L’editoria digitale in 8 punti

Qualche giorno fa ho letto un articolo in spagnolo intitolato: Dieci miti sull’editoria digitale che mi ha colpito molto, in quanto dice in maniera sintetica, lucida e molto efficace tutto ciò che penso e vado scrivendo da due anni a questa parte (cioè da quando questo blog è nato).
Vi consiglio di leggere tutto l’articolo perché vale la pena (non conosco lo spagnolo, ma l’ho capito senza troppi problemi), però penso valga altrettanto la pena sintetizzarne i punti più importanti che riguardano non esclusivamente l’editoria spagnola, ma tutto il settore nel suo insieme. Elenco gli argomenti così come vengono presentati nell’articolo, estraendo le idee fondamentali.

Il digitale ucciderà il cartaceo
La dicotomia cartaceo-digitale non è la risposta. I supporti si adatteranno alla domanda dei lettori e, con loro, i modelli di business.

Prezzo: lo stesso del cartaceo?
È l’argomento supportato da alcuni editori per far sì che tutto cambi per restare com’è.
La questione è che se il libro fisico ha un modello per stabilire il prezzo, quello digitale esige un nuovo modello più legato al tipo di contenuto o al modo in cui viene fornito (abbonamento, scaricamento, Cloud ecc.). La priorità è comunque creare una strategia di prezzo che sia indipendente dall’editore.

Gli ebook non costano all’editore e dovrebbero essere gratis
Falsissimo: un libro ha costi di editing, traduzione, correzione, grafica, marketing eccetera. Forse il contenitore non varrà il prezzo del contenuto, ma ha un costo. Il fatto di associare il costo solo se c’è un contenitore è furviante ed errata – e rafforzata dagli editori che non danno valore alla versione digitale.

Prezzo: non più di 3 euro
Il cosiddetto “argomento Amazon”. Ma mettere nello stesso sacco tutti i tipi di libro è sbagliato: i prezzi devono avere a che fare più con l’uso del contenuto o con il modello di lettura, che non con il formato.

I lettori non vogliono pagare gli ebook
“Lettore” è un concetto troppo astratto: ci saranno lettori che invece sono disposti a pagare se esistesse un’offerta che coprisse le loro esigenze, di qualità e a un prezzo accettabile. Le esigenze insoddisfatte hanno contribuito a creare l’abitudine di procurarsi gli ebook senza pagare.
Tanto più tardi si formerà un mercato “sano” di ebook, quanto più difficile sarà stabilire una politica dei prezzi ragionevole e ragionata.

Self publishing
Nessuno si può inventare editore solo grazie alla tecnologia; e se è vero che nei social network il filtro è l’opinione degli utenti, questo si applica soprattutto alla narrativa. (Qui personalmente penso che il discorso sia da affrontare in maniera più articolata, il self publishing è un fenomeno di cui si parla molto ma, almeno in Europa, dai contorni ancora poco definiti e definibili)

DRM
Ormai è evidente che non serva a niente: rende solo più difficile l’acquisto e non frena la gran parte di copie illegali che spesso provengono, tra l’altro, da versioni scansionate.

Il digitale contribuisce alla crisi dell’editoria
La crisi del settore è strutturale e congiunturale, l’ebook potrebbe al contrario allieviarla.

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Twitter: il miglior posto per parlare di libri (?)

Chi bazzica Twitter sa che non è facilissimo creare quello che si chiama un trend topic, cioè un argomento di discussione (contrassegnato dall’hashtag #) ad alta frequenza. Soprattutto se questo argomento sono i libri e l’editoria in generale.
Invece alcuni pazzi ci sono riusciti addiritura più di una volta: la prima è stato per merito delle ragazze di librisulibri, che hanno lanciato l’hashtag #caroeditore, una serie di mini-messaggi (twitter permette solo 140 caratteri, hashtag compreso) agli editori da parte di lettori, digitali o meno, che esprimevano i loro dubbi, le loro domande o le loro proposte (se vi interessa, l’ineffabile Mafe de Baggis ha raccolto tutti i tweet in un PDF qui).

La seconda volta è avvenuta oggi stesso, in occasione dell’incontro presso la Biblioteca Comunale di Empoli battezzato – a mio modesto parere poco felicemente – Byebyebook?, titolo che ha dato anche il nome all’hashtag (ma senza punto interrogativo, ulteriore errore).
Non sono stato l’unico ad aver espresso perplessità per questo nome, e l’ho fatto sostanzialmente per due ragioni: il primo è che le parole sono importanti, e se chiami così un evento significa che vuoi comunicare quel determinato messaggio. Se non è vero (come non lo era) allora hai sbagliato titolo. Nel mondo degli atomi rischi così di attirare meno gente di quanta forse ne sarebbe venuta con un titolo meno fuorviante, nel mondo dei bit e nella fattispecie su twitter (dato che era un incontro nato per essere diffuso e discusso su twitter) ti attiri gli strali di tutti i fondamentalisti cartacei e gli annusatori di colla e inchiostro, appiattendo così la discussione sulla trita, triste, tremenda e trollesca dicotomia libro cartaceo vs ebook, che è quanto di più miope e manicheo si possa pensare quando si parla di lettura digitale.

Chi è interessato a (ri)percorrere gli interventi della giornata, li può trovare su Storify, dove li ha raccolti la bravissima Marta Traverso (qui le sue prime impressioni dell’evento), la quale, insieme a Silvia Surano ha gestito l’evento su twitter, mentre una selezione di alcuni tweet lo si trova qui.

Da parte mia, tengo a dire solo una cosa: mi ha fatto un po’ tristezza il fatto che, mentre relatori interessanti esprimevano le loro altrettanto interessanti tesi a Empoli, su twitter è stata praticamente quasi solo una mera contrapposazione tra “cartacei” e “digitali” (e molto, lo ripeto, a causa di quel nome assai fuorviante), mentre si sono un po’ persi i veri gangli dell’argomento, tra cui la questione dei diritti d’autore (e tale riguardo rimando all’esperto Marco Giacomello, che ne ha appunto parlato), quella del self publishing che da molti sembra essere visto una delle escrescenze maligne del digitale; o quella del come ripensare alcuni ruoli della filiera, da quello dell’editore a quello delle biblioteche, senza dimenticare naturalmente la scrittura e l’autore stesso, posti di fronte ad una nuova sfida.

Altro dire non vo’, se non ribadire quanto già scritto nel mio contributo all’interno del libro (da leggere tutto, dalla prima all’ultima pagina) La lettura digitale e il web – ecumenicamente publicato in cartaceo e in digitale – e in alcuni miei recenti post su argomenti come il meticciato editoriale (di cui ho parlato anche a Librinnovando 2011), l’inutile contrapposizione carta-digitale e la necessità di ragionare secondo schemi nuovi e affrontare le nuove modalità che ci offre l’ebook; infine, su self publishing e ruolo dell’autore, ho parlato tempo fa con lo stesso Luca Lorenzetti, uno dei relatori di Empoli, mio personale amico e gran conoscitore del mondo della scrittura 2.0 (a proposito, avete letto il suo libro,vero?).

Insomma, gli argomenti non cambiano, ma per fortuna si rinnovano gli interlocutori; la mia speranza è che, pur se ancorati pervicacemente al mondo cartaceo, possano almeno avere la curiosità di conoscere un po’ più da vicino questo terribile strumento del demonio chiamato ebook (e ereader) senza il timore che uccida e faccia sparire l’amato oggetto di carta che tutti amiamo.
Del resto, chi legge dovrebbe avere una mente aperta e flessibile, lontana da integralismi e fanatismi che ne sono l’esatto opposto.
O no?

incontri ravvicinati tra editoria e lettori

di Salvatore Nascarella

Mettere a contatto l’editoria e i lettori è un esperimento curioso. L’assenza di filtri porta spesso risultati inattesi: è un esperimento che molti stanno portando avanti, soprattutto nell’ambito della lettura digitale.

A Torino l’esperimento ha un nome. Si chiama “Il libro: lavori incorso”: è un serie di incontri, 5 per la precisione, sul mondo del libro, su chi ci lavora e sulle prospettive future del settore ospitati in una piccola libreria indipendente (Linea 451). In qualche modo questo percorso è figlio di Librinnovando 2011: già, perché proprio in quell’occasione era nato un interessante dibattito sul prezzo e il valore del libro, dibattito assai vivo che non cessa ancor oggi di coinvolgere professionisti e non.

Voglio raccontarvi in breve quel che sta succedendo con “Il libro: lavori incorso” (hashtag #libroincorso). Abbiamo creato un piccolo gruppo di lavoro: Elena Asteggiano (@redattore), Sara Bauducco (@BauduccoSara), Noemi Cuffia (@tazzinadi) e me. L’obiettivo che ci siamo posti è avvicinare e far conoscere chi fa i libri a chi li legge, entrando dietro le quinte in modo trasparente per far conoscere quale sia il percorso che determina il costo di un libro e come questo percorso stia attraversando in qualche
modo una nuova fase evolutiva, grazie al social networking, al diverso modo di entrare in relazione e di – perché no – promuovere un libro. Il primo e il secondo incontro si son già tenuti, rispettivamente con editori e autori. Il terzo avrà come protagonisti i service editoriali, il quarto sulla lettura e il web (grazie anche a LeDita) e l’ultimo sulle nuove forme di lettura. Per ogni incontro abbiamo chiamato professionisti del settore che hanno raccontato e racconteranno quel che fanno in editoria, come lo fanno e quali sono i punti critici.

Il titolo scelto per l’iniziativa ha un suo perché, ovviamente. Per molti versi un libro è paragonabile a un progetto architettonico. Leggendo si costruiscono conoscenze, immagini, mercati, panorami, si occupano e ridisegnano spazi, si mischiano stili. Un libro si serve di architetti, progettisti, capo cantieri, manovali, ma li chiamiamo comunemente editori, autori, editor, traduttori ecc. Come una casa, anche il libro ha parametri che ne definiscono il valore e, infine, il prezzo.

Durante gli incontri abbiamo deciso di porre domande puntuali e precise. Editori (Miraggi, Espress e Notes) e autori (Elvio Calderoni, Alessandro Perissinotto e Dario Voltolini) hanno accettato di mettersi in gioco.
Quel che è emerso, noto a chi lavora nel settore ma sconosciuto agli altri, è che all’editore non rimane molto del libro che vende (un 15%?) e che per essere editori, almeno di piccole dimensioni, si deve fare molta attenzione ai conti perché le risorse sono limitate e il lavoro a cui star dietro è tanto. La lotta per stare sul mercato è su più fronti e ha un nemico in più rispetto ad altri settori merceologici: l’editoria a pagamento che scredita e rende difficile la vita a chi lavora seriamente, selezionando gli autori e i loro scritti, lavorando per fare di un “manoscritto” un libro che qualcuno comprerà. Gli autori hanno storie di approdo all’editoria diverse. Ognuno arriva al suo primo libro percorrendo strade proprie, chi respingendo le sirene dell’editoria a pagamento, chi riemergendo da un magazzino dopo anni, chi dopo aver mandato a pioggia il proprio lavoro agli editori. C’è chi ammette di non conoscere i propri lettori e di stupirsi ogni volta che ne incontra uno, chi mal sopporta la caduta di stile e la “vigliaccheria” di certi commenti on line ai propri scritti. Per tutti è chiara una cosa: non si campa di sola scrittura, a meno che non si sia l’autore di bestseller. Diciamo che in gran parte dei casi è un’entrata extra. Durante gli incontri si è parlato di
percentuali, contratti, rapporti tra editori, editor, autori, uso dei social network in editoria, ma non voglio tediare i visitatori del blog.
Quel che mi preme sottolineare è che se l’editoria decide di farsi conoscere, il lettore sarà più disposto a spendere qualche euro, perché sa quel che c’è dietro. Il mondo editoriale non può far altro che diventare conoscenza comune: chi ha partecipato agli incontri lo ha notato e lo hanno notato soprattutto coloro che i libri li comprano. I prossimi appuntamenti ci diranno altro, ma questo è solo un punto di partenza.

Tanto per informazione, cliccando sull’immagine potete vedere il programma.

@nascpublish

nel digitale l’editore deve imparare a nuotare

Tre articoli e un evento mi hanno ultimamente fatto riflettere su un concetto in apparenza scontato, ma evidentemente ancora da elaborare e assorbire bene: quando si parla di editoria (e quindi scrittura e lettura) digitale bisognerebbe disancorare il pensiero dal mondo degli atomi – con le sue possibilità e i suoi vincoli – per farlo navigare più libero nel mare di nuove possibilità (e, perché no, anche in questo caso, vincoli) ancora inesplorate e tutte da scoprire e inventare.
Per continuare con la metafora: il mare non è la terraferma, qui camminiamo lì nuotiamo, qui c’e’ distanza lì c’è anche profondità. Insomma, categorie diverse di pensiero e di esistenza.

Questo era, in 140 battute, quanto ho espresso su twitter seguendo in streaming il bell’incontro dei miei amici bookbloggers a Genova sulla lettura digitale.
Se non sapete niente o quasi dell’evento rimando alle cronache dei blogger stessi presenti all’incontro: Silvia Surano, Marta Traverso, Noemi Cuffia e Marco Giacomello (ma se ne è scritto anche qui e ne ha parlato anche Andrea Beggi nel suo blog).
La mia riflessione sopra metaforizzata era stata allora suscitata da una domanda posta ai blooger da un uomo che chiedeva loro se il suo mestiere, cioè fare copertine, con gli ebook fosse destinato a scomparire.
La domanda mi è sembrata indicativa di questa tendenza ancora diffusa di considerare il digitale con le categorie dell’analogico, di voler camminare dove invece si potrebbe (e dovrebbe) nuotare.

Su questa considerazione si basa sostanzialmente anche un articolo sulla user experience e l’esigenza per gli editori di “superare la fase di semplice conversione delle backlist e iniziare a pensare creativamente i futuri titoli e le nuove possibilità contenute nei nuovi standard”.

Tra queste nuove possibilità c’è sicuramente il social reading in tutte le sue declinazioni (leggi: piattaforme): se ne parla molto, ma ancora se ne sa generalmente poco e ancor meno viene utilizzato, come anche sostiene un articolo su bouquin.fr in cui si evidenzia che per ora sono gli autori di loro spontanea volontà a farne ricorso, ma in futuro la loro presenza nel mondo social potrebbe addirittura essere compresa e sancita nei contratti con l’editore.

Se quest’ultimo sarà in grado di interpretare al meglio questo shift che è allo stesso tempo professionale e culturale, allora penso potrà temere molto meno il nuovo arrivo dei barbari, incarnato ora (secondo il punto di vista dell’editore) dal self publishing: come dice questo ultimo articolo che consiglio, l’editore potrà essere ancora indispensabile anche nel mondo digitale, a patto che ponga come prioritâ i tre elementi emersi finora: qualità e superamento mentale del formato analogico, cura dell’autore e attenzione nei confronti del lettore.

la pirateria è un ingranaggio scomodo ma inevitabile

Un paio d’anni fa avevo letto su Futurebook un simpatico e intelligente articolo intitolato Is all piracy bad piracy? che ripercorreva brevemente la storia della cosiddetta pirateria, dimostrando che le sue origini sono le stesse della stampa gutenberghiana. Da John Milton a Benjamin Franklin fino al contemporaneo Paolo Coelho (per non parlare di Colin Doctorow), l’articolo riportava i casi più eclatanti in cui l’autore stesso è “pirata” ma non per questo danneggia la letteratura o il sistema editoriale, al contrario.

Se ne è parlato anche a IFBOOKTHEN 2012 e a mio parere uno degli interventi più interessanti (se non il più interessante) è stato quello di Timo Boezeman (editore olandese e demiurgo proprio del sito Futurebook di cui sopra) sulla pirateria: “Inside Piracy: what we can learn from pirates“. Potete vederne le slides qui, mentre qualcosa di più lo trovate sullo Storify dell’intero evento milanese. Boezeman ha esordito con la frase “La pirateria non è rubare. Se lo vedete come tale avete un problema”, catturando subito l’attenzione dei presenti.  Ha continuato poi invitando gli editori a non combattere la pirateria ma piuttosto a investire per dare alternative valide e legali e per fare libri di qualità e ben fatti.
In un mondo dove il digitale porterà ad una (ulteriore) ipertrofia editoriale e l’attenzione sarà la valuta più preziosa, “the real problem is obscurity, not piracy”.
Perché infatti un libro viene piratato? Principalmente per due ragioni: perché è troppo caro o è difficilmente reperibile. O forse, addirittura, perché la copia piratata è fatta meglio dell’originale (un caso meno raro di quanto si pensi).
E’ evidente che le leve da manovrare sono quindi tre: il prezzo, la qualità e la visibilità. Visibilità che significa anche metadati ben fatti, perché il titolo sia reperibile attraverso diverse chiavi di ricerca. Non è un lavoro facile, ma gli editori sono quelli che possono farlo meglio. Per questo secondo me non devono avere paura, ma solo adattarsi al nuovo mondo e non entrarci come si entra in una casa infestata dai fantasmi (e dai pirati), ma come si entrerebbe in una stanza già nota, ma ammobiliata in modo diverso. Bisogna solo adeguarsi alla nuova disposizione e cambiare gli automatismi, inventarne di nuovi e farli propri.

Questo e altro lo dice molto meglio di me Giuseppe Granieri in un suo recente pezzo eloquente già dal titolo: la pirateria è un fattore di sistema in cui fa un’affermazione che ritengo importante e giusta: “abitiamo una cultura che aggiorna le sue regole con molta più lentezza rispetto alle nuove pratiche che adottiamo.”
La rapidità con cui avanza la tecnologia rende difficile tenere il passo, è vero, ma penso sia altrettanto vero che nel campo editoriale (come è stato in quello discografico e musicale) chi non si adegua rapidamente alle nuove regole rischia di uscire dal gioco prima degli altri.

E’ un mondo adulto, direbbe Paolo Conte, e se si sbaglia bisogna farlo da professionisti.