, dell’odore della carta e dell’indubbia bellezza e unicità dell’oggetto libro in sé. L’esperimento ferroviario, come suggerito dall’articolo, potrebbe anche portare ad un filone narrativo ad hoc, anche se giova ricordare che iniziative in un certo modo simili sono nate su supporto cartaceo già da tempo in varie città, tra cui Milano.
Quello che è vero è che il passo del racconto breve è molto più sostenibile con il digitale che non su supporto cartaceo (come produzione, almeno, poi certo la fruizione necessita dell’apposito hardware).

Periodici 
L’idea della brevità e soprattutto dell’erogazione di contenuti funzionali alle esigenze del pubblico di riferimento sta anche alla base di progetti ben descritti in questo acuto articolo di Ivan Rachieli, dove il less is more sembra riecheggiare anche per l’editoria – non solo periodica, come accennato poco sopra. A me sembra una strada non solo giusta e saggia, ma l’unica da percorrere se si vuole continuare a sopravvivere, pensando finalmente non più in termini analogici ma realmente digitali, intendendo la rete come un immenso hub di servizi e informazioni dove l’editore deve individuare il suo spazio, non più generalista ma mirato, non più erogativo ma condiviso e da condividere in modo perché no social, come ha iniziato a fare il Washington Post. La lettura condivisa è anche una delle peculiarità del Kobo di cui sopra e si tratta di vedere se, come e quanto i lettori risponderanno a questo tipo di stimolo ed eventualmente in che tempi.

Didattica
Sebbene il governo abbia prontamente (e, direi opportunamente) frenato l’afflato digital-innovativo del ministro Profumo, che vagheggiava scuole 2.0 magari tra intonaci cadenti e tablet tra le macerie, c’è da sperare che nel frattempo si inizi a formare il corpo docente non tanto sulla tecnologia, ma su come essa possa essere usata al fine di migliorare sia l’insegnamento sia l’apprendimento. Non mi aspetto certo corsi sovvenzionati dal Ministero, ma almeno che qualche privato (magari gli editori stessi?) abbia l’intuizione di creare occasioni di incontro dove formatori e insegnanti, in posizione paritaria e collaborativa possano tracciare percorsi in cui pedagogia e tecnologia si incontrino e dove l’una sia valorizzata dall’altra e viceversa.
Ecco, se solo ciò accadesse anche in minima parte, sarebbe già un gran passo avanti, e lasciamo che negli USA parlino di MOOCS, di Mobile Learning e di altre tendenze sicuramente in atto ma che riguardano ancora una minima parte di scuole negli stessi States, dove sembra comunque solido il regno del libro di testo cartaceo, per quanto se ne dica.
Se dovessi però riassumere in due parole l’ingrediente base di ogni intervento futuro nel campo dalle didattica direi: content curation. Che è non solo filtraggio dei contenuti in maniera funzionale al tuo uditorio, ma anche creare percorsi personalizzati, condivisi e rielaborati poi dall’utente stesso nella maniera che più gli sembrerà adeguata. Magari in gruppo, magari in una rete social.

Ed ecco che tutto torna, e tutti gli indizi fin qui raccolti formano un quadro più uniforme e preciso.
Buon 2013 a tutti.

P.S.: A proposito, se volete leggere previsioni vere e proprie, iniziate magari da quelle di Teleread. Ma le previsioni, si sa, son fatte per essere sbagliate.