L’omertà del libraio e l’editore spione

Questa settimana voglio mettere in rilievo due o tre argomenti emersi da post e articoli trovati in rete: uno riguarda la reperibilità dei libri e il comportamento di alcuni librai, l’altro la tracciabilità dei comportamenti di noi lettori digitali.

Sulla prima questione rimando a due osservazioni fatte proprio da piccoli editori (Perdisa pop e Las Vegas edizioni) i quali lamentano giustamente la politica aziendale (chiamiamola così) di alcune librerie di catena secondo cui è meglio non dire di non avere un libro e chiedere se si vuole ordinarlo, perchè una risposta simile scoraggia il lettore che non ordina e prova altrove. Meglio affermare che il libro è irreperibile e una buona percentuale di lettori si rassegna e compra un altro libro. Per la libreria è comunque un libro venduto, ma per il piccolo editore – come sottolinea Andrea Marabaila di Las Vegas edizioni – “un ordine perso è un ordine perso, tanti ordini persi vuol dire farci chiudere.”
Purtroppo siamo di fronte alle conseguenze della follia a cui si è giunti nel mondo librario ed editoriale degli ultimi decenni e di cui tanto si è parlato recentemente.
La riflessione che viene spontanea è quanto, ma soprattutto come, questa situazione potrebbe essere almeno arginata nel digitale. So bene che ambedue le succitate case editrici pubblicano anche ebook, ma si sa altrettanto bene che ancora il digitale non è entrato nelle abitudini (ad essere ottimisti) di moltissimi lettori.
Non amo ripetermi (anche perché è almeno un anno che lo vado scrivendo e dicendo) quindi rimando ad un mio post in cui ho parlato di questo e che anticipava poi quello che avrei detto pochi giorni dopo a Librinnovando 2011 e nel mio intervento nel libro “L’editoria digitale e il web” presentato proprio in quell’edizione milanese.

Il secondo tema è decisamente intrigante perché a sua volta ci mette di fronte invece a quelli che sono i possibili rischi o i risvolti inquietanti della lettura digitale. Il pezzo che segnalo infatti si intitola Your e-book is reading you e tratta della facilità con cui può venire facilmente tracciato e analizzato il comportamento dei lettori di ebook: quanto tempo di mettono a finirlo, o quando invece lo interrompono (o lo riprendono in mano), quali passaggi sottolineano o evidenziano. Ormai, dice l’articolo (che merita decisamente la lettura integrale) gli editori sono in grado di raccogliere una massa di informazioni fino a poco tempo fa impossibili da ricavare sul modo in cui i lettori vengono coinvolti dal libro che hanno tra le mani.
L’articolo menziona esplicitamente il Kobo, di cui avevo parlato tempo fa per una sua app particolare (il post è questo) e che già poneva alcuni interrogativi sia sulla nostra privacy sia sul fatto di poter leggere un libro davvero in pace senza venir in qualche modo pedinati nel nostro procedere da una pagina all’altra.

Se infatti gli editori con questi dati vanno a nozze e li usano già per cambiare le loro strategie (dall’osservazione che molti lettori non finiscono testi di saggistica, Barnes & Nobles ha lanciato una collana “Nook Snaps”, cioè una sorta di saggi leggeri su argomenti vari e molto popolari), per noi lettori la questione assume decisamente un’altra valenza. D’accordo il social reading, ma è lecito spiarci durante l’attività un tempo tra le più solipsistiche e private che avevamo?

La cosa assume una valenza ulteriormente diversa e altrettanto importante per gli scrittori, che sin da ora vengono spinti da alcuni editori a creare libri che vadano incontro a quelle che si pensa siano le esigenze e le aspettative del pubblico.  Non solo, ma c’è anche da chiedersi  di quale pubblico si tratti, visto che siamo sempre più con un occhio al tablet o all’ereader e un altro alla posta, allo smartphone o al social media di turno, in una “cultura della distrazione” in cui è difficile capire come viene assorbita la lettura di un libro intero, foss’anche su supporto cartaceo.

Solo negli Stati Uniti ci sono 40 milioni di e-reader e 65 milioni di tablet, ci informa l’articolo del Wall Street Journal summenzionato: “I nuovi servizi di e-reading che permettono ai lettori di acquistare e lasciare i libri in una libreria digitale per poi leggerli su device diversi, fanno uso di alcuni tra i più sofisticati software per il “tracking” (cioè la ricerca di dati sul comportamento dei lettori).  La piattaforma Copia, che ha 50.000 sottoscrizioni, raccoglie dati demografici e di lettura per età, genere e scolarizzazione di persone che hanno acquistato determinati titoli, così come sa quante volte un libro è stato scaricato, aperto e letto. E condivide ogni dato con gli editori.”

Ancora: alcuni libri digitali, disponibili su lettori Kindle, Nook e Android, permettono al lettore di modificare la trama e i personaggi dei libri in lettura. I dati vengono poi aggregati e inviati agli autori, che possono poi adeguare le storie dei prossimi libri a seconda delle aspettative dei lettori.

Ma questa è solo la superficie, e potrebbe essere solo l’inizio. E se alcuni scrittori trovano la cosa interessante e sono lieti di capire come vengono percepite le loro opere dai lettori, molti giustamente si interrogano su cosa potrebbe diventare il loro lavoro e sicuramente non tutti sono disposti a una tale “democratizzazione” (ma lo è veramente?) della scrittura.

Di sicuro c’è – e anche questo lo si dice da parecchio, ormai – che stiamo assistendo ad una svolta di tipo epocale che non coinvolge solo gli editori e i lettori, ma necessariamente anche gli autori.
Forse tutti dovremo capire bene come interpretare i nostri ruoli in maniera diversa senza venir meno ai nostri diritti e soprattutto senza perdere d’occhio le responsabilità di ognuno.

dalla filiera del libro alla rete del libro

Qualche mese fa ho suggerito la lettura di un bell’articolo spagnolo sull’editoria digitale, che sintetizzavo dandone una mia (pur imprecisa) traduzione. Ultimamente mi sono imbattuto in un altro articolo, questa volta in francese, che in 10 punti risponde in maniera sintetica e allo stesso tempo articolata a una serie di domande importanti per l’editoria digitale. L’articolo si intitola  Eteins ton livre, il est tard e se sapete un po’ il francese vi consiglio ovviamente la lettura integrale. Si tratta a volte di affermazioni non certo nuove, a volte condivisibili o meno, ma sicuramente il tutto mi sembra un’efficace sintesi di questioni continuamente discusse e che resteranno credo a lungo al centro del dibattito.

1. I lettori forti preferiscono il digitale? Falso
I lettori forti sono i meno sensibili al supporto: quello che vogliono è semplicemente leggere, e ci ricordano che un libro significa due cose: un autore che scrive e un lettore che legge. Poco importa il supporto o il canale di vendita.

2. Gli anziani non amano gli e-reader? Falso
Ultimamente sono proprio loro che si avvicinano alla lettura su supporto digitale, per la semplice ragione che finalmente trovano qualcuno che pensa a loro e gli permette di ingrandire i caratteri. Gli anziani inoltre non rifiutano a priori le tecnologie, se vedono che esse possono offrire vantaggi concreti. Di fronte alle tecnologie della comunicazione la frattura è più sociale e culturale che generazionale.

3. Tutti i libri si assomigliano, in fondo. Falso
La differenza tra tablet e e-reader consiste, si sa, in due caratteristiche: con i primi si legge e si può fare anche altro, i secondi sono solo per la lettura; ma soprattutto i primi sono retroilluminati e i secondi no. Quindi con i table si legge meglio con il buio ma non si legge di giorno, con gli e-reader vale il contrario. La scelta non è troppo complicata, in fondo, non più di tante altre che facciamo giornalmente.

4. Si legge meno di un tempo. Vero ma falso
Non si legge di meno, si legge di più, ma in modo atomizzato, tutto e non importa cosa. Non ci si informa di meno, si consumano più segni, messaggi, codici… Leggere non è più sinonimo di stampa o di libro. Non si cerca più di acquisire il sapere, ma si cerca di sapere dove trovare l’informazione.

5. Il libro cartaceo morirà? Falso
Non morirà, ma perderà la sua “sacralità”. Tra trent’anni, lo si manipolerà come ora un vecchio vinile. Una volta che i nativi cartacei saranno quasi scomparsi, non si porrà più la questione di un supporto, ma di una cultura, una certa idea di scelta, di riferimenti, di modi di consumo di un prodotto culturale.
Il cinema, la televisione sono ormai on demand, la musica si è dematerializzata, il libro è l’ultimo a resistere, Fino a quando?

6. Il libro è poco piratato? Vero e falso
Dati recenti dicono che appena l’1% di libri in commercio accessibili ai pirati, si parla cioè di 3-4000 titoli. I pirati sono soprattutto geeks e adolescenti. Il metodo più efficace contro la pirateria è il prezzo. E se da una parte è vero che senza la stampa (10% del costo) e la distribuzione (55%) l’editore potrebbe benissimo abbassare di molto il prezzo dei libri, dall’altra è piuttosto improbabile, almeno per ora, che lo faccia.

7. Le librerie scompariranno? Quasi vero
La maggior parte delle librerie è destinata a scomparire entro una quindicina d’anni, ma la loro crisi risale indubbiamente prima della comparsa del libro elettronico, che comunque accelererà questo processo.

8. Gli editori scompariranno? No
No, ma il mestiere dell’editore cambierà. A questa mutazione contribuirà molto il self publishing, che avrà un ruolo sempre maggiore nel digitale.

9. And the winner is… Amazon
Non c’è dubbio che Amazon portato un modello di business vincente con cui, piaccia o no, tutti devono fare i conti, se vogliono sopravvivere.

10. A cosa assomiglierà il libro domani?
A un file, come sta già accadendo. Ma un file che offre una possibilità molto importante, quella di commentare il libro che si sta leggendo e condividere la lettura con altri. E’ il passaggio dalla filiera del libro (autore-editore-libraio-lettore) alla rete del libro (testo/autore-lettore), nel bene come nel male, come sempre.

gli studenti non amano gli ebook? Non hanno torto

Un articolo su repubblica.it intitolato “Niente ebook, siamo studenti” ha incentrato il dibattito della settimana sulla diffidenza dei giovani nei confronti del supporto digitale: secondo una ricerca dell’Aie, gli studenti universitari ancora preferiscono, per la lettura e per lo studio, il buon caro libro cartaceo.

Ha commentato questi dati aggiungendo la sua esperienza personale di docente a Urbino il sempre ottimo Giuseppe Granieri sulla Stampa (“Gli studenti, tra la stampa e l’ebook“), il quale legge positivamente il dato che comunque uno studente su cinque studi su ebook, data la ancora recente introduzione del digitale nel Belpaese, e afferma che è solo una questione di tempo. In un breve scambio di battute in chat che ho avuto poi con lui, Granieri afferma che mancano ancora i driver giusti per accelerare la curva di apprendimento e creare nuove abitudini, soprattutto quando si parla di cultura.
Parlando di driver giusti Giuseppe intende, per esempio, l’abbassamento del prezzo dei tablet e quindi una loro maggiore diffusione (secondo la ricerca succitata, solo uno studente su 10 lo possiede, mentre circa la metà è in possesso di uno smartphone).

Se però diamo uno sguardo oltreoceano, dove i driver sono attivi da tempo e i tablet sicuramente più diffusi che in Italia, notiamo che anche gli studenti statunitensi preferiscono ancora la carta al digitale. Le ragioni sono ovviamente diverse da quelle dei loro coetanei italiani, ma risulta molto interessante analizzarle perché potremmo farne tesoro una volta che la curva di apprendimento verrà superata: si parla infatti di problemi di interoperabilità, di formati chiusi che non permettono un social reading esteso e propriamente detto, di costo eccessivo dei testi anche in formato digitale, che hanno poi il limite di non poter essere comprati di seconda mano.

Se quindi da una parte è indubbiamente vero che si tratta di una questione di tempo per vedere gli studenti familiarizzare con il digitale, penso sia anche necessaria una riflessione su come procedere per fare in modo che questo rapporto sia poi veramente vantaggioso, efficace e produttivo, sia per gli utenti sia per gli editori e tutti coloro che concorrono alla realizzazione dei materiali in formato digitale.

Se ne è parlato -anche di questo, manco a dirlo – all’ultima edizione di Librinnovando e a questo proposito consiglio vivamente di vedere lo streaming della sessione “Insegnare con i bit”, dove da una parte i presenti hanno avuto l’occasione di conoscere da vicino l’esperienza di Dianora Bardi che ormai da un paio d’anni lavora solo con i tablet e ha abolito i libri di testo; dall’altra si è assistito a un notevolissimo intervento di Dino Baldi (direttore del dipartimento digitale di Giunti Scuola; lo trovate a partire dal minuto 27 dello streaming), che esprime i dubbi, le perplessità dell’editore, ma anche la voglia – e la necessità – di mettersi in gioco in maniera decisa e coraggiosa, per non rischiare di “produrre qualcosa che quando sarà pronto non servirà già più”.

Ecco, la chiave penso sia questa. Se si attende soltanto, si rischia che quando gli utenti saranno pronti avranno poi strumenti e materiali non più adeguati alle loro necessità. Lo si intravede, anche in questo caso, negli USA dove gli studenti che apprendono in LMS (Learning Management System, in pratica ambienti digitali di apprendimento) trovano queste piattaforme non adeguate alle loro reali esigenze (leggi per esempio qui). Anche Baldi menziona l’online e, parlando di apprendimento mobile riassume in quattro punti i passaggi necessari in questo settore:
1. Passaggio da oggetti di apprendimento ad ambienti di apprendimento;
2. la ridefinizione di granularità dei materiali;
3. passaggio da una logica editoriale chiusa a una aperta;
4. l’evoluzione verso un modello di business più aperto e flessibile (dal prodotto al servizio).

L’intervento di Baldi, lo ripeto, vale la pena di essere visto per intero (sono meno di 20 minuti e l’esposizione chiara e lucida di Baldi li fa passare in fretta) perché pone di fronte a tutti i player una sfida enorme, oserei dire epocale, per l’editoria. Baldi ha compreso perfettamente che lavorare per la didattica significa fare i conti molto presto con contesti di apprendimento che altrove sono già realtà: si chiamano Blackboard, Canvas, Knewton, ambienti digitali  dove l’oggetto didattico non consiste più nel libro (il monolite che lo stesso Baldi considera sorpassato), ma in materiali flessibili, personalizzabili, articolabili in più soluzioni per fronteggiare molteplici esigenze di intervento didattico.
Ambienti dove la conoscenza è condivisa, co-creata, orizzontale, come l’esperienza di Dianora Bardi ci insegna.

Si tratta di una sfida davvero notevole, ma che va necessariamente accolta sin da ora, per comprenderla ed elaborarla nella maniera più intelligente, matura ed efficace possibile, in modo da non trovarsi tragicamente impreparati in un futuro molto vicino. Quando, come dice l’articolo di Repubblica citato all’inizio, i veri nativi digitali entreranno in classe e troveranno un mondo e un modello di (in)formazione che non gli appartiene, ancor meno di adesso.

Potrebbero anche interessarti:
L’educazione va sulle nuvole. L’editoria scolastica rimane a terra?
Dianora Bardi: la didattica nelle tecnologie
L’educazione digitale al bivio

L’immagine posta a inizio articolo è tratta da qui

IF BOOK THEN… visto dalla biblioteca

Anche quest’anno, purtroppo, non ho potuto seguire di persona If Book Then, ma ho trovato un interessante commento alla due giorni di Milano che riporto con piacere in quanto si tratta della testimonianza di una bibliotecaria, Luciana Cumino (Biblioteca di Cologno Monzese), e chi segue il mio blog sa che l’argomento delle biblioteche nell’era digitale mi sta molto a cuore. 

 

Come molti di voi sapranno settimana scorsa si è tenuto a Milano il convegno IfBookThen organizzato principalmente da BookRepublic. Al sito dell’evento trovate alcune slide delle
relazioni e link ad articoli che parlano dell’evento e a breve saranno disponibili i video di entrambe le giornate.
Sul blog Bibliotecari non bibliofili trovate l’esauriente resoconto di Virginia Gentilini che era all’evento con me, Paolo Lucini del Consorzio Nord-Ovest e Silvia Franchini della biblioteca di Alzano Lombardo. Noi eravamo gli unici bibliotecari presenti. La mia impressione è che, contrariamente all’entusiasmo dell’anno scorso, quest’anno ci fosse molta più incertezza sul futuro, forse a causa della flessione della vendita di ebook in USA rispetto al boom
dell’anno scorso. Inoltre gli editori hanno molto timore del self-publishing, se ne è parlato molto sottolineando una nuova attenzione da dare agli autori, valorizzandone in tutti i modi il ruolo e il prodotto. La piattaforma della Penguin, Book Country, è
orientata in questa direzione e non ho potuto non pensare al fatto che prima gli autori dovevano fare salti mortali per farsi pubblicare, mentre ora le case editrici li cercano disperatamente.
Si è parlato di pirateria, ma non ripeterò quanto Virginia racconta già con molta efficacia.
Si è parlato anche di social come strumento di marketing basilare per il lancio degli ebook di autori sconosciuti. Non si è parlato per nulla di biblioteche, anche se non esiste nulla
di più social, secondo me.

Ciò che mi ha lasciato più interdetta è stato il Workshop del giorno dopo (qui il programma). Io ero l’unica bibliotecaria, il pubblico era di numero nettamente
inferiore alla giornata precedente, i relatori erano Shatzkin, Barton per la Penguin e Miller (agente letterario inglese). L’atmosfera era informale e colloquiale, senza retorica o peli sulla lingua.
Si è evidenziato il clima di profondo cambiamento e il fatto che noi ci trovamo nel bel mezzo di questo cambiamento in cui tutto può accadere e in cui le barriere (territoriali, linguistiche, etc..) verranno man mano abbattute. Ancora ci sono problemi tecnici da
affrontare e risolvere, come quelli legati alle illustrazioni e ai libri per bambini.
Uno dei nodi da risolvere è il prezzo del libro, che non deve essere troppo basso o si rischia di dare percezione al lettore di scarsa qualità (e di guadagnare troppo poco…).
Gli editori devono evolvere ed acquisire nuove competenze tecniche allargate agli altri media, confontandosi con le esigenze del pubblico per escogitare le migliori strategie e creare ebook funzionali.
Miller si è soffermato sui contratti che sono diventati molto più complessi per cercare di comprendere tutti gli aspetti legati al libro, specie l’edizione digitale. Lui sostiene che mentre il prezzo dei libri è determinato dai costi di produzione e distribuzione, il prezzo degli ebook dipende sostanzialmente da quanto l’autore decide di guadagnare su ogni singola copia venduta. Comunque anche Miller sottolinea l’importanza di un rapporto forte con l’autore, garantendo trasparenza nei report, pagamenti mensili, indicazione dei retailer, etc. Gli estratti di testo sono utili per aumentare le vendite, mentre ancora non si sa come si potrebbero regolamentare modelli di abbonamento.

Le cose che mi hanno più colpito sono state:
non è vero che il mondo della musica e degli ebook sono così simili, anzi quasi per nulla;
– i DRM non sono un problema se non per le biblioteche;
– i testi distribuiti al pubblico gratuitamente (sotto forma di digital lending o di pirateria) sono vendite mancate;
– il digital lending non piace per niente agli editori (difatti i grandi sei editori USA se ne tengono alla larga)

Insomma, l’impressione che mi sono fatta di queste due giornate è che la prima sia stata la vetrina delle buone intenzioni e delle belle parole, la seconda del business degli ebook e delle strategie di vendita e salvaguardia del proprio lavoro.

P.S. Quasi a smentire quanto detto a proposito dei grandi editori e il digital lending, diffondo questo link (postato su Facebook da Bianca Gai) su Random House che ha deciso di vendere gli ebook alle biblioteche ad un prezzo maggiorato (che non si sa quanto è) per consentire prestiti senza restrizioni.

Luciana Cumino

ebookcamp 2011: com’è andata?

Come avevo preannunciato, all’Ebookcamp 2011 non c’ero io di persona, ma un validissimo “inviato” ha scritto un ottimo report per questo blog, che potete leggere qui di seguito. L’inviato è nientemeno che Luca Lorenzetti, giornalista e autore di Scrivere 2.0, nonché caro amico e conterraneo.

Ebookcamp 2011: ecco cosa ho “portato a casa”

Lo scorso fine settimana si è svolta a Loreto (AN) la seconda edizione dell’Ebookcamp, il barcamp dedicato agli ebook. A distanza di qualche giorno dall’evento, posso dire cosa mi sono “portato a casa”, cosa mi è piaciuto e quali tra gli argomenti trattati ho l’intenzione di approfondire.
Innanzitutto, una consapevolezza: come ha ribadito Antonio Tombolini – CEO di Simplicissimus – salutando i partecipanti a conclusione dell’evento, il barcamp è tutt’altro che morto o passato di moda. Nonostante siano trascorsi ormai alcuni anni dalle prime esperienze simili in Italia, la formula della “non-conferenza” che aggrega più persone legate da interessi comuni rimane ancora oggi applicabile e efficace, a patto che ci sia qualcuno che si prenda la briga – per usare le parole dello stesso Antonio – “di creare l’occasione e il contesto”.

La prima giornata
Durante la prima giornata, iniziata con l’intervento di Marco dal Pozzo sull’utilizzo del digitale come strumento facilitatore per la condivisione della conoscenza (qui le slides), sono intervenute Mariangela Lecci e Margherita Caramatti del magazine “Finzioni” per presentare i nuovi progetti a annunciare qualche succosa novità: da un lato hanno ribadito il lancio della collaborazione con Ultima Books, che vede Finzioni come partner per le recensioni di ebook presenti nello store di Simplicissimus, e dall’altro hanno annunciato una versione “reloaded” di “Ebook Hype! La guida di Finzioni al mondo degli ebook”, pensata per chi si avvicina per la prima volta al mondo dei libri digitali e ha bisogno di un sussidio agile e sintetico sull’argomento. La nuova versione della guida sarà scaricabile gratuitamente a partire da fine novembre dal sito di Finzioni.

Ho trovato estremamente interessante l’intervento seguente di Massimo Colasurdo dal titolo “Editoria Digitale e Long-form journalism: best practice e modello di business”, dove è stato messo in evidenza come il formato dell’ebook possa sposarsi bene con il long-form journalism, il giornalismo narrativo o d’inchiesta, che necessita di un respiro più ampio e di un maggiore spazio editoriale.
Massimo ha anche illustrato le caratteristiche di alcuni strumenti come Longreads.com, Longform.org e Kindle singles, confrontandoli tra loro e mettendo in luce le differenze.
Mi sono scaricato le sue slides (che trovate qui), me le studierò con attenzione e, se vi interessa l’argomento, vi consiglio di fare altrettanto.

All’intervento di Massimo Colasurdo è seguito a ruota quello di Marco Giacomello, che ha messo in luce alcune anomalie e lacune del contesto giuridico attuale in riferimento alla questione dei diritti digitali.
E’ stata poi la volta di tre interventi, quelli di Mauro Sandrini, Sergio Covelli e Stefano Tura, tutti uniti dal comune denominatore del self publishing. Nello specifico, Mauro Sandrini ha presentato il progetto Selfpublishinglab.com, che potremmo definire come un aggregatore di iniziative, sperimentazioni e testimonianze sul mondo del self publishing; Sergio Covelli ha raccontato le sue esperienze di (posso chiamarle così?) “guerrilla” self publishing (di gran lunga la cosa più divertente dell’ebookcamp!); e per finire Stefano Tura ha presentato le novità legate al progetto Narcissus – annunciato per la prima volta proprio lo scorso anno durante la prima edizione dell’ebookcamp – condividendo alcuni numeri interessanti: 700 gli utenti registrati e 250 i libri pubblicati finora tramite la piattaforma di Simplicissimus.
Ha concluso la prima giornata Luca Pianigiani, che ha presentato in anteprima la nuova applicazione per iPad del magazine Colophon.

La seconda giornata
Durante la seconda giornata dell’ebookcamp si sono susseguiti, sempre in un’atmosfera amichevole e informale, interventi anche molto diversi gli uni dagli altri. Alcuni, come quello di Alberto Pettarin sull’utilizzo di Latex per creare ePub e quello di Andrea Granata a proposito della tecnologia Treesaver.js, con un taglio decisamente più tecnico; altri, come quello di Garamond e quello della neonata casa editrice Il Glifo,  con un approccio più divulgativo.
Tutto in pieno stile barcamp, insomma.

Il cuore della seconda giornata sono comunque stati, a mio parere, la presentazione e il relativo dibattito attorno a un nuovo promettente progetto sempre targato Simplicissimus, battezzato “Gilgamesh”. L’idea alla base del progetto, illustrata dallo stesso Tombolini, è quella di rendere sostenibile la riedizione di libri fuori catalogo ma ancora protetti da diritti.
L’obiettivo è spingere gli autori che detengono i diritti di libri non più in commercio o difficile reperibilità a valutare la possibilità di rendere nuovamente disponibile la loro opera tramite una nuova edizione in digitale, il tutto attraverso un meccanismo di segnalazioni e richieste che dovrebbero provenire dai lettori stessi.
Anche se si tratta ancora solo di un’idea, il progetto è piaciuto a molti e ha sollevato un dibattito particolarmente animato attorno a questo argomento.

Avendo partecipato anche al primo ebookcamp – che peraltro era in un contesto ancora più informale, all’interno di uno stabilimento balneare a Porto Recanati – posso affermare che questa seconda edizione è andata se possibile ancora meglio della precedente, sia in quanto a  numero di partecipanti che a varietà degli interventi.
Francesco “Il libraio” Rigoli ha fatto una cronaca dell’ebookcamp in questo post, aggiungendo anche alcune considerazioni che vi invito a leggere.
Ci vediamo a ebookcamp 2012!

Luca Lorenzetti