La scuola, gli editori e il digitale secondo Dino Baldi (Giunti Scuola)

Ho avuto  più volte modo di apprezzare Dino Baldi, direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola. Pur non conoscendolo – ancora – di persona, in ogni suo intervento, a voce o scritto, ho sempre ricavato nuovi spunti di riflessione e tratto interessanti considerazioni sul mondo dell’editoria scolastica coniugata in chiave digitale. Per questo motivo, ho voluto interpellarlo direttamente su alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore e che ho affrontato in modo articolato in un ebook edito da Ledizioni, in cui compare anche una parte di questa chiacchierata (in effetti, a pensarci bene, potrebbe anche essere la nona delle mie chiacchierate editoriali, brevi interviste con personaggi dell’editoria italiana che hanno qualcosa di importante da dire).

Nel tuo intervento all’edizione romana 2012 di Librinnovando, hai fatto un discorso secondo me molto importante e hai menzionato quattro passaggi fondamentali per l’editoria didattica nell’era digitale:

–       passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento;

–       la ridefinizione di granularità dei materiali;

–       passaggio da una logica editoriale chiusa a una aperta;

–       l’evoluzione verso un modello di business più aperto e flessibile (dal prodotto al servizio).

Cosa e’ cambiato secondo te da allora e cosa si è fatto (o non ancora) in questo ambito?

Sul piano dei risultati espliciti, non molto: il digitale scolastico è ancora vicino all’anno zero. Tuttavia mi sembra pretestuoso o ingenuo prendersela con la caricatura del conservatore che vuole tenere la scuola nel suo medioevo per ignoranza, paura del nuovo o per difendere interessi di categoria. Piaccia o no, gli editori riflettono molto da vicino la realtà della scuola: non hanno, tranne eccezioni, il privilegio di progettare per le fasce estreme. Sarebbe sbagliato allora confondere questa scuola e questi editori con quello che potrebbero diventare se fossero messi in grado di fare una scelta. Per questo, al di là di strategie a medio e lungo termine, sono sempre più in sintonia con chi prima di tutto mette l’accento sulle condizioni di contesto: finché non ci sarà un’infrastruttura di rete, strumenti adeguati, insegnanti formati al nuovo e una legislazione stabile e poco invasiva, il resto sono parole al vento, operazioni di marketing e nei casi migliori belle sperimentazioni e tanto lavoro dietro le quinte (ad esempio, per gli editori, sulla filiera produttiva, sulle piattaforme, sui formati). L’idea della rivoluzione digitale imposta dall’alto può avere un suo fascino, ma è un ossimoro: il cambiamento significativo, a maggior ragione per una realtà come la scuola italiana, è un processo che si muove dal basso, nel momento in cui dall’alto vengono garantite le condizioni abilitanti (in un mio post di due anni fa, menzionavo un articolo che parlava di “innovazione dai margini” ndr).

Quali sono secondo te le novità più rilevanti (non solo tecnologiche, ma anche metodologiche o strategiche) emerse da allora nell’editoria ma più in generale nella didattica?

La conseguenza più interessante, a mio parere, dell’ingresso delle tecnologie in classe è il fatto che costringono la scuola a farsi delle domande esistenziali, e non necessariamente legate alle tecnologie. La scuola ha bisogno di ridiscutere e ridefinire il proprio rapporto con il mondo esterno, in senso attivo e consapevole e non unicamente difensivo o di resa: per questo “esame di coscienza”, per il superamento dell’autoreferenzialità, non c’è niente di più dirompente di una connessione internet attiva in classe. Per il resto, più che novità credo ci siano dei temi caldi che sintetizzano alcuni dei nodi problematici, e che il protagonismo naturale delle tecnologie tende talvolta ad offuscare. Sul piano delle metodologie ad esempio la cosiddetta “classe capovolta”, di cui si parla molto, al di là del merito evidenzia un problema reale: quale deve essere il ruolo dell’insegnante, e dello studente, rispetto ai contenuti multimediali che presuppongono una fruizione passiva o guidata? Ha ancora senso che sia l’aula il luogo deputato per un tipo di didattica che, al di là degli slogan, rischia di essere ancor meno interattiva e più veccha di quella tradizionale? Allargando il campo, quale deve essere il rapporto fra le tecnologie dentro e fuori la classe, tra devices di gruppo e devices individuali come il tablet? Non sono temi da poco: ad oggi ad esempio mi sembra prevalga l’idea che debba essere la scuola, la mano pubblica, a farsi carico non solo delle LIM, ma anche degli strumenti di uso personale: l’acquisto, la gestione, l’aggiornamento… A parte l’aspetto economico, lo trovo di un’ingenuità disarmante. Con tutti i distinguo che si possono fare, il BYOD (Bring Your Own Device) rappresenta non solo una delle poche strade praticabili, ma forse anche la più corretta sul piano del metodo e dei principi. Per ultimo, in merito ai formati mi sembra importante la timida comparsa, fra le proposte adozionali, del cosiddetto “libro liquido”, ovvero il libro tradizionale proposto in versione html: un primo importante passo verso l’emancipazione, anche psicologica, dal libro a struttura fissa, perpetuato, in digitale, dal pdf.

Nei paesi anglosassoni si parla sempre di piu’ di OER, di contenuti didattici aperti e condivisi tra docenti in ambienti appositamente dedicati. Anche in Italia si inizia a sorgere qualche progetto in questa direzione. Dove pensi si possa arrivare, anche alla luce di quanto ha affermato la neo ministra Giannini in proposito e come l’editore può far diventare questo fenomeno non una minaccia ma una risorsa?

Gli editori scolastici che considerano una minaccia i contenuti aperti e gratuiti e i contenuti prodotti dal basso dagli insegnanti, a mio parere sbagliano due volte: sul piano culturale (della percezione del proprio ruolo e valore) e sul piano delle strategie di sviluppo dell’offerta. Io credo che la battaglia interessante non sia quella in difesa di posizioni acquisite, ma della qualità; e non la qualità editoriale garantita astrattamente dalla filiera di produzione o da validazioni implicite, ma quella guadagnata sul campo. È ancora presto forse per capire come i percorsi prodotti dall’editore possano relazionarsi in maniera virtuosa, sul piano della didattica, del mercato e delle tecnologie, con contenuti “altri”, e quali forme e strade prenderanno questi percorsi e questi contenuti: personalmente ad esempio auspico che non si rincorra una multimedialità povera di progetto didattico. Ma un editore che non si stia preparando attivamente a scenari diversi, misti, a mio parere rischia molto. Il primo passo è, al solito, interiorizzare l’apertura strutturale imposta dall’introduzione delle tecnologie di rete, che investe a cascata la classe, l’editore, il libro: c’è un’eccessiva abitudine a pensare al prodotto scolastico secondo categorie tradizionali che ancora, intendiamoci, sono valide, ma che – temo – lo saranno sempre meno in futuro.

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editoria scolastica: digitale sì, ma come?

In un recente convegno Miur a Pisa intitolato “Uno, nessuno, centomila: libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa” si è parlato molto di scuola digitale e ancor più di editoria scolastica (per una rapida sintesi in tweet, qui ci sono alcuni storify relativi, mentre chi ha tempo può trovare qui tutti i video degli interventi). Tra i presenti, c’erano Gino Roncaglia, Dianora Bardi e Agostino Quadrino, il quale ha poi sviluppato su una pagina Facebook alcune sue riflessioni post convegno. Come spesso accade per un argomento ormai da mesi al centro di un acceso dibattito, le reazioni sono state molte, differenti e spesso contrastanti. Il nucleo della discussione è il modo in cui l’editoria scolastica dovrebbe interpretare questo passaggio da una didattica erogativa ad una più improntata alla condivisione e da un sistema in cui al centro c’era (e c’è ancora) il libro di testo tradizionale a un nuovo modello in cui i contenuti e i materiali didattici possono venire realizzati dagli insegnanti (anche insieme agli studenti) e diffusi su piattaforme aperte.

Insomma, per dirla in italiano: Open Educational Resources (“risorse educative aperte”, peraltro previste anche dal decreto emanato dalla ministra Carrozza), copyleft, Creative Commons. E gli esempi concreti in qualche modo già ci sono, alcuni dei quali presenti al convegno di Pisa: Dianora Bardi e il suo centro Impara Digitale, Agostino Quadrino e la sua casa editrice Garamond, Noa Carpignano di BBN (e quindi l’ambiente di apprendimento Didasfera).  Ma in Italia si pensi anche a Oil Project , nonché a insegnanti come Emanuela Zibordi e al suo manualetto su come creare testi scolastici 2.0 con l’ausilio di ciò che offre la Rete in modo aperto, semplice ed efficace.

Dall’altra parte sta l’editoria scolastica che in pochi anni si è dovuta convertire, obtorto collo, ad un nuovo modo di fornire contenuti e materiali. A questo riguardo, mi sembra che si sia ormai arrivati alla terza fase di un percorso: la prima fase (se vogliamo trascurare l’era dei CD-Rom, piena di buone intenzioni e intuizioni – anche di buoni prodotti – ma poco incisiva sul terreno strettamente didattico) è stata quella dei PDF scaricabili dai siti dell’editore o – appunto – da eventuali CD-Rom allegati ai volumi; si tratta di una fase in parte attuale, dato che non pochi editori si affidano ancora a questo tipo di formato (peraltro ignorato da buona parte degli insegnanti).

La seconda fase è quella di materiali didattici integrativi che accompagnano sia il libro cartaceo sia il suo cugino in PDF: video, audio mp3, animazioni, esercizi interattivi, il tutto inserito in un percorso didattico che fa comunque riferimento al libro adottato, ripercorrendone le unità o capitoli e quindi la struttura di base.

Siamo quindi ancora in una modalità mimetica rispetto al libro di testo, ovvero il cartaceo è ancora il punto di partenza che detta i tempi, gli spazi e le cesure ai contenuti su formati digitali. La terza fase, invece, è quella che ci attende e che la stessa ministra Carrozza ha individuato nei materiali autonomamente prodotti dai docenti (o da docenti e studenti, come anche fanno Emanuela Zibordi, Dianora Bardi e altri) e diffusi all’interno di piattaforme condivise, aperte e collaborative, meno dipendenti dai margini delle pagine, più svincolate dalla narrazione lineare del testo scritto e più ramificate, estese, polifoniche. Queste risorse, dice la ministra nel suo decreto, potranno anche essere adottate dagli insegnanti per integrare, se non eventualmente sostituire, i libri di testo tradizionali.

Alcuni (come Quadrino), già salutano la morte del libro di testo tradizionale, inteso come riferimento autoriale monodirezionale, poco flessibile e non adatto alle nuove dinamiche del sapere, che scorre su altri canali, secondo flussi e fonti differenti e non può essere più relegato in un contesto chiuso e autoreferenziale come un testo cartaceo.

Altri, Roncaglia in primis, auspicano una gradualità in questo passaggio e una convivenza, ancora necessaria, tra testi tradizionali e nuove risorse del sapere alla ricerca di un equilibrio tra granularità e modularità; i testi tradizionali, che hanno dalla loro un’autorialità e una validazione che non può essere sottovalutata e rigettata con una scrollata di spalle – sostiene in sostanza Roncaglia – devono però allo stesso tempo essere integrati, accompagnati e riletti alla luce del nuovo modo di creare conoscenza: insomma, come anche detto nel corso del convegno di Pisa: costruzione lineare e costruzione reticolare sono due metodologie di costruzione dei saperi che possono e devono convivere, per un arricchimento reciproco.

Poi c’è un interessante post di Mario Rotta, il quale precisa un suo commento nella discussione su facebook e che parla di un possibile “modello di business” editoriale in cui l’editore non sia più o non sia solo un fornitore di prodotti, ma anche di servizi; un editore che, attento ai nuovi scenari di self-publishing e OER, si ponga come mediatore tra autori e lettori/utenti in spazi virtuali adeguatemente organizzati e funzionali allo scopo. Quale sia lo scopo preciso ancora non sembra chiarissimo, ma sicuramente la direzione è questa, anche se ad oggi la configurazione del modello è (necessariamente?) nebulosa. Del resto, aveva parlato in modo simile anche Gino Baldi di Giunti Scuola in un Librinnovando romano di qualche mese fa; segno che nell’editoria c’è già il sentore di ciò che potrebbe essere il futuro.

Allo stesso tempo c’è anche un senso di attesa e di velata speranza che il sistema scolastico non crei in tempi rapidi una domanda tale da giustificare lo sforzo (e il rischio) di un tale mutamento di paradigma. Se infatti il Ministero ha individuato le modalità in cui l’innovazione deve essere interpretata (e non è cosa da poco), il passo seguente è quello più difficile, perché concreto, sul campo, nelle aule. Quali ne saranno i tempi e le modalità? Quali le priorità? Sarà un processo omogeneo o saranno privilegiate le solite eccellenze e le iniziative individuali?

E soprattutto, l’editoria accompagnerà questo processo o ne attenderà gli sviluppi e ne osserverà l’evoluzione?

libro cartaceo + ebook? Si può, e si chiama bundling

Qualche giorno fa è comparso su Publishing Perspective un interessante articolo sul bundling, cioè la vendita parallela di uno stesso titolo in cartaceo e digitale, dove l’acquisto di una copia in libreria consente anche di scaricare quella digitale.

Una strategia di business molto interessante, tanto che l’amico ed esperto del settore (nonché “collega” blogger) Gabriele Alese ha pensato di parlarne in ben due articoli (uno in luglio e uno pochi giorni fa): nel primo analizzava il modo in cui due editori italiani (finora gli unici: E/O e Utet, del quale parla anche Finzioni qui) hanno applicato questo modello, nel secondo si sofferma su due fattori molto importanti della questione: la percezione del valore della copia cartacea e la migliore modalità (cioè la più semplice ed efficace) per permettere all’utente di andarsi a scaricare la copia dell’ebook dopo aver acquistato il titolo in cartaceo.

Visto che Gabriele è come sempre molto preciso, competente ed esaustivo, in questo mio breve post vorrei soffermarmi su due altri aspetti di una pratica che trovo anch’io particolarmente interessante e meritevole di attenzione.

Il succitato articolo di Publishing Perspectives individua alcuni elementi rilevanti della questione, che sintetizzo schematicamente (rimandando ovviamente alla lettura integrale dell’articolo):

– il bundling permette all’editore di scoprire chi legge i suoi libri attraverso i dati provenienti dal download ed è un ottimo modo per costruire una relazione con il lettore e fidelizzarlo.

– I librai finora coinvolti nell’operazione si sono dimostrati molto favorevoli, perché possono vendere ebook senza forzare i lettori a una scelta tra digitale e cartaceo.

A quanto pare, si tratterebbe di un qualcosa capace di coniugare gli interessi di tutti gli elementi della filiera, non ultimi i lettori stessi, cosa già di per sé notevole. Ma gli esempi concreti menzionati nell’articolo costituiscono materiale da analizzare per cercare nuove linee di sviluppo e perfezionamento di una pratica che può rivelarsi molto utile sia dal punto di vista del marketing editoriale, sia da quello, ancora più importante, della promozione della lettura: come per esempio dare al lettore l’opportunità di scegliere una collezione di ebook di uno stesso autore, o di titoli simili proposti dalla backlist, facendogli quindi scoprire libri che altrimenti non avrebbe nemmeno mai trovato.

“Per ora  – conclude l’articolo – il bundling cartaceo + digitale contiene in sé la potenzialità di offrire un valore aggiunto. Questo perché la lettura è diventata un’esperienza ibrida.(…) Quanto più il campo del design dell’ebook continuerà a svilupparsi, tanto più possiamo sperare di vedere comparire nel mercato app e ebook più belli, intuitivi, e user friendly,”

Siamo infatti, è bene ricordarlo, ancora in una fase 1.0 (rispetto alle sue reali potenzialità) della lettura digitale, ancora l’ebook è molto vincolato al design e alla struttura del suo omologo cartaceo; gli editori si muovono per tentativi, a volte riusciti altre meno. Questa del bundling mi sembra un approccio molto intrigante, da seguire con attenzione e su cui gli editori (e i loro uffici marketing) dovrebbero riflettere bene.

Per quanto mi riguarda, il “doppio passo” del libro cartaceo e digitale, la valorizzazione della backlist e l’esperienza di lettura “ibrida” (che io a Librinnovando 2011 avevo definito “meticciato“) sono tutti temi che mi stanno a cuore non da oggi e in cuor mio ero sicuro avrebbero condotto a nuove strade e nuove pratiche dove in primo piano ci fossero anche la lettura e i lettori. Forse ci stiamo muovendo (anche) verso questa direzione.

P.S. Aggiornamento dell’ultima ora: anche Amazon da ottobre prossimo si dà al bundling, sotto il nome (efficace) di Matchbook, ovviamente riservato ai possessori di Kindle (o delle sue app).

Il tablet oscurerà gli e-reader?

lettura webNel novembre 2011, in occasione di Librinnovando e della presentazione del libro di alcuni blogger (tra cui io) “La lettura digitale e il web”, avevo intitolato il mio intervento: Come convincere mia sorella che l’ebook non è il male, usando come fenotipo del lettore tradizionalmente cartaceo e visceralmente legato all’oggetto-libro mia sorella, grandissima lettrice ma che solo fino a qualche mese fa non avrebbe mai accolto l’idea di leggere su supporto digitale. E invece.
E invece escono i mini tablet e ne viene letteralmente rapita: oltre all’iPad, infatti, si procura un piccolo Samsung (7 pollici) e inizia anche a leggerci alcuni libri, apprezzando del digitale alcune delle caratteristiche evidenziate da eFFe nel suo contributo all’interno del libro suddetto: la reperibilità e la portabilità.

Insomma, va a finire che proprio quella mia sorella che mi guardava storto sin dal 2010 quando squadernavo il mio Kindle keyboard  e che affermava che la lettura per lei era solo cartacea, proprio lei mi supera a destra, bypassando l’e-reader e andando dritta verso il tablet retroilluminato.
Per non essere da meno, ma soprattutto per questioni di lavoro, mi sono deciso anch’io per un tablet a 7 pollici, optando per il Kindle Fire, prima di tutto in ragione del prezzo, inferiore a tutti gli altri tablet nel mercato, e in seconda battuta per la possibilità di sincronizzare libri e documenti con il Kindle 3.

Non intendo fare qui una recensione del Kindle Fire, ma solo testimoniare la mia esperienza di lettore kindle Firedigitale in possesso delle due diverse modalità di lettura digitale, quella “pura” dell’e-reader a inchiostro elettronico e quella multimediale e sempre connessa del tablet che, oltre a leggere, fa un sacco di altre cose – magari un po’ troppe, se si vuole mantenere la concentrazione su quanto si sta leggendo.
Purtroppo (e lo dico sinceramente) per ora devo dire che il possesso del tablet ha sottratto non poche ore di lettura su e-reader, e questo non solo (e non tanto) per la novità dell’acquisto e per il maggior appeal dell’oggetto tablet, quanto invece proprio per il fatto che quest’ultimo è multitasking e mi permette di aver in mano, oltre ai libri del Kindle 3, anche i siti web da me più visitati, la posta, la possibilità di scrivere in qualsiasi momento annotazioni, pensieri e quant’altro (basta scaricarsi Evernote), senza menzionare i giochini i quali, per quanto minimamente, hanno però contribuito a erodere ulteriore spazio alla lettura tout court che invece soleva dipanarsi indisturbata sullo schermo a inchiostro elettronico del buon vecchio Kindle, con la sua estetica vintage che fa quasi tenerezza.

Sinceramente pensavo che lo schermo retroilluminato mi disturbasse di più, invece devo dire che ho letto un intero libello senza sentire affaticamento alcuno, al contrario di altri lettori digitali come Luca “Luke” Albani che nel suo blog recensisce il Kobo Arc parlandone anche molto bene ma dichiara apertamente che per la lettura di ebook resterà fedele al suo ereader e a tal proposito menziona un articolo di Warren Adler sull’Huffington Post in cui si afferma che i lettori forti, pur possedendo anche un tablet, non abbandoneranno facilmente la lettura sui loro “parenti poveri” nati per leggere ebook senza altri ammennicoli e funzioni collaterali.

Sembra quindi che, se il tablet ha ucciso il netbook e sta minacciando il laptop (come afferma anche un articolo su Mashable), non completerà la sua opera omicida anche a spese degli ereader. Per quanto la prospettiva sia in qualche modo romantica e di vago retrogusto nerd-nostalgico, sinceramente (e a malincuore) non mi convince del tutto. Ma magari già il 2013 potrà dirci qualcosa a riguardo.

La questione comunque è piuttosto: con il tablet si legge veramente di meno (intendendo per “leggere” la lettura di ebook e testi di una certa ampiezza)? Quali sono le vostre esperienze a riguardo?

alcuni indizi per immaginare il 2013 editoriale

Come volevasi dimostrare (e del resto già immaginavo  lo scorso dicembre, leggere qui per credere), le promesse del 2012 sono state mantenute solo in parte – ad essere generosi – e gli auspici che facevo alla fine del 2011 sono ancora in attesa di vedere una piena realizzazione.

Del resto non è forse paradossale il fatto che quanto più velocemente la tecnologia muove i fattori, tanto più prudentemente e con maggior cautela si muovono gli editori. Quindi, da questo punto di vista, potrei anche replicare il post dello scorso dicembre e finirla qui. E invece.

Invece ci sono alcuni indizi che mi spingono a dire qualcosina di più: non parlo solo del fatto che nello spazio di un anno il giro d’affari del libro digitale è passato da poco meno dell’1% al 3% pieno; si tratta anche di indizi che riguardano le abitudini di lettura e l’emersione di una mentalità nuova  e che coinvolgono tutti gli ambiti: quello dei periodici, quello dei libri di narrativa e quello della didattica.
Li espongo rapidamente, poi se son fiori fioriranno, come si suol dire.

Narrativa
Da una parte sarà interessante vedere gli sviluppi di alcune idee esposte per esempio durante l’ultima edizione di Librinnovando (ne ho parlato qui) per quanto riguarda soprattutto i prezzi degli ebook e l’interazione con il lettore che alcuni editori (soprattutto nuovissimi) e alcune librerie online hanno iniziato a intraprendere. Per quanto riguarda invece i device, sarà tutta da seguire la traiettoria che prenderà il Kobo, lanciato in grande stile da Mondadori e che, a quanto sembra, ha già conquistato molti.  Quando poi si legge di iniziative come questa, è lecito anche chiedersi se la penetrazione del libro digitale nella quotidianità e nella diffidenza ancora propria di molti non passi per una graduale ma accorta somministrazione di servizi a tutela della lettura tout court, che non mi stanco mai di ripetere è molto più importante dei supporti, dell’odore della carta e dell’indubbia bellezza e unicità dell’oggetto libro in sé. L’esperimento ferroviario, come suggerito dall’articolo, potrebbe anche portare ad un filone narrativo ad hoc, anche se giova ricordare che iniziative in un certo modo simili sono nate su supporto cartaceo già da tempo in varie città, tra cui Milano.
Quello che è vero è che il passo del racconto breve è molto più sostenibile con il digitale che non su supporto cartaceo (come produzione, almeno, poi certo la fruizione necessita dell’apposito hardware).

Periodici 
L’idea della brevità e soprattutto dell’erogazione di contenuti funzionali alle esigenze del pubblico di riferimento sta anche alla base di progetti ben descritti in questo acuto articolo di Ivan Rachieli, dove il less is more sembra riecheggiare anche per l’editoria – non solo periodica, come accennato poco sopra. A me sembra una strada non solo giusta e saggia, ma l’unica da percorrere se si vuole continuare a sopravvivere, pensando finalmente non più in termini analogici ma realmente digitali, intendendo la rete come un immenso hub di servizi e informazioni dove l’editore deve individuare il suo spazio, non più generalista ma mirato, non più erogativo ma condiviso e da condividere in modo perché no social, come ha iniziato a fare il Washington Post. La lettura condivisa è anche una delle peculiarità del Kobo di cui sopra e si tratta di vedere se, come e quanto i lettori risponderanno a questo tipo di stimolo ed eventualmente in che tempi.

Didattica
Sebbene il governo abbia prontamente (e, direi opportunamente) frenato l’afflato digital-innovativo del ministro Profumo, che vagheggiava scuole 2.0 magari tra intonaci cadenti e tablet tra le macerie, c’è da sperare che nel frattempo si inizi a formare il corpo docente non tanto sulla tecnologia, ma su come essa possa essere usata al fine di migliorare sia l’insegnamento sia l’apprendimento. Non mi aspetto certo corsi sovvenzionati dal Ministero, ma almeno che qualche privato (magari gli editori stessi?) abbia l’intuizione di creare occasioni di incontro dove formatori e insegnanti, in posizione paritaria e collaborativa possano tracciare percorsi in cui pedagogia e tecnologia si incontrino e dove l’una sia valorizzata dall’altra e viceversa.
Ecco, se solo ciò accadesse anche in minima parte, sarebbe già un gran passo avanti, e lasciamo che negli USA parlino di MOOCS, di Mobile Learning e di altre tendenze sicuramente in atto ma che riguardano ancora una minima parte di scuole negli stessi States, dove sembra comunque solido il regno del libro di testo cartaceo, per quanto se ne dica.
Se dovessi però riassumere in due parole l’ingrediente base di ogni intervento futuro nel campo dalle didattica direi: content curation. Che è non solo filtraggio dei contenuti in maniera funzionale al tuo uditorio, ma anche creare percorsi personalizzati, condivisi e rielaborati poi dall’utente stesso nella maniera che più gli sembrerà adeguata. Magari in gruppo, magari in una rete social.

Ed ecco che tutto torna, e tutti gli indizi fin qui raccolti formano un quadro più uniforme e preciso.
Buon 2013 a tutti.

P.S.: A proposito, se volete leggere previsioni vere e proprie, iniziate magari da quelle di Teleread. Ma le previsioni, si sa, son fatte per essere sbagliate.