Wikipedia in classe? Una questione di responsabilità

L’utilizzo di Wikipedia nelle ricerche scolastiche è diventato uno degli argomenti più dibattuti tra educatori e insegnanti. Un interessante articolo su Edudemic mette giustamente in guarda prima di tutto dal manicheismo sempre in agguato e invita a valutare sobriamente i pro e i contro di Wikipedia per trarne poi delle conseguenze equilibrate.
L’articolo non è lungo e invito a leggerlo integralmente, qui ne faccio una sintetica traduzione, accompagnata da alcune riflessioni personali.

I pro
Curatori specifici: Wikipedia assegna la supervisione delle pagine a dei curatori wikipedia-logo-en-bigspecifici, in modo che gli errori siano corretti rapidamente.
I curatori sono inoltre più di uno, quindi i controlli sono fatti da più occhi e ogni eventuale dubbio viene affrontato da prospettive differenti.

Aggiornamenti frequenti: chi usa Wikipedia lo sa bene e spesso si ironizza sul fatto che la morte di qualche personaggio noto è annunciata prima da WIkipedia che dalle agenzie stampa: questo perché ogni voce è sottoposta a controlli e revisioni costanti.

Trasparenza: si tratta sempre di una questione delicata per chi lavora con minori e in un contesto scolastico. In questo caso, tutto è pubblico, anche i messaggi sulla pagina dell’utente; così i ragazzi non avranno contatti nascosti con nessuno.

I contro
Informazioni faziose: le informazioni provengono da volontari, non giornalisti professionisti, quindi il rischio di faziosità è alto. Questo, però, a mio modesto parere, non è ormai più una caratteristica peculiare di Wikipedia,considerata la faziosità manifesta di non poche testate giornalistiche ufficiali e di blog anche molto seguiti; per non parlare della sempre maggiore tendenza di diffondere e di credere alle cosiddette “bufale”, che rendono la capacità di filtrare e valutare le informazioni ancora più indispensabile.

Mancanza di diversità tra i curatori:  a quanto sembra sia emerso da una ricerca, circa il 90% dei curatori volontari che si occupano di Wikipedia è composto da maschi. Ciò aggiunge un ulteriore elemento alla sopra menzionata questione della faziosità, senza poi considerare eventuali (e non note) caratteristiche, come l’etnia o l’estrazione socioeconomica.

Interazioni con sconosciuti: sebbene, come detto sopra, le interazioni siano sempre pubbliche, ciò non toglie che gli studenti entrano comunque in contatto con degli estranei, per cui è bene raccomandare la massima cautela nel fornire informazioni private.

Utilizzo in classe
Punto di partenza per una ricerca: Wikipedia è quasi sempre la prima voce che compare in una qualsiasi ricerca su un qualsiasi argomento. Perché non farne effettivamente il punto di partenza per lo studente? Se è vero che Wikipedia non può essere l’unica fonte utilizzabile, può essere comunque quella da cui partire, anche perché fornisce all’utente una buona organizzazione interna dei contenuti, nonché una lista di link alle fonti consultate.

Analizzare le citazioni: alcuni articoli di Wikipedia hanno citazioni ben fatte, che rimandano a contenuti sul web o a libri: se si trova una pagina senza citazioni, si può creare un account di classe per aggiungere citazioni come curatori di Wikipedia.

Fare lezioni su come validare il materiale: chiedere agli studenti di selezionare alcune informazioni tratte da Wikipedia per verificarle e rafforzarle con ulteriori fonti, sia cartacee che digitali.

Inviduare i passaggi faziosi: fare cercare agli studenti le informazioni o i dati che indicano una qualche forzatura da parte del curatore, sia essa di natura politica, o di tipo sessista, o razzista.

Come si nota, le attività suggerite rappresentano delle buone pratiche per qualsiasi tipo di ricerca,in quanto la capacità di filtrare, di verificare e di valutare le fonti è una delle competenze più importanti in un’epoca in cui la tecnologia ha capovolto il rapporto tra scarsità e abbondanza riguardo alle informazioni: se infatti fino a pochi lustri fa la scuola operava ancora in un contesto esterno dove le informazioni erano, se non scarse, comunque più erogate (e controllate, elaborate, manipolate) dai media di massa, la situazione in cui si trovano ora gli studenti è di un flusso informativo continuo, simultaneo, ubiquo, dove ogni utente diventa potenziale fonte a cui attingere nuovi dati, nuovi tasselli che si può scegliere o meno di utilizzare nella propria personale ricerca e costruzione della conoscenza.
Questo è un tema che personalmente mi sta molto a cuore, come sa chi ha avuto l’occasione di leggere il breve saggio Il digitale e la scuola italiana, in cui tocco la questione di Wikipedia in modo solo laterale, approfittando quindi di questo spazio dedicato agli approfondimenti per metterla più in primo piano.
Chi invece ha trattato molto bene il tema è stato Roberto Casati, che non a caso ha intitolato uno dei capitoli del suo noto saggio Contro il colonialismo digitale “Perché non correggete anche voi Wikipedia?”, proponendo un’intelligente attività che può essere benissimo replicata in classe.
Per dirla con le sue parole: “Uno degli effetti secondari di un’enciclopedia libera è di aver creato implicitamente una grande scuola di curatori editoriali. Il che, mi sia permesso di dirlo, è anche un contributo alla democrazia. Ma è essenziale, perché questa funzione sia svolta intelligentemente, che resti una traccia delle correzioni (la “discussione”* di Wikipedia). Correggere è un’arte, ma soprattutto una responsabilità”.

Da sempre conoscenza e responsabilità sono (o dovrebbero essere) un binomio indissolubile: la prima non dà frutto senza la seconda, la seconda non matura se non ha il supporto della prima. La tecnologia ha reso questo connubio forse più fragile, ma ci offre anche gli strumenti per farlo più indissolubile. Sta anche e soprattutto al sistema educativo fornire le chiavi interpretative per operare questa saldatura.

Un altro libro in cui si parla di utilizzo didattico di Wikipedia è It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul web di Danah Boyd, che suggerisce di fare tesoro proprio della “stratigrafia” delle correzioni dei curatori di Wikipedia per analizzarla con gli studenti, in modo da capire quanto sia complesso il processo di analisi, valutazione e modifica di informazioni. 

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Libri di testo: sì, no, quali?

Un argomentolocandina che mi interesserà molto affrontare a Pistoia il 4 maggio e nelle altre tappe che farò per presentare Il digitale e la scuola italiana riguarda forse uno dei protagonisti del dibattito: il libro di testo.

In questi giorni se ne sta parlando parecchio a causa dell’ uscita della circolare sulle adozioni per l’anno scolastico 2015-16, le cui peculiarità, si sa da tempo, sono la possibilità di adottare materiali alternativi ai libri di testo e permettere alle scuole di elaborare autonomamente materiali da utilizzare come libri di testo.

Riprendo a questo proposito alcune riflessioni esposte in un post del blog dedicato al mio libro, declinandole in maniera più estesa. Tre sono in sostanza le questioni di cui vorrei parlare con gli insegnanti:

– Il ruolo del manuale scolastico è ancora centrale? Cosa dovrebbe avere o non avere un manuale adeguato alle attuali esigenze? Quanta parte dovrebbe essere lineare – e quindi cartacea – e quanta estesa – e quindi digitale? E su quali presupposti, con quali modalità?

– Quanto è realisticamente pensabile che gli insegnanti elaborino materiali didattici autonomamente? E anche in caso lo facciano, con quali le garanzie qualitative e soprattutto con quale ritorno in termini concreti di un lavoro che, se fatto bene, prende molto tempo e molte energie?

– Dove l’editore può intervenire non solo e non tanto per arginare una possibile emorragia in termini di eventuali mancate adozioni, ma anche per trasformare il suo ruolo da erogatore di prodotti in fornitore di servizi, mettendo quindi a disposizione la sua esperienza e le sue professionalità per coadiuvare gli insegnanti in questo compito?

Ad alcune di queste domande già si stanno dando risposte, più o meno aperte. Un articolo di Mario Maviglia su La Vita Scolastica sostiene che “è sbagliato valutare un libro di testo in base a un criterio quantitativo, ossia in relazione a quante informazioni dà o a quanti esercizi propone” e introduce una riflessione su come conciliare le esigenze dell’insegnante con i materiali a disposizione.

Decisamente più critico è Roberto Maragliano, che titola un suo recente post Interrogativi sul manuale e la sua attualità scolasticain cui afferma senza mezzi termini che “Pensare e far pensare che la conoscenza sia producibile e riproducibile in forma di manuale significa, io credo, toglierle ogni istanza di problematicità, significa appiattirla“. Non a caso rimanda a un suo precedente articolo La non saggezza del manuale ribadendo, se mai ce ne fosse bisogno, quanto già dichiarato con forza in quell’intervento: “Occore purrntare seriamente e massicciamente sul web. Perché la rete crea scompiglio, confusione, disorientamento. E dunque impedisce che ci si adagi sulla prospettiva, del tutto falsa, di un sapere pacato, pacificato e pacificante. Il sapere, se è sapere vero, è movimento, dinamica, dialogo, scontro/incontro di prospettive. ”

Dominici 3dUna posizione estrema? Sicuramente però non isolata, e lo testimonia un’interessante esperienza a Verbania, coadiuvata da Paolo Ferri (uno che senza mezzi termini dice che “il libro di carta è morto”, per capirci) e che ha portato in classe non solo gli iPad e nuove metodologie come la flipped classroom, ma ha saputo coinvolgere nella sperimentazione il dirigente scolastico, tutti gli insegnanti di tutte le discipline, studenti e genitori. Tra le varie questioni, una delle principali è stato chiedere agli insegnanti che cosa vorrebbero dalle case editrici come testi d’appoggio per questo tipo di didattica integrata con le tecnologie.

Ma la cosa, ripeto, più innovativa, a mio parere, è stato questo lavorare in rete, creando un tessuto connettivo in cui scuola-famiglia-preside-insegnanti-studenti si sono confrontati in modo collaborativo, elaborando strategie e soluzioni condivise. Chi mi conosce, o segue ciò che scrivo, sa che questa è secondo me uno dei primi mattoncini Lego per edificare le cosiddette classi 2.0.

Voi cosa ne pensate?

L’Aula del XXI Secolo come Ambiente di Apprendimento

Insegnanti 2.0

La “Scuola” intesa come Spazio Fisico
Nel dibattito sulla riforma della scuola viene spesso sottovalutata l’importanza della scuola intesa come “Habitat“, spazio fisico e architettonico in cui ha luogo il processo di insegnamento e apprendimento. L’idea che gli ambienti in cui si svolge l’attività educativa siano come lo Spazio newtoniano “vuoti contenitori” caratterizzati da uniformità e universale omologazione, ha radici antiche nella scuola italiana. Negli altri paesi monitorati dall’OECD, esistono architetti specializzati nello School Design, che lavorano insieme ai rappresentanti di docenti e studenti per creare gli spazi educativi.
Ma è davvero irrilevante lo spazio nel quale si svolge la didattica? Può migliorare l’apprendimento scolastico in edifici cadenti e fuori norma? L’ambiente didattico deve essere solo uno scatolone vuoto? In quali spazi attrezzati gli insegnanti possono lavorare a scuola al di là delle ore di lezione curricolari? Si possono integrare le “Nuove Tecnologie” nelle “Architetture…

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La scuola, gli editori e il digitale secondo Dino Baldi (Giunti Scuola)

Ho avuto  più volte modo di apprezzare Dino Baldi, direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola. Pur non conoscendolo – ancora – di persona, in ogni suo intervento, a voce o scritto, ho sempre ricavato nuovi spunti di riflessione e tratto interessanti considerazioni sul mondo dell’editoria scolastica coniugata in chiave digitale. Per questo motivo, ho voluto interpellarlo direttamente su alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore e che ho affrontato in modo articolato in un ebook edito da Ledizioni, in cui compare anche una parte di questa chiacchierata (in effetti, a pensarci bene, potrebbe anche essere la nona delle mie chiacchierate editoriali, brevi interviste con personaggi dell’editoria italiana che hanno qualcosa di importante da dire).

Nel tuo intervento all’edizione romana 2012 di Librinnovando, hai fatto un discorso secondo me molto importante e hai menzionato quattro passaggi fondamentali per l’editoria didattica nell’era digitale:

–       passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento;

–       la ridefinizione di granularità dei materiali;

–       passaggio da una logica editoriale chiusa a una aperta;

–       l’evoluzione verso un modello di business più aperto e flessibile (dal prodotto al servizio).

Cosa e’ cambiato secondo te da allora e cosa si è fatto (o non ancora) in questo ambito?

Sul piano dei risultati espliciti, non molto: il digitale scolastico è ancora vicino all’anno zero. Tuttavia mi sembra pretestuoso o ingenuo prendersela con la caricatura del conservatore che vuole tenere la scuola nel suo medioevo per ignoranza, paura del nuovo o per difendere interessi di categoria. Piaccia o no, gli editori riflettono molto da vicino la realtà della scuola: non hanno, tranne eccezioni, il privilegio di progettare per le fasce estreme. Sarebbe sbagliato allora confondere questa scuola e questi editori con quello che potrebbero diventare se fossero messi in grado di fare una scelta. Per questo, al di là di strategie a medio e lungo termine, sono sempre più in sintonia con chi prima di tutto mette l’accento sulle condizioni di contesto: finché non ci sarà un’infrastruttura di rete, strumenti adeguati, insegnanti formati al nuovo e una legislazione stabile e poco invasiva, il resto sono parole al vento, operazioni di marketing e nei casi migliori belle sperimentazioni e tanto lavoro dietro le quinte (ad esempio, per gli editori, sulla filiera produttiva, sulle piattaforme, sui formati). L’idea della rivoluzione digitale imposta dall’alto può avere un suo fascino, ma è un ossimoro: il cambiamento significativo, a maggior ragione per una realtà come la scuola italiana, è un processo che si muove dal basso, nel momento in cui dall’alto vengono garantite le condizioni abilitanti (in un mio post di due anni fa, menzionavo un articolo che parlava di “innovazione dai margini” ndr).

Quali sono secondo te le novità più rilevanti (non solo tecnologiche, ma anche metodologiche o strategiche) emerse da allora nell’editoria ma più in generale nella didattica?

La conseguenza più interessante, a mio parere, dell’ingresso delle tecnologie in classe è il fatto che costringono la scuola a farsi delle domande esistenziali, e non necessariamente legate alle tecnologie. La scuola ha bisogno di ridiscutere e ridefinire il proprio rapporto con il mondo esterno, in senso attivo e consapevole e non unicamente difensivo o di resa: per questo “esame di coscienza”, per il superamento dell’autoreferenzialità, non c’è niente di più dirompente di una connessione internet attiva in classe. Per il resto, più che novità credo ci siano dei temi caldi che sintetizzano alcuni dei nodi problematici, e che il protagonismo naturale delle tecnologie tende talvolta ad offuscare. Sul piano delle metodologie ad esempio la cosiddetta “classe capovolta”, di cui si parla molto, al di là del merito evidenzia un problema reale: quale deve essere il ruolo dell’insegnante, e dello studente, rispetto ai contenuti multimediali che presuppongono una fruizione passiva o guidata? Ha ancora senso che sia l’aula il luogo deputato per un tipo di didattica che, al di là degli slogan, rischia di essere ancor meno interattiva e più veccha di quella tradizionale? Allargando il campo, quale deve essere il rapporto fra le tecnologie dentro e fuori la classe, tra devices di gruppo e devices individuali come il tablet? Non sono temi da poco: ad oggi ad esempio mi sembra prevalga l’idea che debba essere la scuola, la mano pubblica, a farsi carico non solo delle LIM, ma anche degli strumenti di uso personale: l’acquisto, la gestione, l’aggiornamento… A parte l’aspetto economico, lo trovo di un’ingenuità disarmante. Con tutti i distinguo che si possono fare, il BYOD (Bring Your Own Device) rappresenta non solo una delle poche strade praticabili, ma forse anche la più corretta sul piano del metodo e dei principi. Per ultimo, in merito ai formati mi sembra importante la timida comparsa, fra le proposte adozionali, del cosiddetto “libro liquido”, ovvero il libro tradizionale proposto in versione html: un primo importante passo verso l’emancipazione, anche psicologica, dal libro a struttura fissa, perpetuato, in digitale, dal pdf.

Nei paesi anglosassoni si parla sempre di piu’ di OER, di contenuti didattici aperti e condivisi tra docenti in ambienti appositamente dedicati. Anche in Italia si inizia a sorgere qualche progetto in questa direzione. Dove pensi si possa arrivare, anche alla luce di quanto ha affermato la neo ministra Giannini in proposito e come l’editore può far diventare questo fenomeno non una minaccia ma una risorsa?

Gli editori scolastici che considerano una minaccia i contenuti aperti e gratuiti e i contenuti prodotti dal basso dagli insegnanti, a mio parere sbagliano due volte: sul piano culturale (della percezione del proprio ruolo e valore) e sul piano delle strategie di sviluppo dell’offerta. Io credo che la battaglia interessante non sia quella in difesa di posizioni acquisite, ma della qualità; e non la qualità editoriale garantita astrattamente dalla filiera di produzione o da validazioni implicite, ma quella guadagnata sul campo. È ancora presto forse per capire come i percorsi prodotti dall’editore possano relazionarsi in maniera virtuosa, sul piano della didattica, del mercato e delle tecnologie, con contenuti “altri”, e quali forme e strade prenderanno questi percorsi e questi contenuti: personalmente ad esempio auspico che non si rincorra una multimedialità povera di progetto didattico. Ma un editore che non si stia preparando attivamente a scenari diversi, misti, a mio parere rischia molto. Il primo passo è, al solito, interiorizzare l’apertura strutturale imposta dall’introduzione delle tecnologie di rete, che investe a cascata la classe, l’editore, il libro: c’è un’eccessiva abitudine a pensare al prodotto scolastico secondo categorie tradizionali che ancora, intendiamoci, sono valide, ma che – temo – lo saranno sempre meno in futuro.