il prestito digitale via di promozione flessibile

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

Una recente analisi del Pew Internet Research Center y American Life Project negli USA ha mostrato dati interessanti sulle abitudini di lettura digitale:

• il 78% degli statunitensi ha letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi. Di questi, l’83% ha tra 16 e 29 anni;

• i lettori di ebook sotto i 30 anni sono più propensi a leggere su smartphone (41%) o su computer, piuttosto che su ereader (23%) o un tablet (16%);

• molti non sanno che il libro elettronico può essere richiesto in prestito in una biblioteca.

A questi dati fanno compagnia quelli dello studio Patron Profiles Fall 2012 portato avanti dalla rivista Library Journal secondo cui il 55% dei lettori di ebook intervistati ha affermato di aver iniziato a leggere digitale negli ultimi 12 mesi. I lettori di ebook sono per lo più adulti, residenti in zone urbane e con studi universitari. Esiste una resistenza forte da parte di editori che non vogliono aprire le proprie pubblicazioni al prestito digitale, atteggiamento che sfiducia gli stessi lettori che vedono nel prestito digitale una procedura troppo complessa. La maggioranza dei lettori intervistati ha affermato che il modello di prestito potrebbe tener conto di un periodo di “incubazione” delle novità pubblicate prima del passaggio in biblioteca, ritenendo ragionevole che gli Editori mettessero i propri titoli a disposizione della libera lettura un mese dopo l’avvenuta pubblicazione.

C’è da dire che l’85% di coloro che prendono in prestito ebook ha affermato di aver usato il servizio di prestito digitale della biblioteca per avvicinarsi a nuovi scrittori e generi letterari: alcuni hanno poi scelto di acquistare libri o testi di autori visti in biblioteca.

Ma c’è anche un altro dato: il 36% dei lettori dichiara di non avere nessun interesse per gli ebook e che non è per nulla attratto dal leggerne uno. Di questi purtroppo lo studio non riporta dati (età, fascia sociale, grado di istruzione ecc.).

Personalmente, tra le forme di prestito non pubblico che mi incuriosiscono devo riconoscere l’appeal della proposta di Barnes&Noble. Il servizio si chiama Read in Store, è un marchio registrato ed è in piedi da un po’. Il modello è interessante: praticamente i possessori di Nook hanno la possibilità di leggere gratis ebook dal proprio ereader mentre si aggirano per una libreria fisica della catena. Dove sta la fregatura, diremmo noi da buoni italiani? La fregatura, se proprio così vogliamo definirla, sta nel fatto che chi legge ha solo al massimo un’ora di tempo al giorno per usare la formula di prestito.
Ovviamente il servizio poggia sulla rete Wifi della libreria fisica Barnes&Noble. Trovo che sia una maniera stuzzicante per aiutare la lettura e guidare all’acquisto di libri. Un effetto che funziona come le ciliegie, ossia una tira l’altra.

Può il prestito digitale portare a scoprire o riscoprire autori, generi, editori, giocando inoltre sul livello di gradimento (e quindi sul numero di prestiti) per aumentare la diffusione della lettura? Credo sia auspicabile. Il prestito è una forma di marketing semplice ma efficace, un po’ come il passaparola. Il mondo editoriale può individuare nel prestito un volano per la diffusione della lettura (e quindi della vendita dei libri/ebook), fornendo ai lettori, attraverso il digitale, un’esperienza diversa e complementare della lettura tradizionale.

I modelli di prestito digitale esistenti e i dati di analisi e studi che si stanno diffondendo ci dicono che i meccanismi devono essere semplici e immediati, come semplice e immediato è sfogliare un libro prendendolo dallo scaffale. Ci dicono anche che il libro è un prodotto che si compra poco a scatola chiusa, perché il lettore, soprattutto il lettore forte, è un cliente esigente, attento e con una memoria da elefante.

Quale che sia il processo di prestito adottato e chi offre il servizio (editore, distributore o libreria), vale la pena tener conto che tutto, come sempre, deve essere fatto nel rispetto dei lettori e della professionalità di chi produce e vende letture, che ricordiamolo sono pur sempre (o dovrebbero essere) opere di ingegno.

 

Di questo e altro si parlerà durante l’incontro Reinventare la biblioteca fra crisi di budget e disintermediazione digitale all’edizione 2012 di Librinnovando.

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punto della situazione su: giornalismo digitale, Kobo e MOOC

Tre gli argomenti che in questo periodo stanno sollevando molti bit di parole, provo a riassumerli in qualche link essenziale.

Prima di tutto, la crisi del giornalismo cartaceo (e non) prima e dopo la notizia del Newsweek che cessa di essere cartaceo per diventare esclusivamente online; ci sono le riflessioni di Granieri espresse oggi sull’Espresso blog e che riassumono il suo pensiero a riguardo, esposto spesso anche dal suo spazio nella Stampa online. Si tratta di una riflessione che coinvolge il mondo del giornalismo e della comunicazione in generale, come anche e’ stato fatto a Ferrara in “Fermate le rotative“, dove hanno detto la loro il direttore del Guardian e David Carr del New York Times, sicuramente due modelli (diversi ma complementari) di giornalismo cartaceo esteso nel digitale (a proposito del Guardian, qui un articolo in cui si dice che l’editore sta prendendo in seria considerazione l’interruzione della versione cartacea).
L’argomento è molto interessante e di cose da dire ce ne sarebbero davvero molte. A me piacerebbe, per esempio, estendere e approfondire una considerazione che mi è venuta in mente sulla distinzione tra notizia e informazione: con twitter e gli altri social network siamo bombardati di notizie, soprattutto per il fatto che ogni utente è in potenza un latore di notizie (basti pensare al fatto che ormai gli stessi giornalisti si affidano spesso ai tweet di chi si trova sul posto dove accadono eventi importanti). Se quindi la notizia è a portata di tutti, fare informazione implica un livello diverso e più profondo, non necessariamente professionale ma è secondo me in questo interstizio che dovrebbero penetrare i giornalisti, ma vorrei anche la vostra opinione in proposito.

L’altra notizia che ha fatto e fa discutere è il lancio del Kobo da parte di Mondadori. Io purtroppo non l’ho ricevuto, come invece è successo ad alcuni blogger che conosco (per mia grande invidia) e posso riportarvi le recensioni di due di loro: Effe e Noemi Cuffia (alias @tazzinadi). Inoltre, ottima mi sembra quella in 10 punti di Pianetaebook. Se ne ricava che il Kobo sembra non solo un bell’oggetto, ma soprattutto un buon e-reader, e sicuramente potrà costituire un degno antagonista del Kindle (vedi qui un bell’articolo di Luca Albani dove ci si auspica l’arrivo di altri player).

Amazon da parte sua lancia un nuovo servizio per la diffusione di documenti, Whispercast: sembra un programma studiato particolarmente per l’ambito accademico e didattico, cosa che ci porta al terzo argomento, più specifico, quello dei cosidetti MOOC. Sono i Massive Open Online Courses (qui un’animazione che spiega bene di cosa si tratta) , di cui già avevo parlato in un post qualche tempo fa: sempre più università americane e non hanno lanciato corsi gratuiti online che stanno avendo molto successo. Le opinioni a riguardo sono ancora contrastanti, e per farmene una personale ho deciso di iscrivermi ad uno di questi corsi, dell’università di Stanford su Coursera.
Ho appena iniziato e quindi è troppo presto per dire qualcosa di sensato, ma se vi interessa vi terrò aggiornati. Naturalmente, se nel frattempo qualcuno di voi ha concluso un corso del genere è vivamente pregato di lasciare la sua impressione a riguardo.