ebook e elearning: non solo una “e” in comune.

Ebook ed elearning hanno molto in comune.

Innanzitutto sono entrambi, anche, mezzi di apprendimento. In secondo luogo, sono entrambi mobile, fruibili ovunque. A pensarci bene, il libro è il padre naturale della formazione a distanza. Di fatto, da che mondo è mondo, si studia lontano dal docente…La mobilità permette di portare l’apprendimento fuori dalle aule, anche di fare a meno delle aule stesse. Oggi non è neppure più necessario essere costantemente attaccati a una presa di corrente. Questa flessibilità, questa portabilità, porta discreti vantaggi sia per i docenti, sia per chi deve studiare, senza contare i benefici per persone con disabilità, grazie alla capacità far leggere un testo al dispositivo, disporre di file audio, video, ingrandire i caratteri ecc.

Ora, la domanda sorge spontanea: un ebook è elearning? Risposta: sì e no.

, perché la didattica può viaggiare attraverso un ebook. L’epub3 ha inoltre migliorato l’esperienza di lettura, rendendola potenzialmente più partecipativa. Ok, un ereader ha capacità limitate e non tutto può essere correttamente reso visibile, ma un tablet combina funzionalità diverse e consente un grado di interazione elevato, facilitando la collaborazione attraverso la comunicazione asincrona e sincrona.

No, perché un ebook non ha la tracciabilità che una qualsiasi piattaforma di elearning può garantire. E qui sta il punto. Vale a dire che al momento il lettore di ebook non è più di tanto identificabile. In altre parole è più facile barare. Per di più, abbiamo altri piccoli problemi… Per esempio, le verifiche effettuate, come le risposte a un semplice test a risposta multipla, non sono tenute in memoria da un ebook. Insomma, al momento c’è ancora da fare prima di rendere un libro digitale efficiente quanto un corso presente su una piattaforma elearning.

Ad ogni modo, credo sia ipotizzabile un naturale avvicinamento tra due settori (editoria digitale ed elearning), perché entrambi alla fine partono da contenuti. Esiste la possibilità di migliorare l’esperienza dell’apprendimento in ogni sua parte.                           La necessità di riprogettare la didattica (scolastica e professionale) obbliga a uno sforzo di metodo che richiede tempo e risorse per essere assorbito sia dai docenti sia dagli studenti. Il primo obiettivo è colmare il vuoto di competenze tecnologiche assai esteso e ridefinire le aspettative al ribasso. È anche vero che se da una parte è necessario contrastare l’idea diffusa che con un device o una piattaforma si possa fare praticamente tutto, dall’altra resta fermo che alla base di un buon percorso formativo ci sono sì buoni contenuti, ma che non ci si può esimere da un gran bel lavoro di progettazione e programmazione.

Scuole e società si sono dotate di piattaforme che sono pressoché scatole vuote, luoghi senza identità, contenitori di testi messi insieme con non chiari intenti. Perché allora non ragionare sull’ebook come elearning, risolvendo i problemi di metodo e tecnologici che ancora li separano? L’apprendimento è oggi infinitamente più portatile di quanto non fosse poco tempo fa. Dovremmo essere pronti a sfruttare i benefici di ereader e tablet, pianificando il modo migliore per impiegarli anche per l’aggiornamento.Lo sviluppo della didattica a distanza, anche a supporto di quella in aula, grazie all’editoria digitale può essere di vasta portata. L’interazione viva tra soggetti e l’integrazione di diversi strumenti utili all’apprendimento e alla verifica di quest’ultimo dovuti all’esperienza mobile hanno e avranno un effetto profondo sulla formazione.

La capacità di formare a distanza di fatto si sta già espandendo. Basta dare un’occhiata ai MOOC. L’editoria sarà in grado di andare oltre i doveri “ministeriali”? La strada per avvicinare ebook ed elearning è lunga e tortuosa, ma ragioniamoci. Sarà interessante osservare come si evolverà la costruzione dei materiali per l’apprendimento e come allo stesso tempo risponderà la tecnologia.

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

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Digressione

Ancora su cartaceo e digitale, reading experience e Amazon

Durante la settimana sono tornati al centro del dibattito argomenti e temi non nuovi, ma sempre attuali, che non a caso riprendono, integrano e completano alcuni miei post scritti in un passato più o meno recente.

Andare oltre – Per fare un esempio, proprio l’ultimo articolo qui apparso trattava della necessità per gli editori di andare oltre la mimesi del modello cartaceo, ed ecco che su Publishing Perspectives appare la cronaca di una conferenza all’interno della Fiera del libro di Londra, intitolata significativamente “Publishing for Digital Minds“, in cui si sono sentite frasi come: “Gli editori oggi capiscono che non possono semplicemente replicare in formato digitale quello che fanno nel cartaceo (…) Devono immaginare modi più estesi di comunicare l’informazione.”

Un concetto in particolare mi sembra opportuno evidenziare: “Non si tratta di un nuovo gioco: abbiamo avuto 70 anni di digitale, 40 di ebook, 30 anni di internet, 25 di web, 10 di Facebook e l’iPhone ha 7 anni. Non è possibile parlare ancora di nuove tecnologie”.

La questione cruciale, si è anche detto nel convegno, è che “gli editori devono capire che dovranno lavorare con nuovi partner e che è arrivato il tempo di distaccarsi dalla versione digitale di un modello cartaceo e far leva sulle potenzialità del digitale”.

La lettura in streaming – Nel corso della conferenza è stata anche data particolare attenzione a Scribd e al modello di sottoscrizione di contenuti sul modello di Spotify o Oyster: anche di questo avevo parlato poche settimane fa in un post, ed ecco che puntuale Laterza lancia i suoi libri (o almeno parte di essi) in streaming. Ne ha parlato, tra gli altri, Wired Italia e subito si è scatenato il dibattito, nel web e sui social.  Una delle (giuste) perplessità verte sulla limitatezza (per ora) dei titoli – 300, come gli spartiati alle Termopili – e il costo mensile del servizio, quasi 8 euro (7,90, per la precisione). Un passo falso, o almeno troppo affrettato? Certo i dubbi ci sono, e sicuramente  è un po’ azzardato chiedere al lettore, in questa fase, un prezzo simile per un’offerta del genere. Ma Laterza sembra molto sicuro di se: non resta che attendere l’evoluzione degli eventi.

Amazon e la reading experience – Altro argomento al centro dell’attenzione questa settimana è stata la mossa di Amazon di rivelare non solo la top ten degli ebook più  venduti, ma anche svelare quali sono i brani più sottolineati di sempre. Sempre su Facebook ha detto la sua Gino Roncaglia e si è trattato di un intervento giustamente degno di essere riportato anche in altri contesti, come ha fatto Ebookreader Italia. Roncaglia dice cose giustissime, ma personalmente i dati Amazon a me non stupiscono quasi per niente, dato che la mia esperienza di lettore digitale (e utente affezionato del Kindle) è molto fedele al ritratto che fornisce Amazon e che Roncaglia sintetizza in 5 punti:

1 (e 3). nel digitale si sottolinea molto, anche nella narrativa (l’ho sempre trovato molto più pratico e agevole, non capisco lo stupore, sinceramente); 2. i classici non sono dimenticati (grazie al Kindle ho letto, in ordine: i Karamazov, Anna Karenina e Guerra e pace, la lettura dei quali, su carta, avevo colpevomente sempre rimandato); 4. le sottolineature sono spesso abbastanza banali, e si limitano a evidenziare frasi un po’ da Baci Perugina. Vero, e vedere sottolineata quella tal frase da un tot di lettori potrebbe spesso tentare anche noi, o comunque attribuisce alla frase banale un rilievo e un valore che in effetti non ha, e questo è uno dei rischi un po’ subdoli di questa funzionalità: l’altro rischio è quello della privacy, e anche di questo ho parlato in passato, anche perché è un tema quasi inevitabile quando si parla di lettura digitale.

Digitale + cartaceo – Infine, come ultimo – ma forse più singolare – link, vorrei lasciarvi con Etienne Mineur, inventore francese che ha a mio parere compreso perfettamente cosa significa la convivenza (o, come piace dire a me, “meticciato”) di cartaceo e digitale e l’ha interpretata a suo modo, secondo me un modo piuttosto geniale e sicuramente degno di attenzione: su Publishing Perspectives ho trovato questo video che vi invito a guardare fino in fondo, ma su Youtube ne trovere molti altri.

Buona visione, e buona Pasqua.

 

Digressione

digitale e cartaceo: una traduzione ancora troppo letterale

Sono almeno sei gli articoli che mi piace approfondire questa settimana, anche se poi in fondo gli argomenti sono solo due, ma piuttosto sostanziosi: il meticciato cartaceo-digitale e la sempiterna querelle delle tecnologie nella scuola.

Il primo argomento viene affrontato da un recente articolo del Guardian che sottoscrivo sin dal titolo: Paper vs digital reading is an exhausted debate. L’articolo parte dall’affermazione di Tim Waterstone, il fondatore delle omonime librerie, secondo il quale “la rivoluzione digitale sta per finire e la carta resisterà“.  Se sulla prima parte della frase l’autore dell’articolo non si dice giustamente molto convinto, la seconda non ha motivo di essere negata, dal momento che il futuro che ci aspetta è ibrido e lo resterà saldamente fintanto che l’ebook non si emanciperà da una tenace mimesi del modello cartaceo e intraprenderà una via tutta sua per dare vita a nuove modalità di elaborazione dei contenuti e della loro fruizione. Perché siamo, come giustamente ricorda un ottimo articolo intitolato The Seven Deadly Myths of Digital Publishing, ancora all’inizio della transizione dalla stampa al digitale: “il contenuto diventerà presumibilmente sempre più complesso e collaborativo sotto l’aspetto autoriale, con il ruolo dell’editore più simile a quello di un produttore di videogame o di un’app.” L’articolo merita una lettura completa ed è anche molto interessante quando parla di migrazione della lettura digitale da device dedicati (i lettori e-ink) ai tablet e in generale a dispositivi mobili multifunzione.

In tutto ciò, come dovrebbe evolvere il ruolo dell’editor? Ne dà un breve ma efficace ritratto Stefano Izzo di Rizzoli in un suo articolo su Wired Italia: Come cambia il ruolo dell’editor ai tempi dell’ebook e del self-publishingLettura tuttaltro che amena, per chi è o vuole essere del mestiere, perché ne emerge quello che in effetti è il lavoro dell’editor ora, un’incessante attività dentro e fuori dalla redazione, sempre impegnato a rimanere aggiornato, a non perdersi (e a non farsi soffiare) l’ultima tendenza o l’ultimo autore magari trasscinato dal fiume sempre meno carsico del self publishing.

L’altro argomento riguarda la scuola e del modo in cui le tecnologie dovranno essere introdotte in un contesto refrattario, impermeabile all’innovazione, tradizionalista e spesso fiero di esserlo come è quello scolastico. Per fortuna il tema viene ormai  sempre più declinato secondo una prospettiva di ampio respiro e meno ristretta all’arido, asfittico e spesso volutamente specioso dibattito tra chi è pro e chi è contro l’ingresso del tablet in classe. Dice benissimo Angela Maiello nel suo articolo Nati nella rete. Eco, la memoria e la scuola“Non si tratta meramente della necessità di equipaggiare le classi con computer, schermi o sistemi interattivi, ma di immaginare un modo completamente diverso di lavorare sull’apprendimento, rivedendo il sistema scolastico nel suo insieme, dalla struttura lineare delle classi alla formazione del corpo docente”. La formazione la si trova anche al centro dell’articolo di Alex Corlazzoli Parlare di iPad non basta e Antonella Casano, una docente evidentemente già formata, scrive molto oppportunamente in un articolo (Il digitale a scuola: cosa si guadagna a perdere tempo) che la scuola non deve riportare in digitale il metodo tradizionale, perché si tratta di una “traduzione troppo letterale” che “non tiene conto della grammatica diversa chiamata in gioco dal mezzo utilizzato”.

Questo fatto della traduzione letterale mi sembra possa essere il nesso non casuale tra i due argomenti: da una parte un’editoria digitale ancora  molto (troppo?) legata al modello cartaceo, come del resto c’era da aspettarsi in questa prima fase di transizione; dall’altra c’è un sistema didattico e pedagogico saldamente ancorato al passato che non accetta l’evidenza di essere divenuto desueto ma potrebbe invece trovare nel digitale quell’alleato insperato per superare più agevolmente e in modo meno traumatico un passaggio comunque necessario, non solo dal punto di vista tecnologico, quanto prima di tutto metodologico.