Tecnologie e didattica, editoria scolastica e Buona scuola: due ebook a confronto

Il primo a dirlo è stato eFFe su Medium; a marzo sono usciti quasi in contemporanea due ebook sulla scuola che “possono e devono parlarsi” perché hanno molte affinità e possono interagire ottimamente per fornire un quadro più completo a approfondito sul tema scuola, tecnologie, didattica ed editoria.teste-e-colli_cover-e1426062008435

I due ebook in questione sono il mio Il digitale e la scuola italiana e Teste e colli. Cronache dell’istruzione ai tempi della Buona Scuola edito da Il lavoro culturale e curato da Marco Ambra.

Ne ho parlato già in un post di marzo, poi effettivamente io e Marco Ambra abbiamo interagito e ne è nata un’intervista incrociata: qui riporto le risposte di Marco alle mie domande e nel sito de il lavoro culturale trovate le sue tre domande alle quali ho risposto più che volentieri.

Iniziamo dalla cosiddetta “buona scuola”: quali sono secondo te le priorità di intervento nel sistema scolastico, al di là degli hashtag renziani e delle parole d’ordine tra marketing e pseudo-innovazione?

Iniziamo dalle priorità. Io credo che il sistema istruzione viva oggi una crisi del proprio design, della propria architettura e della propria funzione. Le profonde trasformazioni che hanno interessato le società globalizzate nell’ultimo trentennio mettono in discussione, in maniera sempre più massiccia, la mediazione delle informazioni operata dalla scuola pubblica nell’epoca della società di massa. E per mediazione intendo tanto la loro veicolazione, dagli insegnanti ai discenti, quanto la loro trasposizione in una forma espressiva “media”, standardizzata, accessibile. Il primo senso di “mediazione” è in crisi anche per una serie di motivi che appartengono alle scelte politiche di vessazione economica dell’istruzione pubblica (insegnanti retribuiti al di sotto della media europea, che operano in strutture inadeguate hanno poche motivazioni a studiare, fare ricerca didattica ed educativa, e conseguentemente tendono ad offrire pochi stimoli ai loro studenti). Parafrasando Peter Sloterdijk potremmo dire che il secondo senso di “mediazione” riguarda invece la crisi di una complessa strategia di divulgazione dei saperi, nazionalizzazione delle masse e formazione delle classi dirigenti che nasce e si impone con l’Illuminismo e culmina nella definizione del design scolastico “classico” fra XIX e XX secolo. È l’idea dell’insegnante, in cattedra, come detentore e divulgatore di un sistema dei saperi consolidato. Questo secondo senso della parola “mediazione” è oggi in crisi, dal mio punto di vista, in virtù della detronizzazione dell’insegnate dal monopolio dei saperi operato dalla Rete (e della detronizzazione di idealismo e neoidealismo dal vertice della cultura filosofica continentale: non esistono totalità sistematiche del sapere ma informazioni che fanno o non fanno un programma di ricerca all’interno di un paradigma).

Considerata questa crisi della funzione mediatrice della scuola bisognerebbe cominciare a riflettere  su come l’istituzione scolastica si ponga oggi rispetto alla società all’interno della quale opera. Isola resistente alle innovazioni? Luogo in cui preservare lo spazio e il tempo per coltivare lo sviluppo dello spirito critico? Tassello essenziale nella costruzione della democrazia? Anticamera del mondo del lavoro? Spazio di scoperta ed esercizio della propria autonomia? Ecco, io credo che la priorità sia affrontare questo tipo di dibattito, smascherando e demistificando le posizioni ideologiche che si presentano invece come descrizioni di stati di cose. Decostruire e rispondere alle narrazioni tossiche. Faccio un esempio: l’idea che la scuola debba formare dei lavoratori specializzati si presenta sostenuta da argomentazioni ammantate di buon senso (non ci sono più gli operai specializzati nel settore X, quindi la scuola del territorio deve formare gli operai del settore X) ma non considera la dinamica propria dell’apprendimento che non è fatta di applicazioni, prestazioni ed esecuzioni per imitazione di compiti gradualmente sempre più complessi. È fatta invece di tempi e spazi che la ratio produttiva contemporanea considererebbe “inutili”, perché non quantificabili e standardizzazbili nei risultati. Anche l’uso delle tecnologie digitali nella didattica dovrebbe affrontare questo tipo di dibattito critico. Perché faccio usare il tablet ai miei studenti? Dov’è la finalità educativa nell’uso del dispositivo digitale X in classe? Senza c’è solo acquiescenza della scuola alla società e ai rapporti di forza che essa esprime.

Il tema dell’editoria scolastica mi sta particolarmente a cuore e vorrei sapere il tuo punto di vista sul ruolo che potrebbero e/o dovrebbero avere editori in questa fase.

In questa fase la stella polare delle case editrici dovrebbe essere quella della massima sperimentazione possibile. Mi riferisco soprattutto alla questione del “manuale digitale”: il compito delle case editrici che si occupano di scuola è quello di svolgere una funzione culturale che impedisca la codificazione e cristallizzazione di “manuali standard”, corredati da presentazioni in .ppt utilizzabili in tutte le classi dello stesso ordine di scuola attraverso la tecnica del copia e incolla. Insomma, le case editrici dovrebbero stimolare un ruolo attivo degli insegnanti nella sperimentazione e costruzione di percorsi manualistici che utilizzano le potenzialità del digitale. Il rischio è quello che Roberto Casati (in Teste e colli, p. 105) definisce “il problema dell’addomesticazione preventiva”:  in un paesaggio evolutivo, quando l’individuo di una specie si trova su uno dei massimi locali, per esempio un volatile che raggiunge il massimo locale del pollo, poi non può˜ più tornare indietro, non può più accedere a tutte le potenzialità evolutive, a tutti i potenziali massimi locali cui si affacciava il volatile generico. Hai addomesticato il pollo e non puoi più tornare indietro e risalire a un uccello più performante. Le case editrici devono evitare la selezione del “manuale pollo”, del manuale in digitale standard che rende superfluo ritornare ai possibili manuali alternativi, più performativi. Un obbiettivo di questo tipo può essere raggiunto solo se i saperi tecnico-professionali di chi costruisce i manuali incontra la professione insegnante: attraverso corsi di aggiornamento, momenti di formazione reciproca, sperimentazione in classe. Altrimenti a determinare le scelte sarà la razionalità del mercato, del prodotto più vendibile (non di quello più performante nel processo educativo).

Chiudo con una domanda tanto secca e volutamente provocatoria, quanto, ahimè, diffusa: tecnologie e didattica. Sì, no, perché?

La domanda è viziata da un frame che impone una soluzione binaria, sì o no, integrati o apocalittici. Credo che la questione sia molto più complessa di una libera scelta: le tecnologie digitali sono già nelle nostre scuole, con gli smartphone e i tablet dei ragazzi, le LIM, i pc in classe, il registro elettronico, il laptop del prof, ecc… Il punto è quale tipo di relazione stabiliamo con queste tecnologie. Non possiamo pensare che i dispositivi digitali possano compensare, sostituire, surrogare i metodi per l’acquisizione degli apprendimenti di base: come dice Franco Lorenzoni alla base del gesto grafico propedeutico alla scrittura c’è l’esercizio di un tipo di manualità che prescinde  e si realizza fuori dall’ecosistema digitale. Un discorso diverso andrebbe fatto per i bambini e le bambine con DSA quali la dislessia o la disortografia. Perché in quel caso l’uso, anche nei primi anni di scuola, dei dispositivi digitali potrebbe aiutarli a superare determinati problemi con largo anticipo. Ma non possiamo neanche pensare che si possa prescindere del tutto dall’ecosistema digitale: perché ci viviamo dentro, perché ha delle potenzialità utili anche agli apprendimenti. Penso a come l’uso dei social media e della multimedialità possa rinverdire, specie nella scuola secondaria di secondo grado, la didattica di discipline “tradizionali” e poco aperte in passato alla sperimentazione. Dall’altra parte però bisogna anche guardare alla scuola coma al luogo in cui si fa qualcosa di diverso rispetto alla società (altrimenti la scuola non avrebbe più una ragione sufficiente per esistere), un luogo in cui certi spazi e certi tempi siano preservati dal “rumore di fondo” della merce, dalla fruizione bulìmica di immagini della Rete. Perché solo nel tempo morto, nella distrazione della lettura, nei diversi tempi di soluzione di un’equazione, nell’ascolto e nell’attenzione condivisa, esiste l’apprendimento. Quindi il problema che abbiamo oggi non è tanto quello di introdurre o meno la tecnologia nella didattica, ma di avere delle regole condivise e democratiche nell’uso del mezzo tecnologico. Mezzo e non fine.

Annunci

marzo, mese di e-book sulla scuola e le tecnologie

cover_libroCos’ha in comune il mio saggio breve con altri due ebook usciti quasi negli stessi giorni e che affrontano in qualche modo gli stessi temi? Uno èteste-e-colli_cover-e1426062008435
Teste e colli. L’ebook sulla #BuonaScuola, un’iniziativa di Il lavoro culturale e curato ottimamente da Marco Ambra: giustamente eFFe su Medium parla di due libri che “dovrebbero parlarsi” e sicuramente c’è più di un’affinità elettiva tra i due lavori;

cover_800_600L’altro è Google Drive e la didattica, un manuale operativo e al contempo un interessante esempio di ebook partecipato all’interno di un progetto più ampio, il Laboratorio di Tecnologie Audiovisive del professor Roberto Maragliano.

Se la cosa vi incuriosisce e ne volete sapere di più, ne scrivo approfonditamente nel blog del mio saggio.
Vi aspetto lì!

Il titolo è “Il digitale e la scuola italiana”

Di scuola si parla sempre molto, e l’attuale dibattito su #labuonascuola di Renzi non ha fatto altro che ravvivare i tizzoni di una brace che non si era in realtà mai estinta, ma che anzi, grazie anche a iniziative come il convengo sulla Flipped Classroom, arde continuamente sotto la griglia di un argomento che coinvolge non solo gli insegnanti, ma anche gli studenti, i genitori, i politici e gli editori.

Chi conosce questo blog sa che l’argomento mi sta a cuore, tanto che qualcuno mi ha fatto, tempo fa, la fatidica proposta: “Perché non ci scrivi un libro?” Ed è così che è nato Il digitale e la scuola italiana.
Premetto che non è mia intenzione aggiungere un ulteriore elemento di rumore al già esondante flusso di materiali, articoli, eventi, siti e video sul rapporto tra scuola e tecnologie e se ho accettato questa proposta è stato proprio per fare un po’ di ordine nel magma di informazioni in cui risulta sempre più difficile selezionare il segnale dal rumore e operare una sorta di gerarchizzazione delle informazioni in una struttura coerente.

Questo mio breve saggio (disponibile in ebook sin dal 2 marzo, in seguito uscirà anche la versione cartacea) è appunto il risultato di una lunga content curation che ho iniziato a fare anche con il mio blog su tutto ciò che riguarda scuola e tecnologie, didattica, editoria scolastica digitale, per poi raccogliere dati e materiali in modo credo coerente e spero utile a iniziare percorsi di approfondimento su alcuni dei temi portanti.

D’ora in poi il discorso su tutto ciò che riguarda il saggio proseguirà sul blog nel sito dell’editore, in cui ho già scritto una breve sinossi del libro e da dove è possibile scaricare l’anteprima del primo capitolo.
Il blog sarà anche una sorta di estensione online del libro stesso, (l’argomento richiederà spesso aggiornamenti di dati e informazioni), ma vorrei anche che diventasse luogo privilegiato di dialogo non solo con chi avrà letto il libro, ma anche con coloro che incontrerò nelle varie presentazioni che sto già iniziando a organizzare per l’Italia.

Spero di incontrarvi molto presto, in atomi o nel blog, per completare la mappatura di un argomento che forse non ha confini ben definiti, ma sicuramente molti protagonisti con un’esperienza da raccontare e un tassello da inserire.

L’Aula del XXI Secolo come Ambiente di Apprendimento

Insegnanti 2.0

La “Scuola” intesa come Spazio Fisico
Nel dibattito sulla riforma della scuola viene spesso sottovalutata l’importanza della scuola intesa come “Habitat“, spazio fisico e architettonico in cui ha luogo il processo di insegnamento e apprendimento. L’idea che gli ambienti in cui si svolge l’attività educativa siano come lo Spazio newtoniano “vuoti contenitori” caratterizzati da uniformità e universale omologazione, ha radici antiche nella scuola italiana. Negli altri paesi monitorati dall’OECD, esistono architetti specializzati nello School Design, che lavorano insieme ai rappresentanti di docenti e studenti per creare gli spazi educativi.
Ma è davvero irrilevante lo spazio nel quale si svolge la didattica? Può migliorare l’apprendimento scolastico in edifici cadenti e fuori norma? L’ambiente didattico deve essere solo uno scatolone vuoto? In quali spazi attrezzati gli insegnanti possono lavorare a scuola al di là delle ore di lezione curricolari? Si possono integrare le “Nuove Tecnologie” nelle “Architetture…

View original post 1.450 altre parole

Se ne parlerà in questo 2015: librerie, streaming per libri (e, come sempre, scuola digitale)

Sono almeno due mesi che vorrei trattare questi argomenti e l’ulteriore raccolta di elementi e nuovi annunci fatti recentemente non fanno altro che confermare quanto molti avevano già intuito: nel 2015 presumibilmente si parlerà molto di streaming, di librerie (e forse anche di biblioteche) e, naturalmente, si continuerà a parlare di digitale e scuola.

Streaming
Risale a pochi giorni fa l’annuncio di Scribd e Oyster della loro partnership con MacMillan che porterà migliaia di nuovi titoli disponibili in streaming nelle due piattaforme di lettura ad abbonamento (Amazon è partita con il suo Kindle Unlimited, ma senza i Big Five, cioè i primi cinque grandi editori mondiali). Ora, dice Andrew Weinstein,uno dei dirigenti di Scribd, sono quasi la metà dei Big Five a offrire i loro libri in streaming.
Se questo è sicuramente un colpaccio per le due startup (Scribd contiene oltre 500.000 titoli e gli utenti sono in crescita del 30% ogni mese; Oyster addirittura  ha oltre un milione di libri a poco meno di 10 dollari mensili), un articolo su Wired giustamente si domanda quale sia il reale vantaggio per gli editori, visto che lo streaming è un modello di business che mette in discussione moltissimi gangli sensibili dell’industria editoriale, dalla distribuzione all’annullamento in pratica del prezzo unitario per ogni opera e, non ultima, la questione dei diritti d’autore. La conclusione è semplice: data. Dati sul comportamento dei lettori, sul loro modo di leggere, sui tempi di lettura. Dati aggregabili, scomponibili e sicuramente utilissimi per future campagne marketing più mirate. Sono poche le piattaforme che mettono a disposizione dati di questo tipo, e Scribd e Oyster sono tra questi pochi. Un’esca troppo golosa anche per i pesci grossi, a quanto pare.
(Se vuoi approfondire l’argomento, oltre all’articolo linkato puoi leggere anche questo: Publishers Know You Didn’t Finish “The Goldfinch” — Here’s What That Means For The Future Of Books.)
E in Italia? Siamo ancora tutti (o quasi) in attesa di Lea, la piattaforma di Laterza, annunciata dalla primavera 2014, ma che ancora non ha emesso il suo primo vagito nel web. In compenso l’editoria periodica si organizza e crea Edicola italiana, una piattaforma per comprare, leggere e abbonarsi a quotidiani e riviste su tablet, pc e smartphone. Esperimento senza dubbio da seguire, per quanto sostanzialmente il problema, per i giornali e le  riviste, non mi sembra tanto di formato, quanto di contenuti.

Librerie

open4Può sembrare un paradosso, ma in un periodo di crisi congiunturale e ancor di più editoriale e culturale, in Italia aprono nuove librerie. Sono però librerie differenti da quelle che eravamo abituati a frequentare e soprattutto stanno rendendo una regola quella che prima era un’eccezione: l’offrire, accanto ai libri, qualcosa da mangiare e da bere, organizzare eventi, incontri, dare a disposizione gli spazi a chi li richiede e, naturalmente, una wifi aperta a tutti per navigare con ogni tipo di device.
Concentro l’attenzione su due casi in due contesti molto diversi: una metropoli del nord, Milano, e un paesino del centro, Penne.
In un mio recente viaggio di lavoro a Milano ho potuto personalmente sperimentare la bontà dell’esperimento di Open, una libreria che non a caso ha un “sottotitolo”: More than books. Girando per Open ho respirato un’atmosfera molto differente e piacevole, non solo per l’indubbia originalità dell’arredo (nel sito potete voi stessi fare una visita virtuale della libreria), ma soprattutto per il open3fatto che vedere una libreria piena di persone che studiavano, navigavano in rete, prendevano un caffè sfogliando le novità editoriali dava l’impressione di un’alchimia molto ben riuscita in cui convergevano internet cafè, libreria, biblioteca, bar letterario. Per non parlare degli spazi dati a disposizione per meeting, gruppi di studio, progetti creativi e qualsiasi altra idea si possa avere e non si sa dove poterla realizzare.

Simile, per molti aspetti, è Tibo, la libreria nata da poco a Penne, piccolo paese in provincia di Pescara e fondata da due giovani librai che, tengono a dirlo, a Roma avevano un posto fisso nelle librerie Arion, ma hanno deciso di fare qualcosa per il loro territorio: ne è scaturito un progetto ancora in progress, ma che vede già incontri letterari, concerti, un bar che serve una birra artigianale (sempre per valorizzare le realtà del territorio) e wifi per tutti.

La questione è: si può intersecare il mondo di queste librerie con la nuova dimensione editoriale che sta prendendo piede, la lettura in streaming? Io penso di sì, nel senso che lo streaming può avere una duplice funzione di utilizzo, soprattutto da parte dei recidivi del cartaceo: da una parte ci si può leggere testi per una semplice consultazione, e per studio, o libri che non teniamo a possedere fisicamente; dall’altra può costituire un ambiente dove sfogliare e selezionare quei libri che invece vale veramente la pena avere nel nostro scaffale analogico. Il fatto di poter fare tutto ciò direttamente in libreria può soltanto rendere più fluido, agevole e immediato l’intero processo, senza considerare che nel web possiamo scoprire più facilmente altri titoli affini che ignoravamo e che nella libreria fisica non è facile scovare.
C’è solo da aspettare per verificare se questa è solo la visione di un blogger febbricitante qual ora io sono o invece un auspicio realistico.

La scuola e il digitale
Infine non si può non parlare di scuola, che sembra ormai essere stata immessa in un processo di digitalizzazione che, partendo dal registro, sicuramente arriverà anche alla didattica. In un interessante articolo sulle 9 tendenze da tenere sotto osservazione per la scuola del 2015, mi soffermerei soprattutto su due di esse: gli spazi di apprendimento e la digitalizzazione dei materiali: i primi dovranno necessariamente cambiare e modificarsi in funzione di un nuovo tipo di didattica, una didattica che, veicolata (anche) dal digitale, mette però sostanzialmente alla ribalta metodi di oltre un secolo fa, come quello Montessori e la pedagogia “sociale” di John Dewey: in ambedue i casi lo studente è in primo piano, protagonista e attivamente coinvolto nel processo di apprendimento, che avviene anche e soprattutto  attraverso l’interazione con i suoi par in un contesto di condivisione, creazione di nuovi contenuti, verifiche continue su quanto fatto in base all’esperienza concreta. Non per niente già ai tempi Dewey parlava di “scuole nuove”, che forse la rivoluzione digitale potrà favorire.

Dall’altra parte, proprio il digitale deve fare un passo determinante: nell’articolo sopra menzionato infatti si riprende la distinzione di Gardner tra digitazion digitalization: con la prima si converte un contenuto da cartaceo a digitale, con la seconda si intende la creazione di un ambiente di apprendimento, multicanale, con una community e una riorganizzazione dei ruoli e delle competenze.

E questo, a mio modesto parere, dovrebbe in fondo riguardare anche il giornalismo, non solo la scuola.