Il culto del libro

Altrove

culto del libro

Se c’è una cosa che non ho mai sopportato è la distinzione tra bene e male. Sentire questi due sostantivi all’interno di una qualsiasi frase mi provoca un forte prurito al sarcasmo e il mio medico di fiducia (nel senso che finché non capirò quello che scrive dovrò fidarmi di lui) mi ha prescritto come cura 30 secondi di silenzio da masticare subito dopo il contatto con i due allergeni.
Se ve lo state chiedendo, funziona male. Salva la situazione, ma trasforma il prurito al sarcasmo in un bruciore di stomaco. Vita tua, mors mea. Mi piace pensare di essere un tipo altruista.
Il bisogno psicotico di far rientrare ogni aspetto della vita umana nell’una o nell’altra categoria, scientificamente conosciuto come sindrome da Barbara D’Urso (figura medievale famosa per alcuni manoscritti apologetici riguardanti un venditore di concime, tale Auditel da Mediaset), può applicarsi a molti contesti della vita, primo fra tutti: l’ambito religioso.

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Wikipedia in classe? Una questione di responsabilità

L’utilizzo di Wikipedia nelle ricerche scolastiche è diventato uno degli argomenti più dibattuti tra educatori e insegnanti. Un interessante articolo su Edudemic mette giustamente in guarda prima di tutto dal manicheismo sempre in agguato e invita a valutare sobriamente i pro e i contro di Wikipedia per trarne poi delle conseguenze equilibrate.
L’articolo non è lungo e invito a leggerlo integralmente, qui ne faccio una sintetica traduzione, accompagnata da alcune riflessioni personali.

I pro
Curatori specifici: Wikipedia assegna la supervisione delle pagine a dei curatori wikipedia-logo-en-bigspecifici, in modo che gli errori siano corretti rapidamente.
I curatori sono inoltre più di uno, quindi i controlli sono fatti da più occhi e ogni eventuale dubbio viene affrontato da prospettive differenti.

Aggiornamenti frequenti: chi usa Wikipedia lo sa bene e spesso si ironizza sul fatto che la morte di qualche personaggio noto è annunciata prima da WIkipedia che dalle agenzie stampa: questo perché ogni voce è sottoposta a controlli e revisioni costanti.

Trasparenza: si tratta sempre di una questione delicata per chi lavora con minori e in un contesto scolastico. In questo caso, tutto è pubblico, anche i messaggi sulla pagina dell’utente; così i ragazzi non avranno contatti nascosti con nessuno.

I contro
Informazioni faziose: le informazioni provengono da volontari, non giornalisti professionisti, quindi il rischio di faziosità è alto. Questo, però, a mio modesto parere, non è ormai più una caratteristica peculiare di Wikipedia,considerata la faziosità manifesta di non poche testate giornalistiche ufficiali e di blog anche molto seguiti; per non parlare della sempre maggiore tendenza di diffondere e di credere alle cosiddette “bufale”, che rendono la capacità di filtrare e valutare le informazioni ancora più indispensabile.

Mancanza di diversità tra i curatori:  a quanto sembra sia emerso da una ricerca, circa il 90% dei curatori volontari che si occupano di Wikipedia è composto da maschi. Ciò aggiunge un ulteriore elemento alla sopra menzionata questione della faziosità, senza poi considerare eventuali (e non note) caratteristiche, come l’etnia o l’estrazione socioeconomica.

Interazioni con sconosciuti: sebbene, come detto sopra, le interazioni siano sempre pubbliche, ciò non toglie che gli studenti entrano comunque in contatto con degli estranei, per cui è bene raccomandare la massima cautela nel fornire informazioni private.

Utilizzo in classe
Punto di partenza per una ricerca: Wikipedia è quasi sempre la prima voce che compare in una qualsiasi ricerca su un qualsiasi argomento. Perché non farne effettivamente il punto di partenza per lo studente? Se è vero che Wikipedia non può essere l’unica fonte utilizzabile, può essere comunque quella da cui partire, anche perché fornisce all’utente una buona organizzazione interna dei contenuti, nonché una lista di link alle fonti consultate.

Analizzare le citazioni: alcuni articoli di Wikipedia hanno citazioni ben fatte, che rimandano a contenuti sul web o a libri: se si trova una pagina senza citazioni, si può creare un account di classe per aggiungere citazioni come curatori di Wikipedia.

Fare lezioni su come validare il materiale: chiedere agli studenti di selezionare alcune informazioni tratte da Wikipedia per verificarle e rafforzarle con ulteriori fonti, sia cartacee che digitali.

Inviduare i passaggi faziosi: fare cercare agli studenti le informazioni o i dati che indicano una qualche forzatura da parte del curatore, sia essa di natura politica, o di tipo sessista, o razzista.

Come si nota, le attività suggerite rappresentano delle buone pratiche per qualsiasi tipo di ricerca,in quanto la capacità di filtrare, di verificare e di valutare le fonti è una delle competenze più importanti in un’epoca in cui la tecnologia ha capovolto il rapporto tra scarsità e abbondanza riguardo alle informazioni: se infatti fino a pochi lustri fa la scuola operava ancora in un contesto esterno dove le informazioni erano, se non scarse, comunque più erogate (e controllate, elaborate, manipolate) dai media di massa, la situazione in cui si trovano ora gli studenti è di un flusso informativo continuo, simultaneo, ubiquo, dove ogni utente diventa potenziale fonte a cui attingere nuovi dati, nuovi tasselli che si può scegliere o meno di utilizzare nella propria personale ricerca e costruzione della conoscenza.
Questo è un tema che personalmente mi sta molto a cuore, come sa chi ha avuto l’occasione di leggere il breve saggio Il digitale e la scuola italiana, in cui tocco la questione di Wikipedia in modo solo laterale, approfittando quindi di questo spazio dedicato agli approfondimenti per metterla più in primo piano.
Chi invece ha trattato molto bene il tema è stato Roberto Casati, che non a caso ha intitolato uno dei capitoli del suo noto saggio Contro il colonialismo digitale “Perché non correggete anche voi Wikipedia?”, proponendo un’intelligente attività che può essere benissimo replicata in classe.
Per dirla con le sue parole: “Uno degli effetti secondari di un’enciclopedia libera è di aver creato implicitamente una grande scuola di curatori editoriali. Il che, mi sia permesso di dirlo, è anche un contributo alla democrazia. Ma è essenziale, perché questa funzione sia svolta intelligentemente, che resti una traccia delle correzioni (la “discussione”* di Wikipedia). Correggere è un’arte, ma soprattutto una responsabilità”.

Da sempre conoscenza e responsabilità sono (o dovrebbero essere) un binomio indissolubile: la prima non dà frutto senza la seconda, la seconda non matura se non ha il supporto della prima. La tecnologia ha reso questo connubio forse più fragile, ma ci offre anche gli strumenti per farlo più indissolubile. Sta anche e soprattutto al sistema educativo fornire le chiavi interpretative per operare questa saldatura.

Un altro libro in cui si parla di utilizzo didattico di Wikipedia è It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul web di Danah Boyd, che suggerisce di fare tesoro proprio della “stratigrafia” delle correzioni dei curatori di Wikipedia per analizzarla con gli studenti, in modo da capire quanto sia complesso il processo di analisi, valutazione e modifica di informazioni. 

Come sta l’ebook? Bene, male, dipende

In questo periodo si parla molto dello stato di salute dell’ebook, soprattutto in U.S.A. e Gran Bretagna, i due mercati principali. Perché? Perché dopo anni di ascesa quasi esponenziale, il 2014 ha visto questa spinta affievolirsi in maniera sensibile. Ma attenzione: da una parte i dati forniti non tengono conto di un player come Amazon (che si sa, detiene la fetta più grande del mercato di libri digitali), dall’altra in Italia, almeno stando ai dati AIE diffusi in questi giorni alla Buchmesse di Francoforte, le cose per l’ebook non sembrano andare così male, anzi: l’ebook è uno dei (pochi) settori che fa registrare il segno più, raggiungendo i dati di vendita dei libri cartacei della grande distribuzione. Interessante, inoltre, il dato che evidenzia un rapporto sempre più stretto tra evento e vendita di libri, che sottolinea l’importanza crescente dei festival e degli incontri con gli autori. Qui sembra che libro e musica, travolti dal digitale, seguano la stessa traiettoria: più che il negozio, conta ora il concerto, il reading, la presenza fisica di autore e pubblico insieme nello stesso spazio.

Un articolo di qualche mese fa suThe Bookseller confrontava l’andamento del mercato librario in Gran Bretagna e negli Stati Uniti: le vendite di ebook rappresentano il 17% del valore totale, ma per i romanzi la percentuale è del 37%, chiaro segnale che “i lettori continueranno ancora a richiedere un mix flessibile di cartaceo e digitale, senza che uno dei due pattern predominerà”.

L’articolo poi fa varie riflessioni sulle possibili cause del fenomeno e analizza più in dettaglio alcuni segmenti. Consiglio a chi fosse realmente interessato di leggersi integralmente il pezzo, di cui sintetizzo rapidamente alcuni dati:

  • è difficile individuare una vera crescita del digitale nei prodotti editoriali per giovanissimi lettori: in sostanza si rileva ancora l’importanza del libro cartaceo nelle vite dei bambini, nonostante il sempre costante uso di internet e della tecnologia.
  • Se si fanno i conti in tasca ai Big Five — Penguin Random House, Hachette, HarperCollins, Pan Macmillan — l’aumento delle vendite di ebook sale a +15.3% rispetto al 2013: ma i ricavi relativi crescono solo del 6.8%. Segno che il prezzo medio diminuisce (o gli acquirenti comprano più ebook a basso prezzo) e quindi i margini per l’editore si restringono. “In other words, growth comes at a cost.”
  • Il mercato scolastico digitale deve ancora svilupparsi, ma quello accademico è molto più vitale.

Cosa diventerà l’ebook?

Tuttavia, sostiene un altro articolo su Digitalbookworld, se si pensa che il digitale sia in fase di regressione, ci si sbaglia di grosso. E spiega perché.

Steven Sinofsky’s Four Stages of Disruption

Nel farlo si affida a una teoria di Steven Sinofsky, ex presidente Microsoft, che ha individuato 4 fasi nel processo di disruption (chiamiamola “discontinuità”) che reca con sé la tecnologia:

FASE 1 — Disruption of Incumbent: l’innovazione è un bel giocattolo, ma non è vista come fondamentale per il proprio business. Nell’editoria digitale, dice l’articolo, si può parlare degli anni 2007–2010.

FASE 2 — Rapid Linear Evolution: l’innovazione prende una nuova traiettoria e viene percepita come tale, ma è ancora solo tollerata, sebbene si accetti di incorporarla gradualmente nel proprio processo di produzione. Per l’editoria digitale si parla degli anni 2010–13.

FASE 3 — Appealing Convergence: la discontinuità è avvenuta, ma il mercato si stabilizza. Si verifica una forma di convivenza mista digitale-analogico. Siamo per l’editoria in questo attuale periodo, il 2015.

FASE 4 — Complete re-imagination: è l’ultimo stadio della teoria di Sinofsky, quando cioè una categoria o una tecnologia viene rivista, reinterpretata e reinventata dalle fondamenta. Per l’editoria questa fase deve ancora iniziare, e allo stato delle cose è difficile dire quando ciò accadrà.

In un post di un anno fa avevo già parlato di mimesi ancora troppo fedele del digitale rispetto al cartaceo e di “traduzione troppo letterale” che l’ebook opera ancora, faticando a trovare una sua sua via per dare vita a nuove modalità di elaborazione e fruizione dei contenuti. Anche nel settore dell’editoria scolastica si avverte molto questa fase di transizione, quasi che l’ebook sia solo una crisalide da cui si attende con trepidazione che ne esca una meravigliosa farfalla che stupirà tutti per la sua bellezza. Non posso però concludere senza citare due riflessioni dell’articolo Publishing’s Digital Disruption Hasn’t Even Started fin qui sintetizzato e, in parte, tradotto:

Pensate a come altre industrie hanno vissuto questa fase di disruption: Uber, la più grande compagnia di taxi, non possiede nemmeno un veicolo; Facebook, il più popolare proprietario mediatico, non possiede contenuti; Alibaba, il venditore più valutato, non ha un magazzino. Airbnb, il più diffuso sistema di alloggi, non possiede nemmeno un’agenzia immobiliare.

Tutto ciò mi ricorda in qualche modo una frase del mio amico Mauro Sandrini nel suo Elogio degli ebook: il fatto che i giovani non comprino più cd non significa che non ascoltano più musica. Anzi, ne ascoltano come e più di prima. Solo che cambiano le modalità in cui viene fruita e diffusa.

Infine, l’ultimo pensiero va agli editori: Ironicamente, uno dei talloni d’Achille degli editori — la loro presunta impenetrabilità e inadeguatezza nei confronti dell’innovazione — potrebbe nei fatti aiutarli ad attutire l’impatto delladisruption. Comunque, non la fermerà.

Leggere (e scrivere) non solo libri

Parlo anche per me, perché questo è un periodo di scarse letture a lunga gittata, diciamo così, ovvero di libri, o ebook o comunque letture di testi di una certa lunghezza, ampiezza, area e perimetro. Leggo molto, ma soprattutto articoli, un sacco di articoli trovati soprattutto nel web, ma anche riviste che acquisto o su cui opero uno scanning di qualche minuto in biblioteca.

treScrivere, idem: o meglio, il mio libercolo l’ho scritto anch’io, ma ho avuto anche l’idea di ampliarlo, approfondirlo e integrarlo (la carta si sa, si logora presto, tanto più i contenuti di saggi sull’oggi) in uno spazio digitale su Medium, uno di quei luoghi che esalta la lettura granulare, non strutturata in capitoli ma a monadi che si irradiano in link, in collegamenti, suggestioni, riferimenti.

C’è chi la chiama superficialità e i giornali mainstream ci vanno a nozze (vedi ameni articoli come questo sull’ebook che “ci rende superficiali”), quando invece si tratta di una diversa declinazione della lettura (e della scrittura) che merita approfondimenti e riflessioni un po’ più complesse (ci abbiamo provato in questo ebook collettivo quanto mai attuale: Letture, contenuti e granularità).

Fatto sta che lettura e scrittura sono ormai atti che non si esauriscono in una sessione, in una fase con un inizio e una fine precisi, ma si dilatano, si articolano in varie ramificazioni, devono aggiornarsi per restare vivi e abitare un mondo sempre più costituito di atomi e bit, un mondo il cui il pensiero è, se non fluido,sicuramente molto meno sedentario di prima.

C’è chi dice anche che la lettura e la scrittura si fanno sempre più social, anche se su questo ho ancora le mie perplessità, ma è anche vero che con progetti come Bookliners, Bookolico e, ultima arrivata, Lea di Laterza, si sta affermando una modalità di lettura condivisa, lettura che però rischia di frammentarsi ulteriormente – ed è qui la mia perplessità maggiore (ma ne parlerò in un altro post, magari intanto fatemi sapere che ne pensate voi).

Del resto, gruppi di lettura on line e forme embrionali di social reading sono anobii e Goodreads, i due maggiori social network dedicati alla lettura.

E concludo ritornando a me, e quindi anche a te, visto il rapporto sempre più stretto che c’è tra autore e lettore e dove i confini tra l’uno e l’altro sono sempre meno definiti. Concludo con l’invito ovviamente a leggere il mio saggio (se ti interessa l’argomento), ormai disponibile in ebook e cartaceo; invito a visitare lo spazio su Medium dove scrittura e lettura si estendono per approfondire, aggiornare e integrare i contenuti del libro; invito a commentare il tutto su anobii e/o Goodreads, se ne hai voglia. Invito, in definitiva, a non limitare la lettura a un gesto isolato, concluso in se stesso, ma a dargli un respiro più ampio, un volume, inserendolo in un ecosistema in cui coabitano più prospettive e più interpretazioni di una stessa narrazione.

Libri di testo: sì, no, quali?

Un argomentolocandina che mi interesserà molto affrontare a Pistoia il 4 maggio e nelle altre tappe che farò per presentare Il digitale e la scuola italiana riguarda forse uno dei protagonisti del dibattito: il libro di testo.

In questi giorni se ne sta parlando parecchio a causa dell’ uscita della circolare sulle adozioni per l’anno scolastico 2015-16, le cui peculiarità, si sa da tempo, sono la possibilità di adottare materiali alternativi ai libri di testo e permettere alle scuole di elaborare autonomamente materiali da utilizzare come libri di testo.

Riprendo a questo proposito alcune riflessioni esposte in un post del blog dedicato al mio libro, declinandole in maniera più estesa. Tre sono in sostanza le questioni di cui vorrei parlare con gli insegnanti:

– Il ruolo del manuale scolastico è ancora centrale? Cosa dovrebbe avere o non avere un manuale adeguato alle attuali esigenze? Quanta parte dovrebbe essere lineare – e quindi cartacea – e quanta estesa – e quindi digitale? E su quali presupposti, con quali modalità?

– Quanto è realisticamente pensabile che gli insegnanti elaborino materiali didattici autonomamente? E anche in caso lo facciano, con quali le garanzie qualitative e soprattutto con quale ritorno in termini concreti di un lavoro che, se fatto bene, prende molto tempo e molte energie?

– Dove l’editore può intervenire non solo e non tanto per arginare una possibile emorragia in termini di eventuali mancate adozioni, ma anche per trasformare il suo ruolo da erogatore di prodotti in fornitore di servizi, mettendo quindi a disposizione la sua esperienza e le sue professionalità per coadiuvare gli insegnanti in questo compito?

Ad alcune di queste domande già si stanno dando risposte, più o meno aperte. Un articolo di Mario Maviglia su La Vita Scolastica sostiene che “è sbagliato valutare un libro di testo in base a un criterio quantitativo, ossia in relazione a quante informazioni dà o a quanti esercizi propone” e introduce una riflessione su come conciliare le esigenze dell’insegnante con i materiali a disposizione.

Decisamente più critico è Roberto Maragliano, che titola un suo recente post Interrogativi sul manuale e la sua attualità scolasticain cui afferma senza mezzi termini che “Pensare e far pensare che la conoscenza sia producibile e riproducibile in forma di manuale significa, io credo, toglierle ogni istanza di problematicità, significa appiattirla“. Non a caso rimanda a un suo precedente articolo La non saggezza del manuale ribadendo, se mai ce ne fosse bisogno, quanto già dichiarato con forza in quell’intervento: “Occore purrntare seriamente e massicciamente sul web. Perché la rete crea scompiglio, confusione, disorientamento. E dunque impedisce che ci si adagi sulla prospettiva, del tutto falsa, di un sapere pacato, pacificato e pacificante. Il sapere, se è sapere vero, è movimento, dinamica, dialogo, scontro/incontro di prospettive. ”

Dominici 3dUna posizione estrema? Sicuramente però non isolata, e lo testimonia un’interessante esperienza a Verbania, coadiuvata da Paolo Ferri (uno che senza mezzi termini dice che “il libro di carta è morto”, per capirci) e che ha portato in classe non solo gli iPad e nuove metodologie come la flipped classroom, ma ha saputo coinvolgere nella sperimentazione il dirigente scolastico, tutti gli insegnanti di tutte le discipline, studenti e genitori. Tra le varie questioni, una delle principali è stato chiedere agli insegnanti che cosa vorrebbero dalle case editrici come testi d’appoggio per questo tipo di didattica integrata con le tecnologie.

Ma la cosa, ripeto, più innovativa, a mio parere, è stato questo lavorare in rete, creando un tessuto connettivo in cui scuola-famiglia-preside-insegnanti-studenti si sono confrontati in modo collaborativo, elaborando strategie e soluzioni condivise. Chi mi conosce, o segue ciò che scrivo, sa che questa è secondo me uno dei primi mattoncini Lego per edificare le cosiddette classi 2.0.

Voi cosa ne pensate?