Come finisce il libro: 4 considerazioni

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

Ho letto tempo fa Come Finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale. Quelle che seguono sono alcune considerazioni nate dalla lettura.
Cominciamo col dire che a me i libri che pongono domande piacciono molto, perché preannunciano risposte. Il nostro 33_comefinisceillibroinizia proprio così. Ancor più importante, se parliamo di saggi, è che siano riportati dati e fonti in maniera precisa e facilmente riscontrabile. Infine, per cercare di descrivere quel che sta accadendo nel complesso mondo editoriale serve una buona capacità di sintesi e organizzazione del pensiero per tenere viva l’attenzione di un lettore. Bisogna dire che su questi fronti Gazoia ha colto nel segno.
Quella di Gazoia (su Twitter @Jumpinshark) è un’analisi dello stato delle cose che riguarda la galassia del libro, digitale e non: è un percorso attraverso i mutamenti che stanno condizionando e ristrutturando l’editoria, è un dialogo diretto con il lettore, senza manie di protagonismo, con l’obiettivo di condividere informazioni e far conoscere meglio il settore editoriale.
Ho ricavato dalla lettura del libro alcuni spunti di riflessione.

1. Siamo propensi ad accumulare e in qualche modo possedere contenuti. Lo facevamo con quelli “analogici” e replichiamo gli stessi comportamenti con il digitale. Spesso cerchiamo contenuti che siano, almeno per noi, sempre nuovi. Questo implica da una parte una certa bulimia che interessa chi scrive, chi legge, chi promuove o si deve promuovere e dall’altra un flusso costante di fenomeni letterari. Altro elemento che condiziona la propensione all’accumulo, maggiore per l’ebook rispetto al libro fisico, è legato all’intangibilità del contenuto: nel digitale la percezione di spazio occupato, di presenza “reale” dell’oggetto da leggere è assai ridotta. L’incorporeità fa perdere il controllo visivo che siamo abituati ad avere sul libro (sul comodino, sugli scaffali, ecc.). Inserito in un contenitore che ne maschera la fisicità, il contenuto si può sottrarre alla vista: questo aspetto è parte integrante della spinta all’acquisto e modifica in profondità il sistema editoriale e la sua economia.

2. Lo scopo dei grandi player (Amazon, Apple ecc.), così come degli editori e dei distributori editoriali “indipendenti”, è vendere, vendere, vendere. Per vendere di più si cerca di dare al lettore ciò che vuole e per raggiungere lo scopo serve fare volumi, in senso di quantità. Nulla di anormale. La filiera editoriale è fatta di aziende che lavorano per il profitto, pagando stipendi, professionalità, strutture ecc. Come giustamente fa notare Gazoia, c’è un “però”: l’esclusiva attenzione al prezzo più basso e le questioni connesse a quale compenso debba percepire un autore per il suo libro occultano un nodo centrale e una difficoltà reale dell’editoria, ossia la promozione della lettura e del libro. Niente più prestito all’amico, niente (per ora) copie di seconda mano: sì, è vero, le biblioteche possono prestare ebook, così come diverse piattaforme di distribuzione digitale, ma il rientro nel mercato di un ebook già acquistato o più semplicemente il passaggio di un libro di mano in mano tra amici, tra lettori, subisce un brusco stop. Esistono alternative, usate soprattutto nell’editoria professionale e universitaria (Open Access, Creative Commons, Copyleft), che permettono a un contenuto di essere diffuso e condiviso con diverse articolazioni dei diritti d’autore: non è detto che questi modelli non possano trovare spazio e imporsi anche in altri campi della pubblicazione digitale. Il tempo ci saprà dire.

3. L’ammiccamento è la strategia adottata per conquistare il lettore. Ci provano i grandi player, i distributori, gli editori, gli autori (anche quelli del selfpublishing). D’altra parte gli strumenti per darsi da fare ci sono: le classiche recensioni, gli eventi, i blog e i social network. E ovviamente c’è il marketing. Un ammiccamento simile abbraccia anche i potenziali scrittori che sono invitati a far da sé, con i pro e i contro del caso. Fa parte della “cultura partecipativa” cui la rete in qualche modo ci sta abituando e che apre le porte a chiunque sia alla ricerca del quarto d’ora di celebrità, giocando con la diffusione virale e – perché no – fidelizzata delle storie. Il risultato può non rispondere alle aspettative degli autori e dei lettori, ma in ogni caso risponderà alle logiche di vendita. A dirla tutta, l’autopubblicazione digitale non è nata con gli ebook: i blog sono i padri dell’autopubblicazione. Avete presente quei diari o le raccolte di poesie e microstorie su web che tanto andavano di moda anni fa? Ecco, quella era una forma selfpublishing, libera, accessibile e gratuita. Ma quindi cosa sta cambiando? Ovviamente i blog continuano a esistere e, anzi, la tendenza è personalizzare sempre più la propria presenza in rete. La differenza maggiore è che esiste un modello di business legato ai contenuti: quelle raccolte di poesie e le microstorie digitali si possono vendere. A mio parere, la differenza maggiore sta però nel tentativo di far percepire come personale e intima la relazione lettore-venditore-autore. Per intenderci, si sposa bene con gli slogan “solo per te” e “anche tu puoi”. Qui sta appunto l’ammiccamento conquistatore.

4. Dobbiamo considerare un fattore di prospettiva dell’autopubblicazione: anche i contenuti digitali autopubblicati sono e saranno specchio del nostro tempo. Poco importa esprimere oggi un giudizio positivo o negativo sulla questione, perché di fatto anche il selfpublishing sarà un elemento attraverso cui i posteri potranno leggere e interpretare la nostra società, esattamente come noi facciamo con la lettura degli autori del passato. Ciò varrà sia per gli autori “nobili” sia per quelli non filtrati dagli editori, al di là del prezzo di copertina di un ebook o un libro, al di là del supporto elettronico su cui leggeremo. E non è che ciò sia meglio o peggio: semplicemente è. Siamo dentro questo tempo, immersi in questa trasformazione, e ci è difficile, se non impossibile, produrre un giudizio oggettivo. Possiamo solo analizzare quanto sta avvenendo per azzardarci a scegliere con maggiore consapevolezza.

Se l’intenzione del testo era rendere più consapevoli i lettori (e gli scrittori) di quanto avviene nella filiera editoriale alla luce dei cambiamenti che stanno caratterizzando il settore, il lodevole obiettivo è stato raggiunto.
Forse, ma dico forse, per chi lavora nell’industria del libro i contenuti saranno in buona parte già assai noti. Ciò non toglie che faccia bene alla sistema culturale e politico – in senso lato – del nostro Paese far conoscere al più vasto pubblico possibile quel che accade “dietro” un libro, digitale o meno, e più in generale in quale contesto si stia muovendo la realtà editoriale.
Ad ogni modo, possiamo stare tranquilli: la morte del libro non è ancora giunta e penso che tardi ad arrivare.

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Digressione

Marco Ferrario, bookrepublic, editoria digitale: cosa è cambiato dopo 3 anni?

A quasi tre anni di distanza da una delle mie “chiacchierate editoriali” con Marco Ferrario (qui il link), il mio socio Salvatore Nascarella ha intervistato il CEO di Bookrepublic. Dal 2010 a oggi molti bit, molti ereader e molti ebook sono passati sotto il ponte dell’editoria digitale: risulta quindi interessante verificare le differenze e le analogie tra le due interviste, cosa è cambiato e quanto, in un paese ancora piuttosto impermeabile alla lettura su supporto non cartaceo.
L’intervista autentica è nel sito Sail4sales, la riporto qui per comodità. Buona lettura.

Dopo una vita trascorsa in Mondadori ad occuparsi di libri, internet e new media, retail, periodici e formazione ha lasciato il gruppo nel 2008 con due desideri: diventare imprenditore e dedicarsi (come si dice, anima e corpo) all’editoria digitale. Per questo è nata Bookrepublic che ha fondato insieme a Marco Ghezzi nel 2010. Da allora Bookrepublic è diventato uno dei principali distributori e libreria di ebook italiani. Abbiamo lanciato 40K e Emmabooks, due imprint nativi digitali che spaziano dalla pubblicazione diretta di ebook al selfpublishing, abbiamo avviato Zazie, una community per lettori e organizzato in Italia e all’estero IfBookThen, una delle conferenze sull’editoria digitale più apprezzate al mondo.

Editoria digitale e tradizionale: perché si continua a contrapporle?
La verità è che questa contrapposizione interessa soprattutto gli addetti ai lavori, perché le diversità riguardano soprattutto il processo produttivo, distributivo e commerciale; passare da un contesto a un altro significa cambiare modo di lavorare, competenze nuove, cambiamento; in altre parole, probabilità che qualcun altro prenderà il tuo posto nel nuovo contesto. E’ una contrapposizione determinata da una profonda discontinuità nella cultura industriale del mondo editoriale.
Per i lettori, la faccenda è diversa; digitale vuol dire modi e possibilità di leggere in più rispetto a quelli tradizionali. L’esperienza della lettura è arricchita dal digitale; al netto di qualche nostalgia che non deve sorprendere.

Qual è la situazione dell’editoria digitale in Italia?
Nonostante in Italia vi siano una cultura del digitale povera e una politica verso di esso molto disattenta, il percorso di diffusione e di crescita dell’editoria digitale non è molto diverso da quello di altri paesi più avvantaggiati; da noi il mercato è nato più tardi rispetto a USA, Regno Unito e, in minor misura, Germania rispetto ai quali abbiamo un ritardo di qualche anno e la crescita è solo leggermente più lenta.
In parte, bisogna dare merito ai lettori e agli editori italiani di non essere stati con le mani in mano. In gran parte, però, ciò deriva dalla natura globale di questo mercato; la presenza in un mercato dei player globali e la concorrenza che esercitano tra loro e verso i player locali sono un agente di sviluppo cruciale: tra il 2011 e il 2012 l’Italia è diventata territorio di conquista diretta e di battaglia da parte di Amazon, Apple, Google, Kobo e Samsung.

Com’è nata Bookrepublic?
Bookrepublic è nata nel 2010 perché due professionisti quasi veterani dell’editoria hanno ritenuto che fosse in atto una rivoluzione che valeva la pena di essere vissuta fino in fondo e che per fare ciò non ci fossero le condizioni stando seduti dietro a una scrivania dirigenziale nei palazzi di grandi e importanti editori (tradizionali); ed è nata perché alcuni investitori hanno creduto in un’idea che continuano a sostenere.
Sembrerà retorica da Silicon Valley, ma siamo nati in uno scantinato di Viale Montenero 44 a Milano. Le nostre sale riunioni erano un bar e alcune trattorie nella zona.

Cosa è cambiato nelle strategie di marketing di Bookrepublic negli anni?
Tantissimo; in tre anni, moltissime persone si sono avvicinate alla lettura digitale e molta tecnologia ha enormemente arricchito questa esperienza. In una prima fase, in cui la disponibilità di titoli era scarsa, abbiamo lavorato molto sull’interfaccia del nostro store e sui modi per rendere più visibile e attraente possibile il nostro catalogo; poi, quando gli sconti e le promozioni (uguali per tutti) sono diventati fattore cruciale nella relazione con i lettori, abbiamo arricchito la nostra offerta con scelte di qualità, contenuti a servizio del lettore, percorsi di lettura e altre iniziative per differenziaci. Il risultato delle nostre azioni è una percezione positiva di Bookrepublic in rete, una customer base in forte crescita e attiva; oggi siamo prevalentemente concentrati su questa relazione.

Quali strumenti avete usato per sopravvivere in un mercato in cui pesano abbondantemente anche Amazon, Apple e Google?
Abbiamo sempre pensato di dover costruire sul gap tecnologico e di risorse rispetto ai player globali i nostri punti di differenziazione. Dobbiamo ogni giorno stupire i nostri lettori con qualcosa, creare con loro una relazione calda e interattiva e non solo sullo store.
La qualità dell’esperienza di lettura non è data solo dall’eccellenza del servizio, ma anche dal calore e dalla passione che anima il servizio: questo è il terreno su cui noi lavoriamo.

Quali sono gli ostacoli da superare nel vendere ebook?
Occorre uscire dalla logica della standardizzazione dell’offerta e dall’appiattimento sulle promozioni uguali su tutti gli store. E pensare che vendere un ebook sarà sempre di più vendere un’esperienza e non un prodotto.

Per un distributore di editoria digitale, quali sono i criteri per valutare la qualità del servizio offerto?
Siamo usciti dalla fase in cui gli editori andavano tutti presi per mano e accompagnati; ora gli editori sono molto più propositivi e anche esigenti in termini di visibilità e risultati. Quando esce un titolo deve essere immediatamente in vendita su tutti gli store e avere la massima visibilità nella comunicazione che gli store fanno ai propri clienti nella loro home page, nelle newsletter e sui social network: il lavoro del distributore si misura sull’efficacia nell’ottenere questi risultati.

Con la diffusione dell’editoria digitale stanno nascendo nuove figure professionali in area marketing e vendite. Quali avranno, a tuo parere, maggiore spazio nel prossimo futuro?
Fino a poco tempo fa erano le competenze di processo a prevalere perché la priorità era soprattutto la modifica del workflow in funzione di un prodotto digitale o multiformato. Oggi prevalgono quelle di community e content management. La relazione diretta con il lettore non è mai stata al centro dell’attività editoriale. Oggi, invece, si parte da lì.

Di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

libro cartaceo + ebook? Si può, e si chiama bundling

Qualche giorno fa è comparso su Publishing Perspective un interessante articolo sul bundling, cioè la vendita parallela di uno stesso titolo in cartaceo e digitale, dove l’acquisto di una copia in libreria consente anche di scaricare quella digitale.

Una strategia di business molto interessante, tanto che l’amico ed esperto del settore (nonché “collega” blogger) Gabriele Alese ha pensato di parlarne in ben due articoli (uno in luglio e uno pochi giorni fa): nel primo analizzava il modo in cui due editori italiani (finora gli unici: E/O e Utet, del quale parla anche Finzioni qui) hanno applicato questo modello, nel secondo si sofferma su due fattori molto importanti della questione: la percezione del valore della copia cartacea e la migliore modalità (cioè la più semplice ed efficace) per permettere all’utente di andarsi a scaricare la copia dell’ebook dopo aver acquistato il titolo in cartaceo.

Visto che Gabriele è come sempre molto preciso, competente ed esaustivo, in questo mio breve post vorrei soffermarmi su due altri aspetti di una pratica che trovo anch’io particolarmente interessante e meritevole di attenzione.

Il succitato articolo di Publishing Perspectives individua alcuni elementi rilevanti della questione, che sintetizzo schematicamente (rimandando ovviamente alla lettura integrale dell’articolo):

– il bundling permette all’editore di scoprire chi legge i suoi libri attraverso i dati provenienti dal download ed è un ottimo modo per costruire una relazione con il lettore e fidelizzarlo.

– I librai finora coinvolti nell’operazione si sono dimostrati molto favorevoli, perché possono vendere ebook senza forzare i lettori a una scelta tra digitale e cartaceo.

A quanto pare, si tratterebbe di un qualcosa capace di coniugare gli interessi di tutti gli elementi della filiera, non ultimi i lettori stessi, cosa già di per sé notevole. Ma gli esempi concreti menzionati nell’articolo costituiscono materiale da analizzare per cercare nuove linee di sviluppo e perfezionamento di una pratica che può rivelarsi molto utile sia dal punto di vista del marketing editoriale, sia da quello, ancora più importante, della promozione della lettura: come per esempio dare al lettore l’opportunità di scegliere una collezione di ebook di uno stesso autore, o di titoli simili proposti dalla backlist, facendogli quindi scoprire libri che altrimenti non avrebbe nemmeno mai trovato.

“Per ora  – conclude l’articolo – il bundling cartaceo + digitale contiene in sé la potenzialità di offrire un valore aggiunto. Questo perché la lettura è diventata un’esperienza ibrida.(…) Quanto più il campo del design dell’ebook continuerà a svilupparsi, tanto più possiamo sperare di vedere comparire nel mercato app e ebook più belli, intuitivi, e user friendly,”

Siamo infatti, è bene ricordarlo, ancora in una fase 1.0 (rispetto alle sue reali potenzialità) della lettura digitale, ancora l’ebook è molto vincolato al design e alla struttura del suo omologo cartaceo; gli editori si muovono per tentativi, a volte riusciti altre meno. Questa del bundling mi sembra un approccio molto intrigante, da seguire con attenzione e su cui gli editori (e i loro uffici marketing) dovrebbero riflettere bene.

Per quanto mi riguarda, il “doppio passo” del libro cartaceo e digitale, la valorizzazione della backlist e l’esperienza di lettura “ibrida” (che io a Librinnovando 2011 avevo definito “meticciato“) sono tutti temi che mi stanno a cuore non da oggi e in cuor mio ero sicuro avrebbero condotto a nuove strade e nuove pratiche dove in primo piano ci fossero anche la lettura e i lettori. Forse ci stiamo muovendo (anche) verso questa direzione.

P.S. Aggiornamento dell’ultima ora: anche Amazon da ottobre prossimo si dà al bundling, sotto il nome (efficace) di Matchbook, ovviamente riservato ai possessori di Kindle (o delle sue app).

il testo fluido che dilaga

Si dice che un’immagine valga più di molte parole, quindi mostro subito dei grafici molto eloquenti sull’editoria cartacea e quella digitale:

Se poi volete leggere il testo relativo, lo trovate qui.  Io mi soffermerei su quanto dice Cristina Mussinelli (AIE) sulla necessità di “avere flussi produttivi che permettano l’utilizzo dei contenuti sui diversi mezzi. C’è anche una riorganizzazione della parte marketing e comunicazione che, attraverso blog e social media, parla sempre più con i lettori”.
Anche significativo il fatto che “resta in gran parte da studiare il fenomeno delle applicazioni per tablet e smartphone”; in molti ambiti (soprattutto giornalismo e didattica) si tratta del fenomeno principale, o sicuramente destinato ad esserlo.

Sembra sempre più chiaro che, come sosteneva Darwin per gli esseri viventi, anche nel mondo dell’editoria digitale sopravviverà non il più grande o il più forte, ma chi saprà adattarsi meglio. Frase di cui si abusa fin troppo, ma che sembra ancora non essere stata recepita appieno da molti soggetti della filiera, dagli editori ai librai.
Il vero problema, come evidenzia anche la consulente editoriale Kassia Krozser in questa intervista, sta nel fatto che il panorama editoriale attuale è caratterizzato da tre aggettivi: da una parte incerto, dall’altra eccitante, ma sostanzialmente in difesa.
Kassia Krozser dice anche altre cose interessanti (leggete tutta l’intervista, vale la pena) e sottolinea come la flessibilità debba essere la caratteristica principale di editori, distributori, agenti e tutto il resto dei soggetti impegnati nel processo di creazione, produzione e diffusione di quello che prima era un oggetto e ora è diventato – qui riprendo il bell’aggettivo usato da Paola Dubini a Librinnovando una settimana fa – fluido e quindi più inafferrabile, meno definibile e che, come diceva Camilleri ne “La forma dell’acqua”, prende la forma del contenitore in cui si trova. Pur restando sempre acqua, aggiungo io.
La questione è: gli editori vorranno erigere dighe o seguire la corrente? La seconda opzione sembra ormai inevitabile, ma bisogna capire con quale scafo e quale equipaggio, con che strumenti.

Il mio librinnovando: librerie e librai digitali

Dopo le sintesi degli incontri sul prezzo degli ebook e sulla didattica, concludo questa mia “triade” dedicata a Librinnovando con la sessione su librerie e librai digitali. E’ stato sicuramente il panel più acceso e dibattuto di quelli a cui ho assistito durante questa edizione milanese: tutto parte da una “provocazione” del libraio Galla (qui il sito della sua bella libreria) che parla di “deriva della disintermediazione” e del libraio come figura indispensabile della filiera. Poi tratta i librai digitali presenti come se fossero venditori di ortaggi (con tutto il rispetto per la categoria), dicendo che il mestiere di libraio è una cosa seria che non si inventa dall’oggi al domani. Vero da una parte, ma vero anche che il mondo cambia, gli strumenti a disposizione pure, e non vedo la ragione di una tale ostilità nei confronti di chi, libraio o non libraio, digitale o no, ha come scopo vendere libri, diffondere cultura.

Forse Galla è troppo spaventato dagli algidi algoritmi (che comunque qualche volta sono utili) di Amazon e delle librerie digitali in genere, forse non ha ancora capito che se le librerie indipendenti sono in crisi non lo devono certo imputare all’ancora marginale ed economicamente poco rilevante fenomeno degli ebook. Comunque gli risponde molto bene Matteo Scurati (che en passant gli ricorda la sua lunga “gavetta” come libraio alla Feltrinelli) di Bookrepublic, il quale contrappone al freddo algoritmo il tentativo che sta facendo la sua libreria digitale di cambiare il rapporto con i lettori, puntando sul dialogo e su una umanizzazione che gli utenti-acquirenti (me compreso) hanno dimostrato di percepire e apprezzare. Il concetto che Scurati ci tiene ad evidenziare è che”digitale” non significa solo “online” ma si declina anche nella dimensione fisica, per quanto possibile.

Seguono i ragazzi della giovane start-up Bookolico, i quali espongono i punti forti della loro politica commerciale: non mostrano le copertine per non ridurre la scelta a una questione di visual marketing, non impongono vincoli agli autori né DRM e propongono i libri in più formati; infine, non da ultimo, il prezzo del libro è variabile, deciso dalle azioni della community: cioè in un range tra 0.99€ e 6.99€, i costi di un libro variano in base al suo successo. Curioso esperimento che sarà interessante seguire nel corso dei prossimi mesi.

Tocca poi a Stefano Tura di Kobo, il quale espone quella Reading Life experience di cui avevo parlato già due anni fa proprio su questo blog (qui il pezzo) e che ora assurge di nuovo alle cronache perché il Kobo, grazie a Mondadori, è approdato in Italia – e, entrando nella metro meneghina, non si può ignorarne l’esistenza (vedi foto a lato). Con Reading Life si vuole creare un ambiente di lettura social, con tanto di tracking e analytics sul numero di pagine lette e del tempo che abbiamo impiegato finora o che presumibilmente impiegheremo nel leggere quelle che mancano per finire il libro. Funzioni se volete inquietanti, ma, ha precisato Stefano, volendo si possono anche disattivare e ognuno legge per i fatti suoi.

Tirando le somme, la questione dell’emergere della libreria digitale e della fine che farà quella fisica è da sempre molto dibattuta (ne ho parlato, tra i tanti, in un post all’inizio dell’anno, di cui vale la pena leggere anche i commenti) e la conclusione, come ha anche ben detto il moderatore eFFe (@abcdeeFFe), mi sembra sia tanto banale da dover essere ripetuta fino all’esaurimento: scindere in maniera netta mondo dei bit e mondo degli atomi è assolutamente sbagliato, dal momento che non sono due ambienti divisi da porte stagne, ma al contrario continuamente in osmosi, come del resto la nostra stessa esistenza è ormai caratterizzata da una presenza fisica e una digitale assolutamente compatibili e anzi direi a questo punto inscindibili. Tutto questo si riflette in ciò che facciamo, nelle cose che compriamo e nei servizi di cui ci serviamo. Compresi quelli culturali.

Quando poi Galla, che a fine dibattito (diluendo un po’ i toni) si chiede quasi scandalizzato che fine farà la promozione della lettura vera e propria, mi era venuta voglia di suggerirgli che proprio questa contaminazione di digitale e atomi potrebbe portare a sinergie inedite tra librerie (digitali e non) e mondo dell’educazione (fisico e digitale), in cui tra link, rimandi, inserzioni e social media lo studente possa venire invitato ad esplorare la libreria anche senza andarci fisicamente (almeno in un primo momento). Quasi che la libreria in bit possa essere una discreta e meno austera anticamera di quella fisica; più rapido l’accesso, meno imbarazzante lo scorrere i titoli, con il “librario” algoritmico che intanto ne suggerisce – discretamente – altri possibili da consultare. Il passo poi a quella fisica potrebbe essere meno problematico, quasi fisiologico, sicuramente agevolato da un preludio più familiare per il teenager cresciuto a junk food e bit.

Insomma, proviamoci, a inventarci nuovi circuiti culturali. Senza pregiudizi né barricate, che della cultura sono proprio l’antitesi.