L’uso dei dispositivi mobili in classe: questione di atomi, non di bit

A proposito del dibattito sullo smartphone in classe

i media-mondo: la mutazione nella connessione

Nel dibattito comune la “normalità” del digitale viene vissuta male, in particolare quando se ne parla associandolo al mondo dell’educazione.

Riflettere sui dispositivi (devices) e sulle pratiche connesse non significa ritenere che siano questi gli elementi centrali dell’innovazione scolastica ma significa riconoscere che la forma dell’esperienza e dei saperi assume una natura diversa all’interno di universi mediali differenti e oggi questi strumenti sono parte delle vite (non solo) delle nostre figlie e dei nostri figli.

L’uso dei dispositivi in classe rappresenta quindi una sfida e un’opportunità culturale per la scuola. È a partire da questa consapevolezza che abbiamo lavorato nel Gruppo di lavoro per la valutazione dell’uso dei device digitali personali in classe, costituito con decreto della Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli.

Il lavoro svolto è anche una presa d’atto, quella della diffusione di dispositivi e connessione differente e disomogenea ma comunque consistente e quella dell’esistenza di…

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Il culto del libro

Altrove

culto del libro

Se c’è una cosa che non ho mai sopportato è la distinzione tra bene e male. Sentire questi due sostantivi all’interno di una qualsiasi frase mi provoca un forte prurito al sarcasmo e il mio medico di fiducia (nel senso che finché non capirò quello che scrive dovrò fidarmi di lui) mi ha prescritto come cura 30 secondi di silenzio da masticare subito dopo il contatto con i due allergeni.
Se ve lo state chiedendo, funziona male. Salva la situazione, ma trasforma il prurito al sarcasmo in un bruciore di stomaco. Vita tua, mors mea. Mi piace pensare di essere un tipo altruista.
Il bisogno psicotico di far rientrare ogni aspetto della vita umana nell’una o nell’altra categoria, scientificamente conosciuto come sindrome da Barbara D’Urso (figura medievale famosa per alcuni manoscritti apologetici riguardanti un venditore di concime, tale Auditel da Mediaset), può applicarsi a molti contesti della vita, primo fra tutti: l’ambito religioso.

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Come sta l’ebook? Bene, male, dipende

In questo periodo si parla molto dello stato di salute dell’ebook, soprattutto in U.S.A. e Gran Bretagna, i due mercati principali. Perché? Perché dopo anni di ascesa quasi esponenziale, il 2014 ha visto questa spinta affievolirsi in maniera sensibile. Ma attenzione: da una parte i dati forniti non tengono conto di un player come Amazon (che si sa, detiene la fetta più grande del mercato di libri digitali), dall’altra in Italia, almeno stando ai dati AIE diffusi in questi giorni alla Buchmesse di Francoforte, le cose per l’ebook non sembrano andare così male, anzi: l’ebook è uno dei (pochi) settori che fa registrare il segno più, raggiungendo i dati di vendita dei libri cartacei della grande distribuzione. Interessante, inoltre, il dato che evidenzia un rapporto sempre più stretto tra evento e vendita di libri, che sottolinea l’importanza crescente dei festival e degli incontri con gli autori. Qui sembra che libro e musica, travolti dal digitale, seguano la stessa traiettoria: più che il negozio, conta ora il concerto, il reading, la presenza fisica di autore e pubblico insieme nello stesso spazio.

Un articolo di qualche mese fa suThe Bookseller confrontava l’andamento del mercato librario in Gran Bretagna e negli Stati Uniti: le vendite di ebook rappresentano il 17% del valore totale, ma per i romanzi la percentuale è del 37%, chiaro segnale che “i lettori continueranno ancora a richiedere un mix flessibile di cartaceo e digitale, senza che uno dei due pattern predominerà”.

L’articolo poi fa varie riflessioni sulle possibili cause del fenomeno e analizza più in dettaglio alcuni segmenti. Consiglio a chi fosse realmente interessato di leggersi integralmente il pezzo, di cui sintetizzo rapidamente alcuni dati:

  • è difficile individuare una vera crescita del digitale nei prodotti editoriali per giovanissimi lettori: in sostanza si rileva ancora l’importanza del libro cartaceo nelle vite dei bambini, nonostante il sempre costante uso di internet e della tecnologia.
  • Se si fanno i conti in tasca ai Big Five — Penguin Random House, Hachette, HarperCollins, Pan Macmillan — l’aumento delle vendite di ebook sale a +15.3% rispetto al 2013: ma i ricavi relativi crescono solo del 6.8%. Segno che il prezzo medio diminuisce (o gli acquirenti comprano più ebook a basso prezzo) e quindi i margini per l’editore si restringono. “In other words, growth comes at a cost.”
  • Il mercato scolastico digitale deve ancora svilupparsi, ma quello accademico è molto più vitale.

Cosa diventerà l’ebook?

Tuttavia, sostiene un altro articolo su Digitalbookworld, se si pensa che il digitale sia in fase di regressione, ci si sbaglia di grosso. E spiega perché.

Steven Sinofsky’s Four Stages of Disruption

Nel farlo si affida a una teoria di Steven Sinofsky, ex presidente Microsoft, che ha individuato 4 fasi nel processo di disruption (chiamiamola “discontinuità”) che reca con sé la tecnologia:

FASE 1 — Disruption of Incumbent: l’innovazione è un bel giocattolo, ma non è vista come fondamentale per il proprio business. Nell’editoria digitale, dice l’articolo, si può parlare degli anni 2007–2010.

FASE 2 — Rapid Linear Evolution: l’innovazione prende una nuova traiettoria e viene percepita come tale, ma è ancora solo tollerata, sebbene si accetti di incorporarla gradualmente nel proprio processo di produzione. Per l’editoria digitale si parla degli anni 2010–13.

FASE 3 — Appealing Convergence: la discontinuità è avvenuta, ma il mercato si stabilizza. Si verifica una forma di convivenza mista digitale-analogico. Siamo per l’editoria in questo attuale periodo, il 2015.

FASE 4 — Complete re-imagination: è l’ultimo stadio della teoria di Sinofsky, quando cioè una categoria o una tecnologia viene rivista, reinterpretata e reinventata dalle fondamenta. Per l’editoria questa fase deve ancora iniziare, e allo stato delle cose è difficile dire quando ciò accadrà.

In un post di un anno fa avevo già parlato di mimesi ancora troppo fedele del digitale rispetto al cartaceo e di “traduzione troppo letterale” che l’ebook opera ancora, faticando a trovare una sua sua via per dare vita a nuove modalità di elaborazione e fruizione dei contenuti. Anche nel settore dell’editoria scolastica si avverte molto questa fase di transizione, quasi che l’ebook sia solo una crisalide da cui si attende con trepidazione che ne esca una meravigliosa farfalla che stupirà tutti per la sua bellezza. Non posso però concludere senza citare due riflessioni dell’articolo Publishing’s Digital Disruption Hasn’t Even Started fin qui sintetizzato e, in parte, tradotto:

Pensate a come altre industrie hanno vissuto questa fase di disruption: Uber, la più grande compagnia di taxi, non possiede nemmeno un veicolo; Facebook, il più popolare proprietario mediatico, non possiede contenuti; Alibaba, il venditore più valutato, non ha un magazzino. Airbnb, il più diffuso sistema di alloggi, non possiede nemmeno un’agenzia immobiliare.

Tutto ciò mi ricorda in qualche modo una frase del mio amico Mauro Sandrini nel suo Elogio degli ebook: il fatto che i giovani non comprino più cd non significa che non ascoltano più musica. Anzi, ne ascoltano come e più di prima. Solo che cambiano le modalità in cui viene fruita e diffusa.

Infine, l’ultimo pensiero va agli editori: Ironicamente, uno dei talloni d’Achille degli editori — la loro presunta impenetrabilità e inadeguatezza nei confronti dell’innovazione — potrebbe nei fatti aiutarli ad attutire l’impatto delladisruption. Comunque, non la fermerà.

Leggere (e scrivere) non solo libri

Parlo anche per me, perché questo è un periodo di scarse letture a lunga gittata, diciamo così, ovvero di libri, o ebook o comunque letture di testi di una certa lunghezza, ampiezza, area e perimetro. Leggo molto, ma soprattutto articoli, un sacco di articoli trovati soprattutto nel web, ma anche riviste che acquisto o su cui opero uno scanning di qualche minuto in biblioteca.

treScrivere, idem: o meglio, il mio libercolo l’ho scritto anch’io, ma ho avuto anche l’idea di ampliarlo, approfondirlo e integrarlo (la carta si sa, si logora presto, tanto più i contenuti di saggi sull’oggi) in uno spazio digitale su Medium, uno di quei luoghi che esalta la lettura granulare, non strutturata in capitoli ma a monadi che si irradiano in link, in collegamenti, suggestioni, riferimenti.

C’è chi la chiama superficialità e i giornali mainstream ci vanno a nozze (vedi ameni articoli come questo sull’ebook che “ci rende superficiali”), quando invece si tratta di una diversa declinazione della lettura (e della scrittura) che merita approfondimenti e riflessioni un po’ più complesse (ci abbiamo provato in questo ebook collettivo quanto mai attuale: Letture, contenuti e granularità).

Fatto sta che lettura e scrittura sono ormai atti che non si esauriscono in una sessione, in una fase con un inizio e una fine precisi, ma si dilatano, si articolano in varie ramificazioni, devono aggiornarsi per restare vivi e abitare un mondo sempre più costituito di atomi e bit, un mondo il cui il pensiero è, se non fluido,sicuramente molto meno sedentario di prima.

C’è chi dice anche che la lettura e la scrittura si fanno sempre più social, anche se su questo ho ancora le mie perplessità, ma è anche vero che con progetti come Bookliners, Bookolico e, ultima arrivata, Lea di Laterza, si sta affermando una modalità di lettura condivisa, lettura che però rischia di frammentarsi ulteriormente – ed è qui la mia perplessità maggiore (ma ne parlerò in un altro post, magari intanto fatemi sapere che ne pensate voi).

Del resto, gruppi di lettura on line e forme embrionali di social reading sono anobii e Goodreads, i due maggiori social network dedicati alla lettura.

E concludo ritornando a me, e quindi anche a te, visto il rapporto sempre più stretto che c’è tra autore e lettore e dove i confini tra l’uno e l’altro sono sempre meno definiti. Concludo con l’invito ovviamente a leggere il mio saggio (se ti interessa l’argomento), ormai disponibile in ebook e cartaceo; invito a visitare lo spazio su Medium dove scrittura e lettura si estendono per approfondire, aggiornare e integrare i contenuti del libro; invito a commentare il tutto su anobii e/o Goodreads, se ne hai voglia. Invito, in definitiva, a non limitare la lettura a un gesto isolato, concluso in se stesso, ma a dargli un respiro più ampio, un volume, inserendolo in un ecosistema in cui coabitano più prospettive e più interpretazioni di una stessa narrazione.

Se ne parlerà in questo 2015: librerie, streaming per libri (e, come sempre, scuola digitale)

Sono almeno due mesi che vorrei trattare questi argomenti e l’ulteriore raccolta di elementi e nuovi annunci fatti recentemente non fanno altro che confermare quanto molti avevano già intuito: nel 2015 presumibilmente si parlerà molto di streaming, di librerie (e forse anche di biblioteche) e, naturalmente, si continuerà a parlare di digitale e scuola.

Streaming
Risale a pochi giorni fa l’annuncio di Scribd e Oyster della loro partnership con MacMillan che porterà migliaia di nuovi titoli disponibili in streaming nelle due piattaforme di lettura ad abbonamento (Amazon è partita con il suo Kindle Unlimited, ma senza i Big Five, cioè i primi cinque grandi editori mondiali). Ora, dice Andrew Weinstein,uno dei dirigenti di Scribd, sono quasi la metà dei Big Five a offrire i loro libri in streaming.
Se questo è sicuramente un colpaccio per le due startup (Scribd contiene oltre 500.000 titoli e gli utenti sono in crescita del 30% ogni mese; Oyster addirittura  ha oltre un milione di libri a poco meno di 10 dollari mensili), un articolo su Wired giustamente si domanda quale sia il reale vantaggio per gli editori, visto che lo streaming è un modello di business che mette in discussione moltissimi gangli sensibili dell’industria editoriale, dalla distribuzione all’annullamento in pratica del prezzo unitario per ogni opera e, non ultima, la questione dei diritti d’autore. La conclusione è semplice: data. Dati sul comportamento dei lettori, sul loro modo di leggere, sui tempi di lettura. Dati aggregabili, scomponibili e sicuramente utilissimi per future campagne marketing più mirate. Sono poche le piattaforme che mettono a disposizione dati di questo tipo, e Scribd e Oyster sono tra questi pochi. Un’esca troppo golosa anche per i pesci grossi, a quanto pare.
(Se vuoi approfondire l’argomento, oltre all’articolo linkato puoi leggere anche questo: Publishers Know You Didn’t Finish “The Goldfinch” — Here’s What That Means For The Future Of Books.)
E in Italia? Siamo ancora tutti (o quasi) in attesa di Lea, la piattaforma di Laterza, annunciata dalla primavera 2014, ma che ancora non ha emesso il suo primo vagito nel web. In compenso l’editoria periodica si organizza e crea Edicola italiana, una piattaforma per comprare, leggere e abbonarsi a quotidiani e riviste su tablet, pc e smartphone. Esperimento senza dubbio da seguire, per quanto sostanzialmente il problema, per i giornali e le  riviste, non mi sembra tanto di formato, quanto di contenuti.

Librerie

open4Può sembrare un paradosso, ma in un periodo di crisi congiunturale e ancor di più editoriale e culturale, in Italia aprono nuove librerie. Sono però librerie differenti da quelle che eravamo abituati a frequentare e soprattutto stanno rendendo una regola quella che prima era un’eccezione: l’offrire, accanto ai libri, qualcosa da mangiare e da bere, organizzare eventi, incontri, dare a disposizione gli spazi a chi li richiede e, naturalmente, una wifi aperta a tutti per navigare con ogni tipo di device.
Concentro l’attenzione su due casi in due contesti molto diversi: una metropoli del nord, Milano, e un paesino del centro, Penne.
In un mio recente viaggio di lavoro a Milano ho potuto personalmente sperimentare la bontà dell’esperimento di Open, una libreria che non a caso ha un “sottotitolo”: More than books. Girando per Open ho respirato un’atmosfera molto differente e piacevole, non solo per l’indubbia originalità dell’arredo (nel sito potete voi stessi fare una visita virtuale della libreria), ma soprattutto per il open3fatto che vedere una libreria piena di persone che studiavano, navigavano in rete, prendevano un caffè sfogliando le novità editoriali dava l’impressione di un’alchimia molto ben riuscita in cui convergevano internet cafè, libreria, biblioteca, bar letterario. Per non parlare degli spazi dati a disposizione per meeting, gruppi di studio, progetti creativi e qualsiasi altra idea si possa avere e non si sa dove poterla realizzare.

Simile, per molti aspetti, è Tibo, la libreria nata da poco a Penne, piccolo paese in provincia di Pescara e fondata da due giovani librai che, tengono a dirlo, a Roma avevano un posto fisso nelle librerie Arion, ma hanno deciso di fare qualcosa per il loro territorio: ne è scaturito un progetto ancora in progress, ma che vede già incontri letterari, concerti, un bar che serve una birra artigianale (sempre per valorizzare le realtà del territorio) e wifi per tutti.

La questione è: si può intersecare il mondo di queste librerie con la nuova dimensione editoriale che sta prendendo piede, la lettura in streaming? Io penso di sì, nel senso che lo streaming può avere una duplice funzione di utilizzo, soprattutto da parte dei recidivi del cartaceo: da una parte ci si può leggere testi per una semplice consultazione, e per studio, o libri che non teniamo a possedere fisicamente; dall’altra può costituire un ambiente dove sfogliare e selezionare quei libri che invece vale veramente la pena avere nel nostro scaffale analogico. Il fatto di poter fare tutto ciò direttamente in libreria può soltanto rendere più fluido, agevole e immediato l’intero processo, senza considerare che nel web possiamo scoprire più facilmente altri titoli affini che ignoravamo e che nella libreria fisica non è facile scovare.
C’è solo da aspettare per verificare se questa è solo la visione di un blogger febbricitante qual ora io sono o invece un auspicio realistico.

La scuola e il digitale
Infine non si può non parlare di scuola, che sembra ormai essere stata immessa in un processo di digitalizzazione che, partendo dal registro, sicuramente arriverà anche alla didattica. In un interessante articolo sulle 9 tendenze da tenere sotto osservazione per la scuola del 2015, mi soffermerei soprattutto su due di esse: gli spazi di apprendimento e la digitalizzazione dei materiali: i primi dovranno necessariamente cambiare e modificarsi in funzione di un nuovo tipo di didattica, una didattica che, veicolata (anche) dal digitale, mette però sostanzialmente alla ribalta metodi di oltre un secolo fa, come quello Montessori e la pedagogia “sociale” di John Dewey: in ambedue i casi lo studente è in primo piano, protagonista e attivamente coinvolto nel processo di apprendimento, che avviene anche e soprattutto  attraverso l’interazione con i suoi par in un contesto di condivisione, creazione di nuovi contenuti, verifiche continue su quanto fatto in base all’esperienza concreta. Non per niente già ai tempi Dewey parlava di “scuole nuove”, che forse la rivoluzione digitale potrà favorire.

Dall’altra parte, proprio il digitale deve fare un passo determinante: nell’articolo sopra menzionato infatti si riprende la distinzione di Gardner tra digitazion digitalization: con la prima si converte un contenuto da cartaceo a digitale, con la seconda si intende la creazione di un ambiente di apprendimento, multicanale, con una community e una riorganizzazione dei ruoli e delle competenze.

E questo, a mio modesto parere, dovrebbe in fondo riguardare anche il giornalismo, non solo la scuola.