Alla ricerca dell’ecosistema della lettura

Nei giorni del Salone di Torino ero a Firenze, per un fine settimana con famiglia nella città di Dante. Ho avuto occasione di andare in una bella biblioteca proprio dietro piazza del duomo, una biblioteca abbastanza grande, con una bella sala per i bambini e molti, molti adulti negli spazi distribuiti su due piani. Tanti “topi di biblioteca”, quanti mai credevo di trovare, in una domenica nemmeno fredda e quasi assolata. E invece.

C’erano soprattutto molti giovani. Leggevano. Studiavano. Alcuni guardavano video, o semplicemente stavano su facebook, forse tra un’apnea e l’altra di studio. La gran parte, comunque, era impegnata con la carta. Tanta carta, carta ovunque, fogli svolazzanti, pagine piegate, sfoglianti, fruscianti, fragranti.
Ho pensato che questa in teoria dovrebbe essere la generazione più incline allo shift dal digitale al cartaceo, all’utilizzo più frequente e disinvolto del digitale. E invece. Invece con la carta si trovavano benissimo, perfettamente a loro agio (del resto non vedo perché no) e in effetti non ci sarebbe ragione di cercare tra quegli scaffali e quei tavoli silenziosi (un silenzio tutto particolare, quello delle biblioteche), la luce di un tablet, l’algido barlume di un testo in pixel.
Ho pensato: per entrare nel regno più profondo della lettura cartacea, sia essa narrativa o saggistica, il digitale deve offrire davvero un valore aggiunto molto forte. Molto più forte di quello che ora è in grado di offrire.

Contemporaneamente, o quasi, a Torino si discuteva proprio di questo (qui un’ottima sintesi per quanto riguarda la narrativa e qui sulla saggitica)
Non si davano certo soluzioni, ma si ponevano spunti importanti per capire come il digitale possa non sostituire, ma essere complementare e costituire veramente una risorsa in più per chi legge. Per chi ama la lettura e ne possa fare un’esperienza ancora più coinvolgente, appagante, completa.
Ne ha scritto pochi giorni fa anche l’amico Arturo Robertazzi, e vale davvero la pena di leggere il suo post pieno di link e riferimenti molto puntuali e interessanti.
Di Arturo e del suo libro, così come dei cosiddetti enhanced book, avevo parlato a mia volta in questo post.

La questione, in poche parole, mi sembra essere la seguente: per passare dalla semplice trasposizione del testoletturagiulia su un altro supporto ad una piena maturazione, il “libro” digitale necessita di uno scarto, un turning point che lo renda qualcosa di diverso, allo stesso tempo autonomo e complementare; che possa cioè vivere di vita propria ma anche fungere da sussidio, essere sovrano e insieme vassallo del suo contenuto, un contenuto presente anche in forma cartacea, ma con un’identità diversa. Chiaro no?
E’ proprio questo il punto: non è ancora chiaro niente a nessuno, tranne il fatto che questo salto deve essere fatto. Perché deve essere per forza fatto?, si chiederà qualcuno. Per due semplici ragioni, a mio parere: la prima è che altrimenti il digitale rischia di rimanere un’enorme occasione sprecata, un profluvio di tecnologia avanzatissima per produrre poco più che pdf scalabili sugli schermi dei tablet; l’altra ragione, quella più importante, è che il digitale potrebbe essere una grande risorsa per una maggiore diffusione della pratica della lettura. Perché alla fine la vera grande questione che interessa tutti, cartacei o digitali, è la promozione della lettura, che poi è promozione della conoscenza, dell’indipendenza di giudizio, dello spirito critico, del “non essere come bruti”, per rimanere a Dante, e a Firenze, e tornare un attimo nella sala della biblioteca dove macinavo le mie riflessioni mentre guardavo tutti questi – lasciatemelo dire: splendidi – lettori intorno a me (perché la conoscenza ci rende anche più belli, credo).

C’è chi non la pensa proprio in questo modo, e anzi teme – con qualche ragione – che al contrario il tablet sia piuttosto un devastante cavallo di Troia, il quale divorerà quel picciol tempo ch’è del rimanente (niente da fare, Firenze mi ha danteggiato) che dedichiamo alla lettura, erodendolo con le millanta distrazioni che contemporaneamente offre.
E’ questa in breve la teoria alla base del libro di Roberto Casati “Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere” di cui, manco a dirlo, si è parlato al Salone di Torino (qui l’audio integrale del dibattito tra l’autore e Gino Roncaglia): si tratta senz’altro del libro più discusso del momento, anche perché tocca gangli molto sensibili, dalla contrapposizione cartaceo-digitale alla sempre vivissima questione dei testi didattici digitali e della cosiddetta scuola 2.0.
Ma, su tutto, emerge anche dalle sue pagine la grande problematica di sempre: come promuovere la lettura. Forse Casati aggiungerebbe un “nonostante il digitale”, io invece direi “anche grazie al digitale”, perché se è vero, come anche lui stesso ammette, che il digitale è una realtà ormai inevitabile nella nostra vita di lettori e non, bisogna necessariamente riuscire ad “addomesticarlo” (ho usato di proposito un suo termine) per renderlo un alleato prezioso, forse determinante, per vincere una causa che, in un paese dove il 48% non ha mai letto nemmeno un libro, sembrerebbe persa da tempo.
E invece.

(La bambina della foto è mia figlia)

Articoli correlati: perché e come il cartaceo sopravviverà nell’era digitale

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La primavera digitale dell’editoria e altre stagioni. Battiato la sa

Il Salone del Libro mi ha ricordato quest’anno un paio di canzoni di Battiato, che secondo me la sa lunga in questione di stagioni.

La prima canzone cita: “E ti vengo a cercare anche solo per vederti o parlare perché ho bisogno della tua presenza per capire meglio la mia essenza”. Ecco una perfetta definizione del lettore forte e del
suo rapporto con il libro, perfetta anche come definizione del visitatore medio del Salone e delle sue aspettative.

La seconda è “La primavera intanto tarda ad arrivare” presa da Povera patria. A parte il riferimento sempre attuale alla situazione del nostro Paese, non poteva esserci contraltare migliore allo slogan “Primavera digitale” sposato dal Salone del Libro 2012, che spingeva l’acceleratore sul digitale, non sapendo però bene dove andare. Per quanto abbia cercato di accogliere le contaminazioni digitali, la manifestazione non è riuscita a mio parere nel suo scopo: far conoscere un settore in crescita con le sue sperimentazioni, i suoi
attori e, soprattutto, le sue potenzialità. È vero, gli interventi sull’editoria 2.0 non sono mancati, non sono neppure mancati gli articoli sui quotidiani, ma è mancata la volontà di volerci capire davvero qualcosa da parte dell’organizzazione. Alcune relazioni erano fuori tempo ─ davano per nuove cose già “vecchie” di un anno ─, altre mostravano evidenti buchi di competenza da parte dell’oratore o portavano fuori tema. Lo spazio destinato a Book to the future era piccolo e spesso, causa la posizione infausta, a fatica si potevano
sentire gli interventi senza uno sforzo di concentrazione abnorme. Eppure la sala ha sempre avuto pochi posti liberi. La mia impressione è che parlare di editoria digitale sia stata vissuta un po’ come cosa da fare perché non si poteva non fare. Ok, stiamo parlando di un mercato che oggi rappresenta forse solo 1,2% (0,9% a fine 2011, secondo i dati AIE) del mercato editoriale, ma da un Salone “digitale” ci si poteva aspettare qualcosa di più…

Meno male che l’area digitale del Salone si è saputa difendere da sé. Bookrepublic ha avuto la solita buona idea per avvicinare i neofiti dell’ebook, con i suoi sacchetti pieni d’aria che nascondevano ben 10 ebook gratis e buona parte degli interventi sono stati davvero interessanti, pur se “ruspanti” e informali.

Ah, ad Amazon ho chiesto per curiosità quanti Kindle avesse venduto nei giorni del Salone. La richiesta l’ho fatta sia via Twitter ad Amazon.com, sia ad Amazon Italia: ovviamente nessuna risposta è pervenuta, né ho letto dati ufficiali altrove. Sarebbe stato carino avere qualche informazione, no? Lo stand comunque era
sempre pienotto.

Ora, il punto è che c’è ancora molto da fare per arrivare a una cultura diffusa del lavoro editoriale, del libro e dell’editoria digitale. La responsabilità spetta innanzitutto agli addetti ai lavori.

Ne sono convinto anche perché mercoledì scorso ho partecipato come relatore al Digital Experience Festival che si è tenuto a Torino: ho cercato di dare una rapida panoramica sul passaggio dalla carta al
digitale, anzi, sulla convivenza tra carta e digitale in una casa editrice medico-scientifica. Mentre raccontavo l’esperienza di SEEd in questa fase di meticciaggio tra vecchie e nuove forme di lettura, tra marketing digitale e dispositivi di lettura, osservavo i miei spettatori. Alcuni visi erano confusi, altri avevano un grosso punto interrogativo sulla testa. Avevo dato qualcosa per scontato: che molti sapessero di che si stesse parlando. A conferma del mio errore una delle domande successive alla relazioni è stata: “Ma sull’ebook come faccio a mettere un segnalibro, come faccio a sottolineare?”. Uno degli altri relatori a fine intervento mi ha detto: “Non avevo mica capito che faceste quel lavoro” (nda. in quanto editori). Ne deduco che ci sia ancora molto da fare, che sia necessario lavorare in rete tra professionisti del settore, autori, blogger e lettori forti per uscire dai fraintendimenti e da false aspettative, e che esperienze come #libroincorso, di cui ho scritto qualche tempo fa, siano da replicare. D’altra parte, non è un modo come un altro per trovarsi intorno a un tavolo e parlare delle proprie passioni?

A proposito di iniziative sull’ebook, ve ne segnalo una interessante da poco partita in quel di Genova: 3 incontri sull’ebook e quel che sta accadendo in editoria con tanto di streaming e hashtag #genovaebook. Da non perdere.

Da segnare in calendario anche gli ormai prossimi Editech e If Book Then Summer Edition.

Nell’attesa di un più fertile “autunno digitale”…

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

il Salone di Torino scopre (?) il digitale

Finito il Salone, viva il Salone. Ma questa volta non è per dire, a giudicare dai commenti e dai tweet entusiasti di chi ci è stato.
Io purtroppo non ero tra costoro (ma ho seguito quanto potevo su Twitter con menzione speciale del blog del Corriere Ehi Book), ma un’idea, seppur piccola e in lontananza, me la sono fatta.

Prima di tutto, sin dal titolo di questa edizione (“La primavera digitale”) s’era capito che per la prima volta non solo si parlava esplicitamente di ebook, ma soprattutto lo si faceva senza quella diffidenza – se non paura – con cui l’argomento era stato appena sfiorato l’anno scorso (conferma questa mia impressione un articolo sull’Espresso appena letto).
In questo interessante post trovate alcune valide riflessioni e perplessità riguardo a questo aspetto del Salone, ma da parte mia devo dire che bene è stato comunque che se ne sia parlato.

Durante la prima giornata, l’attivissima Noemi Cuffia (alias @tazzinadi) rilevava che il termine più usato nelle varie sessioni era “ecosistema”. Anche in questo caso il mio primo commento è stato “meglio tardi che mai”, dato che persone come Giuseppe Granieri ne parlano da almeno un anno e non a caso avevo usato questa parola nel capitolo da me curato nel libro La lettura digitale e il web realizzato per l’edizione 2011 di Librinnovando.

Insomma: è primavera, svegliatevi editori, sarebbe stato più pertinente intitolare questa 25ma kermesse di Torino, che comunque è andata ben oltre le più rose aspettative, come si suol dire, cosa che non può non far piacere a chi come me ama la lettura in sé e su qualsiasi supporto.

Ma basta parlare, io che non c’ero non ne ho alcun diritto. Lascio alcuni link di chi al Salone era presente e l’ha vissuto anche come protagonista, come lo scrittore Arturo Robertazzi (da leggere tutti i suoi resoconti); o chi ha twittato follemente e forsennatamente regalando davvero preziose instantanee in tempo reale ai poveri assenti come me; parlo delle bravissime booksblogger Marta Traverso e Noemi Cuffia (anche per loro vale la regola precedente: le cronache sono più d’una e tutte valgono la lettura).
Se siete interessati, la Stampa ha pubblicato qui un bello Storify con i tweet migliori con hashtag #primaveradigitale.
Qui infine trovate alcune cifre su questa fortunata edizione, sperando che la primavera (digitale, ma soprattutto culturale) rechi floridi germogli che diano poi frutti succosi.