Come finisce il libro: 4 considerazioni

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

Ho letto tempo fa Come Finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale. Quelle che seguono sono alcune considerazioni nate dalla lettura.
Cominciamo col dire che a me i libri che pongono domande piacciono molto, perché preannunciano risposte. Il nostro 33_comefinisceillibroinizia proprio così. Ancor più importante, se parliamo di saggi, è che siano riportati dati e fonti in maniera precisa e facilmente riscontrabile. Infine, per cercare di descrivere quel che sta accadendo nel complesso mondo editoriale serve una buona capacità di sintesi e organizzazione del pensiero per tenere viva l’attenzione di un lettore. Bisogna dire che su questi fronti Gazoia ha colto nel segno.
Quella di Gazoia (su Twitter @Jumpinshark) è un’analisi dello stato delle cose che riguarda la galassia del libro, digitale e non: è un percorso attraverso i mutamenti che stanno condizionando e ristrutturando l’editoria, è un dialogo diretto con il lettore, senza manie di protagonismo, con l’obiettivo di condividere informazioni e far conoscere meglio il settore editoriale.
Ho ricavato dalla lettura del libro alcuni spunti di riflessione.

1. Siamo propensi ad accumulare e in qualche modo possedere contenuti. Lo facevamo con quelli “analogici” e replichiamo gli stessi comportamenti con il digitale. Spesso cerchiamo contenuti che siano, almeno per noi, sempre nuovi. Questo implica da una parte una certa bulimia che interessa chi scrive, chi legge, chi promuove o si deve promuovere e dall’altra un flusso costante di fenomeni letterari. Altro elemento che condiziona la propensione all’accumulo, maggiore per l’ebook rispetto al libro fisico, è legato all’intangibilità del contenuto: nel digitale la percezione di spazio occupato, di presenza “reale” dell’oggetto da leggere è assai ridotta. L’incorporeità fa perdere il controllo visivo che siamo abituati ad avere sul libro (sul comodino, sugli scaffali, ecc.). Inserito in un contenitore che ne maschera la fisicità, il contenuto si può sottrarre alla vista: questo aspetto è parte integrante della spinta all’acquisto e modifica in profondità il sistema editoriale e la sua economia.

2. Lo scopo dei grandi player (Amazon, Apple ecc.), così come degli editori e dei distributori editoriali “indipendenti”, è vendere, vendere, vendere. Per vendere di più si cerca di dare al lettore ciò che vuole e per raggiungere lo scopo serve fare volumi, in senso di quantità. Nulla di anormale. La filiera editoriale è fatta di aziende che lavorano per il profitto, pagando stipendi, professionalità, strutture ecc. Come giustamente fa notare Gazoia, c’è un “però”: l’esclusiva attenzione al prezzo più basso e le questioni connesse a quale compenso debba percepire un autore per il suo libro occultano un nodo centrale e una difficoltà reale dell’editoria, ossia la promozione della lettura e del libro. Niente più prestito all’amico, niente (per ora) copie di seconda mano: sì, è vero, le biblioteche possono prestare ebook, così come diverse piattaforme di distribuzione digitale, ma il rientro nel mercato di un ebook già acquistato o più semplicemente il passaggio di un libro di mano in mano tra amici, tra lettori, subisce un brusco stop. Esistono alternative, usate soprattutto nell’editoria professionale e universitaria (Open Access, Creative Commons, Copyleft), che permettono a un contenuto di essere diffuso e condiviso con diverse articolazioni dei diritti d’autore: non è detto che questi modelli non possano trovare spazio e imporsi anche in altri campi della pubblicazione digitale. Il tempo ci saprà dire.

3. L’ammiccamento è la strategia adottata per conquistare il lettore. Ci provano i grandi player, i distributori, gli editori, gli autori (anche quelli del selfpublishing). D’altra parte gli strumenti per darsi da fare ci sono: le classiche recensioni, gli eventi, i blog e i social network. E ovviamente c’è il marketing. Un ammiccamento simile abbraccia anche i potenziali scrittori che sono invitati a far da sé, con i pro e i contro del caso. Fa parte della “cultura partecipativa” cui la rete in qualche modo ci sta abituando e che apre le porte a chiunque sia alla ricerca del quarto d’ora di celebrità, giocando con la diffusione virale e – perché no – fidelizzata delle storie. Il risultato può non rispondere alle aspettative degli autori e dei lettori, ma in ogni caso risponderà alle logiche di vendita. A dirla tutta, l’autopubblicazione digitale non è nata con gli ebook: i blog sono i padri dell’autopubblicazione. Avete presente quei diari o le raccolte di poesie e microstorie su web che tanto andavano di moda anni fa? Ecco, quella era una forma selfpublishing, libera, accessibile e gratuita. Ma quindi cosa sta cambiando? Ovviamente i blog continuano a esistere e, anzi, la tendenza è personalizzare sempre più la propria presenza in rete. La differenza maggiore è che esiste un modello di business legato ai contenuti: quelle raccolte di poesie e le microstorie digitali si possono vendere. A mio parere, la differenza maggiore sta però nel tentativo di far percepire come personale e intima la relazione lettore-venditore-autore. Per intenderci, si sposa bene con gli slogan “solo per te” e “anche tu puoi”. Qui sta appunto l’ammiccamento conquistatore.

4. Dobbiamo considerare un fattore di prospettiva dell’autopubblicazione: anche i contenuti digitali autopubblicati sono e saranno specchio del nostro tempo. Poco importa esprimere oggi un giudizio positivo o negativo sulla questione, perché di fatto anche il selfpublishing sarà un elemento attraverso cui i posteri potranno leggere e interpretare la nostra società, esattamente come noi facciamo con la lettura degli autori del passato. Ciò varrà sia per gli autori “nobili” sia per quelli non filtrati dagli editori, al di là del prezzo di copertina di un ebook o un libro, al di là del supporto elettronico su cui leggeremo. E non è che ciò sia meglio o peggio: semplicemente è. Siamo dentro questo tempo, immersi in questa trasformazione, e ci è difficile, se non impossibile, produrre un giudizio oggettivo. Possiamo solo analizzare quanto sta avvenendo per azzardarci a scegliere con maggiore consapevolezza.

Se l’intenzione del testo era rendere più consapevoli i lettori (e gli scrittori) di quanto avviene nella filiera editoriale alla luce dei cambiamenti che stanno caratterizzando il settore, il lodevole obiettivo è stato raggiunto.
Forse, ma dico forse, per chi lavora nell’industria del libro i contenuti saranno in buona parte già assai noti. Ciò non toglie che faccia bene alla sistema culturale e politico – in senso lato – del nostro Paese far conoscere al più vasto pubblico possibile quel che accade “dietro” un libro, digitale o meno, e più in generale in quale contesto si stia muovendo la realtà editoriale.
Ad ogni modo, possiamo stare tranquilli: la morte del libro non è ancora giunta e penso che tardi ad arrivare.

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La questione Amazon – Hachette in 4 punti

Non pensavo di entrare nel dibattito della diatriba tra Amazon e Hachette e cercherò di farlo nella maniera meno intrusiva e più schematica possibile. 

Prima di tutto, i fatti: Hachette, per chi non lo sapesse, è uno dei Big Five, cioè i cinque maggiori editori degli USA (gli altri sono: Penguin Random House, Macmillan, HarperCollins, e Simon&Schuster) non allineati con Amazon, al quale non hanno tra l’altro concesso il loro catalogo per l’operazione Kindle Unilimited (di cui ho parlato nel mio post precedente). Ora Hachette è in guerra aperta con Amazon sulla questione dei prezzi e della ripartizione dei guadagni. Sulle ragioni, le cause e le conseguenze di questa lite, rimando all’impeccabile articolo di Letizia Sechi su Pagina99: Amazon vs. Hachette, perché si scontrano i colossi dell’editoria, a cui hanno fatto seguito molti commenti interessanti a cui farò riferimento nel corso di questo post.

La questione si pone su diversi livelli e si presta quindi a più piani di lettura. Estrapolerei quelli secondo me più sensibili:

1. Il prezzo degli ebook  Su questo si è pronunciato molto bene Fabrizio Venerandi di Quintadicopertina nel suo post La retorica di Amazon, in cui mette in evidenza le contraddizioni del colosso americano, ne smaschera alcune menzogne, e ribadisce, se ce ne fosse bisogno (e ce n’è) che l’ebook è il risultato di un processo elaborato che vede impegnate competenze e professionalità specializzate. Imporre un prezzo troppo basso all’ebook significa svilire questo processo e queste professionalità, nonché mettere in difficoltà l’editore erodendogli comunque un buon margine anche in assenza di spese di trasporto e magazzino. Qui il discorso però potrebbe ramificarsi e articolarsi ulteriormente, andando a toccare la questione del prezzo spesso inspiegabilmente alto di parecchi libri cartacei di scarsa qualità non solo contenutistica, ma proprio editoriale, la sua ricaduta sul prezzo del relativo ebook (spesso fatto anche peggio) e la questione dell’acquisto direttamente dall’editore, argomento che sarà affrontato in un punto successivo.

2. Le politiche editoriali – Qui si intrecciano alcuni post che affrontano vari elementi: l’intervento molto diretto ed esplicito di Amlo (che in modo forse un po’ riduttivo pone la questione come una “guerra tra ricchi in cui io sto per il più simpatico”) potrebbe in pratica essere sintetizzato dalla frase spesso ripetuta da Giuseppe Granieri “odiare Amazon non è una strategia“; ma il problema è appunto individuarla, una strategia, come giustamente evidenzia il post di Marco Ferrario, dato che, nel concreto, siamo di fronte a un fatto indiscutibile: piaccia o non piaccia, con metodi leciti, legali, corretti o meno, Amazon si è accaparrato una fetta enorme di utenti/clienti/lettori o come piace più definirli. Questo in primo luogo perché in ogni caso offre un servizio efficiente, economico e che in apparenza (ma all’utente finale il messaggio è questo) rispetta le esigenze dell’acquirente, che sostanzialmente sono: spendere meno, avere il prodotto in tempi rapidi e un servizio di assistenza che lo coccola. Qui si inserisce un altro punto, quello delle 

(3.) responsabilità dei clienti/lettori, di cui parla ampiamente eFFe su Doppiozero e su cui sarei anche d’accordo in linea teorica, ma su cui pongo a mia volta degli interrogativi:

– se è vero, come sembra, che Amazon sta in qualche modo “boicottando” i libri di Hachette fornendo un servizio meno rapido ed efficiente, gli utenti si indirizzeranno verosimilmente altrove, almeno per i libri di questo editore. Troveranno in questo altrove un grado di soddisfazione maggiore tanto da affidarsi al nuovo player anche per altri libri?
Restringendo questo discorso al contesto italiano, dove e come possono trovare un servizio che garantisca le stesse prestazioni di Amazon o almeno non le faccia rimpiangere troppo? Io, nel concreto, sono il primo a volermi affidare alla vendita diretta sui siti degli editori, soprattutto quelli come Quintadicopertina, :duepunti edizioni, o anche Minimum Fax e a chiunque mi dia file senza DRM che posso convertire in .mobi (o già convertiti) per il mio Kindle (ebbene sì, sto con il Grande Orco). Ma quante password e username dovrò utilizzare e soprattutto quante volte dovrò fornire (e diffondere) il numero della mia carta di credito per comprare i libri che acquisto mensilmente, se non settimanalmente? Qui si innesta bene ciò che propone Marco Ferrario: una piattaforma aperta alternativa ad Amazon (e magari migliore). “Subito, in fretta; non tra due o tre anni.” Questa proposta, tanto sensata quanto purtroppo destinata a restare vana, temo faccia dolorosamente il paio con quella di eFFe che giustamente individua nel lettore il nuovo attore della filiera editoriale e auspica che “una fetta sempre maggiore di lettori” decida “di guardarsi intorno e di scegliere non solo il contenuto ma anche la modalità dei propri acquisti. Alleandosi con editori meno altèri e più attenti ai servizi, reclamerebbero finalmente la centralità del loro ruolo nell’industria editoriale”. Si tratta di una sacrosanta richiesta di consumo critico che anche Flavio Pintarelli espone dettagliatamente nel suo post Amazon, io: lettura, scrittura, editoria e consumo critico, in cui introduce il quarto punto importante di tutta la questione: 

4. Nuove modalità di leggere e di scrivere – I dati sulla lettura di libri sono chiari quanto spietati: si comprano e si leggono meno libri, qui come altrove nel mondo: il problema è composito e da una parte il digitale non è tra le cause iniziali del fenomeno, dall’altra ha però apportato nuovi fattori che hanno trasformato e stanno trasformando il concetto di lettura e di scrittura. A questo riguardo non posso che ripetermi e ribadire il link a un ebook (da leggere anche gratuitamente online) dal titolo eloquente: Letture, contenuti e granularitàin cui si sono susseguiti e a volte alternati interventi di Venerandi, Ferrario, Roncaglia, solo per menzionarne alcuni. 

Come anche Flavio Pintarelli mette in evidenza nel suo post, non si tratta di una questione solo “tra ricchi” e solo riguardante prezzi e distribuzione di semplici “libri”, siano essi in bit o in atomi: dobbiamo ormai convivere con l’evidenza che la lettura e la scrittura (e la cultura, l’informazione, il modo stesso in cui sono veicolate e fruite) stanno subendo una mutazione ancora da comprendere e interpretare, ma la cui comprensione e interpretazione sono necessarie quanto urgenti, pena l’inaridimento di uno scenario già di per sé sempre più povero e il rischio di una “distrazione di massa” che alterna un post di facebook  a un link che rimanda a sua volta a un articolo, e questo contiene un video, che contiene un riferimento e infine ti vendono l’ultima versione di Candy Crush e ti ritrovi a giocare senza nemmeno capire perché lo stai facendo. 

Si badi bene, io non sono del tutto d’accordo con le tesi di Casati che vede nei tablet più un ordigno che una risorsa: ma è vero che ci troviamo di fronte a una disgregazione del concetto di messaggio, il quale è multicanale, reticolare, frammentato e a sua volta deve competere non solo e non più con altri testi, link, video, ma anche con Angry Birds e i suoi ultimi aggiornamenti. In questa estrema quanto concentrata convergenza in cui tutto è nelle nostre mani, è quanto mai necessaria un’ecologia della lettura (e della scrittura) che possa portare a un nuovo modello efficace dal punto di vista culturale e comunicativo, sostenibile dal punto di vista dell’industria editoriale, proficuo per quanto riguarda l’utente stesso, che a sua volta ne sarà il protagonista. 

Si tratta insomma di grandi temi, che non possono essere risolti se non con una difficile quanto necessaria alleanza tra editori, autori, lettori, distributori. Altrimenti Amazon vincerà sempre, e di più. 

La scuola, gli editori e il digitale secondo Dino Baldi (Giunti Scuola)

Ho avuto  più volte modo di apprezzare Dino Baldi, direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola. Pur non conoscendolo – ancora – di persona, in ogni suo intervento, a voce o scritto, ho sempre ricavato nuovi spunti di riflessione e tratto interessanti considerazioni sul mondo dell’editoria scolastica coniugata in chiave digitale. Per questo motivo, ho voluto interpellarlo direttamente su alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore e che ho affrontato in modo articolato in un ebook edito da Ledizioni, in cui compare anche una parte di questa chiacchierata (in effetti, a pensarci bene, potrebbe anche essere la nona delle mie chiacchierate editoriali, brevi interviste con personaggi dell’editoria italiana che hanno qualcosa di importante da dire).

Nel tuo intervento all’edizione romana 2012 di Librinnovando, hai fatto un discorso secondo me molto importante e hai menzionato quattro passaggi fondamentali per l’editoria didattica nell’era digitale:

–       passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento;

–       la ridefinizione di granularità dei materiali;

–       passaggio da una logica editoriale chiusa a una aperta;

–       l’evoluzione verso un modello di business più aperto e flessibile (dal prodotto al servizio).

Cosa e’ cambiato secondo te da allora e cosa si è fatto (o non ancora) in questo ambito?

Sul piano dei risultati espliciti, non molto: il digitale scolastico è ancora vicino all’anno zero. Tuttavia mi sembra pretestuoso o ingenuo prendersela con la caricatura del conservatore che vuole tenere la scuola nel suo medioevo per ignoranza, paura del nuovo o per difendere interessi di categoria. Piaccia o no, gli editori riflettono molto da vicino la realtà della scuola: non hanno, tranne eccezioni, il privilegio di progettare per le fasce estreme. Sarebbe sbagliato allora confondere questa scuola e questi editori con quello che potrebbero diventare se fossero messi in grado di fare una scelta. Per questo, al di là di strategie a medio e lungo termine, sono sempre più in sintonia con chi prima di tutto mette l’accento sulle condizioni di contesto: finché non ci sarà un’infrastruttura di rete, strumenti adeguati, insegnanti formati al nuovo e una legislazione stabile e poco invasiva, il resto sono parole al vento, operazioni di marketing e nei casi migliori belle sperimentazioni e tanto lavoro dietro le quinte (ad esempio, per gli editori, sulla filiera produttiva, sulle piattaforme, sui formati). L’idea della rivoluzione digitale imposta dall’alto può avere un suo fascino, ma è un ossimoro: il cambiamento significativo, a maggior ragione per una realtà come la scuola italiana, è un processo che si muove dal basso, nel momento in cui dall’alto vengono garantite le condizioni abilitanti (in un mio post di due anni fa, menzionavo un articolo che parlava di “innovazione dai margini” ndr).

Quali sono secondo te le novità più rilevanti (non solo tecnologiche, ma anche metodologiche o strategiche) emerse da allora nell’editoria ma più in generale nella didattica?

La conseguenza più interessante, a mio parere, dell’ingresso delle tecnologie in classe è il fatto che costringono la scuola a farsi delle domande esistenziali, e non necessariamente legate alle tecnologie. La scuola ha bisogno di ridiscutere e ridefinire il proprio rapporto con il mondo esterno, in senso attivo e consapevole e non unicamente difensivo o di resa: per questo “esame di coscienza”, per il superamento dell’autoreferenzialità, non c’è niente di più dirompente di una connessione internet attiva in classe. Per il resto, più che novità credo ci siano dei temi caldi che sintetizzano alcuni dei nodi problematici, e che il protagonismo naturale delle tecnologie tende talvolta ad offuscare. Sul piano delle metodologie ad esempio la cosiddetta “classe capovolta”, di cui si parla molto, al di là del merito evidenzia un problema reale: quale deve essere il ruolo dell’insegnante, e dello studente, rispetto ai contenuti multimediali che presuppongono una fruizione passiva o guidata? Ha ancora senso che sia l’aula il luogo deputato per un tipo di didattica che, al di là degli slogan, rischia di essere ancor meno interattiva e più veccha di quella tradizionale? Allargando il campo, quale deve essere il rapporto fra le tecnologie dentro e fuori la classe, tra devices di gruppo e devices individuali come il tablet? Non sono temi da poco: ad oggi ad esempio mi sembra prevalga l’idea che debba essere la scuola, la mano pubblica, a farsi carico non solo delle LIM, ma anche degli strumenti di uso personale: l’acquisto, la gestione, l’aggiornamento… A parte l’aspetto economico, lo trovo di un’ingenuità disarmante. Con tutti i distinguo che si possono fare, il BYOD (Bring Your Own Device) rappresenta non solo una delle poche strade praticabili, ma forse anche la più corretta sul piano del metodo e dei principi. Per ultimo, in merito ai formati mi sembra importante la timida comparsa, fra le proposte adozionali, del cosiddetto “libro liquido”, ovvero il libro tradizionale proposto in versione html: un primo importante passo verso l’emancipazione, anche psicologica, dal libro a struttura fissa, perpetuato, in digitale, dal pdf.

Nei paesi anglosassoni si parla sempre di piu’ di OER, di contenuti didattici aperti e condivisi tra docenti in ambienti appositamente dedicati. Anche in Italia si inizia a sorgere qualche progetto in questa direzione. Dove pensi si possa arrivare, anche alla luce di quanto ha affermato la neo ministra Giannini in proposito e come l’editore può far diventare questo fenomeno non una minaccia ma una risorsa?

Gli editori scolastici che considerano una minaccia i contenuti aperti e gratuiti e i contenuti prodotti dal basso dagli insegnanti, a mio parere sbagliano due volte: sul piano culturale (della percezione del proprio ruolo e valore) e sul piano delle strategie di sviluppo dell’offerta. Io credo che la battaglia interessante non sia quella in difesa di posizioni acquisite, ma della qualità; e non la qualità editoriale garantita astrattamente dalla filiera di produzione o da validazioni implicite, ma quella guadagnata sul campo. È ancora presto forse per capire come i percorsi prodotti dall’editore possano relazionarsi in maniera virtuosa, sul piano della didattica, del mercato e delle tecnologie, con contenuti “altri”, e quali forme e strade prenderanno questi percorsi e questi contenuti: personalmente ad esempio auspico che non si rincorra una multimedialità povera di progetto didattico. Ma un editore che non si stia preparando attivamente a scenari diversi, misti, a mio parere rischia molto. Il primo passo è, al solito, interiorizzare l’apertura strutturale imposta dall’introduzione delle tecnologie di rete, che investe a cascata la classe, l’editore, il libro: c’è un’eccessiva abitudine a pensare al prodotto scolastico secondo categorie tradizionali che ancora, intendiamoci, sono valide, ma che – temo – lo saranno sempre meno in futuro.

Digressione

digitale e cartaceo: una traduzione ancora troppo letterale

Sono almeno sei gli articoli che mi piace approfondire questa settimana, anche se poi in fondo gli argomenti sono solo due, ma piuttosto sostanziosi: il meticciato cartaceo-digitale e la sempiterna querelle delle tecnologie nella scuola.

Il primo argomento viene affrontato da un recente articolo del Guardian che sottoscrivo sin dal titolo: Paper vs digital reading is an exhausted debate. L’articolo parte dall’affermazione di Tim Waterstone, il fondatore delle omonime librerie, secondo il quale “la rivoluzione digitale sta per finire e la carta resisterà“.  Se sulla prima parte della frase l’autore dell’articolo non si dice giustamente molto convinto, la seconda non ha motivo di essere negata, dal momento che il futuro che ci aspetta è ibrido e lo resterà saldamente fintanto che l’ebook non si emanciperà da una tenace mimesi del modello cartaceo e intraprenderà una via tutta sua per dare vita a nuove modalità di elaborazione dei contenuti e della loro fruizione. Perché siamo, come giustamente ricorda un ottimo articolo intitolato The Seven Deadly Myths of Digital Publishing, ancora all’inizio della transizione dalla stampa al digitale: “il contenuto diventerà presumibilmente sempre più complesso e collaborativo sotto l’aspetto autoriale, con il ruolo dell’editore più simile a quello di un produttore di videogame o di un’app.” L’articolo merita una lettura completa ed è anche molto interessante quando parla di migrazione della lettura digitale da device dedicati (i lettori e-ink) ai tablet e in generale a dispositivi mobili multifunzione.

In tutto ciò, come dovrebbe evolvere il ruolo dell’editor? Ne dà un breve ma efficace ritratto Stefano Izzo di Rizzoli in un suo articolo su Wired Italia: Come cambia il ruolo dell’editor ai tempi dell’ebook e del self-publishingLettura tuttaltro che amena, per chi è o vuole essere del mestiere, perché ne emerge quello che in effetti è il lavoro dell’editor ora, un’incessante attività dentro e fuori dalla redazione, sempre impegnato a rimanere aggiornato, a non perdersi (e a non farsi soffiare) l’ultima tendenza o l’ultimo autore magari trasscinato dal fiume sempre meno carsico del self publishing.

L’altro argomento riguarda la scuola e del modo in cui le tecnologie dovranno essere introdotte in un contesto refrattario, impermeabile all’innovazione, tradizionalista e spesso fiero di esserlo come è quello scolastico. Per fortuna il tema viene ormai  sempre più declinato secondo una prospettiva di ampio respiro e meno ristretta all’arido, asfittico e spesso volutamente specioso dibattito tra chi è pro e chi è contro l’ingresso del tablet in classe. Dice benissimo Angela Maiello nel suo articolo Nati nella rete. Eco, la memoria e la scuola“Non si tratta meramente della necessità di equipaggiare le classi con computer, schermi o sistemi interattivi, ma di immaginare un modo completamente diverso di lavorare sull’apprendimento, rivedendo il sistema scolastico nel suo insieme, dalla struttura lineare delle classi alla formazione del corpo docente”. La formazione la si trova anche al centro dell’articolo di Alex Corlazzoli Parlare di iPad non basta e Antonella Casano, una docente evidentemente già formata, scrive molto oppportunamente in un articolo (Il digitale a scuola: cosa si guadagna a perdere tempo) che la scuola non deve riportare in digitale il metodo tradizionale, perché si tratta di una “traduzione troppo letterale” che “non tiene conto della grammatica diversa chiamata in gioco dal mezzo utilizzato”.

Questo fatto della traduzione letterale mi sembra possa essere il nesso non casuale tra i due argomenti: da una parte un’editoria digitale ancora  molto (troppo?) legata al modello cartaceo, come del resto c’era da aspettarsi in questa prima fase di transizione; dall’altra c’è un sistema didattico e pedagogico saldamente ancorato al passato che non accetta l’evidenza di essere divenuto desueto ma potrebbe invece trovare nel digitale quell’alleato insperato per superare più agevolmente e in modo meno traumatico un passaggio comunque necessario, non solo dal punto di vista tecnologico, quanto prima di tutto metodologico.

A proposito – ancora – di libri di carta e digitali

Questa settimana mi sono imbattuto in alcuni bei post che vorrei qui condividere con voi.

Il primo è intitolato “Non esistono idee isolate, esistono solo ragnatele di idee” ed è secondo me un post da prendere a modello su come si scrive un articolo di un blog: breve ma completo, con link precisi di approfondimento e di ampliamento del tema (la necessità di ripensare e, direi, resettare il modo di concepire la produzione e la trasmissione della cultura nell’era digitale, perfettamente descritta anche dall’ottimo post di Luca Sofri nel suo blog Wittgenstein e intitolato “La fine dei libri“) e una piccola sitografia finale per inquadrare l’argomento anche in maniera diacronica. Da leggere in tutti i suoi percorsi, per farsi un’idea seria e non superficiale sulla sempre troppo banalizzata querelle cartaceo vs. digitale.

Il secondo è un’infografica su come un libro cartaceo diventa testo digitale (“How A Printed Book Becomes A Digital eBook“): la trovo molto eloquente per dimostrare quanto sia fallace l’idea purtroppo comune che il digitale è un processo di lavorazione più facile e meno laborioso – e soprattutto meno costoso – del cartaceo.

Infine, un interessante articolo che mostra concretamente come e perché il cartaceo avrà sempre una sua ragione d’essere, seppur limitata a edizioni particolari, dove l’estetica si coniuga con la funzionalità del supporto e il libro privilegia anche la sua identità di oggetto, da avere e mostrare. Un po’ quello che sta succedendo in campo musicale al vinile, acquisto quasi d’obbligo per collezionisti e appassionati.
L’articolo a cui mi riferisco si intitola “Are Print Books Becoming Objets d’art?” e ha anche il merito di segnalare alcuni libri davvero interessanti (di uno si era parlato tempo fa in certi ambienti del web come appunto esempio di libro che in digitale avrebbe poco senso) a cui mi permetto di aggiungerne uno, ma chissà quanti ancora ce ne sono, e magari potreste segnalarli voi stessi.