Come sta l’ebook? Bene, male, dipende

In questo periodo si parla molto dello stato di salute dell’ebook, soprattutto in U.S.A. e Gran Bretagna, i due mercati principali. Perché? Perché dopo anni di ascesa quasi esponenziale, il 2014 ha visto questa spinta affievolirsi in maniera sensibile. Ma attenzione: da una parte i dati forniti non tengono conto di un player come Amazon (che si sa, detiene la fetta più grande del mercato di libri digitali), dall’altra in Italia, almeno stando ai dati AIE diffusi in questi giorni alla Buchmesse di Francoforte, le cose per l’ebook non sembrano andare così male, anzi: l’ebook è uno dei (pochi) settori che fa registrare il segno più, raggiungendo i dati di vendita dei libri cartacei della grande distribuzione. Interessante, inoltre, il dato che evidenzia un rapporto sempre più stretto tra evento e vendita di libri, che sottolinea l’importanza crescente dei festival e degli incontri con gli autori. Qui sembra che libro e musica, travolti dal digitale, seguano la stessa traiettoria: più che il negozio, conta ora il concerto, il reading, la presenza fisica di autore e pubblico insieme nello stesso spazio.

Un articolo di qualche mese fa suThe Bookseller confrontava l’andamento del mercato librario in Gran Bretagna e negli Stati Uniti: le vendite di ebook rappresentano il 17% del valore totale, ma per i romanzi la percentuale è del 37%, chiaro segnale che “i lettori continueranno ancora a richiedere un mix flessibile di cartaceo e digitale, senza che uno dei due pattern predominerà”.

L’articolo poi fa varie riflessioni sulle possibili cause del fenomeno e analizza più in dettaglio alcuni segmenti. Consiglio a chi fosse realmente interessato di leggersi integralmente il pezzo, di cui sintetizzo rapidamente alcuni dati:

  • è difficile individuare una vera crescita del digitale nei prodotti editoriali per giovanissimi lettori: in sostanza si rileva ancora l’importanza del libro cartaceo nelle vite dei bambini, nonostante il sempre costante uso di internet e della tecnologia.
  • Se si fanno i conti in tasca ai Big Five — Penguin Random House, Hachette, HarperCollins, Pan Macmillan — l’aumento delle vendite di ebook sale a +15.3% rispetto al 2013: ma i ricavi relativi crescono solo del 6.8%. Segno che il prezzo medio diminuisce (o gli acquirenti comprano più ebook a basso prezzo) e quindi i margini per l’editore si restringono. “In other words, growth comes at a cost.”
  • Il mercato scolastico digitale deve ancora svilupparsi, ma quello accademico è molto più vitale.

Cosa diventerà l’ebook?

Tuttavia, sostiene un altro articolo su Digitalbookworld, se si pensa che il digitale sia in fase di regressione, ci si sbaglia di grosso. E spiega perché.

Steven Sinofsky’s Four Stages of Disruption

Nel farlo si affida a una teoria di Steven Sinofsky, ex presidente Microsoft, che ha individuato 4 fasi nel processo di disruption (chiamiamola “discontinuità”) che reca con sé la tecnologia:

FASE 1 — Disruption of Incumbent: l’innovazione è un bel giocattolo, ma non è vista come fondamentale per il proprio business. Nell’editoria digitale, dice l’articolo, si può parlare degli anni 2007–2010.

FASE 2 — Rapid Linear Evolution: l’innovazione prende una nuova traiettoria e viene percepita come tale, ma è ancora solo tollerata, sebbene si accetti di incorporarla gradualmente nel proprio processo di produzione. Per l’editoria digitale si parla degli anni 2010–13.

FASE 3 — Appealing Convergence: la discontinuità è avvenuta, ma il mercato si stabilizza. Si verifica una forma di convivenza mista digitale-analogico. Siamo per l’editoria in questo attuale periodo, il 2015.

FASE 4 — Complete re-imagination: è l’ultimo stadio della teoria di Sinofsky, quando cioè una categoria o una tecnologia viene rivista, reinterpretata e reinventata dalle fondamenta. Per l’editoria questa fase deve ancora iniziare, e allo stato delle cose è difficile dire quando ciò accadrà.

In un post di un anno fa avevo già parlato di mimesi ancora troppo fedele del digitale rispetto al cartaceo e di “traduzione troppo letterale” che l’ebook opera ancora, faticando a trovare una sua sua via per dare vita a nuove modalità di elaborazione e fruizione dei contenuti. Anche nel settore dell’editoria scolastica si avverte molto questa fase di transizione, quasi che l’ebook sia solo una crisalide da cui si attende con trepidazione che ne esca una meravigliosa farfalla che stupirà tutti per la sua bellezza. Non posso però concludere senza citare due riflessioni dell’articolo Publishing’s Digital Disruption Hasn’t Even Started fin qui sintetizzato e, in parte, tradotto:

Pensate a come altre industrie hanno vissuto questa fase di disruption: Uber, la più grande compagnia di taxi, non possiede nemmeno un veicolo; Facebook, il più popolare proprietario mediatico, non possiede contenuti; Alibaba, il venditore più valutato, non ha un magazzino. Airbnb, il più diffuso sistema di alloggi, non possiede nemmeno un’agenzia immobiliare.

Tutto ciò mi ricorda in qualche modo una frase del mio amico Mauro Sandrini nel suo Elogio degli ebook: il fatto che i giovani non comprino più cd non significa che non ascoltano più musica. Anzi, ne ascoltano come e più di prima. Solo che cambiano le modalità in cui viene fruita e diffusa.

Infine, l’ultimo pensiero va agli editori: Ironicamente, uno dei talloni d’Achille degli editori — la loro presunta impenetrabilità e inadeguatezza nei confronti dell’innovazione — potrebbe nei fatti aiutarli ad attutire l’impatto delladisruption. Comunque, non la fermerà.

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noi e il digitale in 365 giorni (passati e futuri)

Vorrei finire questo 2013 con alcuni consigli di lettura (nel senso di post da leggere): avrei voluto scrivere il consueto pezzo di fine anno che fa il consuntivo e delinea le tracce per il 2014, ma ci ha già pensato egregiamente Gabriele Alese e rimando volentieri al suo post, sempre molto puntuale e professionale.

Al limite, mi posso permettere di integrarlo con altri articoli che a mio parere offrono spunti di riflessione su cui meditare nel corso del prossimo anno.
ImageInizio con un brevissimo intervento di Giuseppe Granieri su quello che può significare per il mondo della lettura e della cultura in generale lo shift (che è di pensiero, di strategia, di risorse, di organizzazione, di competenze) dal cartaceo al digitale; non si tratta, è sempre bene ribadirlo (anche se sono tre anni che lo faccio) di contrapporre in modo manicheo e poco intelligente i due supporti (si tratta, dice bene questo articolo, di un nonissue, un non-argomento), ma di considerarli come due modalità differenti di elaborare, trasmettere, diffondere e fruire contenuti, dove la carta ha sempre un suo spazio, ma è uno spazio residuale, dice Granieri, una delle tante caselle in cui inserire (o trovare) parte di ciò che vogliamo comunicare.
A corroborare questo concetto sono sicuramente utili i sette libri consigliati in questo sito: il titolo parla di libri sull’educazione, ma si tratta spesso di titoli di respiro più ampio che trattano appunto di come sta cambiando il nostro modo non solo di apprendere, ma di comprendere il mondo e i dati che lo permeano.

A proposito di educazione e scuola, nel corso del 2013 (soprattutto dalla sua seconda metà) si è parlato e dibattuto moltissimo su come potrebbe/dovrebbe riformare un sistema da sempre refrattario ai cambiamenti e alle innovazioni e continuamente colpito da tagli e riforme che spesso cancellano quelle precedenti e rimescolano le carte creando soltanto ulteriore confusione e ulteriori ritardi.
Ultimo di questi incontri, almeno come importanza, è stato quello di Pisa (di cui ho parlato qui), sicuramente un punto di partenza che però va accompagnato da tutta una serie di azioni, prima fra tutte la formazione dei docenti, che penso sia la priorità più urgente del 2014, sotto questo punto di vista.

Infine, una lettura breve ma incisiva sulle possibili prospettive che attendono i self publisher (proprio nel 2013 a Senigallia c’è stato il primo festival del self publishing, a cui sono andato e che ho in parte raccontato in un post): oltre che come scrittori, dice l’articolo in questione sin dal titolo (Writers need to think like business owners) devono pensare – e agire – come piccoli imprenditori, con tutti gli oneri e i rischi che ne conseguono.

Per tutto il resto rimando all’anno nuovo, augurando a tutti che sia sereno, ricco di letture, idee e parole scritte e da scrivere.

(l‘immagine è tratta da qui)

libro cartaceo + ebook? Si può, e si chiama bundling

Qualche giorno fa è comparso su Publishing Perspective un interessante articolo sul bundling, cioè la vendita parallela di uno stesso titolo in cartaceo e digitale, dove l’acquisto di una copia in libreria consente anche di scaricare quella digitale.

Una strategia di business molto interessante, tanto che l’amico ed esperto del settore (nonché “collega” blogger) Gabriele Alese ha pensato di parlarne in ben due articoli (uno in luglio e uno pochi giorni fa): nel primo analizzava il modo in cui due editori italiani (finora gli unici: E/O e Utet, del quale parla anche Finzioni qui) hanno applicato questo modello, nel secondo si sofferma su due fattori molto importanti della questione: la percezione del valore della copia cartacea e la migliore modalità (cioè la più semplice ed efficace) per permettere all’utente di andarsi a scaricare la copia dell’ebook dopo aver acquistato il titolo in cartaceo.

Visto che Gabriele è come sempre molto preciso, competente ed esaustivo, in questo mio breve post vorrei soffermarmi su due altri aspetti di una pratica che trovo anch’io particolarmente interessante e meritevole di attenzione.

Il succitato articolo di Publishing Perspectives individua alcuni elementi rilevanti della questione, che sintetizzo schematicamente (rimandando ovviamente alla lettura integrale dell’articolo):

– il bundling permette all’editore di scoprire chi legge i suoi libri attraverso i dati provenienti dal download ed è un ottimo modo per costruire una relazione con il lettore e fidelizzarlo.

– I librai finora coinvolti nell’operazione si sono dimostrati molto favorevoli, perché possono vendere ebook senza forzare i lettori a una scelta tra digitale e cartaceo.

A quanto pare, si tratterebbe di un qualcosa capace di coniugare gli interessi di tutti gli elementi della filiera, non ultimi i lettori stessi, cosa già di per sé notevole. Ma gli esempi concreti menzionati nell’articolo costituiscono materiale da analizzare per cercare nuove linee di sviluppo e perfezionamento di una pratica che può rivelarsi molto utile sia dal punto di vista del marketing editoriale, sia da quello, ancora più importante, della promozione della lettura: come per esempio dare al lettore l’opportunità di scegliere una collezione di ebook di uno stesso autore, o di titoli simili proposti dalla backlist, facendogli quindi scoprire libri che altrimenti non avrebbe nemmeno mai trovato.

“Per ora  – conclude l’articolo – il bundling cartaceo + digitale contiene in sé la potenzialità di offrire un valore aggiunto. Questo perché la lettura è diventata un’esperienza ibrida.(…) Quanto più il campo del design dell’ebook continuerà a svilupparsi, tanto più possiamo sperare di vedere comparire nel mercato app e ebook più belli, intuitivi, e user friendly,”

Siamo infatti, è bene ricordarlo, ancora in una fase 1.0 (rispetto alle sue reali potenzialità) della lettura digitale, ancora l’ebook è molto vincolato al design e alla struttura del suo omologo cartaceo; gli editori si muovono per tentativi, a volte riusciti altre meno. Questa del bundling mi sembra un approccio molto intrigante, da seguire con attenzione e su cui gli editori (e i loro uffici marketing) dovrebbero riflettere bene.

Per quanto mi riguarda, il “doppio passo” del libro cartaceo e digitale, la valorizzazione della backlist e l’esperienza di lettura “ibrida” (che io a Librinnovando 2011 avevo definito “meticciato“) sono tutti temi che mi stanno a cuore non da oggi e in cuor mio ero sicuro avrebbero condotto a nuove strade e nuove pratiche dove in primo piano ci fossero anche la lettura e i lettori. Forse ci stiamo muovendo (anche) verso questa direzione.

P.S. Aggiornamento dell’ultima ora: anche Amazon da ottobre prossimo si dà al bundling, sotto il nome (efficace) di Matchbook, ovviamente riservato ai possessori di Kindle (o delle sue app).

giornalismo 2.0, tablet a scuola e MOOCs: più domande che risposte

Tre sono i poli d’attrazione principali della discussione in Rete in questo periodo: il giornalismo e la comunicazione ai tempi del web, i tablet a scuola e i cosiddetti MOOCs (Massive Open Online Courses).

Il primo argomento è stato ampiamente affrontato in due eventi, il cosiddetto #innovationRCS, workshop sul giornalismo digitale alla sede del Corriere, e soprattutto la scorsa settimana al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, dove sono emersi, per quel poco che ho potuto seguire, molti spunti davvero interessanti. Non avrei niente da aggiungere di nuovo se non segnalare questo articolo uscito qualche settimana fa ma su cui vale sempre la pena riflettere e che si conclude con una frase eloquente: per il giornalismo la sfida NON è il digitale, la sfida è la convergenza.

Anche l’argomento dei tablet a scuola ha visto un evento dedicato, il meeting Tablet School organizzato a Bergamo dal centro studi Impara digitale, centro fortemente voluto e realizzato da Dianora Bardi. Il dibattito rimane vivo nonostante credo che sul tema si sia ormai detto tutto o quasi e personalmente non ho altro da aggiungere a quanto scritto a riguardo nel passato più o meno recente. Del resto la situazione è ben nota e ben esposta in questi articoli che fornisco di seguito: il primo si intitola La lunga marcia della scuola digitale e mi sembra eloquente senza commentarlo ulteriormente. Da leggere perché fa un quadro preciso e lucido sulla situazione, tra velleità – e necessità – di innovazione didattica e le solite carenze strutturali ed economiche.
Il secondo, Tablet school, i fatti e i “da fare”  è la cronaca del meeting di Bergamo da parte di uno studente che vi ha partecipato in prima persona, condito da alcune considerazioni interessanti perché, una volta tanto, a parlare non sono i soliti docenti pro o contro il digitale, ma la materia prima della scuola, ovvero gli studenti stessi.
C’è poi questo approfondito articolo su tropicodelibro.it in cui si parla del decreto Profumo e si interpella Marco De Rossi, fondatore di Oilproject, il quale analizza la situazione anche alla luce della giornata di Bergamo e fa una prima valutazione di quanto finora hanno fatto gli editori, che comunque non è poco, tenendo anche conto, come ben dice Rossi, che il loro sforzo “non corrisponde al reale mercato della scuola italiana che ancora preferisce il cartaceo”.
Inoltre segnalo questo articolo della Stampa molto ben scritto e dove si interpella anche  Dianora Bardi, facendo il punto su molti aspetti del digitale nella didattica tutti da approfondire; c’è infine un’intervista a Dianora Bardi, molto rapida quanto efficace, dove la stessa professoressa pioniera del digitale in classe non nasconde le immancabili (e immaginibili) resistenze interne e soprattutto le criticità presenti anche nell’uso del digitale a scuola. Alla fine non fa nascere illusioni facili e afferma che “per una rivoluzione digitale servono tempi lunghi.”  A me questa frase suona ovviamente ragionevole, ma mi chiedo spesso anche se i tempi lunghi della scuola non siano inesorabilmente troppo lenti rispetto alla rapidità della tecnologia, che spesso spariglia le carte e rimette tutto in gioco nel giro di pochi anni, se non mesi.

Infine, i MOOCs, questi famigerati corsi che nel giro di pochi mesi sono arrivati ad attirare centinaia di migliaia di studenti in tutto il MOOCmondo e di cui si fa un gran parlare. Qualche mese fa avevo spiegato (qui il post relativo) di che cosa si tratta, e ora sembrano approdare anche in Italia. La questione è: funzionano veramente? Sono davvero il futuro dell’educazione a distanza di quel longlife learning ormai necessario per stare al passo con esigenze professionali sempre nuove? Come sempre accade in questi casi, i pareri sono discordi, anche se fino a qualche tempo fa c’era una netta prevalenza di voci positive. Da qualche tempo, però, si iniziano a sentire (leggere) anche opinioni meno lusinghiere su questi mega-corsi online: recentemente se ne è occupato anche il New York Times con un articolo dettagliato, scritto da chi di MOOC ne ha seguiti ben 11- e conclusi solo 2, dal momento che una delle caratteristiche di questi corsi è l’altissimo tasso di dispersione; il mio cattivo pensiero è che su uno che parla bene dei MOOCs ce ne sono non so quanti che preferiscono non esprimersi, magari sentendosi a disagio nell’esporre una inadeguatezza che sentono più loro che del corso in sé. Ma è necessariamente così? L’articolo succitato sembra negarlo, e stila una vera e propria pagella con tanto di voti, evidenziando gli aspetti positivi e quelli negativi dei corsi da lui frequentati. Risulta che tra le carenze ci sia quella della comunicazione tra studente e docente e tra studenti stessi, dato l’altissimo numero di partecipanti, la dispersione suddetta e la mancanza di strumenti adeguati per una comunicazione sincrona. Altro importante aspetto che avevo notato anch’io nella mia breve frequentazione di un MOOC (presto abbandonato, appunto) è il carattere sostanzialmente monodirezionale del metodo didattico: il docente (che tra l’altro si trova in una sovraesposizione quasi da divo e dovrebbe in teoria gestire una “classe” di decine di migliaia di studenti) eroga materiale didattico (testi e, soprattutto, video) ma poi non ne segue una vera condivisione né, tantomento, co-creazione degli studenti.
Fa il paio con l’articolo del NYT questo dal titolo The World is not Flat in cui si pone anche la questione della personalizzazione dei percorsi didattici.
E se questi tre (condivisione, co-creazione, individualizzazione) sono invece gli aspetti che caratterizzano la didattica 2.0 o come volete chiamarla, c’è da chiedersi dove sia l’aspetto innovativo di tali corsi.

Voi che ne pensate?

(Ho preso l’immagine da qui.)

Una scuola senza carta? Per ora solo quella igienica

Inizia l’anno scolastico e il ministro Profumo annuncia che sua intenzione è una scuola con sempre meno carta (quella igienica manca da un pezzo, ha ironizzato qualcuno). Sappiamo tutti quanto valgono le promesse dei marinai e dei ministri e comunque per il momento il panorama sembra piuttosto sconfortante, tranne alcune eccezioni (lo dice anche Caterina Policaro qui).

Ma come potrebbe essere la scuola del futuro? La tecnologia è davvero necessaria tra i banchi di scuola?
Sono tutti argomenti che ho già trattato in questo blog e sempre più spesso mi imbatto in articoli come questo in cui si pone a mio parere la questione secondo la prospettiva giusta. Cito qualche passo, consigliandovi ovviamente la lettura integrale del pezzo:

“I profondi problemi dell’educazione, sia vecchi che nuovi, hanno bisogno della tecnologia per essere risolti, ma deve essere una tecnologia rinnovata e appropriata capace di rispondere adeguatamente a queste esigenze.”
“Rinunciare all’uso della tecnologia nel sistema educativo avrebbe senso in una società che rinuncia completamente alla tecnologia in ogni altro settore, dato che l’educazione è un mezzo per preparare l’inserimento nella vita sociale”.
“La questione non è se usare o meno la tecnologia, quanto qual è la tecnolgoia più adatta e meglio incorporabile nel sistema educativo”.

A parte le sperimentazioni in Italia già citate nel post della Policaro e una che riporto alla fine tramite un video, vale sempre la pena vedere come ci si mupve oltreoceano, dove le tendenze sono sempre anticipate (se non create) e dove la maggiore familiarità con la tecnologia permette una sperimentazione su più larga scala. A questo proposito, un articolo recente riassume bene quali sono i maggiori players nel settore della didattica e cosa fanno.
Il quadro vede per ora  quattro protagonisti; la Khan Academy, le piattaforme di apprendimento Udacity e Coursera e infine il progetto edX (qui un articolo in inglese che traccia le principali caratteristiche di tutti e quattro i soggetti menzionati)

La Khan Academy è stata fondata nel 1998 da Salman A. Khan, un insegnante di matematica a cui venne in mente di creare un sito, per aiutare il nipote assente da scuola, e inserire un  video su Youtube in cui gli spiegava un argomento della materia. Il video fu apprezzato, e non solo dal nipote di Salman, tanto da divenire virale.
Ora il sito contiene più di 3300 video visti da 179 milioni di utenti.
Lo scopo è quello di offrire materiale didattico supplementare e in una modalità diversa  rispetto a quello tradizionale.

Udacity è una piattaforma per l’erogazione di contenuti e materiali didattici fondata da alcuin ricercatori e professori dell’università di Stanford. Ad oggi 112.000 studenti usufruiscono liberamente dei corsi consistenti in brevi video dei docenti universitari corredati da quiz ed esercitazioni. Volendo, alla fine del corso lo studente può ricevere un certificato che attesti il completamento del ciclo di studi in una materia specifica.

Coursera è stata lanciata poco dopo Udacity e offre corsi di 16 università tra cui Stanford, Princeton e anche facoltà da altri paesi come Scozia, India, Canada e Svizzera. Come Udacity, si tratta di lezioni via video ed esercizi interattivi, quiz e test di rinforzo, nonché attività tra pari. Coursera ha attualmente 680.000 studenti in tutto il mondo e, accanto ai corsi gratuiti, prevede un servizio premium a pagamento.

Infine edX: nato come costola del progetto MITx (cioè l’idea di far seguire alcuni corsi del famoso MIT via web), comprende ora una serie di prestigiosi atenei americani, che in questa piattaforma di apprendimento si chiamano HarvardX, BerkeleyX e via dicendo.   Corsi e certificati sono per ora gratuiti ma con la prospettiva di far pagare per certificazioni più solide in futuro.

Alla base di queste operazioni sta il concetto di flipped classroom e il desiderio di dare a tutti la possibilità di frequentare corsi universitari o di specializzazione, anche a chi non ha i mezzi per farlo o le distanze glielo impediscono.
Possono questi modelli fornire esempi da seguire anche in Italia? Probabilmente è troppo presto per dirlo; sono certo comunque che è sempre possibile trarre da ogni esperienza gli elementi più interessanti ed adattarli al proprio contesto per sviluppare un percorso autonomo e originale.
Ma per tornare agli esempi virtuosi in terra italiana, concludo con il video promesso all’inizio, che sicuramente costituisce un nuovo solco tracciato nel campo della didattica nelle tecnologie, come la chiama giustamente Dianora Bardi, una pioniera del settore.