Di che cosa parliamo quando parliamo di #scuolaedigitale

Il 4 maggio parteciperò a un incontro su scuola e digitale a Pistoia e vorrei anticipare qui alcuni spunti di Scuola e digitalediscussione che mi piacerebbe sviluppare con chi sarà presente alla biblioteca San Giorgio, che ci ospiterà.
La prima riflessione è sul senso da dare all’espressione “scuola e digitale“. Sotto questo punto di vista noto che negli ultimi tempi si sta passando da una fase emotiva a una più riflessiva, in cui le posizioni tendono ad attenuarsi e la contrapposizione tra integrati e apocalittici si fa meno netta e più articolata. Uno degli effetti più benefici di questo processo è il fatto di considerare il digitale non solo e non tanto come strumento, quanto come un insieme di logiche, dinamiche e spazi di interazione e comunicazione che hanno le loro regole e il loro funzionamento, primi tra tutti i concetti di collaborazione e condivisione nella ricerca e nella costruzione del sapere (considerati tra gli skills più importanti da molte aziende negli USA, stando ad un sondaggio).
Ne ho parlato più diffusamente in un’intervista apparsa recentemetne su La Vita Scolastica, in cui sottolineo come questo tipo di logica reticolare e non lineare può rimettere in circolo teorie e metodologie già presenti nel mondo della didattica: penso alla Montessori, a Dewey, al costruttivismo.
Ho trovato conferma di queste mie riflessioni nelle discussioni tra insegnanti nei gruppi facebook dedicati alla cosiddetta didattica 2.0 e altrove (vedi questo articolo su La Stampa). Voi cosa ne pensate? Sicuramente sarà un argomento interessante di cui parlare negli incontri pubblici a cui sarò presente.
Seconda riflessione, collegata alla precedente: conoscete Coderdojo? Si tratta di un’iniziativa nata in Irlanda qualche anno fa e approdata nel 2012 in Italia che in poco tempo, e sorprendentemente, è diventato il secondo Paese europeo più attivo nell’insegnamento del coding agli studenti attraverso una rete di volontari presenti anche nelle scuole, su richiesta.
Se ne volete sapere di più, potete leggere qui un articolo piuttosto approfondito al riguardo, da cui voglio estrapolare alcuni concetti: perché insegnare ai ragazzi (si parla anche di bambini) i linguaggi informatici per sviluppare giochi, app o siti web? Tre sono i fattori chiave che ho individuato nell’articolo:

– rendere i ragazzi utilizzatori attivi dei nuovi dispositivi digitali, per farli diventare strumenti e soluzioni ai propri bisogni;
– apprendere una mentalità, un nuovo modo di rapportarsi con i computer e gli strumenti tecnologici;
– capire che la tecnologia può essere utilizzata in maniera intelligente e non soltanto passiva.

Si tratta, in sostanza, da una parte di creare una didattica anche laboratoriale, molto importante perché in questo modo si impara facendo e collaborando, scambiandosi idee e condividendo le proprie conoscenze per realizzare un progetto concreto; dall’altra, si attua quello che ritengo un requisito fondamentale, cioè il far passare gli studenti da una confidenza a una consapevolezza tecnologica, che è cosa ben diversa, ma quanto mai necessaria per dominare la tecnologia e non restarne soggiogati .
Se siete interessati, c’è anche un video di Repubblica in cui si parla di CoderDojo in chiave didattica e si menziona, guarda caso, proprio la Montessori e il suo metodo.

Infine, ultimo spunto che metto sul tavolo, se lo riterrete degno di approfondimento: in un recente articolo su StartupItalia! si parla di Oilproject, la piattaforma online di apprendimento che ha superato il milione di utenti mensili. La particolarità di Oilproject è che chiunque può insegnare e si basa su un cosiddetto modello p2p (cioè tra pari), ma può contare anche su una community di esperti che offre videolezioni complete di test e prove online. Si interagisce come su un social, ma tutto in funzione dell’apprendimento.
Quello che mi piacerebbe sapere da voi è se e fino a che punto pensate che possa essere un modello applicabile al contesto scolastico e in che modo.
Può essere compatibile con il famoso comma 2-bis della ministra Carrozza (e confermato anche dall’attuale ministra Giannini) per cui “gli istituti scolastici possono creare il materiale didattico digitale per specifiche discipline da utilizzare come libri di testo”?

Se non potete venire a Pistoia, commentate pure qui: il blog è un luogo di discussione, non di monologhi.

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Tecnologie e didattica, editoria scolastica e Buona scuola: due ebook a confronto

Il primo a dirlo è stato eFFe su Medium; a marzo sono usciti quasi in contemporanea due ebook sulla scuola che “possono e devono parlarsi” perché hanno molte affinità e possono interagire ottimamente per fornire un quadro più completo a approfondito sul tema scuola, tecnologie, didattica ed editoria.teste-e-colli_cover-e1426062008435

I due ebook in questione sono il mio Il digitale e la scuola italiana e Teste e colli. Cronache dell’istruzione ai tempi della Buona Scuola edito da Il lavoro culturale e curato da Marco Ambra.

Ne ho parlato già in un post di marzo, poi effettivamente io e Marco Ambra abbiamo interagito e ne è nata un’intervista incrociata: qui riporto le risposte di Marco alle mie domande e nel sito de il lavoro culturale trovate le sue tre domande alle quali ho risposto più che volentieri.

Iniziamo dalla cosiddetta “buona scuola”: quali sono secondo te le priorità di intervento nel sistema scolastico, al di là degli hashtag renziani e delle parole d’ordine tra marketing e pseudo-innovazione?

Iniziamo dalle priorità. Io credo che il sistema istruzione viva oggi una crisi del proprio design, della propria architettura e della propria funzione. Le profonde trasformazioni che hanno interessato le società globalizzate nell’ultimo trentennio mettono in discussione, in maniera sempre più massiccia, la mediazione delle informazioni operata dalla scuola pubblica nell’epoca della società di massa. E per mediazione intendo tanto la loro veicolazione, dagli insegnanti ai discenti, quanto la loro trasposizione in una forma espressiva “media”, standardizzata, accessibile. Il primo senso di “mediazione” è in crisi anche per una serie di motivi che appartengono alle scelte politiche di vessazione economica dell’istruzione pubblica (insegnanti retribuiti al di sotto della media europea, che operano in strutture inadeguate hanno poche motivazioni a studiare, fare ricerca didattica ed educativa, e conseguentemente tendono ad offrire pochi stimoli ai loro studenti). Parafrasando Peter Sloterdijk potremmo dire che il secondo senso di “mediazione” riguarda invece la crisi di una complessa strategia di divulgazione dei saperi, nazionalizzazione delle masse e formazione delle classi dirigenti che nasce e si impone con l’Illuminismo e culmina nella definizione del design scolastico “classico” fra XIX e XX secolo. È l’idea dell’insegnante, in cattedra, come detentore e divulgatore di un sistema dei saperi consolidato. Questo secondo senso della parola “mediazione” è oggi in crisi, dal mio punto di vista, in virtù della detronizzazione dell’insegnate dal monopolio dei saperi operato dalla Rete (e della detronizzazione di idealismo e neoidealismo dal vertice della cultura filosofica continentale: non esistono totalità sistematiche del sapere ma informazioni che fanno o non fanno un programma di ricerca all’interno di un paradigma).

Considerata questa crisi della funzione mediatrice della scuola bisognerebbe cominciare a riflettere  su come l’istituzione scolastica si ponga oggi rispetto alla società all’interno della quale opera. Isola resistente alle innovazioni? Luogo in cui preservare lo spazio e il tempo per coltivare lo sviluppo dello spirito critico? Tassello essenziale nella costruzione della democrazia? Anticamera del mondo del lavoro? Spazio di scoperta ed esercizio della propria autonomia? Ecco, io credo che la priorità sia affrontare questo tipo di dibattito, smascherando e demistificando le posizioni ideologiche che si presentano invece come descrizioni di stati di cose. Decostruire e rispondere alle narrazioni tossiche. Faccio un esempio: l’idea che la scuola debba formare dei lavoratori specializzati si presenta sostenuta da argomentazioni ammantate di buon senso (non ci sono più gli operai specializzati nel settore X, quindi la scuola del territorio deve formare gli operai del settore X) ma non considera la dinamica propria dell’apprendimento che non è fatta di applicazioni, prestazioni ed esecuzioni per imitazione di compiti gradualmente sempre più complessi. È fatta invece di tempi e spazi che la ratio produttiva contemporanea considererebbe “inutili”, perché non quantificabili e standardizzazbili nei risultati. Anche l’uso delle tecnologie digitali nella didattica dovrebbe affrontare questo tipo di dibattito critico. Perché faccio usare il tablet ai miei studenti? Dov’è la finalità educativa nell’uso del dispositivo digitale X in classe? Senza c’è solo acquiescenza della scuola alla società e ai rapporti di forza che essa esprime.

Il tema dell’editoria scolastica mi sta particolarmente a cuore e vorrei sapere il tuo punto di vista sul ruolo che potrebbero e/o dovrebbero avere editori in questa fase.

In questa fase la stella polare delle case editrici dovrebbe essere quella della massima sperimentazione possibile. Mi riferisco soprattutto alla questione del “manuale digitale”: il compito delle case editrici che si occupano di scuola è quello di svolgere una funzione culturale che impedisca la codificazione e cristallizzazione di “manuali standard”, corredati da presentazioni in .ppt utilizzabili in tutte le classi dello stesso ordine di scuola attraverso la tecnica del copia e incolla. Insomma, le case editrici dovrebbero stimolare un ruolo attivo degli insegnanti nella sperimentazione e costruzione di percorsi manualistici che utilizzano le potenzialità del digitale. Il rischio è quello che Roberto Casati (in Teste e colli, p. 105) definisce “il problema dell’addomesticazione preventiva”:  in un paesaggio evolutivo, quando l’individuo di una specie si trova su uno dei massimi locali, per esempio un volatile che raggiunge il massimo locale del pollo, poi non può˜ più tornare indietro, non può più accedere a tutte le potenzialità evolutive, a tutti i potenziali massimi locali cui si affacciava il volatile generico. Hai addomesticato il pollo e non puoi più tornare indietro e risalire a un uccello più performante. Le case editrici devono evitare la selezione del “manuale pollo”, del manuale in digitale standard che rende superfluo ritornare ai possibili manuali alternativi, più performativi. Un obbiettivo di questo tipo può essere raggiunto solo se i saperi tecnico-professionali di chi costruisce i manuali incontra la professione insegnante: attraverso corsi di aggiornamento, momenti di formazione reciproca, sperimentazione in classe. Altrimenti a determinare le scelte sarà la razionalità del mercato, del prodotto più vendibile (non di quello più performante nel processo educativo).

Chiudo con una domanda tanto secca e volutamente provocatoria, quanto, ahimè, diffusa: tecnologie e didattica. Sì, no, perché?

La domanda è viziata da un frame che impone una soluzione binaria, sì o no, integrati o apocalittici. Credo che la questione sia molto più complessa di una libera scelta: le tecnologie digitali sono già nelle nostre scuole, con gli smartphone e i tablet dei ragazzi, le LIM, i pc in classe, il registro elettronico, il laptop del prof, ecc… Il punto è quale tipo di relazione stabiliamo con queste tecnologie. Non possiamo pensare che i dispositivi digitali possano compensare, sostituire, surrogare i metodi per l’acquisizione degli apprendimenti di base: come dice Franco Lorenzoni alla base del gesto grafico propedeutico alla scrittura c’è l’esercizio di un tipo di manualità che prescinde  e si realizza fuori dall’ecosistema digitale. Un discorso diverso andrebbe fatto per i bambini e le bambine con DSA quali la dislessia o la disortografia. Perché in quel caso l’uso, anche nei primi anni di scuola, dei dispositivi digitali potrebbe aiutarli a superare determinati problemi con largo anticipo. Ma non possiamo neanche pensare che si possa prescindere del tutto dall’ecosistema digitale: perché ci viviamo dentro, perché ha delle potenzialità utili anche agli apprendimenti. Penso a come l’uso dei social media e della multimedialità possa rinverdire, specie nella scuola secondaria di secondo grado, la didattica di discipline “tradizionali” e poco aperte in passato alla sperimentazione. Dall’altra parte però bisogna anche guardare alla scuola coma al luogo in cui si fa qualcosa di diverso rispetto alla società (altrimenti la scuola non avrebbe più una ragione sufficiente per esistere), un luogo in cui certi spazi e certi tempi siano preservati dal “rumore di fondo” della merce, dalla fruizione bulìmica di immagini della Rete. Perché solo nel tempo morto, nella distrazione della lettura, nei diversi tempi di soluzione di un’equazione, nell’ascolto e nell’attenzione condivisa, esiste l’apprendimento. Quindi il problema che abbiamo oggi non è tanto quello di introdurre o meno la tecnologia nella didattica, ma di avere delle regole condivise e democratiche nell’uso del mezzo tecnologico. Mezzo e non fine.

Per un’editoria digitale accessibile e universale

di Salvatore Nascarella (@nascpublish)

Un tema importante, soprattutto nell’editoria digitale, è la questione legata all’accessibilità ai contenuti. L’accessibilità riguarda l’accesso a quel che decidiamo di leggere non solo in termini di raggiungimento dei contenuti su una determinata piattaforma, attraverso un dispositivo elettronico particolare o in cloud, ma anche, e soprattutto, la fruibilità degli stessi da parte di qualsiasi potenziale lettore, in diverse condizioni, in diversi contesti.
Ho fatto alcune domande sull’argomento a Livio Mondini, che dell’accessibilità ha fatto una scelta di progetto e di vita ed è l’unico italiano a far parte del gruppo di lavoro W3C Digital Publishing Activity.

1.  Se parliamo di ebook accessibile a chi dobbiamo pensare?

Il termine “accessibilità”, quando è relativo a pagine web o documenti elettronici, fa diretto riferimento a uno dei principi fondamentali del web:

The power of the Web is in its universality.
Access by everyone regardless of disability is an essential aspect“.

(Tim Berners-Lee, W3C Director and inventor of the World Wide Web, 2006)

Per realizzare concretamente questa visione, il W3C ha sviluppato un’iniziativa chiamata WAI (Web Accessibility Initiative) e redatto una serie di documenti che delineano tecniche e soluzioni da adottare per rendere le pagine accessibili. È però un errore pensare che l’accessibilità sia qualcosa riservata ai disabili, come se fosse “qualcosa in più”. Una pagina accessibile sarà di migliore qualità e fruibilità per qualsiasi utente. Nella sua definizione, Berners Lee pronuncia esplicitamente un’altra parola importante: universalità.
Questa parola può essere considerata quasi sinonimo di accessibilità. Di conseguenza, se parliamo di ebook accessibili dovremmo pensare a tutti.

2. È complicato rendere accessibile un contenuto?

La risposta breve è no, se si parte con il piede giusto e con gli obbiettivi finali ben chiari. Tutti i programmi che normalmente utilizziamo per produrre contenuti consentono di realizzare documenti secondo i riferimenti delineati dalle WCAG 2.0, lo standard del W3C che definisce chiaramente quando un contenuto può essere dichiarato accessibile e quando no. Può essere invece un massacro in termini di editing tentare di rendere accessibile a posteriori un documento che non sia nato così.
Le attuali WCAG 2.0 (Web Content Accessibility Guidelines) fin dal 2008 forniscono agli sviluppatori linee guida, documenti tecnici, casi d’uso e soluzioni per le tecnologie più diffuse (HTML, CSS, SMIL, PDF, WAI-ARIA, ecc). Basta leggerle e applicarle.

3. Quali problemi vedi per un’editoria digitale accessibile?

Fondamentalmente il problema vero risiede nella mancata conoscenza delle possibilità che le tecnologie offrono per realizzare documenti universali. La maggior parte delle persone che impagina libri elettronici e/o produce pagine Web semplicemente ignora l’esistenza di queste tecniche di produzione.

4. A tuo parere, gli editori italiani che valore danno all’accessibilità dei propri contenuti?

Poco o nulla, a parte gli editori di supporti speciali come libri a testo ingrandito o in Braille. Per ciò che è di mia conoscenza, in genere gli editori conoscono l’argomento, ma non sanno come procedere. Direi che siamo in uno stato di intuizione, invece che di realizzazione pratica.
Recentemente un’iniziativa completamente finanziata dallo Stato, il progetto LIA (Libri Italiani Accessibili) ha anche peggiorato la situazione, poiché con la pretesa di “insegnare” agli editori come realizzare libri elettronici accessibili ha propagato una conoscenza del tema peggiorativa della situazione di ignoranza generalizzata. È stata finanziata la produzione di un elevato numero di titoli in formato epub (standard creato dall’International Digital Publishing Forum) e inventato un proprio sistema di validazione, del tutto arbitrario e non documentato, rappresentato dal “bollino LIA”, che in teoria dovrebbe certificare l’accessibilità di quei libri elettronici. Ci sono diverse profonde contraddizioni e arroganza in queste azioni, che vanno nel senso opposto dell’accessibilità: la prima è inventarsi uno standard, senza riferirsi a linee guida internazionali già esistenti, documentate e utilizzate a livello mondiale, o avendo la competenza per farlo (AIE non è certamente famosa per le sue battaglie per l’accessibilità). Non commento oltre, credo sia chiaro che cos’è successo.

Secondo, i libri di LIA non sono universali, ma dedicati esclusivamente a due precise tipologie di disabilità: ciechi e ipovedenti. E tutti gli altri? Boh, nessuno li prende in considerazione. Ovviamente dei libri del genere non possono essere considerati accessibili e universali.
Dal mio punto di vista di italiano appassionato di accessibilità ed editoria elettronica, una vera figura di palta a livello mondiale e uno spreco ulteriore di denaro pubblico.
Se ci fossero dei dubbi sulla valenza del progetto, invito a leggere le analisi di Alfio Desogus, presidente della Biblioteca multimediale di Sardegna, e Francesco Cresci.

  1. Hai notato differenze di approccio ai contenuti accessibili tra gli editori “puramente” digitali?

Sì, in genere hanno almeno sentito parlare del problema e cercano di risolverlo. Anche perché le richieste delle WCAG migliorano la qualità generale dei documenti prodotti, e quindi vanno a vantaggio anche degli editori.

  1. Esiste uno standard da seguire per realizzare ebook accessibili? A quali regole ci si può riferire?

Le più diffuse tecnologie per realizzare libri elettronici sono epub, PDF, mobi (formato proprietario Amazon).
Il formato epub utilizza i linguaggi standard del W3C (fondamentalmente, HTML per la struttura e CSS per lo stile grafico). Il problema attuale è che questo standard ha seguito un approccio ibrido, richiedendo l’uso di HTML5 prima che questo fosse un reale standard (come si sa le versioni beta non garantiscono una completa compatibilità con quelle che saranno le specifiche definitive) e di conseguenza causando una grande confusione fra chi realizza i documenti e anche fra chi realizza gli e-reader, software e hardware in grado di leggere i documenti epub e mostrarceli a schermo (a grandi linee, una specie di browser per documenti elettronici in epub).
Siamo quindi in una situazione di passaggio, che probabilmente cambierà ulteriormente con l’evolvere della W3C Digital Publishing Activity, un progetto del W3C dedicato agli editori con lo scopo di realizzare una piattaforma di sviluppo standardizzata e condivisa. Sono orgoglioso di far parte di questo gruppo di lavoro del W3C, ma mi rammarico del fatto di essere l’unico italiano presente.
Un altro formato che tiene in grande considerazione l’accessibilità è PDF. Da molti anni Adobe sviluppa questo formato con l’accessibilità in mente, ed è possibile realizzare documenti conformi alle WCAG2. Il problema è che nessuno sembra saperlo, e il PDF continua ad essere considerato un formato “per la stampa” quando invece è uno dei migliori e più flessibili formati disponibili.

  1. Che ruolo hanno applicazioni, lettori ereader e tablet?

Hanno ovviamente un ruolo molto importante, perché sono gli strumenti che ci permettono di fruire dei libri elettronici. Il livello di accessibilità è molto variabile e cambia anche da sistema operativo a sistema operativo.

  1. Qualche suggerimento per chi vuole lavorare sull’accessibilità?

Sì. Non pensare all’accessibilità come a qualcosa dedicato ai disabili, accessibilità=universalità. Gli strumenti necessari sono quelli che utilizziamo tutti i giorni, non c’è da fare spese aggiuntive o straordinarie, sono disponibili sul web innumerevoli tutorial e filmati dedicati a tutte le problematiche, e le richieste delle WCAG 2 sono semplici da comprendere e applicare.
Sembra che si stia parlando di cose miracolose, i ciechi possono leggere e gli asini volare, ma in realtà si chiede per esempio di utilizzare gli stili di paragrafo di un word processor. Ancora oggi questa sembra essere una richiesta troppo tecnica… Contro questo non c’è molto che si possa fare.

Per concludere invito alla visione di questo filmato, che secondo me spiega molto bene l’essenza dell’accessibilità:

marzo, mese di e-book sulla scuola e le tecnologie

cover_libroCos’ha in comune il mio saggio breve con altri due ebook usciti quasi negli stessi giorni e che affrontano in qualche modo gli stessi temi? Uno èteste-e-colli_cover-e1426062008435
Teste e colli. L’ebook sulla #BuonaScuola, un’iniziativa di Il lavoro culturale e curato ottimamente da Marco Ambra: giustamente eFFe su Medium parla di due libri che “dovrebbero parlarsi” e sicuramente c’è più di un’affinità elettiva tra i due lavori;

cover_800_600L’altro è Google Drive e la didattica, un manuale operativo e al contempo un interessante esempio di ebook partecipato all’interno di un progetto più ampio, il Laboratorio di Tecnologie Audiovisive del professor Roberto Maragliano.

Se la cosa vi incuriosisce e ne volete sapere di più, ne scrivo approfonditamente nel blog del mio saggio.
Vi aspetto lì!