Leggere (e scrivere) non solo libri

Parlo anche per me, perché questo è un periodo di scarse letture a lunga gittata, diciamo così, ovvero di libri, o ebook o comunque letture di testi di una certa lunghezza, ampiezza, area e perimetro. Leggo molto, ma soprattutto articoli, un sacco di articoli trovati soprattutto nel web, ma anche riviste che acquisto o su cui opero uno scanning di qualche minuto in biblioteca.

treScrivere, idem: o meglio, il mio libercolo l’ho scritto anch’io, ma ho avuto anche l’idea di ampliarlo, approfondirlo e integrarlo (la carta si sa, si logora presto, tanto più i contenuti di saggi sull’oggi) in uno spazio digitale su Medium, uno di quei luoghi che esalta la lettura granulare, non strutturata in capitoli ma a monadi che si irradiano in link, in collegamenti, suggestioni, riferimenti.

C’è chi la chiama superficialità e i giornali mainstream ci vanno a nozze (vedi ameni articoli come questo sull’ebook che “ci rende superficiali”), quando invece si tratta di una diversa declinazione della lettura (e della scrittura) che merita approfondimenti e riflessioni un po’ più complesse (ci abbiamo provato in questo ebook collettivo quanto mai attuale: Letture, contenuti e granularità).

Fatto sta che lettura e scrittura sono ormai atti che non si esauriscono in una sessione, in una fase con un inizio e una fine precisi, ma si dilatano, si articolano in varie ramificazioni, devono aggiornarsi per restare vivi e abitare un mondo sempre più costituito di atomi e bit, un mondo il cui il pensiero è, se non fluido,sicuramente molto meno sedentario di prima.

C’è chi dice anche che la lettura e la scrittura si fanno sempre più social, anche se su questo ho ancora le mie perplessità, ma è anche vero che con progetti come Bookliners, Bookolico e, ultima arrivata, Lea di Laterza, si sta affermando una modalità di lettura condivisa, lettura che però rischia di frammentarsi ulteriormente – ed è qui la mia perplessità maggiore (ma ne parlerò in un altro post, magari intanto fatemi sapere che ne pensate voi).

Del resto, gruppi di lettura on line e forme embrionali di social reading sono anobii e Goodreads, i due maggiori social network dedicati alla lettura.

E concludo ritornando a me, e quindi anche a te, visto il rapporto sempre più stretto che c’è tra autore e lettore e dove i confini tra l’uno e l’altro sono sempre meno definiti. Concludo con l’invito ovviamente a leggere il mio saggio (se ti interessa l’argomento), ormai disponibile in ebook e cartaceo; invito a visitare lo spazio su Medium dove scrittura e lettura si estendono per approfondire, aggiornare e integrare i contenuti del libro; invito a commentare il tutto su anobii e/o Goodreads, se ne hai voglia. Invito, in definitiva, a non limitare la lettura a un gesto isolato, concluso in se stesso, ma a dargli un respiro più ampio, un volume, inserendolo in un ecosistema in cui coabitano più prospettive e più interpretazioni di una stessa narrazione.

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Il mio (primo) ifbookthen

IMG02713-20130319-1220Primo nel senso di vissuto direttamente di persona e per una volta non (solo) attraverso i tweet. Impossibile però riassumere tutta l’intensissima giornata della terza edizione di un evento che proprio quest’anno diventa internazionale e si svolgerà anche in Spagna e Svezia; scopo di questo post sarà quindi fornire degli highlights, le frasi e le fasi che più di altre secondo me hanno offerto spunti di riflessione – anche in diretta, se è vero che spesso i commenti più densi venivano proprio dai tweet dei presenti in sala (quasi tutta piena, per inciso). Si inizia con i dati Nielsen e poi di Giovanni Bonfanti di A.T. Kearney, dai quali veniamo a sapere che l’Italia, con il suo 3% di ereader (domina, e almeno per ora, il Kindle) è anche al di sopra delle previsioni sulla penetrazione della lettura digitale nel nostro paese; che, come prevedibile, per ora tablet e ereader sono giochi per over 25 e che la forbice tra prezzo dei libri cartacei e digitali è destinata ad ampliarsi, dato che questi ultimi tendono a essere sempre più economici. Marco Ferrario completa l’intervento di Bonfanti con un’osservazione degna di nota: sarebbe meglio non parlare più di editoria ma di digitale, cioè un sistema integrato di contenuti e servizi online. I servizi sono i grandi protagonisti di quest’anno, anche se non è certo da quest’anno che si parla di accompagnare i contenuti ai servizi, ma nell’editoria repetita juvant, si sa. Eccoci quindi al primo keynoter, Javer Celaya, che parla soprattutto di data (“the new oil of XXI century”) e di servizi: “le vendite diminuiranno, i servizi hanno i margini maggiori”. Dei cinque tech business model presentati menziono Atavist, una piattaforma di storytelling che ognuno può riempire con i contenuti che preferisce, contenuti che poi vengono adattati ai device usati ( quindi con un tablet ho un tipo di contenuto e con un ereader un altro); lo scopo di Booktype invece è quello di agevolare il workflow e renderlo più fluido così da accorciare i tempi e ridurre le spese a vantaggio anche della qualità. Mobnotate è apparso, a me come a molti, un sistema – magari anche ingegnoso – di cross-promozione in cui si vende (forse) molto ma si legge (probabilmente) poco; Valobox propone un modello di accesso ubiquo al contenuto e di acquisto (e/o fruizione) granularizzato e condivisione sociale al motto “create a million bookstores empowering others to sell your book”. Modello, osserva giustamente il bot di @Apogeo, che potrebbe adottare Amazon qualora aprisse all’usato. Dell’atteso intervento di Bob Stein e del suo progetto Socialbook (che ricorda moltissimo Bookliners) i concetti dominanti sono: Amazon e Apple sono stati utili per traghettare il grosso del pubblico dall’analogico al digitale, ma ora è arrivato il tempo di modelli aperti e di condivisione, che sono i veri e grandi punti deboli dei due colossi.
Suggestiva l’immaginifica visione di Ed Nawotka dell’universo dei data come quello stellare, in cui ciò che possiamo vedere a occhioIMG02715-20130319-1247 nudo sono gli small data (preferisce chiamarli clean data), i quali ci danno uno sguardo d’insieme, mentre se vogliamo analizzare con maggiore attenzione come i contenuti vengono percepiti, ritrasmessi, condivisi soprattutto attraverso i social network dobbiamo usare il telescopio (i big data). Tra i data business presentati c’è anche il progetto italiano Pleens, di cui ho parlato nel corso di una recente intervista con uno dei suoi artefici, Filippo Pretolani aka @gallizio.

Insomma, tra formule riprese un po’ da tutti (keep your fingers happy a valorizzare contenuti dinamici e multimediali), un occhio ai social network e in generale alla modalità social della lettura e grande attenzione (troppa?) su dati e tracciabilità finisce la sessione mattutina di ifbookthen 2013 e anche la prima parte del mio sunto. A presto per la seconda.

gallizio editore: la lettura e la controrivoluzione delle scritture

foglietto

Qualche mese fa, nel post “leggere (e scrivere) tra le nuvole: perderemo davvero la letteratura?”  prendevo spunto da alcuni articoli che trattavano del ruolo della scrittura nell’era digitale.
Ormai si parla piuttosto di “scritture” e di un supporto che non esiste più o meglio è dilatato e diafano, di una scrittura ubiqua e non più lineare.
Per interpretare questo nuovo contesto ho interpellato Filippo Pretolani aka gallizio* (@gallizio), in quanto lo ritengo il miglior interlocutore sull’argomento. Ne è nata, più che un’intervista, un botta e risposta a colpi di mail, una chiacchierata su quello che potranno diventare le scritture nell’era digitale.

Iniziamo proprio da te e dal progetto Pleens: di che cosa si tratta? E soprattutto da cosa nasce, da quali esigenze o da quale punto di vista?

Nasce da un’idea antica come la letteratura: quella di associare ai luoghi il nostro vissuto, le emozioni, le storie. Lasciare un segno di noi. Ma dove? Lavorando sui social media io e mafe de baggis ci siamo resi conto di quanto le persone scrivano, che sia un sms o un lungo post su un blog, fino al lifestream quasi inconsapevole su twitter e facebook, che loro malgrado sono diventati i più grandi editori contemporanei. Pleens nasce dall’esigenza di provare a produrre consapevolmente queste scritture su una piattaforma creata per pubblicare scritture talmente dilaganti da non poter essere ospitate da un catalogo meno che sconfinato. Qui tornano i confini, il limite, le geografie: il mondo, un mappamondo iperconnesso, ci è sembrato l’unico spazio di pubblicazione possibile.

Una pubblicazione a costo zero…

Qui viene il punto: la vera novità, la discontinuità delle scritture native digitali non sta tanto (o non è solamente) nel fatto di essere duplicabili e distribuibili senza costi. No: è il fatto di essere connesse: il tempo di latenza tra scrittura e lettura tende ad accorciarsi fino a coincidere: il lifestream è live. È questo che ha cambiato l’efficacia della trasmissione della conoscenza chiusa a mezzo stampa. Il valore aggiunto della conoscenza è ora nell’interazione: scritture che generano altre scritture. Un grande software collettivo che scrive e riscrive il senso del mondo. Incessantemente, nel continuum delle scritture connesse.

Si riconfigura tutto un nuovo modo di intendere la scrittura, così come la lettura. In tutto questo la figura dell’autore come dovrebbe evolvere? (ma avrà ancora senso parlare di autore)?

L’autore entra in un’accelerazione fortissima della scrittura che fa quasi vacillare la sua identità. O se preferisci la rimette in gioco: che cos’è un autore al tempo delle scritture connesse? Certo: chi scrive romanzi continuerà a farlo e li offrirà al proprio pubblico. Ma il canone dell’autorialità si allarga. Siamo in una fase di forte sperimentazione: se i punti di riferimento consueti vengono meno, allo stesso tempo tutto converge verso nuovi linguaggi, nuovi format. Lo sai cosa manca? un nuovo genere letterario. Ma arriverà, come sono arrivati il cinema (dopo l’opera), il romanzo (dopo la rappresentazione teatrale), il fumetto (dopo la pittura figurativa).

O forse lo stesso concetto di “genere letterario” è uno dei punti di riferimento consueti che verranno meno?
Considerazioni personali a parte, a proposito di romanzi, viene da chiedersi che ne sarà del libro lineare e, soprattutto, conchiuso in sé; pensi che si parlerà sempre di più di social writing, oltre che di social reading? Mi riferisco per esempio a progetti come 20lin.es e simili.

Il libro, così come siamo abituati a conoscerlo, il buon caro vecchio libro, fatto di atomi e odore della carta, continuerà serenamente la propria vita. Sono gli editori che campano alle sue spalle a fare sempre più fatica. E i librai. Tutta la catena del valore legata alla distribuzione cartacea non è più redditizia. Si cercano nuovi modelli di business. Social reading e social writing sono un pezzo di questa sperimentazione. Ma la vera partita credo si giocherà sul self-publishing.

[sul genere letterario: non a caso l’ho accostato a nuovi linguaggi e nuovi format. Non sarà in continuità col romanzo, per intenderci. Il salto sarà paragonabile a quello che porta dal romanzo al cinema]

Ecco, il self-publishing: in uno scenario come quello da prefigurato non si autoafferma quasi come naturale conseguenza del contesto in cui siamo?

Si autoafferma come concetto e come prassi, ma per diventare letteratura deve trovare un format, un genere letterario, un linguaggio (lato autori) e un modello di business (lato producer/editori)

Quello che intendo dire – e dimmi se ho capito male – è: se parliamo di “un grande software collettivo che scrive e riscrive il senso del mondo”, forse l’autopubblicazione è già quella che si ha ora, un continuum di scritti distribuiti in diversi ambienti e con diverse finalità ma tutti già in un certo senso pubblicati perché pubblici.

In un certo senso sì. Io la considero la più grande operazione di scrittura dell’occidente: mai come adesso tante persone scrivono e img22rendono pubbliche le proprie scritture. Ma gli “editori” di questa operazione (le piattaforme, i producer) sono editori per caso: gli operatori telefonici, google, twitter, Facebook, YouTube, Pinterest etc. Però rendere pubblica la propria scrittura è diverso dall’autopubblicarsi. C’è la stessa differenza che c’è tra scrivere in pubblico e scrivere a un pubblico: un conto è scrivere ti amo su un muro, un altro è scriverlo in modo che qualcuno ti riconosca dignità di autore e sia disposto potenzialmente a pagare per la tua scrittura. Ma non è finita qui: la cosa si complica ulteriormente perché tutti questi elementi sono dinamici: la definizione di autore sta cambiando, così come quella di pubblico e di scrittura stessa. E anche gli equilibri e gli scambi, i flussi che li collegano. Bello no?

Se la forma libro (intesa come narrazione lineare) si sfalderà, sarà possibile in qualche modo ricomporre i frammenti del testo esteso e connesso? O forse non avrà nemmeno senso?

Non credo abbia senso deciderlo in astratto. Un giorno qualcuno ha composto il primo sonetto, qualcun altro ne ha tratto piacere e piano piano ne è scaturito un mondo. La forma libro lineare non si sfalderà: è solo un caso particolare della grande famiglia delle narrazioni non lineari. Che per la prima volta hanno la possibilità di esprimersi compiutamente!

Quasi un anno fa esponevi le tue 99 idee per l’editoria: nel frattempo è cambiato qualcosa? Ne aggiungeresti o ne toglieresti qualcuna?

Se non fosse cambiato qualcosa mi dovrei seriamente preoccupare! Se non altro del mio equilibrio mentale. Nell’ultimo anno ho lavorato soprattutto sugli spazi di pubblicazione e in particolare sul modo in cui lasciamo segni attraversando i luoghi.

[L’esperienza più forte in questo senso è stata senza dubbio la scoperta dell’arte di Tomàs Saraceno, in particolare di On Space Time Foam all’Hangar Bicocca. Una scoperta traumatica che ha innescato enormi ampliamenti di prospettiva.]

Pleens naturalmente è un primo passo in questa direzione, ma stiamo cercando di declinare le idee guida che lo ispirano su almeno due contesti concreti: la corsa e il cibo. Penso che siano due forme dell’abitare umano particolarmente significative dello spirito del nostro tempo e che tuttavia siano in fase di ridefinizione. Quando va riplasmandosi la cosa, va riplasmandosi inscindibilmente anche la parola: il modo in cui vengono descritte e raccontate ora queste esperienze culturali (il cibo col food blogging e la corsa con le applicazioni biometriche che tracciano le performance) sono datate e non possono bastare per veicolarne il senso: per questo motivo stiamo cercando nuovi linguaggi descrittivi e nuove modalità narrative. Anche qui l’idea è di sperimentare dei format per tentare di inventare un genere letterario. Speriamo bene…

*Chi è Filippo Pretolani (dal suo profilo Linkedin):

La complessa relazione tra economia, cultura e comunicazione è sempre stata al centro della mia esperienza professionale. Dopo dieci anni di corporate communication ho deciso di cambiare rotta per concentrarmi sulla disintermediazione e sul passaggio al digitale.

Come consulente e freelance, lavoro coi miei clienti su temi di Change Management, Social Media Strategies, approcci di second screen, gestione della presenza online per aziende grandi e medio-grandi.
Negli ultimi due anni sto lanciando due progetti editoriali specifici:

– gallizio editore, un open lab sulle scritture e sulla narrativa digitale
– Pleens, una startup che consiste in una piattaforma mobile che serve a connettere tra loro luoghi, emozioni ed esperienze.

alcuni indizi per immaginare il 2013 editoriale

Come volevasi dimostrare (e del resto già immaginavo  lo scorso dicembre, leggere qui per credere), le promesse del 2012 sono state mantenute solo in parte – ad essere generosi – e gli auspici che facevo alla fine del 2011 sono ancora in attesa di vedere una piena realizzazione.

Del resto non è forse paradossale il fatto che quanto più velocemente la tecnologia muove i fattori, tanto più prudentemente e con maggior cautela si muovono gli editori. Quindi, da questo punto di vista, potrei anche replicare il post dello scorso dicembre e finirla qui. E invece.

Invece ci sono alcuni indizi che mi spingono a dire qualcosina di più: non parlo solo del fatto che nello spazio di un anno il giro d’affari del libro digitale è passato da poco meno dell’1% al 3% pieno; si tratta anche di indizi che riguardano le abitudini di lettura e l’emersione di una mentalità nuova  e che coinvolgono tutti gli ambiti: quello dei periodici, quello dei libri di narrativa e quello della didattica.
Li espongo rapidamente, poi se son fiori fioriranno, come si suol dire.

Narrativa
Da una parte sarà interessante vedere gli sviluppi di alcune idee esposte per esempio durante l’ultima edizione di Librinnovando (ne ho parlato qui) per quanto riguarda soprattutto i prezzi degli ebook e l’interazione con il lettore che alcuni editori (soprattutto nuovissimi) e alcune librerie online hanno iniziato a intraprendere. Per quanto riguarda invece i device, sarà tutta da seguire la traiettoria che prenderà il Kobo, lanciato in grande stile da Mondadori e che, a quanto sembra, ha già conquistato molti.  Quando poi si legge di iniziative come questa, è lecito anche chiedersi se la penetrazione del libro digitale nella quotidianità e nella diffidenza ancora propria di molti non passi per una graduale ma accorta somministrazione di servizi a tutela della lettura tout court, che non mi stanco mai di ripetere è molto più importante dei supporti, dell’odore della carta e dell’indubbia bellezza e unicità dell’oggetto libro in sé. L’esperimento ferroviario, come suggerito dall’articolo, potrebbe anche portare ad un filone narrativo ad hoc, anche se giova ricordare che iniziative in un certo modo simili sono nate su supporto cartaceo già da tempo in varie città, tra cui Milano.
Quello che è vero è che il passo del racconto breve è molto più sostenibile con il digitale che non su supporto cartaceo (come produzione, almeno, poi certo la fruizione necessita dell’apposito hardware).

Periodici 
L’idea della brevità e soprattutto dell’erogazione di contenuti funzionali alle esigenze del pubblico di riferimento sta anche alla base di progetti ben descritti in questo acuto articolo di Ivan Rachieli, dove il less is more sembra riecheggiare anche per l’editoria – non solo periodica, come accennato poco sopra. A me sembra una strada non solo giusta e saggia, ma l’unica da percorrere se si vuole continuare a sopravvivere, pensando finalmente non più in termini analogici ma realmente digitali, intendendo la rete come un immenso hub di servizi e informazioni dove l’editore deve individuare il suo spazio, non più generalista ma mirato, non più erogativo ma condiviso e da condividere in modo perché no social, come ha iniziato a fare il Washington Post. La lettura condivisa è anche una delle peculiarità del Kobo di cui sopra e si tratta di vedere se, come e quanto i lettori risponderanno a questo tipo di stimolo ed eventualmente in che tempi.

Didattica
Sebbene il governo abbia prontamente (e, direi opportunamente) frenato l’afflato digital-innovativo del ministro Profumo, che vagheggiava scuole 2.0 magari tra intonaci cadenti e tablet tra le macerie, c’è da sperare che nel frattempo si inizi a formare il corpo docente non tanto sulla tecnologia, ma su come essa possa essere usata al fine di migliorare sia l’insegnamento sia l’apprendimento. Non mi aspetto certo corsi sovvenzionati dal Ministero, ma almeno che qualche privato (magari gli editori stessi?) abbia l’intuizione di creare occasioni di incontro dove formatori e insegnanti, in posizione paritaria e collaborativa possano tracciare percorsi in cui pedagogia e tecnologia si incontrino e dove l’una sia valorizzata dall’altra e viceversa.
Ecco, se solo ciò accadesse anche in minima parte, sarebbe già un gran passo avanti, e lasciamo che negli USA parlino di MOOCS, di Mobile Learning e di altre tendenze sicuramente in atto ma che riguardano ancora una minima parte di scuole negli stessi States, dove sembra comunque solido il regno del libro di testo cartaceo, per quanto se ne dica.
Se dovessi però riassumere in due parole l’ingrediente base di ogni intervento futuro nel campo dalle didattica direi: content curation. Che è non solo filtraggio dei contenuti in maniera funzionale al tuo uditorio, ma anche creare percorsi personalizzati, condivisi e rielaborati poi dall’utente stesso nella maniera che più gli sembrerà adeguata. Magari in gruppo, magari in una rete social.

Ed ecco che tutto torna, e tutti gli indizi fin qui raccolti formano un quadro più uniforme e preciso.
Buon 2013 a tutti.

P.S.: A proposito, se volete leggere previsioni vere e proprie, iniziate magari da quelle di Teleread. Ma le previsioni, si sa, son fatte per essere sbagliate.

Il mio librinnovando: librerie e librai digitali

Dopo le sintesi degli incontri sul prezzo degli ebook e sulla didattica, concludo questa mia “triade” dedicata a Librinnovando con la sessione su librerie e librai digitali. E’ stato sicuramente il panel più acceso e dibattuto di quelli a cui ho assistito durante questa edizione milanese: tutto parte da una “provocazione” del libraio Galla (qui il sito della sua bella libreria) che parla di “deriva della disintermediazione” e del libraio come figura indispensabile della filiera. Poi tratta i librai digitali presenti come se fossero venditori di ortaggi (con tutto il rispetto per la categoria), dicendo che il mestiere di libraio è una cosa seria che non si inventa dall’oggi al domani. Vero da una parte, ma vero anche che il mondo cambia, gli strumenti a disposizione pure, e non vedo la ragione di una tale ostilità nei confronti di chi, libraio o non libraio, digitale o no, ha come scopo vendere libri, diffondere cultura.

Forse Galla è troppo spaventato dagli algidi algoritmi (che comunque qualche volta sono utili) di Amazon e delle librerie digitali in genere, forse non ha ancora capito che se le librerie indipendenti sono in crisi non lo devono certo imputare all’ancora marginale ed economicamente poco rilevante fenomeno degli ebook. Comunque gli risponde molto bene Matteo Scurati (che en passant gli ricorda la sua lunga “gavetta” come libraio alla Feltrinelli) di Bookrepublic, il quale contrappone al freddo algoritmo il tentativo che sta facendo la sua libreria digitale di cambiare il rapporto con i lettori, puntando sul dialogo e su una umanizzazione che gli utenti-acquirenti (me compreso) hanno dimostrato di percepire e apprezzare. Il concetto che Scurati ci tiene ad evidenziare è che”digitale” non significa solo “online” ma si declina anche nella dimensione fisica, per quanto possibile.

Seguono i ragazzi della giovane start-up Bookolico, i quali espongono i punti forti della loro politica commerciale: non mostrano le copertine per non ridurre la scelta a una questione di visual marketing, non impongono vincoli agli autori né DRM e propongono i libri in più formati; infine, non da ultimo, il prezzo del libro è variabile, deciso dalle azioni della community: cioè in un range tra 0.99€ e 6.99€, i costi di un libro variano in base al suo successo. Curioso esperimento che sarà interessante seguire nel corso dei prossimi mesi.

Tocca poi a Stefano Tura di Kobo, il quale espone quella Reading Life experience di cui avevo parlato già due anni fa proprio su questo blog (qui il pezzo) e che ora assurge di nuovo alle cronache perché il Kobo, grazie a Mondadori, è approdato in Italia – e, entrando nella metro meneghina, non si può ignorarne l’esistenza (vedi foto a lato). Con Reading Life si vuole creare un ambiente di lettura social, con tanto di tracking e analytics sul numero di pagine lette e del tempo che abbiamo impiegato finora o che presumibilmente impiegheremo nel leggere quelle che mancano per finire il libro. Funzioni se volete inquietanti, ma, ha precisato Stefano, volendo si possono anche disattivare e ognuno legge per i fatti suoi.

Tirando le somme, la questione dell’emergere della libreria digitale e della fine che farà quella fisica è da sempre molto dibattuta (ne ho parlato, tra i tanti, in un post all’inizio dell’anno, di cui vale la pena leggere anche i commenti) e la conclusione, come ha anche ben detto il moderatore eFFe (@abcdeeFFe), mi sembra sia tanto banale da dover essere ripetuta fino all’esaurimento: scindere in maniera netta mondo dei bit e mondo degli atomi è assolutamente sbagliato, dal momento che non sono due ambienti divisi da porte stagne, ma al contrario continuamente in osmosi, come del resto la nostra stessa esistenza è ormai caratterizzata da una presenza fisica e una digitale assolutamente compatibili e anzi direi a questo punto inscindibili. Tutto questo si riflette in ciò che facciamo, nelle cose che compriamo e nei servizi di cui ci serviamo. Compresi quelli culturali.

Quando poi Galla, che a fine dibattito (diluendo un po’ i toni) si chiede quasi scandalizzato che fine farà la promozione della lettura vera e propria, mi era venuta voglia di suggerirgli che proprio questa contaminazione di digitale e atomi potrebbe portare a sinergie inedite tra librerie (digitali e non) e mondo dell’educazione (fisico e digitale), in cui tra link, rimandi, inserzioni e social media lo studente possa venire invitato ad esplorare la libreria anche senza andarci fisicamente (almeno in un primo momento). Quasi che la libreria in bit possa essere una discreta e meno austera anticamera di quella fisica; più rapido l’accesso, meno imbarazzante lo scorrere i titoli, con il “librario” algoritmico che intanto ne suggerisce – discretamente – altri possibili da consultare. Il passo poi a quella fisica potrebbe essere meno problematico, quasi fisiologico, sicuramente agevolato da un preludio più familiare per il teenager cresciuto a junk food e bit.

Insomma, proviamoci, a inventarci nuovi circuiti culturali. Senza pregiudizi né barricate, che della cultura sono proprio l’antitesi.