La scolastica e il giornalismo hanno (forse) qualcosa da imparare dal modello Oyster

Stavo per scrivere un post solo sull’editoria scolastica (o meglio: sulla scuola e le tecnologie) quando eggo su Wired Italia questo articolo intitolato Dove sta andando il giornalimo digitale? (da leggere anche i link al suo interno); sommo i due argomenti con un altro di cui si è parlato in questo periodo, cioè il modello Oyster (o anche Scribd) per la lettura dei libri e come risultato maturo due o tre riflessioni che vorrei condividere qui con i 25 lettori di questo blog. 

Tecnologie nella didattica

Argomento di cui si continua a parlare (e scrivere parecchio): è stato un tema dibattuto anche durante la Social Media Week di Milano qualche settimana fa e per conoscenza segnalo alcuni articoli comparsi recentemente che pur da prospettive differenti convergono verso quello che sembra ormai un dato appurato: prima il progetto, poi la tecnologia. Lo dice questo articolo di Dino Baldi su Doppiozero intitolato semplicemente Scuola digitale; lo conferma un articolo su “Education Next”, Schooling Rebooted che esordisce dicendo che gli educatori devono pensare come ingegneri (affermazione che può stupire, ma se leggete l’articolo ha senso, eccome). Infine c’è questo articolo su “Edutopia” che si chiede se le tecnologie didattiche valgano il cosiddetto hype. Di avviso opposto un post su “Insider Higer Ed” dal titolo eloquente: Why 21st Century Learning Should Be More Like the 19th Century dove si evidenzia il fatto che già John Dewey aveva individuato molti criteri non solo ancora attuali, ma soprattutto poco messi in pratica nonostante siano passati non pochi lustri (si sa, i tempi lunghi della scuola). 

Giornalismo digitale
L’articolo sopra menzionato è già abbastanza completo ed eloquente e se proprio avete voglia di leggere un vero e proprio saggio breve (in inglese) sull’argomento, rimando volentieri a questo bel pezzo su Guardian di qualche mese fa, intitotalo The rise of the reader, di cui vorrei sottolineare un passo: “Un giornale è un qualcosa di completo, di concluso in sé e sicuro di sè. Al contrario, le notizie nel digitale sono costantemente aggiornate, modificate, cambiate, rimosse: una continua conversazione e collaborazione. Viva, in evoluzione, illimitata, inesorabile. 

Molti credono che questo muoversi dal fisso al fluido non sia un qualcosa di veramente nuovo, bensì un ritorno alle modalità delle culture orali di ere remote. L’accademico danese Thomas Pettitt ha elaborato una teoria secondo la quale tutto il periodo dopo Gutenberg non sarebbe altro che una pausa, una sorta di interruzione del flusso consueto della comunicazione umana. Lui chiama questo periodo la “parentesi di Gutenbeg“. Il web, dice Pettitt, ci sta riportando allo stato pre-gutenberghiano, quando tutto era definito e raccontato dalla tradizione orale: un flusso effimero.” 

Il lettore nello streaming

Questa teoria mi è tornata in mente leggendo un aritcolo apparso recentemente su Book Business: Oyster Books: disrupting the disruptor, che prosegue un dibattito che ho inziato a seguire da poco, ma con crescente interesse. C’è infatti chi paragona il modello di Oyster a Netflix (come questo articolo: A Netflix for books?), chi invece, non basandosi sul modello – in effetti simile – quanto piuttosto sulla fruzione del contenuto libro rispetto alla musica, rigetta questo paragone (Why Oyster Isn’t the Netflix of Books). Infine, un recente articolo su Repubblica ha messo in evidenza i rischi che un sistema simile pone alla privacy degli utenti. 

Quello che invece mi sono chiesto io, dopo aver considerato queste tre tematiche, è: quanto il giornalismo da una parte e la didattca dall’altra potrebbero (ap)prendere dal modello di fruzione dei contenuti in streaming? Per ora è soltanto un’intuizione – probabilmente ache bislacca – senza che si configuri nella mente un vero e proprio modello non dico di business, quanto proprio strutturale. Però penso che ci possa essere un modo per legare streaming e notizie, perché se è vero come penso sia vero quanto dice Philip Di Salvo nel suo articolo su Wired, che “un giornale è un spazio declinato su tecnologie diverse: carta, web, social media, allora credo che la parte fluida di questa declinazione possa e debba un giorno assumere la forma di streaming, in modo da convogliare in un flusso il web e i social, blog e testate (e non parlo ovviamente di Twitter, ma qualcosa di più evoluto). 

Allo stesso modo, se fossi un editore scolastico penserei seriamente a come integrare i contenuti cartacei – ma anche quelli attualmente erogati su piattaforme di apprendimento) con un ambiente in cui sia privilegiata una modalità di fruzione diversa, meno legata alla proprietà e più all’utilizzo e alla forse troppo menzionata user experience, che però nella didattica viene spesso completamente trascurata. 

Vorrei sapere cosa ne pensate, e magari raccogliamo idee talmente buone da metter su una start up – altro nome che va tanto di moda. 

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giornalismo 2.0, tablet a scuola e MOOCs: più domande che risposte

Tre sono i poli d’attrazione principali della discussione in Rete in questo periodo: il giornalismo e la comunicazione ai tempi del web, i tablet a scuola e i cosiddetti MOOCs (Massive Open Online Courses).

Il primo argomento è stato ampiamente affrontato in due eventi, il cosiddetto #innovationRCS, workshop sul giornalismo digitale alla sede del Corriere, e soprattutto la scorsa settimana al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, dove sono emersi, per quel poco che ho potuto seguire, molti spunti davvero interessanti. Non avrei niente da aggiungere di nuovo se non segnalare questo articolo uscito qualche settimana fa ma su cui vale sempre la pena riflettere e che si conclude con una frase eloquente: per il giornalismo la sfida NON è il digitale, la sfida è la convergenza.

Anche l’argomento dei tablet a scuola ha visto un evento dedicato, il meeting Tablet School organizzato a Bergamo dal centro studi Impara digitale, centro fortemente voluto e realizzato da Dianora Bardi. Il dibattito rimane vivo nonostante credo che sul tema si sia ormai detto tutto o quasi e personalmente non ho altro da aggiungere a quanto scritto a riguardo nel passato più o meno recente. Del resto la situazione è ben nota e ben esposta in questi articoli che fornisco di seguito: il primo si intitola La lunga marcia della scuola digitale e mi sembra eloquente senza commentarlo ulteriormente. Da leggere perché fa un quadro preciso e lucido sulla situazione, tra velleità – e necessità – di innovazione didattica e le solite carenze strutturali ed economiche.
Il secondo, Tablet school, i fatti e i “da fare”  è la cronaca del meeting di Bergamo da parte di uno studente che vi ha partecipato in prima persona, condito da alcune considerazioni interessanti perché, una volta tanto, a parlare non sono i soliti docenti pro o contro il digitale, ma la materia prima della scuola, ovvero gli studenti stessi.
C’è poi questo approfondito articolo su tropicodelibro.it in cui si parla del decreto Profumo e si interpella Marco De Rossi, fondatore di Oilproject, il quale analizza la situazione anche alla luce della giornata di Bergamo e fa una prima valutazione di quanto finora hanno fatto gli editori, che comunque non è poco, tenendo anche conto, come ben dice Rossi, che il loro sforzo “non corrisponde al reale mercato della scuola italiana che ancora preferisce il cartaceo”.
Inoltre segnalo questo articolo della Stampa molto ben scritto e dove si interpella anche  Dianora Bardi, facendo il punto su molti aspetti del digitale nella didattica tutti da approfondire; c’è infine un’intervista a Dianora Bardi, molto rapida quanto efficace, dove la stessa professoressa pioniera del digitale in classe non nasconde le immancabili (e immaginibili) resistenze interne e soprattutto le criticità presenti anche nell’uso del digitale a scuola. Alla fine non fa nascere illusioni facili e afferma che “per una rivoluzione digitale servono tempi lunghi.”  A me questa frase suona ovviamente ragionevole, ma mi chiedo spesso anche se i tempi lunghi della scuola non siano inesorabilmente troppo lenti rispetto alla rapidità della tecnologia, che spesso spariglia le carte e rimette tutto in gioco nel giro di pochi anni, se non mesi.

Infine, i MOOCs, questi famigerati corsi che nel giro di pochi mesi sono arrivati ad attirare centinaia di migliaia di studenti in tutto il MOOCmondo e di cui si fa un gran parlare. Qualche mese fa avevo spiegato (qui il post relativo) di che cosa si tratta, e ora sembrano approdare anche in Italia. La questione è: funzionano veramente? Sono davvero il futuro dell’educazione a distanza di quel longlife learning ormai necessario per stare al passo con esigenze professionali sempre nuove? Come sempre accade in questi casi, i pareri sono discordi, anche se fino a qualche tempo fa c’era una netta prevalenza di voci positive. Da qualche tempo, però, si iniziano a sentire (leggere) anche opinioni meno lusinghiere su questi mega-corsi online: recentemente se ne è occupato anche il New York Times con un articolo dettagliato, scritto da chi di MOOC ne ha seguiti ben 11- e conclusi solo 2, dal momento che una delle caratteristiche di questi corsi è l’altissimo tasso di dispersione; il mio cattivo pensiero è che su uno che parla bene dei MOOCs ce ne sono non so quanti che preferiscono non esprimersi, magari sentendosi a disagio nell’esporre una inadeguatezza che sentono più loro che del corso in sé. Ma è necessariamente così? L’articolo succitato sembra negarlo, e stila una vera e propria pagella con tanto di voti, evidenziando gli aspetti positivi e quelli negativi dei corsi da lui frequentati. Risulta che tra le carenze ci sia quella della comunicazione tra studente e docente e tra studenti stessi, dato l’altissimo numero di partecipanti, la dispersione suddetta e la mancanza di strumenti adeguati per una comunicazione sincrona. Altro importante aspetto che avevo notato anch’io nella mia breve frequentazione di un MOOC (presto abbandonato, appunto) è il carattere sostanzialmente monodirezionale del metodo didattico: il docente (che tra l’altro si trova in una sovraesposizione quasi da divo e dovrebbe in teoria gestire una “classe” di decine di migliaia di studenti) eroga materiale didattico (testi e, soprattutto, video) ma poi non ne segue una vera condivisione né, tantomento, co-creazione degli studenti.
Fa il paio con l’articolo del NYT questo dal titolo The World is not Flat in cui si pone anche la questione della personalizzazione dei percorsi didattici.
E se questi tre (condivisione, co-creazione, individualizzazione) sono invece gli aspetti che caratterizzano la didattica 2.0 o come volete chiamarla, c’è da chiedersi dove sia l’aspetto innovativo di tali corsi.

Voi che ne pensate?

(Ho preso l’immagine da qui.)

morto google reader, se ne fa un altro (?)

La notizia di cui si parla in questi giorni è che da luglio Google Reader cesserà di esistere, presumibilmente perché a Mountain View vogliono concentrarsi di più su Google + (almeno a quanto si dice).
Due le considerazioni che leggo in giro: una suona come “ben ci sta così impariamo ad affidarci a un solo soggetto per ogni tipo di servizio”; l’altra è la ricerca di una possibile alternativa (tra tutte: Feedly, sebbene poi sia lecito anche domandarsi: fino a quando?).
Qualcuno dice anche che Google sta facendo un grosso errore, e io aggiungerei che non sarebbe certo la prima volta.

Ma la domanda cruciale che giustamente molti pongono è: che fine faranno gli RSS?

giornalismo e web: uno scontro impari?

Nell’ormai lontano 2010 avevo iniziato questo blog proprio con due post dedicati all’editoria periodica (e quindi al giornalismo) ai tempi del digitale in cui emergeva già con chiarezza il dilemma fondamentale ancora irrisolto: quale modello di business trovare in un’epoca di abbondanza di notizie e soprattutto di reperimento gratuito delle stesse, spesso e volentieri elaborate da non professionisti del settore ma non per questo meno attenti e attendibili.
Ecco, sull’attendibilità e sulla questione sempre sollevata della necessità di fonti affidabili, vidimate e in qualche modo autorevoli dedico una breve parentesi, solo per dire che se abbiamo avuto spesso e volentieri casi di notizie imprecise se non false, parziali se non tendenziose, è stato proprio ad opera di testate giornalistiche e professionisti del settore, tanto che non di rado sono stati privilegiati come fonti più attendibili blogger che si trovavano in condizione di descrivere meglio i fatti. E’ capitato per il terremoto in Giappone, per esempio, ma anche per la recente crisi economica greca. Ma questo, mi rendo conto, è un terreno spinoso su cui preferisco non addentrarmi, almeno non ora.

Per quanto riguarda invece la crisi della carta stampata, se ne parla appunto non da oggi, ma è stato proprio negli ultimi giorni che se ne è scritto parecchio, come un focolaio di nuovo risvegliato. Ha iniziato il solito, preciso, ineffabile Giuseppe Granieri con un bell’articolo sulla Stampa in cui, dopo aver introdotto l’argomento citando un pezzo di Frédéric Filloux comparso anche su Guardian, dice due cose secondo me molto importanti: “Non è solo il supporto che cambia: prima di tutto cambiano i lettori e le loro aspettative, poi -tessera dopo tessera del domino- cambia tutto il resto.” E poi, citando direttamente Filloux: «i media digitali  oggi devono essere capaci di inventare il loro nuovo “genere” giornalistico.»

E proprio in questi giorni è uscito un libro che fa un po’ il punto sullo stato delle cose: News paper Revolution, di Umberto Lisiero, è copertinaun’ottima bussola per iniziare a navigare nel mare magnum del giornalismo 2.0, partendo dalle sue origini fino ad arrivare alla situazione attuale e alle ricadute sulla professione di giornalista oggi. Anche qui, comunque, il perno intorno al quale ruota tutto è il modello di business da applicare ad un sistema che soffre di un’inquietante emorragia di ricavi e che vede testate storiche come il Corriere e l’intero gruppo RCS periodici di fronte al problema di ben 800 esuberi. Per non parlare della BBC, del New York Times stesso, o di riviste come il Newsweek che dal 2013 esce solo in versione online.

Anche Luca De Biase si interroga sulla questione, riprendendo a sua volta il punto di vista di Granieri e lasciando sospesa la figura del giornalista tra la necessità emergente di essere un abile aggregatore o content curator e quella, storica e sociale, di fare ricerca sull’informazione.

Molto acuto anche questo articolo sui social e il giornalismo di Luisa Santangelo, che cita diversi libri sull’argomento e in modo estremamente chiaro ed efficace mette in evidenza la sostanziale  difficoltà di gran parte dei giornalisti italiani nel rapportarsi con il nuovo paradigma imposto dal web.
Su web e giornalismo, poi, è uscito da poco l’ebook Il web e l’arte della manutenzione della notizia di Alessandro Gazoia (alias Jumpinshark), di cui è possibile degustare un allettante assaggio in questo spazio sul Post.
Interessante anche una serie di articoli su European Journalism Observatory in cui vengono intervistati sull’argomento Massimo Mantellini (Punto Informatico) e Carlo Giua (Gruppo Editoriale L’Espresso).

Sempre su EJO, da leggere un articolo dove vengono menzionati esempi di strategie alternative che sembrano funzionare: si tratta finora di casi sporadici, ma che dimostrano quanto sia necessario un presupposto: “essere disposti a cambiare, mettere in discussione il passato e avere immaginazione.”

Ne parla anche Editoria Crossmediale suggerendo la via di “contenuti sempre più di qualità e, soprattutto, sempre più personalizzati”, cosa che mi ha fatto ricordare un post molto arguto comparso tempo fa su Apogeonline in cui si dà anche un nome a questo tipo di produzione: unità funzionali minime di contenuto”. L’autore dell’articolo, Ivan Rachieli, suggerisce giustamente di “procedere per riduzioni” fino ad arrivare a “pubblicazioni periodiche molto brevi, composte di pochi, curatissimi contributi di alta qualità.”

Personalmente penso che questo sia il punto di partenza da cui iniziare a lavorare e procedere poi per affinamento, taratura, pesi e contrappesi da applicare per diversificare la proposta editoriale e il modo di articolare i ricavi.
Una sfida tanto impegnativa quanto, penso, avvincente, ma da intraprendere – e vincere – prima che altri operatori del settore perdano il proprio lavoro.

punto della situazione su: giornalismo digitale, Kobo e MOOC

Tre gli argomenti che in questo periodo stanno sollevando molti bit di parole, provo a riassumerli in qualche link essenziale.

Prima di tutto, la crisi del giornalismo cartaceo (e non) prima e dopo la notizia del Newsweek che cessa di essere cartaceo per diventare esclusivamente online; ci sono le riflessioni di Granieri espresse oggi sull’Espresso blog e che riassumono il suo pensiero a riguardo, esposto spesso anche dal suo spazio nella Stampa online. Si tratta di una riflessione che coinvolge il mondo del giornalismo e della comunicazione in generale, come anche e’ stato fatto a Ferrara in “Fermate le rotative“, dove hanno detto la loro il direttore del Guardian e David Carr del New York Times, sicuramente due modelli (diversi ma complementari) di giornalismo cartaceo esteso nel digitale (a proposito del Guardian, qui un articolo in cui si dice che l’editore sta prendendo in seria considerazione l’interruzione della versione cartacea).
L’argomento è molto interessante e di cose da dire ce ne sarebbero davvero molte. A me piacerebbe, per esempio, estendere e approfondire una considerazione che mi è venuta in mente sulla distinzione tra notizia e informazione: con twitter e gli altri social network siamo bombardati di notizie, soprattutto per il fatto che ogni utente è in potenza un latore di notizie (basti pensare al fatto che ormai gli stessi giornalisti si affidano spesso ai tweet di chi si trova sul posto dove accadono eventi importanti). Se quindi la notizia è a portata di tutti, fare informazione implica un livello diverso e più profondo, non necessariamente professionale ma è secondo me in questo interstizio che dovrebbero penetrare i giornalisti, ma vorrei anche la vostra opinione in proposito.

L’altra notizia che ha fatto e fa discutere è il lancio del Kobo da parte di Mondadori. Io purtroppo non l’ho ricevuto, come invece è successo ad alcuni blogger che conosco (per mia grande invidia) e posso riportarvi le recensioni di due di loro: Effe e Noemi Cuffia (alias @tazzinadi). Inoltre, ottima mi sembra quella in 10 punti di Pianetaebook. Se ne ricava che il Kobo sembra non solo un bell’oggetto, ma soprattutto un buon e-reader, e sicuramente potrà costituire un degno antagonista del Kindle (vedi qui un bell’articolo di Luca Albani dove ci si auspica l’arrivo di altri player).

Amazon da parte sua lancia un nuovo servizio per la diffusione di documenti, Whispercast: sembra un programma studiato particolarmente per l’ambito accademico e didattico, cosa che ci porta al terzo argomento, più specifico, quello dei cosidetti MOOC. Sono i Massive Open Online Courses (qui un’animazione che spiega bene di cosa si tratta) , di cui già avevo parlato in un post qualche tempo fa: sempre più università americane e non hanno lanciato corsi gratuiti online che stanno avendo molto successo. Le opinioni a riguardo sono ancora contrastanti, e per farmene una personale ho deciso di iscrivermi ad uno di questi corsi, dell’università di Stanford su Coursera.
Ho appena iniziato e quindi è troppo presto per dire qualcosa di sensato, ma se vi interessa vi terrò aggiornati. Naturalmente, se nel frattempo qualcuno di voi ha concluso un corso del genere è vivamente pregato di lasciare la sua impressione a riguardo.