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le librerie del futuro e i lettori del passato

Il post che avrei dovuto scrivere doveva trattare alcuni temi di cui si parla in questo periodo: dell’interessante dibattito sui Big Data e del peso che possono (e potranno sempre di più) avere non solo e non tanto sulle politiche editoriali, quanto anche sull’esperienza di acquisto e di lettura e sulla scrittura stessa da parte dell’autore; l’ultimo intervento sull’argomento (con i link degli articoli precedenti) è quello di Gino Roncaglia su Pagina99 e vi consiglio di leggerlo, così come anche gli altri.

Il post che avrei voluto scrivere doveva anche menzionare Medium e i tanti che ne stanno parlando (bene), tra cui la bravissima Letizia Sechi (sempre su Pagina99). Cos’è Medium? Un editore, a quanto sostiene il suo fondatore Evan Williams, perché alla fonte c’è (anche) una selezione degli autori e la collaborazione con editor professionisti; ma anche una piattaforma, perché è aperta a tutti, collaborativa e che fa tesoro dell’esperienza ormai ultradecennale del blogging e la declina in modo nuovo e molto dinamico. Una rivista, perfino, quando invia la sua newsletter e propone una nuova maniera di offrire contenuti di qualità. Saremmo quindi in quel delicato discrimine tra contenuti strutturati e granularità, tra profondità e superficialità: tematiche già affrontate in un dialogo a più voci nato nel web e raccolto da Ledizioni in un ebook in cui mi pregio di aver dato il mio piccolissimo contributo.

Foyles

l’interno della libreria Foyles.

Il post che avrei dovuto scrivere, insomma, era diverso da quello che invece state leggendo. Perché? Perché proprio oggi mi sono imbattuto in un articolo sul Sole 24 Ore intitolato I librai che puntano al futuro a firma di Stefano Salis e mi sono sentito un appestato. Non solo un appestato, ma quasi un criminale, comunque un apostata, uno di quelli che contribuisce alla rovina della lettura e alla morte delle librerie. Quelle librerie in cui però amo ancora passare il tempo libero (sempre pochissimo), ma alle quali evidentemente a mia insaputa (come molte cose che accadono in Italia) sto dando esiziali colpi ad ogni lettura che faccio sul mio Kindle.

Eppure io e Salis abbiamo molte cose in comune: l’amore per la lettura, prima di tutto, e la passione per le librerie; del resto non posso che gioire alla notizia riportata nel suo articolo dell’inaugurazione della nuova sede di Foyles a Londra. Molto di più di una libreria, a quanto pare: 3500 mq disposti su cinque piani, più di 200.000 titoli a disposizione, caffè, auditorium, salette conferenze, eventi e addirittura l’organizzazione di viaggi letterari. Dulcis in fundo, un’app a disposizione di chi vuole trovare subito il libro che desidera, senza chiedere al commesso o perlustrare i cinque piani.
Tutto molto bello e sono d’accordissimo con Salis quando parla della nuova Foyles come esempio di quello che potrebbe (o dovrebbe) essere la libreria del futuro: servizi, eventi, luogo di incontro e di aggregazione di persone, idee, emozioni. Tutto sacrosanto, se non fosse per il fatto che sin dall’inizio Salis non fa niente per nascondere la sua ostilità (se non proprio disprezzo) nei confronti dei lettori (ma siamo degni di essere ancora chiamati così?) di ebook, perché solo il “libro (di carta) resta un baluardo di civiltà, di libero pensiero e, non ultimo, di design” e la libreria (fisica, specifica di nuovo fra parentesi) “il luogo nel quale l’incontro tra autori, editori, librai e lettori non è solamente reale (vivaddio), ma è proficuo”.
Il resto del veleno, come Marziale, lo riserva per la coda del suo scritto: “in fila, ho guardato bene, persone che leggessero ebook non ce n’erano.” Meno male, dico io, altrimenti chissà cosa gli avrebbe fatto, a questi infedeli, non pecore smarrite ma proprio caproni, che ignorano un “qualcosa che va ben oltre il nudo testo scritto di un’opera, e questa cosa i lettori di libri l’hanno sempre saputa”.

Io, sinceramente, articoli così non li capisco. Non dopo ormai 4 anni di lettura digitale (e parlo solo dell’Italia) e molti, molti di più di social network e di blog, di siti sul web dedicati alla lettura e ai libri, dopo anni di Anobii, di Goodreads, di eventi seguiti e commentati su twitter, in cui io stesso ho potuto esserci in qualche modo proprio grazie a twitter, dopo tutti i libri che ho letto grazie a suggerimenti, consigli, commenti o discussioni su qualche social o sui cosiddetti blog letterari.

Non capisco, almeno da parte di persone intelligenti, colte, ragionevoli, l’ottusa contrapposizione reale vs. digitale, questa guerra di retroguardia, questo sentirsi superiori in base ai discorsi della nonna che i rapporti umani sono i migliori, che vuoi mettere il commesso invece che l’algoritmo, tutte cose anche giuste, da un certo punto di vista, ma non è il punto di vista giusto.
Eppure non mi sembra una cosa così difficile da comprendere: il digitale è un’integrazione del reale, non un suo antagonista; tra loro c’è un rapporto di espansione e non di contrapposizione. Sotto questo punto di vista, il rifiuto del digitale appare non come difesa del reale, ma come un voler porre un limite al reale stesso. Si continua a pensare al “libro (di carta)” come un totem di civiltà e di cultura e si ignora – volutamente, a questo punto – che ormai le informazioni e i contenuti circolano in molte forme diverse, granulari, reticolari, ma non per questo meno importanti; si ignora che il rapporto tra editori, lettori e autori si è fatto più stretto e interconnesso proprio grazie al digitale e non suo malgrado.
Soprattutto, si continua una speciosa, inutile, anche un po’ puerile contrapposizione tra lettura digitale e cartacea, senza minimamente porsi il dubbio che possa sussistere un lettore ibrido, che sceglie l’uno e l’altro supporto a seconda delle circostanze e delle esigenze; che legge contenuti granulari nel tablet con la stessa utilità con cui sfoglia un saggio di due chili a casa.
Il dubbio, in definitiva, che la lettura, la scrittura, l’editoria, siano ormai una cosa ibrida, e non più monolitica.

L’unico consiglio che posso dare a Salis e a quelli come lui è leggere attentamente i link che ho indicato nel post che avrei voluto scrivere, ma non ho fatto.

P.S.: è quantomeno una coincidenza singolare che l’articolo su Foyles esca nello stesso giorno in cui negli USA annunciano che le vendite di ebook hanno superato quelle dei libri cartacei. Fatto che giustifica ancor di più la necessità di una vocazione poliedrica delle librerie del futuro, come auspica lo stesso Salis.

(l’immagine è tratta da qui)

Aside

Ancora su cartaceo e digitale, reading experience e Amazon

Durante la settimana sono tornati al centro del dibattito argomenti e temi non nuovi, ma sempre attuali, che non a caso riprendono, integrano e completano alcuni miei post scritti in un passato più o meno recente.

Andare oltre – Per fare un esempio, proprio l’ultimo articolo qui apparso trattava della necessità per gli editori di andare oltre la mimesi del modello cartaceo, ed ecco che su Publishing Perspectives appare la cronaca di una conferenza all’interno della Fiera del libro di Londra, intitolata significativamente “Publishing for Digital Minds“, in cui si sono sentite frasi come: “Gli editori oggi capiscono che non possono semplicemente replicare in formato digitale quello che fanno nel cartaceo (…) Devono immaginare modi più estesi di comunicare l’informazione.”

Un concetto in particolare mi sembra opportuno evidenziare: “Non si tratta di un nuovo gioco: abbiamo avuto 70 anni di digitale, 40 di ebook, 30 anni di internet, 25 di web, 10 di Facebook e l’iPhone ha 7 anni. Non è possibile parlare ancora di nuove tecnologie”.

La questione cruciale, si è anche detto nel convegno, è che “gli editori devono capire che dovranno lavorare con nuovi partner e che è arrivato il tempo di distaccarsi dalla versione digitale di un modello cartaceo e far leva sulle potenzialità del digitale”.

La lettura in streaming – Nel corso della conferenza è stata anche data particolare attenzione a Scribd e al modello di sottoscrizione di contenuti sul modello di Spotify o Oyster: anche di questo avevo parlato poche settimane fa in un post, ed ecco che puntuale Laterza lancia i suoi libri (o almeno parte di essi) in streaming. Ne ha parlato, tra gli altri, Wired Italia e subito si è scatenato il dibattito, nel web e sui social.  Una delle (giuste) perplessità verte sulla limitatezza (per ora) dei titoli – 300, come gli spartiati alle Termopili – e il costo mensile del servizio, quasi 8 euro (7,90, per la precisione). Un passo falso, o almeno troppo affrettato? Certo i dubbi ci sono, e sicuramente  è un po’ azzardato chiedere al lettore, in questa fase, un prezzo simile per un’offerta del genere. Ma Laterza sembra molto sicuro di se: non resta che attendere l’evoluzione degli eventi.

Amazon e la reading experience – Altro argomento al centro dell’attenzione questa settimana è stata la mossa di Amazon di rivelare non solo la top ten degli ebook più  venduti, ma anche svelare quali sono i brani più sottolineati di sempre. Sempre su Facebook ha detto la sua Gino Roncaglia e si è trattato di un intervento giustamente degno di essere riportato anche in altri contesti, come ha fatto Ebookreader Italia. Roncaglia dice cose giustissime, ma personalmente i dati Amazon a me non stupiscono quasi per niente, dato che la mia esperienza di lettore digitale (e utente affezionato del Kindle) è molto fedele al ritratto che fornisce Amazon e che Roncaglia sintetizza in 5 punti:

1 (e 3). nel digitale si sottolinea molto, anche nella narrativa (l’ho sempre trovato molto più pratico e agevole, non capisco lo stupore, sinceramente); 2. i classici non sono dimenticati (grazie al Kindle ho letto, in ordine: i Karamazov, Anna Karenina e Guerra e pace, la lettura dei quali, su carta, avevo colpevomente sempre rimandato); 4. le sottolineature sono spesso abbastanza banali, e si limitano a evidenziare frasi un po’ da Baci Perugina. Vero, e vedere sottolineata quella tal frase da un tot di lettori potrebbe spesso tentare anche noi, o comunque attribuisce alla frase banale un rilievo e un valore che in effetti non ha, e questo è uno dei rischi un po’ subdoli di questa funzionalità: l’altro rischio è quello della privacy, e anche di questo ho parlato in passato, anche perché è un tema quasi inevitabile quando si parla di lettura digitale.

Digitale + cartaceo – Infine, come ultimo – ma forse più singolare – link, vorrei lasciarvi con Etienne Mineur, inventore francese che ha a mio parere compreso perfettamente cosa significa la convivenza (o, come piace dire a me, “meticciato”) di cartaceo e digitale e l’ha interpretata a suo modo, secondo me un modo piuttosto geniale e sicuramente degno di attenzione: su Publishing Perspectives ho trovato questo video che vi invito a guardare fino in fondo, ma su Youtube ne trovere molti altri.

Buona visione, e buona Pasqua.

 

Aside

digitale e cartaceo: una traduzione ancora troppo letterale

Sono almeno sei gli articoli che mi piace approfondire questa settimana, anche se poi in fondo gli argomenti sono solo due, ma piuttosto sostanziosi: il meticciato cartaceo-digitale e la sempiterna querelle delle tecnologie nella scuola.

Il primo argomento viene affrontato da un recente articolo del Guardian che sottoscrivo sin dal titolo: Paper vs digital reading is an exhausted debate. L’articolo parte dall’affermazione di Tim Waterstone, il fondatore delle omonime librerie, secondo il quale “la rivoluzione digitale sta per finire e la carta resisterà“.  Se sulla prima parte della frase l’autore dell’articolo non si dice giustamente molto convinto, la seconda non ha motivo di essere negata, dal momento che il futuro che ci aspetta è ibrido e lo resterà saldamente fintanto che l’ebook non si emanciperà da una tenace mimesi del modello cartaceo e intraprenderà una via tutta sua per dare vita a nuove modalità di elaborazione dei contenuti e della loro fruizione. Perché siamo, come giustamente ricorda un ottimo articolo intitolato The Seven Deadly Myths of Digital Publishing, ancora all’inizio della transizione dalla stampa al digitale: “il contenuto diventerà presumibilmente sempre più complesso e collaborativo sotto l’aspetto autoriale, con il ruolo dell’editore più simile a quello di un produttore di videogame o di un’app.” L’articolo merita una lettura completa ed è anche molto interessante quando parla di migrazione della lettura digitale da device dedicati (i lettori e-ink) ai tablet e in generale a dispositivi mobili multifunzione.

In tutto ciò, come dovrebbe evolvere il ruolo dell’editor? Ne dà un breve ma efficace ritratto Stefano Izzo di Rizzoli in un suo articolo su Wired Italia: Come cambia il ruolo dell’editor ai tempi dell’ebook e del self-publishingLettura tuttaltro che amena, per chi è o vuole essere del mestiere, perché ne emerge quello che in effetti è il lavoro dell’editor ora, un’incessante attività dentro e fuori dalla redazione, sempre impegnato a rimanere aggiornato, a non perdersi (e a non farsi soffiare) l’ultima tendenza o l’ultimo autore magari trasscinato dal fiume sempre meno carsico del self publishing.

L’altro argomento riguarda la scuola e del modo in cui le tecnologie dovranno essere introdotte in un contesto refrattario, impermeabile all’innovazione, tradizionalista e spesso fiero di esserlo come è quello scolastico. Per fortuna il tema viene ormai  sempre più declinato secondo una prospettiva di ampio respiro e meno ristretta all’arido, asfittico e spesso volutamente specioso dibattito tra chi è pro e chi è contro l’ingresso del tablet in classe. Dice benissimo Angela Maiello nel suo articolo Nati nella rete. Eco, la memoria e la scuola“Non si tratta meramente della necessità di equipaggiare le classi con computer, schermi o sistemi interattivi, ma di immaginare un modo completamente diverso di lavorare sull’apprendimento, rivedendo il sistema scolastico nel suo insieme, dalla struttura lineare delle classi alla formazione del corpo docente”. La formazione la si trova anche al centro dell’articolo di Alex Corlazzoli Parlare di iPad non basta e Antonella Casano, una docente evidentemente già formata, scrive molto oppportunamente in un articolo (Il digitale a scuola: cosa si guadagna a perdere tempo) che la scuola non deve riportare in digitale il metodo tradizionale, perché si tratta di una “traduzione troppo letterale” che “non tiene conto della grammatica diversa chiamata in gioco dal mezzo utilizzato”.

Questo fatto della traduzione letterale mi sembra possa essere il nesso non casuale tra i due argomenti: da una parte un’editoria digitale ancora  molto (troppo?) legata al modello cartaceo, come del resto c’era da aspettarsi in questa prima fase di transizione; dall’altra c’è un sistema didattico e pedagogico saldamente ancorato al passato che non accetta l’evidenza di essere divenuto desueto ma potrebbe invece trovare nel digitale quell’alleato insperato per superare più agevolmente e in modo meno traumatico un passaggio comunque necessario, non solo dal punto di vista tecnologico, quanto prima di tutto metodologico.

Ritorno al futuro per il self publishing

ImmagineHo partecipato, su gentile invito dell’organizzatore Mauro Sandrini, alla giornata di sabato di “Caro futuro ti scrivo”, un evento organizzato dallo stesso Sandrini e la sua Self Publishing School e dedicato a “giornalisti, blogger e scrittori che fanno sul serio”, come dice il sottotitolo della manifestazione.

Purtroppo ho perso la prima giornata in cui sono intervenuti, tra gli altri, Gino Roncaglia e Carlo Infante; cercherò quindi al più presto qualche post che racconti ciò che si è detto e fatto venerdì nella quieta e rassicurante cornice del Caffè Letterario di via Ostiense a Roma (libri e odore di caffè, due elementi sicuramente cari a Sandrini, e chi ha letto il suo Tanto Tantra sa di cosa parlo).

Edit del giorno successivo: ecco un post sull’intero evento, raccontato in modo ottimo e abbondante, grazie a Cetta De Luca.

Da parte mia, più che scrivere una cronaca della giornata preferisco mettere in evidenza gli elementi più interessanti emersi dagli incontri con i cinque relatori del sabato, incontri che poi si sono ripetuti non più in plenum ma a piccoli gruppi, secondo una formula originale e che sarebbe risultata ancora più fruttuosa se il tempo a disposizione fosse stato maggiore – ma alcuni relatori venivano dall’estero e non potevano trattenersi più a lungo.

Ma chi erano questi cinque relatori e di cosa hanno parlato?

Alessandro Bonaccorsi, illustratore e grafic designer autore del libro L’immaginario per professione, ha intitolato il suo intervento “Il Immaginetuo libro per trovare clienti”, parlando quindi del libro come veicolo della propria identità – anche professionale, come nel suo caso. Secondo Bonaccorsi l’ebook, almeno in italia e almeno in questa fase che stiamo vivendo, funziona solo in parallelo con il cartaceo e se possiede tre caratteristiche: quelle di essere utile, essere vantaggioso (per l’autore come per il lettore) e essere gradevole.

Il secondo intervento è stato “Sopravvivere nell’editoria”: la giornalista freelance Elisabetta Ambrosi ha individuato ed esposto alcuni tips importanti per chi fa il suo mestiere e comunque si occupa di informazione ai tempi del digitale: prima di tutto il/la giornalista digitale è multimodalemulticanale: usa scrittura, foto, video, senza privilegiare un linguaggio rispetto agli altri e deve prestare attenzione ai media di ogni tipo e soprattutto ai social: la parola d’ordine quindi è “stai nel flusso” perché lì si trova il materiale e il contenuto da raccontare e far diventare informazione; a sua volta, il prodotto informativo che ne deriverà dovrà essere modulare, cioè adatto a più media, a più formati e a più modi di essere erogato e narrato. Il tutto realizzato sempre con velocità ed efficacia, altri due elementi fondamentali del mestiere.

Si è parlato di social network e coerentemente la parola è stata poi data a un’esperta in materia, Luna Margherita Cardilli, che ha parlato delle strategie social di promozione di libri ed eventi culturali. Alcuni suoi consigli particolarmente significativi?  “Andate nei social dove sono i vostri lettori e cercate di capire come comunicano” per poter comunicare con loro nel modo più efficace e adeguato. Già, ma quali social? Luna non crede molto in Facebook: è vero che lì ci sono tutti, ma proprio per questo, sostiene, non si ha molta visibilità. Meglio twitter, o social più evoluti anche se ancora di nicchia, come Medium, il quale permette una cosa molto importante per un autore: “creare e dare contenuti extra su altri livelli” per attirare e(in)trattenere i lettori, continuando a mantenere un contatto vivo con loro, fatto di commenti e condivisioni. Fondamentale, comunque, rimane il sito, la vera e propria “casa” dello scrittore e del suo libro, così come importante rimane la forse troppo bistrattata newsletter: i social, conclude Luna Margherita, possono passare e morire, ma la newsletter si evolverà e rimarrà.

Si parla di siti ed ecco Roberto Pasini che nel suo intervento “Costruire il tuo sito web” ribadisce l’assioma secondo il quale un sito  è fondamentale per lo scrittore, ma non si deve avere l’ossessione di postare a tutti i costi: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e quando si pensa che quanto scriveremo possa avere una qualche rilevanza. Altrimenti, sostiene Pasini, meglio star zitti. Altro atteggiamento da evitare è quello di dare troppa importanza alle visite: più importanti degli accessi al sito sono le ragioni per cui i visitatori sono arrivati (e ne so qualcosa io, che ho messo anni fa la foto di una torta di compleanno e ancora mi trovo regolarmente dei visitatori aspiranti pasticcieri che molto probabilmente se ne infischiano dell’editoria digitale). Infine, da tenere sempre presente che, come in tutte le relazioni, anche la curva di coinvolgimento di chi frequenta il nostro sito è destinata, dopo un’eventuale impennata iniziale, a stabilizzarsi per poi declinare. Starà a noi mantenerla sopra una soglia accettabile e buona norma sarà, per lo scrittore, offrire contenuti gratuiti, capitoli del proprio libro da scaricare, sconti e altre iniziative che tengano sempre in vita l’attenzione per il libro e per il sito stesso.

Ha chiuso la sessione mattutina  in plenum il giovane Matteo Pezzi, autore di Scrivi, c’è tempo!, un agile libretto che in maniera divertente ma non per questo meno seria dà consigli utili su come ottimizzare il nostro tempo, risorsa che sembra sempre più scarseggiare, erosa dalle millanta distrazioni a cui siamo esposti quotidianamente (non solo social network, ma anche giochi, telefonate di amici e parenti, gruppi di WhatsApp, ecc.): come Pasini, anche Pezzi mette in guardia dall’overload e dallo scrivere a tutti i costi. Se riflettiamo su quanto vogliamo scrivere e consideriamo se è veramente necessario e utile, ci accorgeremo che non lo è quasi mai. Quindi perché scriverlo? Poi Pezzi parla anche della sua esperienza di scrittore e riguardo alla copertina dice una cosa non banale: non deve essere per forza bella, ma deve risultare efficace per la visibilità sugli store online: una copertina ben fatta e magari anche artistica, visualizzata come thumbnail sulla schermata di Amazon, non avrà un valore aggiunto maggiore di una molto meno elegante ma più capace di attirare l’occhio del potenziale acquirente.

In definitiva, spunti per ulteriori approfondimenti non sono mancati e anche l’attenzione dei presenti ha dimostrato quanto il tema del self publishing sia attuale e destinato a essere sempre più in primo piano e non solo per la narrativa, ma anche per la saggistica e, perché no, la scolastica (proprio nel mio gruppo c’era un’insegnante di materie letterarie alle scuole medie). E’ bene quindi che l’editoria tradizionale si inizi a interrogare sull’emergere di questo fenomeno per affrontarlo adeguatamente (e senza il consueto panico dell’ultimo minuto) in maniera intelligente quando sarà chiaro che non potrà più essere eluso. Perché il futuro corre veloce, soprattutto nel mondo dei bit.

Teicoscopia sulle tecnologie nella didattica

ImmagineSi continua a parlare, con una certa frequenza ed encomiabile continuità, di quello che sembra l’argomento del momento, cioè l’uso delle tecnologie nella didattica. Sinceramente, a volte mi sembra piuttosto una teicoscopia (o teichoscopia), cioè quell’ “osservazione dalle mura” in cui nell’Iliade Elena passa in rassegna (dalle mura, appunto) gli eroi che si affronteranno nella grande battaglia sotto Troia. Allo stesso modo, infatti, analisti ed esperti continuano a misurare e identificare le forze in campo senza però entrare nel merito della tenzone, ovvero senza fornire una soluzione concreta a quello che, effettivamente, è ancora molto nebuloso, cangiante, indefinito e indefinibile.

Se ne è parlato anche nella mattinata di sabato di See-book, il forum del libro digitale che si è svolto a Sassari nelle giornate del 17 e 18 gennaio (qui è possibile rivedere lo streaming del sabato mattina, ma ci sono tutti i video disponibili): si sono  ribaditi concetti ormai noti (ma a quanto pare non abbastanza) come la priorità della formazione degli insegnanti, il concepire la tecnologia come uno strumento e non un elisir che magicamente può risolvere i problemi della didattica; Giovanni Biondi, che  per primo forse ha usato il termine “scuola digitale”, ha poi rincarato la dose affermando la necessità di una riforma profonda del sistema educativo, ancora basato su e ancorato a una visione tayloristica, di stampo industriale, con sistemi e finalità che non hanno più aderenza con la realtà del mondo attuale. In questa operazione di rinnovamento le tecnologie potrebbero dare il loro contributo, ma starà solo agli insegnanti calibrare il sestante per definire la rotta giusta, perché sono loro che gestiscono il lavoro quotidiano in classe.

In sostanza, come sostiene anche Chomsky in questo breve suo intervento sull’argomento, la tecnologia è come un martello, che si può utilizzare per costruire come per distruggere: se non c’è un apparato concettuale all’interno del quale inserire l’utilizzo delle tecnologie, se non sono chiari gli scopi e le domande a cui il digitale dovrebbe rispondere, le tecnologie potranno anche risultare nocive alla conoscenza e all’apprendimento.

A questo proposito è molto interessante l’intervista apparsa su La ricerca a Michael Feldstein, un esperto di strumenti educativi digitali e di e-learning. In poche ma chiarissime parole, Feldestein prima di tutto ci rincuora un po’ dicendo che negli Stati Uniti non si è poi così avanti come spesso si tende a pensare e moltissimi insegnanti sono ancora piuttosto diffidenti nei confronti del digitale in classe. Per quanto riguarda invece le case editrici scolastiche, Feldstein afferma che “per le aziende è difficile capire a quali prodotti dare la precedenza o a quale velocità andare” e che “per gli editori di scolastica è particolarmente difficile progettare bene i prodotti digitali”. Il primo ostacolo che devono affrontare, dice Feldstein, consiste nel capire che gli insegnanti e  gli studenti devono ora risolvere problemi diversi rispetto a quelli che erano abituati a risolvere con i libri cartacei. Nell’intervista si parla anche di MOOCs e di Big Data ed è da leggere nella sua interezza.

Nel frattempo, la scuola digitale di Apple (ovvero i materiali didattici realizzati con iBooks Author) arriva anche in Italia (qui un articolo del Sole24ore). Della sedicente rivoluzione della mela morsicata avevo già parlato in un post scritto quando fu lanciato questo tool e devo dire che non ho cambiato molto la mia posizione, improntata a una diffidenza soprattutto riguardo al termine “rivoluzione”, ma probabilmente anche al termine “didattica”. Quindi rispetto a tutta l’operazione Apple, sostanzialmente.

Su tutto, comunque, pesa una domanda ancora irrisolta, che infatti è stata formulata anche nel convegno See-book: che cos’è veramente un ebook? Soprattutto nella didattica, questa è una questione ancora aperta, dal momento che il libro di testo è un materiale troppo complesso, articolato e ingombrante da poter non dico sostituire, ma anche integrare in maniera indolore (in termini di costi, di risorse, di professionalità impiegate) con una controparte digitale; e proprio in un periodo in cui si parla di “fine” o almeno (e sicuramente) di profondo cambiamento nelle abitudini di lettura (e, aggiungo io: di scrittura), è lecito pensare che il materiale didattico, già di per sé sempre più modulare,reticolare, flessibile, possa e debba essere completamente ripensato in maniera da una parte più narrativa e dall’altra più ramificata, multimodale e partecipata. Forse questo bel prodotto del NYT  (che vi consiglio di esplorare in tutte le sue pieghe) può essere d’aiuto nell’iniziare a immaginare i possibili percorsi che potrebbe imboccare il digitale per dare veramente un peso e un’impronta forte al proprio valore aggiunto e iniziare una storia tutta sua, sganciata dalla mimesi cartacea e legata più strettamente alle sue caratteristiche e potenzialità.

Tutto sta a capire se gli editori continueranno anch’essi nella loro teicoscopia o oseranno qualcosa di diverso da quanto fatto finora.

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