il self-publishing si racconta a Senigallia

Che cosa significa autopubblicarsi e quali sono le strade possibili, le prospettive future, le potenzialità da sfruttare e le trappole da evitare? A questi e ad altri interrogativi ha cercato di rispondere #ISPF2013, il Festival del Self Publishing voluto e realizzato dall’inesauribile fucina di Simplicissimus, che di self publishing si occupa direttamente attraverso una delle sue articolazioni, la piattaforma Narcissus.

ispf2013Il festival si è svolto in due giornate, il 19 e 20 ottobre, in una cornice che i giornalisti definirebbero “suggestiva”: il Foro Annonario di Senigallia, una struttura circolare che per due giorni ha ospitato gli stand degli espositori nel suo perimetro e, sul palco al centro, ha riecheggiato delle voci degli ospiti presenti: autori di Narcissus, certo, ma non solo: c’erano i ragazzi di 20lines, Mauro Sandrini e la sua Self Publishing  School, Emanuela Zibordi che ha parlato del modo in cui si possono realizzare insieme agli studenti libri digitali a scuola e, tra gli espositori, quelli del Menocchio e una nuovissima realtà del settore, PubblicarSÌ.com (per chi volesse saperne di più, qui può trovare le foto e qui lo storify dei tweet delle due giornate).

Senza togliere niente a nessuno, il clou del sabato sono stati i due interventi nel tardo pomeriggio: nel primo Carlo Annese, vicedirettore di GQ, ha parlato con Edoardo Brugnatelli dell’imminente entrata di Mondadori nel mondo del self publishing (qui ci sono informazioni per averne un’idea più precisa). Annese ha introdotto il tema individuando le tre ragioni per cui il self publishing può aiutare gli editori: la prima è l’individuazione dei nuovi talenti; la seconda è perché aumenta la circolazione di nuovi titoli e attenua il rischio sempre presente per l’editore alle prese con i nuovi autori; in terzo luogo, gli può dare importanti indicazioni sulla politica dei prezzi.
Da parte sua, Brugnatelli ha confermato che nell’era digitale l’editore deve considerare il self publishing un fenomeno inevitabile, che piaccia o no, e quindi capire bene come funziona.
Ma cosa può fare un grande editore come Mondadori per l’autore che intende autopubblicarsi? Qui Brugnatelli è stato meno chiaro, ma ha messo in evidenza alcune caratteristiche del self publishing su cui l’editore può far valere il suo peso, a partire dal vero problema del self publisher: la discoverability, in pratica la visibilità, la capacità di mettere il proprio titolo più in evidenza in quella vetrina sterminata e affollatissima che è il web. Questo dipende (anche) da quanto si parla del libro stesso, e dove prima c’erano le recensioni ufficiali, sempre meno influenti e seguite, c’è ora il cosiddetto (ancora un termine inglese, pardon) word of mouth, in pratica il buon vecchio passaparola, già importante nel mondo degli atomi e ancora più efficace in quello dei bit, dove la viralità è molto più rapida e penetrante.
Infine Brugnatelli fa un’interessante riflessione su come il self publishing può cambiare (e di fatto sta già cambiando) il concetto di scrittura, una scrittura che è, lei sì, digital native, nativa digitale, nel senso che il self publisher sa bene che il suo libro uscirà come ebook e quindi appronta sin dalla stesura  del testo una serie di accorgimenti, a partire dai link, che danno alla narrazione una traiettoria diversa, non più necessariamente lineare ma, per così dire, radiale e dove potenzialmente la parola fine può non corrispondere alla conclusione del testo vero e proprio. Inoltre, sono sempre più frequenti i progetti di scrittura collaborativa (vedi appunto 20lines), che sembra essere già una delle modalità più interessanti e più peculiari di questo fenomeno.

Il secondo intervento prima dell’attesissimo incontro con Alessandro Bergozoni è stato quello con Camille Mofidi, responsabile in Europa del progetto Writing life di Kobo, in pratica la piattaforma per self publisher del noto marchio di e-reader distribuito in Italia da Mondadori e Feltrinelli.
Si tratta di una piattaforma in 6 lingue, compreso l’italiano, progettata, dice Camille, da autori per autori, quindi particolarmente attenta alle esigenze di chi scrive.
Quattro i passi per vedere il proprio libro pubblicato: il primo è inserire i metadati del libro, poi il contenuto, segue l’indicazione dei paesi in cui si vuole venderlo e infine il prezzo di copertina che l’autore deciderà più congruo. Da parte sua, la piattaforma Kobo converte in epub ogni formato inserito dall’autore, converte il prezzo nelle varie valute a seconda dei paesi selezionati e calcola le royalties le quali, a partire da un prezzo di copertina di 1,99 €, sono del 70%. Inoltre, l’autore ha una dashboard in cui può vedere quanto, dove e come il libro viene venduto e tutta una serie di dati sulla rapidità di lettura e su quali parti del libro vengono sottolineate, evidenziate, commentate e twittate dai lettori. Il sogno (o l’incubo, a seconda dei punti di vista) di ogni scrittore, suppongo.

Se, come ha detto mirabilmente Bergonzoni alla fine della giornata di sabato, il mondo è un racconto da captare e raccontare e i narratori (“captautori”, secondo l’arguta definizione di Ciccio Rigoli) siamo noi, incaricati di (tra)scriverlo e quindi editarlo, ecco che #ISPF2013 acquisisce definitivamente senso e il cerchio si chiude.

Non resta, per chi vuole, che approfondire l’argomento attraverso due letture: una, in inglese, si chiede se il self publishing sia effettivamente la trasformazione più importante nell’industria editoriale; nell’altra, in italiano, ci si domanda invece a chi convenga veramente.  Si tratta di questioni a cui #ISPF2013 ha cercato di dare una prima risposta, ma sicuramente per una verifica più concreta dovremo aspettare, almeno in Italia, ancora qualche anno.

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