editoria digitale non significa solo ebook

Qualche giorno fa ho letto questo articolo in cui si parla delle comunità di lettori online e si menzionano alcuni siti (italiani e non) dove si pratica la cosiddetta lettura condivisa, che non è solo social learning ma anche, se non soprattutto, vere e proprie comunità di lettori che in rete trovano lo spazio ideale per condividere i loro gusti letterari, parlarne e scambiarsi pareri e consigli per le letture future.

Per molti aspetti è vero che ii social network non rappresentano sostanzialmente niente di nuovo ma sono l’amplificazione all’ennesima potenza delle dinamiche di aggregazione e condivisione di idee e opinioni già presenti nel “mondo degli atomi”; ma, sotto un altro punto di vista, tutto questo potenziale dovrebbe (deve) poter essere sfruttato da chi si occupa di cultura e comunicazione, quindi autori, editori, librai.

Ho invece l’impressione che quando si parla di editoria digitale, troppo spesso ci si appiattisca sull’idea e sul concetto di e-book, mentre con l’affermarsi del web 2.0 cambia  in generale il modo in cui i libri (cartacei in primis) si scrivono, si promuovono, si vendono e si distribuiscono.

Insomma, ebook o non ebook, l’editoria e in generale tutta la filiera (librai in prima fila, pena la loro estinzione) devono adeguarsi alle nuove dinamiche e ai nuovi paradigmi imposti dai social network – soprattutto quelli dedicati al libro, da anobii in poi.  Se ne è parlato già in questo blog grazie a due belle interviste (qui e qui) del mio “socio” Salvatore Nascarella. E altri post seguiranno sull’argomento.

Ciò che fa paura, in questi casi, sembra essere la perdita di controllo sul lettore, il quale prende l’iniziativa in maniera inedita ed è sempre più al centro del processo, cosa ovviamente che non piace a chi ha sempre avuto un concetto piramidale della gestione del potere, sia esso politico, sia sociale, che naturalmente culturale.

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le librerie ai tempi di amazon. alcune considerazioni

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

Girare per librerie è sempre bello. Parlare con i librai dipende, ma comunque è utile.

Nelle passate due settimane mi è capitato di far un giro in alcune librerie specializzate nel settore scientifico e universitario (una decina in area Nord-Ovest). Ne ho ricavato un quadro che, seppure parziale e personale, può essere letto come specchio di alcuni cambiamenti che stanno ridisegnando il settore editoriale.

Notizia numero uno. Le librerie non sono morte: sarà banale, ma non è ancora l’ora di suonare la marcia funebre. Il librai sono fluidi, per dirla alla Baumann, e cercano di ritagliarsi un posto nell’editoria che verrà, alcuni con fatica, altri in maniera più ruspante, altri ancora cambiando l’abito.

Per tutti l’ebook è un mistero da scoprire. Formati, ereader, tablet sono come la cima della montagna vista dalla pianura. La curiosità si mischia ai timori. Il mondo dell’ebook non è ancora visto come un’ opportunità. Per ora ci si limita a osservare e si spera che qualcuno faccia il primo passo. Mettere gli ebook sul sito della libreria? Le risposte vanno dal grosso punto interrogativo, al “Vediamo”, “Bisogna ragionarci”, “Che faremo? Chiudiamo e facciamo solo vendite on line” ecc. Qualcuno comunque ci sta seriamente pensando, senza troppa fretta.

Sono tempi duri e la concorrenza non ha più un volto certo, se non quelli di una chimera. Le fotocopie resistono, si odiano, si contrastano come si può e comunque danno rogne anche agli editori. Se un cliente entra in libreria e chiede se lì si fanno fotocopie, non può esser così sicuro di uscirne illeso. Gli occhi del libraio diventano rosso sangue, gli si gonfiano le giugulari e dalla bocca escono solo grugniti e fiamme. Sia questa la ragione o un’altra, per il libraio diventa complesso incontrare il lettore, ancor più difficile incrociare il compratore (non sempre sono la stessa persona). I libri li vendono direttamente gli editori sul proprio sito, i concessionari-distributori, le catene librarie, la GDO, i siti e-commerce di settore e non. Se poi ci aggiungiamo anche gli ebook…

Il rapporto con gli editori è diventato più asettico: passa sovente via email, di tanto in tanto via telefono. Pochi i promotori che passano fisicamente dalle librerie a presentare e far conoscere le novità. Se ne sente la mancanza anche nella gestione dei “conflitti”.

Dall’editore piovono newsletter, spesso non lette perché troppe e perché perse tra le centinaia di mail quotidiane. Ogni tanto arriva una promozione. Può bastare?

Un problema. Alcuni editori sui propri siti e alcuni portali di e-commerce fanno sconti che la libreria non può permettersi di fare. Con l’editore si discute caso per caso, si media e, a volte, si strappa qualche punto percentuale in più che consente al libraio di non perdere una vendita (una in senso di numero, non in senso indefinito…). Si spera in una norma che vincoli al 15% massimo lo sconto praticabile direttamente dagli editori ai lettori, ma si pensa già a come la norma sarà aggirata. Di fatto, per ora la proposta giace silente in Parlamento. In ogni caso, per limitare le resistenze di alcuni editori nel definire strategie di vendita condivise o comunque per frenare il “danno” alla libreria, qualche libraio ha deciso di percorrere strade alternative e Amazon Italia ne è felice. Insomma, “Se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna”.

Molti sono i lettori che passano dalla libreria, sfogliano i libri, chiedono informazioni e poi escono senza acquistare. Sanno già dove trovare lo stesso libro a meno: in rete. Commento standard registrato dal libraio: “Sul sito xyz lo trovo a x euro in meno”. Ergo, o si riesce a patteggiare con l’editore di turno uno sconto competitivo (ricordo che sto parlando di testi universitari o d’aggiornamento professionale) o si va altrove.

Altri dati. Le fidelity card possono tener legato il lettore alla libreria, ma solo se il libraio ci lavora su, solo se dietro c’è una strategia di comunicazione e promozione (alias marketing), se non dei libri, del punto vendita. Se creata e lasciata a se stessa, la carta fedeltà equivale a lettera morta o, con un gioco di parole, a carta straccia.

Crescono i gruppi di acquisto. Merito dei social network, della semplicità di recuperare informazioni via internet o cosa? Questo è un elemento che trovo interessante (anche se di per sé non nuovo) e su cui credo possa valer la pena fare qualche analisi approfondita. Magari in un altro post…

Librerie e rete. Molte librerie hanno un profilo su Facebook che cercano di gestire in autonomia ma con bassa apparente programmazione, a meno che non ci si possa dedicare il dovuto tempo e la dovuta fatica. Twitter è uno sconosciuto. Alcuni cercano di vendere anche attraverso un proprio sito, altri hanno solo un sito vetrina. I banner se ci sono stanno lì. Le newsletter se esistono sono artigianali. In ogni caso, le attività sui social network e il sito istituzionale non sono tra loro collegate. Argh!

Conclusione. Le librerie si stanno adattando alla situazione di mercato e al cambiamento come possono e riescono. Mancano spesso sinergie e c’è una divaricazione nei rapporti tra chi produce il prodotto libro e chi lo vende in modo tradizionale. Al libraio sfugge il polso della situazione, non ha più la sensazione di conoscere il lettore e a volte sembra smarrito. Ha però ancora un ruolo prezioso perché conosce quel che vende al di là di quel che può esser scritto su una quarta di copertina. Ho assistito alla classica scena “Vorrei un libro su…” e il libraio che tira fuori tutto lo scibile sull’argomento e piazza un libro da 47 euro… Son soddisfazioni!

Riuscire a ridefinire in maniera costruttiva, anche grazie a nuovi strumenti disponibili, la relazione editore-libraio-lettore può rivelarsi un tesoro nascosto per editori, chi vende libri e chi li compra.

usare foursquare per promuovere (anche) i libri?

Dico la verità: sono su Foursquare da credo più di un anno, ma l’avrò usato sì e no quattro-cinque volte. E sì che da marzo 2010 a oggi ho viaggiato parecchio per lavoro. Ma “geolocalizzarmi” non mi viene spontaneo e sinceramente trovo a volte un po’ ridicolo quando qualcuno mi informa di trovarsi in un posto magari squallido o non certo invidiabile (tipo “I’m at Stazione Famagosta”. Ok, e allora?). Però. C’è un però.

Però in gennaio ero a Londra e ho approfittato dello smartphone nuovo di zecca per capire meglio come funziona la cosa: mi sono “geolocalizzato” nel mio hotel di Earls Court e Foursquare mi ha dato la lista di locali, pub e ristoranti nei dintorni, spesso con i commenti di chi ci era stato. Da lì ho potuto sapere, per esempio, che in quel certo posticino fanno delle ali di pollo da leccarsi i baffi e si mangia senza spendere molto. Ci sono andato e in effetti non ho potuto che confermare quel commento, ringraziando in cuor mio l’ignoto scoliaste digitale, visto che era tardi, ero molto stanco e non avevo assolutamente voglia di farmi il giro del quartiere per capire dove si mangiasse meglio e a buon prezzo.
Ultimamente, quindi, mi sono un po’ riavvicinato a questo social network e ho notato che non pochi locali usano Foursquare per fare promozione. Cose del tipo: “fai il tuo primo check e avrai uno sconto del 10% “o: “fai fare il check a tre amici e avrete una birra gratis”.

Cose semplici, ma a mio parere efficaci, o comunque un buon modo per tentare percorsi di marketing usando i social media.
Poi ho pensato: perché la cosa non potrebbe funzionare anche con le librerie? In fondo sono esercizi commerciali come tanti altri e, per quanto possa sembrare prosaica l’affermazione, il libro  in sé è un prodotto.
Le formule potrebbero essere simili a quelle viste poco fa: “Fai il tuo primo check e avrai uno sconto del 20% sulle novità”; “fai fare un check a tre amici e avrete uno sconto sul vostro prossimo acquisto.”

Certo, parlando di social media e di piattaforme digitali si potrebbe anche andare un po’ più in là e, per esempio, facendo “dialogare” Foursquare con la nostra libreria Anobii o Goodreads o magari con il nostro account Amazon, la libreria fisica potrebbe conoscere automaticamente i nostri gusti e offrirci qualcosa di più specifico o le ultime novità del genere più presente sui nostri scaffali digitali.
(Credo, ma non sono sicuro, che una cosa simile sia già prospettabile con il Kobo, l’e-reader forse più interessante tra quelli esistenti proprio per le sue potenzialità di social-reading “accresciuto”, diciamo così.)

Andando ancora più oltre  (ma poi mi fermo, giuro), si potrebbe portare tutto ciò sulla dimensione della cosiddetta augmented realitydove cioè abbiamo la possibilità di leggere con i nostri cellulari strati diversi di informazioni relative al luogo in cui ci troviamo. Se per esempio, installato nel cellulare lo specifico software, attivassimo lo strato “librerie” potremmo sapere quali e quante librerie ci sono nella zona e le librerie stesse potrebbero attirarci con offerte privilegiate – e chissà che, anche in questo caso, non possano “vedere” i nostri scaffali sul web e automaticamente proporci libri più vicini ai nostri gusti e alle nostre abitudini di lettura.

Tutto questo può sembrare fantascienza, però non solo è tecnicamente fattibile, ma già in parte esiste, come esistono Foursquare, la geolocalizzazione e la possibilità di vedere, con un semplice cellulare dotato di fotocamera, livelli di realtà “aumentata” che a occhio nudo non potremmo raggiungere con tale immediatezza.

Un’opportunità anche per il self publishing?
Non è infine escluso che, con il proliferare del self publishing, Foursquare possa diventare anche terreno di caccia (e conquista) degli scrittori fai-da-te, presenti sicuramente su twitter e su altri social media e che quindi, tramite google maps per esempio, potrebbero intessere percorsi e sinergie con locali (e librerie stesse) per far conoscere i propri libri. Tornando al tizio di cui sopra fermo alla Stazione della metro milanese Famagosta: uno che sta alla stazione della metro probabilmente aspetta un mezzo (dopo la metro l’autobus, magari) o ha un appuntamento. Ebbene perché non fargli ammazzare il tempo con le prime pagine del nostro libro?

Come è evidente, la fantasia si può scatenare a piacere e le forme di promozione possono variare dalle più convenzionali alle più audaci. Sta di fatto che Foursquare c’è, i negozi che promuovono i loro prodotti pure; credo che non sia così peregrino pensare che la cosa possa funzionare anche per il miglior amico dell’uomo, il libro.

3 considerazioni su ebook ed editoria digitale

Da fervente lettore di Peanuts, ricordo bene il nomignolo di Charlie Brown, che Lucy apostrofa malignamente come tira-e-molla, sintetizzando in modo icastico la di lui eterna indecisione, il suo barcamenarsi continuamente tra un pensiero e il suo contrario, atteggiamento che lo conduce all’immobilismo (di qui la sua perenne insoddisfazione).

Ora, pensando all’ebook e a ciò che è seguìto dalla seconda metà del 2010 a oggi, mi è venuta in mente proprio questa espressione, in quanto secondo me rende bene l’idea della percezione dell’ebook nella realtà editoriale italiana e nel potenziale pubblico di riferimento.

1. Sarebbe in verità un’impressione, ma così forte che è più di un sospetto: nell’ultimo trimestre 2010 si è parlato continuamente di ebook grazie al sorgere di nuove piattaforme di distribuzione (Bookrepublic, la presenza sempre più solida di Simplicissimus, l’entrata in gioco dei grandi come Biblet e Mondadori) e con la complicità del periodo natalizio; poi però  il cosiddetto buzz sull’ebook sembra essersi lentamente ma inesorabilmente ritirato entro confini più ristretti ed esclusivi, non dico solo per addetti ai lavori, ma comunque circoscritti ad una nicchia di persone che si parlano e si leggono un po’ tra loro.

Questo sta portando secondo me ad una pericolosa sclerotizzazione – anche terminologica – della comunicazione su un qualcosa che invece si vorrebbe diffondere, la lettura digitale, appunto.

2. Va bene che ora tutto si trasforma e si evolve in fretta, ma mi sembra che qui si pretendano miracoli, più che evoluzioni: il mercato dell’ebook in Italia è nato da nemmeno un anno e già ci si lamenta che è ancora allo zero virgola,come anche riporta un bel post su Pianeta Ebook.

Io vedrei però il fenomeno dalla prospettiva opposta:
– nonostante il mercato sia nato da pochissimo,
– nonostante il prezzo degli ebook non sia bassissimo,
– nonostante la presenza e l’attività digitale degli editori siano ancora prudenti,
– nonostante il DRM chiuso,
– nonostante il prezzo ancora molto alto degli ereader e l’assenza di un forte fattore di accelerazione come il Kindle di Amazon,
– nonostante la diffidenza di molti autori, lettori ed editori nei confronti dell’ebook,
direi che per un paese di lettori forti rari come panda già lo 0,5% del mercato in pochi mesi non è affatto male.

3. Uno dei problemi, secondo me (ma sto scoprendo l’acqua calda) è che, come per molti altri fenomeni qui in Italia, l’ebook viene visto ancora come una minaccia, un elemento di disturbo e di crisi più che come un’opportunità da analizzare per promuovere la lettura ne suo complesso: si continua pervicacemente e stolidamente a contrapporre ebook e libro cartaceo, si lanciano allarmi (falsi quanto in malafede) sulla futura chiusura delle librerie quando si sa benissimo che le librerie stanno già chiudendo da parecchio e proprio a causa di quelle politiche editoriali rapaci e miopi che l’ebook potrebbe e saprebbe scardinare o comunque sicuramente far vacillare.

Infine, mi piace citare una bella frase letta in un post qualche tempo fa in cui si faceva riferimento ad un articolo su El Pais:
Per fortuna, non stiamo assistendo alla morte del libro ma alla nascita di un nuovo virgulto nella grande famiglia della parola scritta.

E una pianta, concludo, non nasce dall’oggi al domani.

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social reading, self publishing e scritture future: ne parla luca lorenzetti

Questo post prosegue un discorso intrapreso qualche tempo fa con alcuni interlocutori, sicuramente più esperti e affidabili di me, sulle nuove prospettive dell’editoria digitale dal punto di vista tecnico e strategico, professionale e letterario.

Con il personaggio di oggi, che è anche un amico nonché mio concittadino, intendo chiudere il cerchio e concentrarmi in particolare su tre aspetti  di cui si parla sempre molto. Ma prima presento l’ospite: è Luca Lorenzetti, giornalista e soprattutto autore di Scrivere 2.0, un libro che consiglio a tutti coloro che cercano una guida semplice, chiara e agile per entrare in contatto con il mare magnum di applicazioni, possibilità e funzioni  utili per scrivere nel e sul Web.

DOMANDA
Dopo i due grandi eventi dell’editoria digitale italiana (IF BOOK THEN e Ebook Lab Italia), che idea ti sei fatto sui possibili sviluppi? Circoscrivo il tema ad alcuni aspetti:

– social reading
– self publishing
– nuove scritture possibili

RISPOSTA
Credo che il social reading sia una bella opportunità, sia per gli autori che per i lettori. Come lettori, perché possiamo contribuire con commenti, note e riflessioni a quello che stiamo leggendo, come autori perché possiamo vedere il nostro testo prendere vita e rimanere in evoluzione anche dopo la pubblicazione. Il Web sociale ha reso i confini del testo molto più permeabili e indefiniti rispetto al passato: il confine tra ciò che scrive l’autore e ciò che, di rimando, scrivono i lettori è sempre meno marcato.

Se da un lato, però, vedo il social reading come un arricchimento evidente quando applicato ad un testo di carattere tecnico, per un testo di carattere narrativo devo ancora maturare un’opinione precisa. Al momento ho ancora qualche perplessità, dovuta più che altro – lo ammetto – ad un pregiudizio. Quando leggiamo una storia, entriamo, più o meno profondamente, nel mondo narrativo che l’autore costruisce per noi. La permanenza prolungata in questo mondo è il presupposto per un’esperienza di lettura coinvolgente e soddisfacente.
Temo che, almeno per quel che mi riguarda, interrompere il racconto e uscire continuamente dal “mondo narrativo” del libro per leggere le note a margine dei lettori, possa diventare alla lunga più una fonte di distrazione che un arricchimento di lettura. Sospendo però il giudizio sul social reading applicato alla narrativa per verificare e sperimentare in prima persona.

Del self publishing ho parlato molto nel libro e non voglio ridurre in poche righe un pensiero che invece mi sono sforzato di argomentare in modo più analitico.
Oggi un autore, grazie all’ebook, può tecnicamente gestire da solo tutto il processo editoriale, dall’idea al prodotto finale, e rendere disponibile il suo libro su tutte le maggiori piattaforme di distribuzione online e in vendita negli ebook store, grazie a piattaforme come Narcissus, Smashwords o simili.
Il fatto che oggi un autore possa approfittare, se vuole, anche di questa opportunità mi sembra una cosa fantastica, e da questo punto di vista faccio fatica a vederci qualcosa di negativo.
E’ da vedere, però, come una possibilità in più che si aggiunge alla gamma di quelle già a disposizione degli autori, non come una pratica da preferire in modo univoco e risolutivo. Quello che fa la differenza, da questo punto di vista, non è la pratica del self publishing in sé, ma il modo in cui l’autore si rapporta ad essa. Il self publishing, a mio parere, è per autori umili, consapevoli dei propri limiti e capaci di rendersi conto quando una cosa riescono a farla bene anche da soli, e quando invece è il caso di ricorrere all’aiuto di un professionista. E questa qualità non è comune.
Come autore, quando ho finito di scrivere di solito ho voglia di mettere il mio lavoro nelle mani di gente competente, di professionisti validi in grado di prendersi cura del mio manoscritto, di migliorarlo, di valorizzarlo. All’occorrenza, però, voglio anche essere libero di gestire tutto da solo, se la circostanza e le condizioni me lo permettono.

Per quanto riguarda l’ultimo aspetto, le nuove scritture possibili, la scrittura per dispositivi mobili o per un certo tipo di fruizione ha senso solo nel momento in cui si sfruttano davvero la potenza della Rete e il fattore mobilità. Penso ad esempio alla piattaforma Pleens (al momento ancora in alfa) che permette di associare un luogo ad una storia, e viceversa, scrivendo anche in mobilità e sfruttando le possibilità della geolocalizzazione. Moleskine, il leggendario blocco notes, ha da poco rilasciato la sua app ufficiale per iPhone e iPad: una delle funzionalità che trovo più interessanti è proprio la possibilità di geolocalizzare una nota.
Se la scrittura per dispositivi mobili non sfrutta le peculiarità del mezzo, con tutte le possibilità che abbiamo di rendere il nostro testo – oltre che un ipertesto – anche un motore per innescare un circuito di relazioni con persone, luoghi e idee, secondo me non è una nuova scrittura: è sempre la solita “vecchia” scrittura, semplicemente veicolata su un supporto nuovo.
Se invece, come autori, impariamo a conoscere le peculiarità di questi nuovi mezzi e a farne l’uso più opportuno, allora le potenzialità sono incredibili.