self publishing, prezzi e i nuovi paradigmi del digitale

Settimana davvero ricca di spunti questa, tanto che  dvvero si fatica (almeno io) a star dietro a tutti, anche perché le cose interessanti sono molte, e spesso affatto banali.
Come per esempio le ottime riflessioni di Tombolini a margine dell’intervento di Ricky Cavallero (Mondadori) all’ Ebook Lab Italia 2011. Ciò che mi ha colpito è stata la constatazione che Cavallero, al contrario del suo predecessore Gian Arturo Ferrari, non crede nella morte della carta (secondo me giustamente) e però – anzi, forse proprio per questo – ha un atteggiamento molto più aggressivo nei confronti del digitale: “pubblicare tutto, pubblicare subito, pubblicare economico“, il suo motto, dove però quel “tutto” sta per tutte le novità future, e tutto ciò che ha richiesta. Questo perché non crede nella cosiddetta “coda lunga” e nella possibilità di rivitalizzare e valorizzare la back list (soprattutto i titoli fuori catalogo) – ne avevo accennato nella mia intervista a Mauro Sandrini – cosa che invece a mio modesto parere sarebbe un’ottima occasione per editore e lettori. Peccato.

Il post di Tombolini si conclude con intelligenti considerazioni sul prezzo dei libri digitali, argomento in questo periodo tornato in auge e di cui parla anche il Duca in un post che riporta quello che avrebbe dovuto essere il suo intervento a ELI. Delle molte cose giuste  che scrive, mi piace evidenziare una frase che ritengo fondamentale:

Non è questione di prezzo alto o basso o di prezzo rispetto alla carta: è una questione di prezzo più efficiente o meno efficiente.

Il Duca parla anche di Joe Konrath e Amanda Hocking, due famosissimi casi di self publishing, argomento anche questo molto d’attualità, soprattutto in questi giorni in cui si è diffusa (o meglio: è deflagrata) la notizia che Barry Eisler, autore di bestseller, ha rifiutato un anticipo di mezzo milione di dollari, decidendo di pubblicarsi da solo.

Su questo argomento devo dire che sto ancora riflettendo, in quanto i fatti stessi sono contradditori, se si pensa alla contemporanea notizia che la stessa succitata Amanda Hocking ha deciso di porre fine alla sua esperienza (molto fortunata) di self publishing  firmando un accordo milionario con un editore per i prossimi quattro libri (vedi sempre link precedente).  Ora, a parte la  falsa questione su chi dei due abbia ragione e chi torto, a me sembra chiara una cosa: il self publishing sarà una delle caratteristiche dell’editoria digitale – spero con la definitiva scomparsa degli editori a pagamento, o almeno di gran parte di essi – ma a farci davvero molti soldi saranno sempre in pochi: i fortunati (e poi bravi a gestirsi) come la Hocking o autori molto conosciuti nel cartaceo che divorziano dall’editore e possono permettersi il lusso di rifiutare appunto contratti milionari perché hanno dalla loro un pubblico fedele e magari qualche editor compiacente che farà il lavoro sporco dietro le quinte, lavoro che rimarrà sempre essenziale, per quanto se ne dica.

Questo perché la qualità sarà sempre – direi sempre più, visto proprio il probabile afflusso in massa di molti scritti self service – l’arma in più per chi vuole imporsi nel mercato, la parola d’ordine essenziale cui accompagnare naturalmente poi una politica editoriale flessibile e attenta al lettore e ai nuovi paradigmi che il digitale porterà con sé. Un ragionamento che funziona sia nella narrativa come nella scolastica, come è emerso anche dal TOC di Bologna, la conferenza O’Reilly che ha anticipato la Fiera del libro per ragazzi di quest’anno (chi è interessato, ne trova una bella sintesi di Federica Dardi, mentre qui un’interessante sintesi di un’intervista allo stesso Tim O’Reilly che parla anche di self publishing, DRM e quant’altro).

Insomma, se c’è una speranza anche per i puristi bibliofili che vedono il digitale come fumo negli occhi, è quella che probabilmente, dopo un inizio tutt’altro che esaltante, la questione qualitativa emergerà fino a diventare la chiave di volta del successo nel mercato digitale. Forse.

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le librerie del futuro

Durante IF BOOK THEN, lo scorso febbraio, si è parlato di un “modello ibrido” quale possibile esito per le librerie nell’era dell’ebook. Un video, che Mauro Sandrini ha scovato su Youtube, suggerisce uno scenario sicuramente intrigante. A parte l’artificiosità di parecchie situazioni e dei due protagonisti stessi – come nota Mauro -a me ha colpito soprattutto il modello di libreria che ne scaturisce: una libreria di quartiere, con libraio competente, in cui è possibile trovare libri cartacei e digitali (anzi, gli uni scaricabili da una sorta di QR Code riportato sugli altri).  Qualcosa di simile ci auspicavamo io e lo stesso Mauro Sandrini nella nostra chiacchierata di qualche settimana fa. E se per l’ennesima volta la fantasia anticipasse soltanto la realtà?

ultime dal mondo ebook: google frenata, amazon frena il prestito digitale

Come spesso capita, nel mondo del libro digitale si alternano periodi di calma piatta – che eufemismo vuole si chiamino “di riflessione” – a quelli in cui accadono più eventi insieme e tutti di una certa valenza.
Per fare un po’ di ordine, riporto di seguito quello che mi sembra maggiormente significativo:

– prima di tutto, la notizia più fresca e sicuramente clamorosa: il rifiuto in sede giudiziaria dell’accordo che Google aveva fatto con gli editori e quindi la rimessa in discussione dell’intero progetto Google Books (ne parlano, tra gli altri, il LA Times e il Guardian);

– interessante anche il dibattito che si è aperto sugli ebook a 99 cent. Aveva iniziato a parlarne Giuseppe Granieri sulla Stampa, poi il dibattito si è allargato (ne parla anche Teleread) e l’ineffabile Mauro Sandrini non si smentisce e da buon precursore mette subito alla prova il suo libro con il nuovo prezzo.

– Se da una parte Google viene frenata, dall’altra Amazon mette lei un freno; lo fa nei confronti del servizio Lendle per il prestito dei libri digitali, ponendo in questo modo un serio bastione e un precedente importante ad una pratica appena sorta ma che costituisce la dinamica fondamentale delle biblioteche del futuro, ammesso a questo punto che con il digitale ne abbiano ancora. Tuttavia, aggiornamento dell’ultima ora, sembra che la situazione si sia in qualche modo aggiustata (o quasi), a meno che la mossa di Amazon non venga intepretata come una sorta di avvertimento.

– Infine, un’interessante riflessione sul futuro dei libri di scuola nel sito di Simplicissimus e la segnalazione della nascita di e., la prima rivista dedicata agli ebook. Si tratta di un mensile free-press in PDF scaricabile gratuitamente. Che dire: se son rose (data la stagione primaverile), fioriranno.

L’informazione piramidale e quella di rete

Tempi duri per l’informazione “ufficiale”,  soprattutto cartacea. Sembra infatti che la temutissima rete informativa 2.0 gli stia erodendo giorno dopo giorno sempre più terreno. Un terreno chiamato credibilità.

Nel mondo anglosassone se ne parla apertamente e non solo ci si pone interrogativi, ma si riconosce questa nuova dimensione dandole spazio e, appunto, credibilità. Basta leggere un pezzo sul sito della BBC o della versione digitale di un quotidiano come il Guardian per rendersene conto: di qualsiasi evento nel mondo si parli, non solo si riportano tweet di chi lo sta vivendo in diretta, ma all’articolo segue sempre un appello a chi vive nel posto perché dia la sua testimonianza.

Si tratta in questo caso di entrare in simbiosi con la logica della condivisione, che sta alla base del concetto di rete. Una logica che sembra stentare ancora molto a far parte del dizionario giornalistico nostrano, se vediamo accadere cose come questa, la quale a sua volta spinge gli italiani residenti in Giappone a costituire un gruppo su Facebook per dare visibilità alla loro versione dei fatti, notevolmente differente da quella propinata da testate italiane anche prestigiose.

Avevo parlato del giornalismo nell’era digitale in due post che a distanza di mesi mi sembrano comunque ancora piuttosto attuali, segno appunto che poco è cambiato  nella mentalità di chi fa giornalismo in Italia, che però in fondo è analoga a quella di chi fa cultura, politica e via dicendo nel nostro Belpaese. Una mentalità profondamente piramidale, che ha portato alla “sindrome dell’ipse dixit” spesso evidente nei discorsi di tutti i giorni: “l’ho letto sul giornale”, “l’ho sentito alla televisione”, “l’ho letto in quel libro”, “l’ha detto quello, che è un dottore/avvocato/professore (ad libitum, ma ormai basta anche essere “tronista”)”.

Una dimensione molto di comodo, in cui basta una voce “autorevole” per dirimere ogni dubbio, compreso quello di capire in che cosa consista la sua autorevolezza, e comunque verificarla.

Una dimensione che in una prospettiva 2.0 (in cui cioè ognuno è potenzialmente “fonte autorevole”) non regge più e viene erosa, come infatti sta accadendo, complice anche la non impeccabile professionalità dei nostri giornalisti.

Che poi sorgano nuovi interrogativi sulla veridicità delle fonti che ora si moltiplicano a dismisura è un altro dato di fatto e meriterebbe un’accurata analisi a sé; fatto sta che non si può ignorare – come infatti le testate anglosassoni hanno capito – che il one way communication è morto, che lo spettatore è ormai anche “spettautore” e non solo, come  abbiamo visto in molti casi dall’Egitto alla Libia al Giappone, è spesso l’unica fonte a cui attingere immagini di avvenimenti cui il giornalista professionista non ha inizialmente accesso, ma a sua volta può aprire un blog e raccontarci quel mondo non da inviato speciale che alloggia all’albergo di lusso e vive quella realtà per qualche giorno, ma come testimone oculare quotidiano. Cosa ben diversa, che già di per sé, a mio parere, gli attribuisce molta più credibilità di qualsiasi tessera o albo.

P.S.: Ovviamente si parla di un certo tipo di giornalismo, non di coloro che fanno al meglio il loro mestiere e per realizzare un reportage rischiano magari la vita o addirittura sono morti . Questi sono giornalisti. Molti altri, quelli di cui si parla qui in questo post, non meritano di essere chiamati loro colleghi.

elogio degli ebook: incontro con Mauro Sandrini

Chi si interessa di editoria digitale conosce bene Mauro Sandrini e quasi di sicuro ha letto il suo libro,  diventato quasi una sorta di “cult”, se per tale si intende uno di quei libri che non possono mancare in una biblioteca specialistica. Ma non vi spaventate, Elogio degli e-book è un libro godibilissimo, scritto molto bene e che ha dalla sua non solo la competenza, ma anche tanta passione. Passione per i libri e soprattutto per la lettura. Perché, non mi stancherò mai di dirlo, un libro cartaceo e uno digitale hanno in comune soprattutto il fatto che sono strumenti di lettura, uno complementare all’altro, insieme a braccetto nella stessa direzione.  Già, ma quale? E’ quello che ho chiesto a Mauro in questa intervista che mi ha concesso con la gentilezza e disponibilità che lo contraddistinguono.

Vorrei approfondire con te alcuni temi del tuo libro e sviluppare degli spunti che ho trovato particolarmente interessanti, cominciando proprio dall’assunto del libro stesso: da bibliofilo e grande lettore cartaceo, ti sei “convertito” all’ebook anche per una ragione che potrei definire “ideologica”, in quanto vedi nel digitale l’emancipazione del pensiero dalle leggi del mercato che trasformano il libro-oggetto in merce. Un ritorno del pensiero e delle parole ad una corporeità che prima gli era preclusa. E’ così?

Non proprio. Intanto la parola “ideologia” non mi appartiene. Il mio libro è partigiano, ma non ideologico. Almeno ho la speranza che non lo sia. Non ho neppure il mito del digitale. So bene che sotto la patina di democrazia apparente con cui vengono propagandate le innovazioni internettiane si nascondono spesso processi di concentrazione micidiali. Per restare nel mondo dei libri, Amazon, per esempio, ha costruito un sistema chiuso determinando un monopolio di fatto di su tutta la produzione libraria in lingua inglese. Una specie di Mediaset dei libri planetaria. L’intreccio tra Kindle e sistema di vendite dei libri di carta di Amazon fa sì che il sistema apparentemente così conveniente per il consumatore costruisca l’unico canale (o il principale) attraverso cui dovrà passare la produzione del pensiero in inglese del XXI secolo. E tutto ciò avviene all’insegna del digitale. Contemporaneamente accade che molti spazi di libertà si aprono proprio in paesi linguisticamente marginali, come l’Italia, in cui non esiste per il momento la possibilità di un blocco sistemico simile per via delle dimensioni troppo piccole del mercato. E in questo caso, certo, il digitale diventa un catalizzatore democratico.

In questo profondo movimento tellurico che, come dici tu, “scombina gli equilibri del mercato” (e non solo), gli attori in gioco sono vari: autori e lettori in primis e, accanto, editori, librari, bibliotecari. Per quanto riguarda i primi due, mi piace sottolineare la tua osservazione che nell’ebook, insieme al nome dell’autore, sta proprio quello del lettore, quasi a suggello di un sorta di nuovo patto tra i due. Da una parte quindi vedo scenari di lettura social ma anche, seguendo un tuo pensiero, di autore che non può più prescindere dall’avere contatto diretto con il suo pubblico. E’ questo il nuovo modello che individui per il futuro?

Diciamo che il “patto tra i due” è un terreno da conquistare palmo a palmo. É vero che i social drm implicano che nelle prime pagine dell’ebook compaiano sia il nome dell’autore sia quello di chi l’ha comprato. Questo accade però per la paura degli editori (e di molti autori) di farsi depredare del presunto valore economico che veicolano al lettore. Al di là di questo vizio d’origine esiste la possibilità di invertire il segno di questo processo perché per la prima volta il lo scrittore quando pubblica un libro non lo invia a un fermo posta come sostiene Erri De Luca quando dice: “I libri sono questo per me. Lettere spedite a un fermo posta”, ma esiste un percorso possibile che conduce dall’uno all’altro. Al momento diciamo che la maggior parte degli editori “si mette in mezzo” e questo canale non è ancora completamente aperto.
Inoltre non sono unicista. Penso che la strada della relazione fra autori e lettori possa essere una di quelle possibili, ma non l’unica. Sono certo che si continueranno a vendere libri e ebook in cui gli autori non sono interessati a comunicare con il lettore in altro modo che con la pagina scritta, così come a molti lettori non interessa entrare in contatto con l’autore.
Certo però quella della relazione che si sviluppa tra autore e lettore è la prospettiva che mi interessa di più. É la ragione anzi per cui ho scritto il libro. Senza cui, per esempio, questa intervista non esisterebbe. Come volevasi dimostrare.

– Veniamo ora all’editore; da una parte impreparato ad affrontare un nuovo paradigma in cui si privilegia la condivisione al mercato, dall’altra, come dice lo stesso autore da te intervistato nel libro, comunque necessario per dare una garanzia di qualità all’opera scritta. Intravedi anche tu, come è anche emerso dalla tre giorni di Ebook Lab Italia, una trasformazione del modello editoriale in cui il libro, digitale o meno, dovrà insiersi all’interno di un ecosistema in cui convergono altri servizi?

Il modello editoriale dovrà cambiare. Non lo dico io. Lo dicono gli editori stessi che erano presenti a Ebook Lab, in particolare Hoepli e Mondadori sembrano avere le idee chiare su quel che li aspetta e stanno approntando strategie ad hoc per non perdere il treno.
Secondo me, però, l’aspetto più interessante del cambiamento non è quello dell’offerta dei servizi, ma il modello relazionale, il dna quasi, con cui la casa editrice si pone sul mercato. Certo sulla casa editrice convergeranno richieste di tipo nuovo che la potranno far sembrare una media agency (pensiamo alle app per esempio), ma ciò non cambia la sostanza del modello economico che vi soggiace.
Non so fare una previsione, posso dire gli spazi che mi interessano sono quelli in cui l’editore la smette di “mettersi in mezzo” fra autore e lettore adottando modelli, questi sì ideologici, mal scopiazzati da oltre oceano (Amazon e Itunes in primis).
L’esatto opposto è quel che per me è importante: una relazione profonda e duratura nel tempo tra autore e lettore che permette lo svilupparsi di una dimensione economica inedita. C’è anche chi ne ha ricavato una regola secondo cui sarebbero sufficienti 1000 “veri” fans per permettere a un autore di fare della propria scrittura un lavoro. Secondo me ne servirebbero molti meno. Tra un attimo ti dico come.
L’ecosistema interessante non è quello della casa editrice che continua a porsi nello spazio digitale come “il padrone delle ferriere”, ma la collaborazione tra gli autori e lettori e tra autori e autori.
Se consideri ciascun autore come un atomo isolato ha ragione Kelly a dire che sono necessari mille fans per generare uno spazio economico sufficiente, ma se guardi un gruppo di autori collaborativi ciascuno con 100 fan che a loro modo costituiscono un ecosistema in cui i lettori possono riconoscersi, allora per raggiungere la massa critica dei 1000 ne sono sufficienti 100 per ciascun autore. Cioè 10 autori ciascuno con 100 “veri fans” potrebbero generare una economia sufficiente per tutti.D’altra parte i lettori cui stiamo pensando leggono molti titoli all’anno e possono partecipare allo spazio economico di diversi autori, non di uno solo.

Dici che potremmo trovarci presto in una fase di transizione tra cartaceo e digitale in cui uno completa l’altro con funzioni e scopi diversi? Mi spiego: sarebbe per te plausibile un modello (di transizione, ripeto, anche se non saprei quanto lunga) in cui in cartaceo l’editore veicola le novità e i best seller mentre dall’altra si affida al digitale per la backlist e quindi tutta quella serie di titoli ormai introvabili su cartaceo?

Certamente è una possibilità, ma deriva molto anche dai settori. L’equilibrio carta/digitale non è scolpito sulla pietra e di volta in volta gli editori, ma anche gli autori, andranno alla ricerca del contesto a loro più consono. Dal punto di vista di chi si autopubblica, per esempio, avere una disponibilità di copie di carta da vendere in autonomia e con il margine più alto possibile è una chiave per poter sviluppare un’economia di sussistenza. Di questo ne parla, per esempio, il poeta Guido Catalano nel mio libro. Guido che riesce a vivere oggi in Italia facendo il poeta (!) proprio perché ad ogni presentazione può vendere i suoi libri grazie ad un accordo col proprio editore. Il bello dell’arrivo degli ebook è che davvero permette di scatenare la fantasia.

Ho trovato molto interessante nel tuo libro la parte in cui interpelli una libraia e insieme riflettete sul futuro della libreria. Ripensando anche ad un articolo che avevo letto in cui si parlava di figure come il booktrainer (ahimé) per orientarsi nel mare magnum di titoli, ho seguito il tuo ragionamento: con il digitale, tra editori indie, self publishing e comunque maggiore visibilità che editori che nel cartaceo non ne avevano o quasi, sarà fondamentale saper operare una selezione, come dici tu; quindi fondamentale sarà anche il ruolo di coloro che ci potranno guidare in questa selezione: i librai, che tornano quindi al loro antico ruolo perso non certo a causa dell’ebook ma delle grandi catene e delle folli logiche commerciali. Ma allora, se ho capito bene, l’ebook potrebbe niente meno ridare vita e soprattutto senso al libraio competente a scapito della grande libreria in cui trovi tutto e niente?

Fare previsioni è difficile sopratutto per chi non fa oroscopi come me. Però devo dire che questa è la prospettiva che mi piace di più. L’intervista a Giuseppina Brunori di Jesi (che ha una bellissima libreria in centro) è interessante non solo perché ci sono ancora librai come lei capaci di consigliare sul serio, ma sopratutto per il modello economico inedito che ha saputo mettere in moto. Come spiega nell’intervista lei non ha alcuna sudditanza rispetto a distributori/editori ed è una persona libera nei fatti. Questo si traduce anche nei consigli che dà ai suoi visitatori che lo percepiscono immediatamente. É una specie di slow food per lettori esigenti.

– Infine, ma non certo per importanza, le biblioteche (su cui si sta svolgendo un bel dibattito in un gruppo Google chiamato appunto ebook e biblioteche). Anche alla luce di quanto è scaturito dalle giornate di Rimini, come si prospetta il cambiamento in questo ambito? Dopo quanto si è detto finora, la biblioteca potrebbe amplificare ulteriormente questo “ecosistema”, sia con i suoi spazi fisici e il suo personale sia attraverso una sua presenza nel digitale. Puoi confermarmi o meno questa impressione e precisare meglio il tuo punto di vista?

Ti confesso che questo è il punto su cui ho le idee meno chiare. Da un punto di vista sociopolitico le biblioteche sono gli enti più a rischio di estinzione. Chi vorrà più finanziare queste istituzioni quando si sente più spesso dire che saranno gli editori stessi a candidarsi a fornire il servizio di prestito digitale e che al massimo i bibliotecari potranno candidarsi a un ruolo di interfaccia con l’utente meno alfabetizzato (oltre che alla conservazione dell’esistente)? Sono molto scettico sul prestito digitale nelle forme che si stanno delineando che implicano sempre una qualche forma di pagamento. Finora il prestito nelle biblioteche è stato gratuito. E nel mondo digitale esiste già una forma di “prestito” che funziona benissimo. Si chiama copia.