Digressione

digitale e cartaceo: una traduzione ancora troppo letterale

Sono almeno sei gli articoli che mi piace approfondire questa settimana, anche se poi in fondo gli argomenti sono solo due, ma piuttosto sostanziosi: il meticciato cartaceo-digitale e la sempiterna querelle delle tecnologie nella scuola.

Il primo argomento viene affrontato da un recente articolo del Guardian che sottoscrivo sin dal titolo: Paper vs digital reading is an exhausted debate. L’articolo parte dall’affermazione di Tim Waterstone, il fondatore delle omonime librerie, secondo il quale “la rivoluzione digitale sta per finire e la carta resisterà“.  Se sulla prima parte della frase l’autore dell’articolo non si dice giustamente molto convinto, la seconda non ha motivo di essere negata, dal momento che il futuro che ci aspetta è ibrido e lo resterà saldamente fintanto che l’ebook non si emanciperà da una tenace mimesi del modello cartaceo e intraprenderà una via tutta sua per dare vita a nuove modalità di elaborazione dei contenuti e della loro fruizione. Perché siamo, come giustamente ricorda un ottimo articolo intitolato The Seven Deadly Myths of Digital Publishing, ancora all’inizio della transizione dalla stampa al digitale: “il contenuto diventerà presumibilmente sempre più complesso e collaborativo sotto l’aspetto autoriale, con il ruolo dell’editore più simile a quello di un produttore di videogame o di un’app.” L’articolo merita una lettura completa ed è anche molto interessante quando parla di migrazione della lettura digitale da device dedicati (i lettori e-ink) ai tablet e in generale a dispositivi mobili multifunzione.

In tutto ciò, come dovrebbe evolvere il ruolo dell’editor? Ne dà un breve ma efficace ritratto Stefano Izzo di Rizzoli in un suo articolo su Wired Italia: Come cambia il ruolo dell’editor ai tempi dell’ebook e del self-publishingLettura tuttaltro che amena, per chi è o vuole essere del mestiere, perché ne emerge quello che in effetti è il lavoro dell’editor ora, un’incessante attività dentro e fuori dalla redazione, sempre impegnato a rimanere aggiornato, a non perdersi (e a non farsi soffiare) l’ultima tendenza o l’ultimo autore magari trasscinato dal fiume sempre meno carsico del self publishing.

L’altro argomento riguarda la scuola e del modo in cui le tecnologie dovranno essere introdotte in un contesto refrattario, impermeabile all’innovazione, tradizionalista e spesso fiero di esserlo come è quello scolastico. Per fortuna il tema viene ormai  sempre più declinato secondo una prospettiva di ampio respiro e meno ristretta all’arido, asfittico e spesso volutamente specioso dibattito tra chi è pro e chi è contro l’ingresso del tablet in classe. Dice benissimo Angela Maiello nel suo articolo Nati nella rete. Eco, la memoria e la scuola“Non si tratta meramente della necessità di equipaggiare le classi con computer, schermi o sistemi interattivi, ma di immaginare un modo completamente diverso di lavorare sull’apprendimento, rivedendo il sistema scolastico nel suo insieme, dalla struttura lineare delle classi alla formazione del corpo docente”. La formazione la si trova anche al centro dell’articolo di Alex Corlazzoli Parlare di iPad non basta e Antonella Casano, una docente evidentemente già formata, scrive molto oppportunamente in un articolo (Il digitale a scuola: cosa si guadagna a perdere tempo) che la scuola non deve riportare in digitale il metodo tradizionale, perché si tratta di una “traduzione troppo letterale” che “non tiene conto della grammatica diversa chiamata in gioco dal mezzo utilizzato”.

Questo fatto della traduzione letterale mi sembra possa essere il nesso non casuale tra i due argomenti: da una parte un’editoria digitale ancora  molto (troppo?) legata al modello cartaceo, come del resto c’era da aspettarsi in questa prima fase di transizione; dall’altra c’è un sistema didattico e pedagogico saldamente ancorato al passato che non accetta l’evidenza di essere divenuto desueto ma potrebbe invece trovare nel digitale quell’alleato insperato per superare più agevolmente e in modo meno traumatico un passaggio comunque necessario, non solo dal punto di vista tecnologico, quanto prima di tutto metodologico.

Teicoscopia sulle tecnologie nella didattica

ImmagineSi continua a parlare, con una certa frequenza ed encomiabile continuità, di quello che sembra l’argomento del momento, cioè l’uso delle tecnologie nella didattica. Sinceramente, a volte mi sembra piuttosto una teicoscopia (o teichoscopia), cioè quell’ “osservazione dalle mura” in cui nell’Iliade Elena passa in rassegna (dalle mura, appunto) gli eroi che si affronteranno nella grande battaglia sotto Troia. Allo stesso modo, infatti, analisti ed esperti continuano a misurare e identificare le forze in campo senza però entrare nel merito della tenzone, ovvero senza fornire una soluzione concreta a quello che, effettivamente, è ancora molto nebuloso, cangiante, indefinito e indefinibile.

Se ne è parlato anche nella mattinata di sabato di See-book, il forum del libro digitale che si è svolto a Sassari nelle giornate del 17 e 18 gennaio (qui è possibile rivedere lo streaming del sabato mattina, ma ci sono tutti i video disponibili): si sono  ribaditi concetti ormai noti (ma a quanto pare non abbastanza) come la priorità della formazione degli insegnanti, il concepire la tecnologia come uno strumento e non un elisir che magicamente può risolvere i problemi della didattica; Giovanni Biondi, che  per primo forse ha usato il termine “scuola digitale”, ha poi rincarato la dose affermando la necessità di una riforma profonda del sistema educativo, ancora basato su e ancorato a una visione tayloristica, di stampo industriale, con sistemi e finalità che non hanno più aderenza con la realtà del mondo attuale. In questa operazione di rinnovamento le tecnologie potrebbero dare il loro contributo, ma starà solo agli insegnanti calibrare il sestante per definire la rotta giusta, perché sono loro che gestiscono il lavoro quotidiano in classe.

In sostanza, come sostiene anche Chomsky in questo breve suo intervento sull’argomento, la tecnologia è come un martello, che si può utilizzare per costruire come per distruggere: se non c’è un apparato concettuale all’interno del quale inserire l’utilizzo delle tecnologie, se non sono chiari gli scopi e le domande a cui il digitale dovrebbe rispondere, le tecnologie potranno anche risultare nocive alla conoscenza e all’apprendimento.

A questo proposito è molto interessante l’intervista apparsa su La ricerca a Michael Feldstein, un esperto di strumenti educativi digitali e di e-learning. In poche ma chiarissime parole, Feldestein prima di tutto ci rincuora un po’ dicendo che negli Stati Uniti non si è poi così avanti come spesso si tende a pensare e moltissimi insegnanti sono ancora piuttosto diffidenti nei confronti del digitale in classe. Per quanto riguarda invece le case editrici scolastiche, Feldstein afferma che “per le aziende è difficile capire a quali prodotti dare la precedenza o a quale velocità andare” e che “per gli editori di scolastica è particolarmente difficile progettare bene i prodotti digitali”. Il primo ostacolo che devono affrontare, dice Feldstein, consiste nel capire che gli insegnanti e  gli studenti devono ora risolvere problemi diversi rispetto a quelli che erano abituati a risolvere con i libri cartacei. Nell’intervista si parla anche di MOOCs e di Big Data ed è da leggere nella sua interezza.

Nel frattempo, la scuola digitale di Apple (ovvero i materiali didattici realizzati con iBooks Author) arriva anche in Italia (qui un articolo del Sole24ore). Della sedicente rivoluzione della mela morsicata avevo già parlato in un post scritto quando fu lanciato questo tool e devo dire che non ho cambiato molto la mia posizione, improntata a una diffidenza soprattutto riguardo al termine “rivoluzione”, ma probabilmente anche al termine “didattica”. Quindi rispetto a tutta l’operazione Apple, sostanzialmente.

Su tutto, comunque, pesa una domanda ancora irrisolta, che infatti è stata formulata anche nel convegno See-book: che cos’è veramente un ebook? Soprattutto nella didattica, questa è una questione ancora aperta, dal momento che il libro di testo è un materiale troppo complesso, articolato e ingombrante da poter non dico sostituire, ma anche integrare in maniera indolore (in termini di costi, di risorse, di professionalità impiegate) con una controparte digitale; e proprio in un periodo in cui si parla di “fine” o almeno (e sicuramente) di profondo cambiamento nelle abitudini di lettura (e, aggiungo io: di scrittura), è lecito pensare che il materiale didattico, già di per sé sempre più modulare,reticolare, flessibile, possa e debba essere completamente ripensato in maniera da una parte più narrativa e dall’altra più ramificata, multimodale e partecipata. Forse questo bel prodotto del NYT  (che vi consiglio di esplorare in tutte le sue pieghe) può essere d’aiuto nell’iniziare a immaginare i possibili percorsi che potrebbe imboccare il digitale per dare veramente un peso e un’impronta forte al proprio valore aggiunto e iniziare una storia tutta sua, sganciata dalla mimesi cartacea e legata più strettamente alle sue caratteristiche e potenzialità.

Tutto sta a capire se gli editori continueranno anch’essi nella loro teicoscopia o oseranno qualcosa di diverso da quanto fatto finora.

Argomenti correlati: la sezione scolastica digitale di questo blog.

noi e il digitale in 365 giorni (passati e futuri)

Vorrei finire questo 2013 con alcuni consigli di lettura (nel senso di post da leggere): avrei voluto scrivere il consueto pezzo di fine anno che fa il consuntivo e delinea le tracce per il 2014, ma ci ha già pensato egregiamente Gabriele Alese e rimando volentieri al suo post, sempre molto puntuale e professionale.

Al limite, mi posso permettere di integrarlo con altri articoli che a mio parere offrono spunti di riflessione su cui meditare nel corso del prossimo anno.
ImageInizio con un brevissimo intervento di Giuseppe Granieri su quello che può significare per il mondo della lettura e della cultura in generale lo shift (che è di pensiero, di strategia, di risorse, di organizzazione, di competenze) dal cartaceo al digitale; non si tratta, è sempre bene ribadirlo (anche se sono tre anni che lo faccio) di contrapporre in modo manicheo e poco intelligente i due supporti (si tratta, dice bene questo articolo, di un nonissue, un non-argomento), ma di considerarli come due modalità differenti di elaborare, trasmettere, diffondere e fruire contenuti, dove la carta ha sempre un suo spazio, ma è uno spazio residuale, dice Granieri, una delle tante caselle in cui inserire (o trovare) parte di ciò che vogliamo comunicare.
A corroborare questo concetto sono sicuramente utili i sette libri consigliati in questo sito: il titolo parla di libri sull’educazione, ma si tratta spesso di titoli di respiro più ampio che trattano appunto di come sta cambiando il nostro modo non solo di apprendere, ma di comprendere il mondo e i dati che lo permeano.

A proposito di educazione e scuola, nel corso del 2013 (soprattutto dalla sua seconda metà) si è parlato e dibattuto moltissimo su come potrebbe/dovrebbe riformare un sistema da sempre refrattario ai cambiamenti e alle innovazioni e continuamente colpito da tagli e riforme che spesso cancellano quelle precedenti e rimescolano le carte creando soltanto ulteriore confusione e ulteriori ritardi.
Ultimo di questi incontri, almeno come importanza, è stato quello di Pisa (di cui ho parlato qui), sicuramente un punto di partenza che però va accompagnato da tutta una serie di azioni, prima fra tutte la formazione dei docenti, che penso sia la priorità più urgente del 2014, sotto questo punto di vista.

Infine, una lettura breve ma incisiva sulle possibili prospettive che attendono i self publisher (proprio nel 2013 a Senigallia c’è stato il primo festival del self publishing, a cui sono andato e che ho in parte raccontato in un post): oltre che come scrittori, dice l’articolo in questione sin dal titolo (Writers need to think like business owners) devono pensare – e agire – come piccoli imprenditori, con tutti gli oneri e i rischi che ne conseguono.

Per tutto il resto rimando all’anno nuovo, augurando a tutti che sia sereno, ricco di letture, idee e parole scritte e da scrivere.

(l‘immagine è tratta da qui)

Natale con l’e-reader o con il tablet? (e altre considerazioni)

Siamo ormai quasi arrivati al fatidico giorno di Natale, e sono sicuro che tutti, nonostante i buoni propositi che suonano spesso come “quest’anno niente regali” e amenità del genere, alla fine hanno ceduto alle lusinghe, alle offerte e alle sirene dello shopping natalizio, magari virato in chiave tecnologica, tendenza che sembra sempre più marcata, soprattutto se si parla di e-reader o tablet.

Ma la questione è proprio questa: meglio regalare un e-reader a inchiostro elettronico o un tablet tuttofare, multitasking e di sicuro appeal? Domanda che non pochi si stanno facendo (per esempio questo articolo, che potrà darvi qualche idea preliminare) ma a cui potete rispondere solo voi, secondo le vostre esigenze o di quelle del destinatario del regalo.

Siete (o siete di fronte a) un lettore forte, uno di quelli che divora libri su libri ed è sempre attento alle ultime novità della narrativa o della saggistica, magari poco acculturato dal punto di vista digitale ma nemmeno integralista cartaceo? Allora andate sul sicuro con un e-reader eInk: ora si parla molto di Kobo e del Kindle Paperwhite (ne ho parlato anche qui), sicuramente, per qualità e prezzo, i migliori sul mercato.

Se invece preferite un dispostivo più duttile, che permetta la navigazione nel web e l’utilizzo della posta elettronica, nonché l’uso dei social network o l’aggiornamento delle vostre letture su Goodreads, allora siete decisamente una creatura da tablet, ma attenzione: la batteria termina molto più in fretta di quella dell’ereader, le distrazioni sono tante (per chi è facile alle distrazioni) e lo schermo retroilluminato alla lunga può risultare stancante (ma anche più pratico, dipende dai punti di vista, dall’uso che se ne fa e dal contesto in cui siete).

Sono tutte cose dette e ridette, ma a quanto pare i neofiti della lettura digitale sono in continuo aumento (benvenuti, dico io) ed è sempre importante una sintesi e una bussola con cui districarsi nella selva oscura (o retroilluminata) di dispositivi, formati, aggiornamenti e implementazioni di software o hardware.

Sui formati, solo una precauzione: sappiate che se scegliete il pur ottimo Kindle, vi troverete poi costretti nel recinto (ampio, abbondante, rigoglioso, ma pur sempre chiuso) del formato proprietario di Amazon, che non è quell’epub che ormai adottano tutti gli altri dispositivi. In soldoni, potrete comprare ebook solo da Amazon, o epub non protetti da DRM (eh già, c’è anche questa ulteriore complicazione) che poi potrete convertire in .mobi (o .azw, o KF8, i formati del Kindle) con un programmino tipo Calibre. Troppo cervellotico? Allora andate sul Kobo, che ormai trovate non solo da Mondadori, ma anche in qualsiasi libreria Feltrinelli e che è arrivato ad avere prestazioni molto simili al Kindle (sull’assistenza non saprei dirvi, so solo che quella di Amazon è perfetta. Veramente).

La cosa che personalmente trovo comunque curiosa è che, arrivati alla fine del 2013, sia ancora attuale l’opzione ereader / tablet, considerato che non molto tempo fa il primo veniva dato per spacciato (io stesso non lo vedevo molto bene), mentre ancora, nonostante lo sviluppo dei tablet, l’abbassamento del loro prezzo e le funzioni sempre più avanzate dei dispositivi retroilluminati, il grigio e-reader è ancora lì a dire la sua, quanto mai vivo e vegeto e addirittura per molti prima scelta quando si parla di lettura digitale.

Da una parte la cosa mi fa piacere perché è, come detto, un dispositivo per lettori forti che finalmente si stanno convincendo delle virtù dell’ebook, dall’altra è un segno che la lettura digitale è comunque ancora ancorata ad un modello mimetico rispetto a quella cartacea, fattore questo che se nella narrativa può (ma non necessariamente deve) avere un senso, in altri ambiti potrebbe risultare come un limite, una sorta di colonna d’Ercole oltre la quale l’editore non osa addentrarsi.

Parlo soprattutto dell’editoria scolastica, altro tema che notoriamente mi sta molto a cuore. La questione continua a essere molto dibattuta a colpi di convegni, tavole rotonde, interventi spesso anche molto intelligenti, profondi, puntuali. Ne voglio segnalare a riguardo tre, tra quelli più recenti: un articolo, un ebook (manco a dirlo) e un video: l’articolo è comparso poco tempo fa su Doppiozero e vorrei che fosse affisso sulle porte delle scuole italiane come le 95 tesi di Lutero sulla porta del castello di Wittenberg: si intitola semplicemente “scuola digitale” ma espone fatti e considerazioni in maniera così lucida, limpida e intelligente che lascio a voi la lettura senza alcun altro commento.  Il libro (o meglio, l’ebook) è una riedizione aggiornata di Adottare l’e-learning a scuola di Roberto Maragliano, un testo importante dal titolo che forse lo limita, nel senso che il testo dice molto di più e su molti più aspetti della questione di quanto possano dire le parole “e-learning” e “scuola”.  Parla di educazione, di metodologia didattica, di pedagogia di tipo trasmissivo e produttivo e di molto altro ancora. Anche questo dovrebbe essere un testo imposto dal Ministero come strumento di formazione – obbligatoria –  per tutti gli insegnanti (so di apparire talebano, ma quando ci vuole ci vuole), mentre invece sarà letto dai soliti noti che annuiranno ad ogni pagina come sto facendo io, ma che rimarranno sostanzialmente isolati all’interno del corpo insegnanti e in generale nel mondo della scuola chisà per quanti anni ancora.  Infine,  consiglio caldamente il sempre ottimo Roncaglia che in occasione del convegno  “I libri digitali: opportunità e scelte” organizzato dal MIUR il 13 dicembre, ha realizzato questo video (sono una ventina di minuti) in cui espone le sue considerazioni e traccia scenari possibili su un mondo, quello della didattica e delle tecnologie, riguardo al quale presto dirò anch’io la mia in maniera più sostanziosa e concreta di quanto non abbia fatto finora qui nel blog.

Per ora vi auguro buon Natale e un 2014 ricco di letture. Digitali, cartacee o di altro tipo.

eBook a scuola: in bilico tra formati universali e piattaforme proprietarie

Laboratorio di Tecnologie Audiovisive

ebook_scuola

di Andrea Patassini

Il digitale a scuola potrebbe mettere il turbo e in breve tempo diventare una realtà diffusa a giudicare dalla crescente attenzione da parte delle stesse istituzioni. Un indirizzo simile è necessario se si ha l’intenzione di formare studenti che non debbano vivere un vero e proprio salto esperienziale tra mondo esterno e scuola, dove in quest’ultima il tempo e le pratiche dedicate alla didattica a volte sembrano essersi sclerotizzate.

L’eBook entra in classe

Produrre contenuti digitali vuol dire saper mettere a punto risorse fruibili e accessibili, capaci di offrire tutti quegli strumenti che il mondo digitale oggi possiede e che fanno leva principalmente sull’interazione. La forma più incline a queste esigenze è l’eBook perché è praticabile e replicabile su diversi supporti, in particolare trova piena operatività sui dispositivi mobili come tablet e smartphone dove oltre alla fruibilità vale anche l’aspetto ergonomico che migliora notevolmente le esperienze di…

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