Il culto del libro

Altrove

culto del libro

Se c’è una cosa che non ho mai sopportato è la distinzione tra bene e male. Sentire questi due sostantivi all’interno di una qualsiasi frase mi provoca un forte prurito al sarcasmo e il mio medico di fiducia (nel senso che finché non capirò quello che scrive dovrò fidarmi di lui) mi ha prescritto come cura 30 secondi di silenzio da masticare subito dopo il contatto con i due allergeni.
Se ve lo state chiedendo, funziona male. Salva la situazione, ma trasforma il prurito al sarcasmo in un bruciore di stomaco. Vita tua, mors mea. Mi piace pensare di essere un tipo altruista.
Il bisogno psicotico di far rientrare ogni aspetto della vita umana nell’una o nell’altra categoria, scientificamente conosciuto come sindrome da Barbara D’Urso (figura medievale famosa per alcuni manoscritti apologetici riguardanti un venditore di concime, tale Auditel da Mediaset), può applicarsi a molti contesti della vita, primo fra tutti: l’ambito religioso.

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Leggere (e scrivere) non solo libri

Parlo anche per me, perché questo è un periodo di scarse letture a lunga gittata, diciamo così, ovvero di libri, o ebook o comunque letture di testi di una certa lunghezza, ampiezza, area e perimetro. Leggo molto, ma soprattutto articoli, un sacco di articoli trovati soprattutto nel web, ma anche riviste che acquisto o su cui opero uno scanning di qualche minuto in biblioteca.

treScrivere, idem: o meglio, il mio libercolo l’ho scritto anch’io, ma ho avuto anche l’idea di ampliarlo, approfondirlo e integrarlo (la carta si sa, si logora presto, tanto più i contenuti di saggi sull’oggi) in uno spazio digitale su Medium, uno di quei luoghi che esalta la lettura granulare, non strutturata in capitoli ma a monadi che si irradiano in link, in collegamenti, suggestioni, riferimenti.

C’è chi la chiama superficialità e i giornali mainstream ci vanno a nozze (vedi ameni articoli come questo sull’ebook che “ci rende superficiali”), quando invece si tratta di una diversa declinazione della lettura (e della scrittura) che merita approfondimenti e riflessioni un po’ più complesse (ci abbiamo provato in questo ebook collettivo quanto mai attuale: Letture, contenuti e granularità).

Fatto sta che lettura e scrittura sono ormai atti che non si esauriscono in una sessione, in una fase con un inizio e una fine precisi, ma si dilatano, si articolano in varie ramificazioni, devono aggiornarsi per restare vivi e abitare un mondo sempre più costituito di atomi e bit, un mondo il cui il pensiero è, se non fluido,sicuramente molto meno sedentario di prima.

C’è chi dice anche che la lettura e la scrittura si fanno sempre più social, anche se su questo ho ancora le mie perplessità, ma è anche vero che con progetti come Bookliners, Bookolico e, ultima arrivata, Lea di Laterza, si sta affermando una modalità di lettura condivisa, lettura che però rischia di frammentarsi ulteriormente – ed è qui la mia perplessità maggiore (ma ne parlerò in un altro post, magari intanto fatemi sapere che ne pensate voi).

Del resto, gruppi di lettura on line e forme embrionali di social reading sono anobii e Goodreads, i due maggiori social network dedicati alla lettura.

E concludo ritornando a me, e quindi anche a te, visto il rapporto sempre più stretto che c’è tra autore e lettore e dove i confini tra l’uno e l’altro sono sempre meno definiti. Concludo con l’invito ovviamente a leggere il mio saggio (se ti interessa l’argomento), ormai disponibile in ebook e cartaceo; invito a visitare lo spazio su Medium dove scrittura e lettura si estendono per approfondire, aggiornare e integrare i contenuti del libro; invito a commentare il tutto su anobii e/o Goodreads, se ne hai voglia. Invito, in definitiva, a non limitare la lettura a un gesto isolato, concluso in se stesso, ma a dargli un respiro più ampio, un volume, inserendolo in un ecosistema in cui coabitano più prospettive e più interpretazioni di una stessa narrazione.

noi e il digitale in 365 giorni (passati e futuri)

Vorrei finire questo 2013 con alcuni consigli di lettura (nel senso di post da leggere): avrei voluto scrivere il consueto pezzo di fine anno che fa il consuntivo e delinea le tracce per il 2014, ma ci ha già pensato egregiamente Gabriele Alese e rimando volentieri al suo post, sempre molto puntuale e professionale.

Al limite, mi posso permettere di integrarlo con altri articoli che a mio parere offrono spunti di riflessione su cui meditare nel corso del prossimo anno.
ImageInizio con un brevissimo intervento di Giuseppe Granieri su quello che può significare per il mondo della lettura e della cultura in generale lo shift (che è di pensiero, di strategia, di risorse, di organizzazione, di competenze) dal cartaceo al digitale; non si tratta, è sempre bene ribadirlo (anche se sono tre anni che lo faccio) di contrapporre in modo manicheo e poco intelligente i due supporti (si tratta, dice bene questo articolo, di un nonissue, un non-argomento), ma di considerarli come due modalità differenti di elaborare, trasmettere, diffondere e fruire contenuti, dove la carta ha sempre un suo spazio, ma è uno spazio residuale, dice Granieri, una delle tante caselle in cui inserire (o trovare) parte di ciò che vogliamo comunicare.
A corroborare questo concetto sono sicuramente utili i sette libri consigliati in questo sito: il titolo parla di libri sull’educazione, ma si tratta spesso di titoli di respiro più ampio che trattano appunto di come sta cambiando il nostro modo non solo di apprendere, ma di comprendere il mondo e i dati che lo permeano.

A proposito di educazione e scuola, nel corso del 2013 (soprattutto dalla sua seconda metà) si è parlato e dibattuto moltissimo su come potrebbe/dovrebbe riformare un sistema da sempre refrattario ai cambiamenti e alle innovazioni e continuamente colpito da tagli e riforme che spesso cancellano quelle precedenti e rimescolano le carte creando soltanto ulteriore confusione e ulteriori ritardi.
Ultimo di questi incontri, almeno come importanza, è stato quello di Pisa (di cui ho parlato qui), sicuramente un punto di partenza che però va accompagnato da tutta una serie di azioni, prima fra tutte la formazione dei docenti, che penso sia la priorità più urgente del 2014, sotto questo punto di vista.

Infine, una lettura breve ma incisiva sulle possibili prospettive che attendono i self publisher (proprio nel 2013 a Senigallia c’è stato il primo festival del self publishing, a cui sono andato e che ho in parte raccontato in un post): oltre che come scrittori, dice l’articolo in questione sin dal titolo (Writers need to think like business owners) devono pensare – e agire – come piccoli imprenditori, con tutti gli oneri e i rischi che ne conseguono.

Per tutto il resto rimando all’anno nuovo, augurando a tutti che sia sereno, ricco di letture, idee e parole scritte e da scrivere.

(l‘immagine è tratta da qui)

Il mio Calvino

Il 15 ottobre di 90 anni fa nasceva Italo Calvino, uno dei maestri della narrativa italiana e autore da me particolarmente amato. Bella l’iniziativa di twitteratura #invisibili per celebrare l’anniversario attraverso un hashtag dedicato proprio al libro di Calvino che amo di più.

Ho letto per la prima volta Le città invisibili  durante un viaggio in Spagna e sin dalle prime pagine lette in aereo non ho potuto fare a meno di vedere le cose, le persone e soprattutto i luoghi attraverso la lente smerigliata del Marco Polo di Calvino e i suoi dialoghi-monologhi con Kublai Kan.
Forse è anche per questo che amo particolarmente Siviglia, perché è stata la prima delle città (in)visibili che ho vissuto in questo modo, interpretato e letteralmente letto cercando il più possibile di capire come l’avrebbe descritta al grande Kublai il veneziano di cui, incidentalmente, mi trovo a essere omonimo.

Ho trovato questo libro straordinario non solo per come è scritto e per le immagini che evoca, per le frasi che rimangono scolpite dentro – ma con una leggerezza che è tutta calviniana – ma anche perché ho trovato incredibile come tutte le città enumerate e descritte da Calvino siano impossibili e allo stesso tempo edificate su elementi del tutto reali, per un dettaglio, per uno stato d’animo, una particolare angolazione dello sguardo.

città invisibili“È l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto […] i tuoi sguardi s’impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia.” Non è forse così per tutte le città in cui ci troviamo a passare, ad abitare, a visitare?

E che dire di Leonia, la cui “opulenza si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate per far posto alle nuove”?

O Adelma, “città dove si arriva morendo e in cui ognuno ritrova le persone che ha conosciuto”; o Ersilia, dove gli abitanti si spostano continuamente lasciando solo i fili delle relazioni intessute nel periodo in cui hanno vissuto nello stesso spazio.

Potrei andare avanti così, enumerandolte tutte, ognuna per una sua caratteristica particolare, per una sua qualità così vera che potremmo avvertirla ogni giorno nelle nostre città andando al lavoro.

È per questo che porto con me Le città invisibili ovunque vada, in ogni posto in cui ho vissuto (e non sono pochi, ormai); in ogni casa in cui ho abitato c’era, accanto al letto, la copia del libro gualcita, sottolineata, letta e riletta, consultata e piena di orecchie, come è di solito il libro che ci assomglia di più o a cui ci rivolgiamo nei momenti tristi come in quelli felici, per trovare risposte così come per cercare le domande giuste da formulare. 

Per omaggiare a mio modo Calvino e il suo libro, condivido qui un bel video in cui l’autore stesso spiega il perché dei nomi delle città e questo sito dove un’artista, Colleen Corradi Brannigan, ha realizzato delle opere d’arte ispirate alle 55 città che si rivelano tutt’altro che invisibili a chi ha occhi capaci di vederle.

P.S.: Finalmente, in ossequio al titolo di questo blog, parlo di libri anche passati – ma allo stesso tempo presenti e futuri, come solo i grandi libri possono essere.

Digressione

Marco Ferrario, bookrepublic, editoria digitale: cosa è cambiato dopo 3 anni?

A quasi tre anni di distanza da una delle mie “chiacchierate editoriali” con Marco Ferrario (qui il link), il mio socio Salvatore Nascarella ha intervistato il CEO di Bookrepublic. Dal 2010 a oggi molti bit, molti ereader e molti ebook sono passati sotto il ponte dell’editoria digitale: risulta quindi interessante verificare le differenze e le analogie tra le due interviste, cosa è cambiato e quanto, in un paese ancora piuttosto impermeabile alla lettura su supporto non cartaceo.
L’intervista autentica è nel sito Sail4sales, la riporto qui per comodità. Buona lettura.

Dopo una vita trascorsa in Mondadori ad occuparsi di libri, internet e new media, retail, periodici e formazione ha lasciato il gruppo nel 2008 con due desideri: diventare imprenditore e dedicarsi (come si dice, anima e corpo) all’editoria digitale. Per questo è nata Bookrepublic che ha fondato insieme a Marco Ghezzi nel 2010. Da allora Bookrepublic è diventato uno dei principali distributori e libreria di ebook italiani. Abbiamo lanciato 40K e Emmabooks, due imprint nativi digitali che spaziano dalla pubblicazione diretta di ebook al selfpublishing, abbiamo avviato Zazie, una community per lettori e organizzato in Italia e all’estero IfBookThen, una delle conferenze sull’editoria digitale più apprezzate al mondo.

Editoria digitale e tradizionale: perché si continua a contrapporle?
La verità è che questa contrapposizione interessa soprattutto gli addetti ai lavori, perché le diversità riguardano soprattutto il processo produttivo, distributivo e commerciale; passare da un contesto a un altro significa cambiare modo di lavorare, competenze nuove, cambiamento; in altre parole, probabilità che qualcun altro prenderà il tuo posto nel nuovo contesto. E’ una contrapposizione determinata da una profonda discontinuità nella cultura industriale del mondo editoriale.
Per i lettori, la faccenda è diversa; digitale vuol dire modi e possibilità di leggere in più rispetto a quelli tradizionali. L’esperienza della lettura è arricchita dal digitale; al netto di qualche nostalgia che non deve sorprendere.

Qual è la situazione dell’editoria digitale in Italia?
Nonostante in Italia vi siano una cultura del digitale povera e una politica verso di esso molto disattenta, il percorso di diffusione e di crescita dell’editoria digitale non è molto diverso da quello di altri paesi più avvantaggiati; da noi il mercato è nato più tardi rispetto a USA, Regno Unito e, in minor misura, Germania rispetto ai quali abbiamo un ritardo di qualche anno e la crescita è solo leggermente più lenta.
In parte, bisogna dare merito ai lettori e agli editori italiani di non essere stati con le mani in mano. In gran parte, però, ciò deriva dalla natura globale di questo mercato; la presenza in un mercato dei player globali e la concorrenza che esercitano tra loro e verso i player locali sono un agente di sviluppo cruciale: tra il 2011 e il 2012 l’Italia è diventata territorio di conquista diretta e di battaglia da parte di Amazon, Apple, Google, Kobo e Samsung.

Com’è nata Bookrepublic?
Bookrepublic è nata nel 2010 perché due professionisti quasi veterani dell’editoria hanno ritenuto che fosse in atto una rivoluzione che valeva la pena di essere vissuta fino in fondo e che per fare ciò non ci fossero le condizioni stando seduti dietro a una scrivania dirigenziale nei palazzi di grandi e importanti editori (tradizionali); ed è nata perché alcuni investitori hanno creduto in un’idea che continuano a sostenere.
Sembrerà retorica da Silicon Valley, ma siamo nati in uno scantinato di Viale Montenero 44 a Milano. Le nostre sale riunioni erano un bar e alcune trattorie nella zona.

Cosa è cambiato nelle strategie di marketing di Bookrepublic negli anni?
Tantissimo; in tre anni, moltissime persone si sono avvicinate alla lettura digitale e molta tecnologia ha enormemente arricchito questa esperienza. In una prima fase, in cui la disponibilità di titoli era scarsa, abbiamo lavorato molto sull’interfaccia del nostro store e sui modi per rendere più visibile e attraente possibile il nostro catalogo; poi, quando gli sconti e le promozioni (uguali per tutti) sono diventati fattore cruciale nella relazione con i lettori, abbiamo arricchito la nostra offerta con scelte di qualità, contenuti a servizio del lettore, percorsi di lettura e altre iniziative per differenziaci. Il risultato delle nostre azioni è una percezione positiva di Bookrepublic in rete, una customer base in forte crescita e attiva; oggi siamo prevalentemente concentrati su questa relazione.

Quali strumenti avete usato per sopravvivere in un mercato in cui pesano abbondantemente anche Amazon, Apple e Google?
Abbiamo sempre pensato di dover costruire sul gap tecnologico e di risorse rispetto ai player globali i nostri punti di differenziazione. Dobbiamo ogni giorno stupire i nostri lettori con qualcosa, creare con loro una relazione calda e interattiva e non solo sullo store.
La qualità dell’esperienza di lettura non è data solo dall’eccellenza del servizio, ma anche dal calore e dalla passione che anima il servizio: questo è il terreno su cui noi lavoriamo.

Quali sono gli ostacoli da superare nel vendere ebook?
Occorre uscire dalla logica della standardizzazione dell’offerta e dall’appiattimento sulle promozioni uguali su tutti gli store. E pensare che vendere un ebook sarà sempre di più vendere un’esperienza e non un prodotto.

Per un distributore di editoria digitale, quali sono i criteri per valutare la qualità del servizio offerto?
Siamo usciti dalla fase in cui gli editori andavano tutti presi per mano e accompagnati; ora gli editori sono molto più propositivi e anche esigenti in termini di visibilità e risultati. Quando esce un titolo deve essere immediatamente in vendita su tutti gli store e avere la massima visibilità nella comunicazione che gli store fanno ai propri clienti nella loro home page, nelle newsletter e sui social network: il lavoro del distributore si misura sull’efficacia nell’ottenere questi risultati.

Con la diffusione dell’editoria digitale stanno nascendo nuove figure professionali in area marketing e vendite. Quali avranno, a tuo parere, maggiore spazio nel prossimo futuro?
Fino a poco tempo fa erano le competenze di processo a prevalere perché la priorità era soprattutto la modifica del workflow in funzione di un prodotto digitale o multiformato. Oggi prevalgono quelle di community e content management. La relazione diretta con il lettore non è mai stata al centro dell’attività editoriale. Oggi, invece, si parte da lì.

Di Salvatore Nascarella (@nascpublish)