Houston, abbiamo avuto un problema: era un blogger dal Salone del Libro

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Il Salone del Libro quest’anno mi ha riservato piacevoli sorprese. Gli incontri a cui ho preso parte come spettatore nell’area “Book to the future” mi hanno dato interessanti spunti di riflessione e fatto fare due chiacchiere con persone che stimo e non vedevo da tempo.
Ma vado al dunque. Ho seguito il dibattito sui book blog, che è stato trattato da diversi eventi. Ciò indica che
i blog sono sempre più parte del sistema editoriale: un fattore che porta con sé alcuni vantaggi alla promozione della lettura e alcuni svantaggi per la misconoscenza da parte dei più delle regole base del diritto d’autore e di pubblicazione. Prova ne sono le diverse domande fatte dall’uditorio sul perché mai non si potesse usare del materiale disponibile in rete. Per fortuna a ribadire per l’ennesima volta come stanno le cose ci ha pensato Marco Giacomello con le sue slide.
Dato per assunto che i book blogger sono entrati a pieno titolo nel panorama editoriale, sia come generatori di contenuti, sia come megafoni consapevoli o meno dell’attività promozionale delle case editrici, sia come modello “pasionario e narcisistico” di presidio della cultura sul libro in rete, resta da definire quale sia il loro destino. L’intervento moderato da Effe “Book blog, editoria e lavoro culturale: cosa succede in Italia” è stato il più vivace e intellettualmente onesto e diretto a cui abbia partecipato, per le relazioni e per le chiacchiere generate post evento. Interessante il taglio di lotta di classe che volutamente è stato dato, interessante l’approccio filosofico e le domande poste, molto interessante l’individuazione delle 4 patologie che contagiano i book blogger (ufficiostampizzazione, autorefenzialità uroborica, segnalazionismo, anticipazionismo). Quale risposta nella pratica alla voglia di riconoscere norme e diritti adeguati a chi scrive di libri in rete? I diritti vanno di pari passo con i doveri. Il primo è la trasparenza dei contenuti e della loro origine. Se un blog pubblica una recensione di un libro che gli è stato gratuitamente inviato da un editore, è ragionevole che il blogger riporti l’informazione sul post. Nell’editoria medica è una prassi: se un medico scrive un articolo e per quell’articolo ha ricevuto un compenso da un’azienda farmaceutica, l’editore ha l’obbligo di segnalarlo, anche se quanto scritto dal medico non per forza è a beneficio dell’azienda. È chiaro che in quel caso c’è di mezzo la salute della popolazione e quindi la questione è assai seria, ma credo il modello sia replicabile per le questioni letterarie, anche quando non esiste compenso, ma solo il libro da recensire. Da tenere presente che il conflitto di interessi, come ben esplicitato da Effe nel suo intervento introduttivo, non riguarda solo quanto si riceve dall’editore in libri, ma anche altri tipi di relazione, come inviti a presentazioni, eventi ecc. Insomma, meglio sarebbe adottare una policy semplice e chiara per il proprio blog e comunicarla o metterla ben in evidenza sulle proprie pagine. Aggiungo che una segnalazione del codice etico di coinvolgimento dei blogger potrebbe ora essere opportuna anche per le case editrici. Non è necessario creare un bollino di “Book blogger verace”, ma è necessario, questo sì, giocare a carte scoperte, almeno in questa fase.
L’altro tema è il vil denaro connesso alla sopravvivenza e al riconoscimento del lavoro dei blogger: questione complessa, perché quando si inizia a lavorare gratis e per passione, molti deducono per proprio conto che quell’attività resterà gratuita, o quasi, per sempre. Perché non sposare allora il crowdfunding? Perché, richiamando quanto detto da Max Valentin, non permettere alle persone di prender parte ai progetto culturale che sta dietro un blog? Alcuni blog sono seguitissimi, fanno un’attività straordinaria (vd. ScrittoriPrecari) a favore del libro e della lettura. Credibilità, reputazione e professionalità ne guadagnerebbero, agendo direttamente sulle leve che oggi sfruttano il lavoro. Ne guadagnerebbe soprattutto il rapporto con coloro che seguono i bloggers. Esistono già esperienze vincenti all’estero.
Ultimo aspetto. Concordo con Morgan Palmas di SulRomanzo quando dice che non è sufficiente la passione per definire un buon blog letterario: è fondamentale l’aggiornamento. Dalla formazione passa la professionalità, il riconoscimento e la legittimazione della stessa. Non è questione di titoli (anche!), ma di strumenti. Se non so come si usa un’incudine, mica vado a ferrare cavalli, no? La credibilità di un book blogger che vuole definirsi tale, e non solo fare l’intellettualoide, si gioca anche sulla capacità di andare oltre il “mi piace”-“non mi piace”, il bello-brutto: ciò non toglie che la rete possa essere abitata da chi stronca Proust o Calvino. La rete accoglie tutti e ha maglie larghe.

L’impressione personale è che l’astronave dei blogger sia partita prima di calcolare la rotta per la Luna, ma è ancora in tempo per disegnare un buon allunaggio. Basta tirare le giuste linee sulla mappa dello spazio editoriale.

Quindi, cari book blogger, da domani alcune robe pratiche da fare: tutti on line con policy, dichiarazione di conflitto di interessi per ciascun post pubblicato, testa china su quel che può arricchire la formazione (sul serio) e applicazione di quanto utile a rendere trasparente e professionalmente ineccepibile la vostra attività in rete. Sempre che vogliate andare oltre la passione per i libri…

Ringrazio Effe, Marco, Ivan, Enrica, Clelia, Luca e tutte le persone incontrate per il tempo perso con me al Salone.

Salvatore Nascarella (@nascpublish)

13 thoughts on “Houston, abbiamo avuto un problema: era un blogger dal Salone del Libro

  1. Quello che mi stupisce della discussione sui blog letterari è l’ingombrante presenza delle gerarchie. C’è chi le afferma e c’è chi le nega, ma il risultato è lo stesso: stanno tutti a cercare definizioni e a mettere confini, a dire chi è meglio di che cosa. Non se ne esce.

    Secondo me la luce in fondo al tunnel sta in questo: nell’ammettere che l’argomento “blog letterari” non esiste. Per parlarne davvero bisogna io preferisco prescindere dal canale che usi (un blog o una bacheca su Pinterest, fa poca differenza) e dal contenuto che pubblichi (libri, ricette, recensioni di film), perché quello che contano sono le persone, e il motivo per cui stanno online.

    Se sei online per aiutare gli altri, e ogni volta che stai per postare qualcosa trovi una buona risposta alla domanda “in che modo questo è utile ai miei lettori?”, per me è ok, puoi pubblicare anche del contenuto per cui sei stato pagato, perché io ne trarrò comunque vantaggio (e anche tu, è un win-win).

    Se sei online per promuovere te stesso, creare un dibattito indipendente e no-logo che magari fa tanto rumore ma non mi fa crescere di un centimetro, allora alla fine preferivo che ti pagassero: così magari avresti avuto le risorse per ricercare e pubblicare del contenuto utile.

    • nascpublish ha detto:

      Sì, Enrica, hai ragione. Vale la pena estendere il discorso anche ai social network e agli altri canali di comunicazione su cui si muove il parlare di libri.

      Dichiarare le fonti di finanziamento diretto o indiretto è però, a mio parere, un atto di trasparenza necessario. Sarà poi comunque il lettore a decidere se quel contenuto è valido e veritiero, ma è bene essere espliciti. Cosa ci sarà mai da nascondere? Fa parte del rapporto di fiducia tra scrivente e lettore.

  2. Flores ha detto:

    A volte la mia sensazione è che i book blogger passino più tempo a parlare di se stessi che non dei libri che in teoria dovrebbero recensire, criticare ecc. Sarò io a essere proprio di un altro pianeta ma non riesco minamamente ad appassionarmi a questa vicenda dell’importanza dei book blogger, la trovo una questione ultrasecondaria. Se esistono non è perché se ne parli, ma per parlare loro di qualche contenuto, o mi sfugge qualcosa?

    • nascpublish ha detto:

      Se c’è dibattito sui book blogger e se ne parla in sedi istituzionali – il Salone è solo l’ultimo in ordine di tempo -, l’argomento non è più secondario. La stessa AIE (Associazione Editori Italiani) si è interessata al lavoro dei blog letterari in relazione all’incidenza che questi hanno nella promozione del libro. Qui riporto il link: http://bit.ly/117KZyZ
      Il punto non è se siano o meno importanti, ma quale ruolo abbiano o vogliano avere all’interno del settore editoriale e come questo possa essere valutato e riconosciuto.

      • Che se ne occupi l’AIE dal mio punto di vista è interessante fino a un certo punto. A un livello molto astratto è inevitabile che parlare di qualcosa generi vendite – ammesso che qualcuno ti stia a sentire ovviamente🙂

        Industrie diverse da quella editoriale hanno stretto rapporti con fan e appassionati da qualche tempo: quello che conta – più del blog – è che abbiano un seguito online. Loro ricevono un prodotto, se accettano ne parlano e le aziende guadagnano un po’ di visibilità (quasi) gratis. A volte magari ci sono progetti più concreti con compensi in denaro. In generale nessuno se ne stupisce, né chiede l’estratto conto a fine mese: si dà per assunto che i rapporti siano di questo tipo.

        Il vantaggio nel fare le cose è che poi si possono misurare i risultati con dati reali e di prima mano, e non serve commissionare ad altri studi di settore né ragionare per ipotesi. Tra l’altro l’esperienza serve a capire e a migliorare, aspettare serve – nel migliore delle ipotesi – a finanziare studi di settore.

        Il motivo per cui l’editoria opponga questa resistenza mista a sdegno, disincanto e “io la so lunga” a lavorare con fan e appassionati sinceramente mi è impossibile da capire: deve avere a che fare con l’aura dell’opera d’arte, con la letteratura, o qualcosa del genere.

  3. Confesso di aver letto frettolosamente, è molto tardi, e domani sarò impegnata e non penso di aver tempo di tornarci su, però da medico “in fieri” mi sento di sottolineare un aspetto:
    “Nell’editoria medica è una prassi: se un medico scrive un articolo e per quell’articolo ha ricevuto un compenso da un’azienda farmaceutica, l’editore ha l’obbligo di segnalarlo, anche se quanto scritto dal medico non per forza è a beneficio dell’azienda.”

    Per quanto sia d’accordo con te su alcune cose, il paragone non può assolutamente tenere.
    Non solo per le questioni etiche ma soprattutto professionali legate alla situazione (il blogger è un appassionato, non un professionista. A meno che non stiamo parlando di eccezioni. Mentre i medici pagati per fare il loro lavoro sono prassi, non eccezione), non solo.
    Non regge per il semplice fatto che il termine di paragone con il libro non è il compenso, ma il campione farmaceutico. Un medico che scrive di un campione farmaceutico ricevuto di certo non segnala niente in merito… Hai idea di quanti campioni ricevano gratuitamente i medici?
    Se si vuole fare un paragone tra un medico che scrive pagato da case farmaceutiche e un blogger, questo deve essere fatto su blogger che scrivono pagati da case editrici. Definire “pagamento” un libro omaggio – mero tentativo di aumentare le possibilità che quel dato blogger legga i libri della propria CE e quindi ne parli – mi sembra eccessivo…😉

    • Ciao!
      Grazie per il commento. Cercherò di fare qualche precisazione sulla frase incriminata.😉
      Avrei dovuto usare in termine “adattabile” e non “replicabile”. Detto questo, non è necessario ricevere un compenso in denaro per essere influenzato nei giudizi e nelle risposte, come ci ricorda la cultura del dono.
      Pur con tutti i distinguo del caso rispetto a quel che avviene nell’editoria medica, trovo corretto che un book blogger, anche se ha un blog solo per far conoscere al mondo le proprie passioni, sia consapevole del proprio ruolo pubblico e che di conseguenza sia trasaprente con i propri lettori: è fondamentale.
      Il libro è anche il compenso, perchè non spendo i soldi per comprarlo e leggerlo, ma mi viene inviato gratuitamente perchè ne parli, a differenza del campione del farmaco che il medico riceve, ma che in ogni caso non avrebbe pagato di tasca sua.
      Se il blog pubblicasse una pessima recensione di un libro ricevuto in omaggio dall’editore x, quest’editore quanto sarebbe ben disposto a inviare altri titoli da recensire al quel blogger? Se un editore, all’ennesimo invio della copia omaggio, non vede un post sul proprio libro pubblicato sul blog, continuerà a inviare copie a quel blogger?
      La questione ovviamente è più conplessa per chi viene pagato da una casa editrice per scrivere di un libro e mette in gioco più di una passione.

      Che male c’è nello scrivere al fondo di u n post “Ho ricevuto gratuitamente il libro che ho qui recensito dall’editore”, oppure “Sono stato invitato alla presentazione del libro dall’editore”, oppure “Ho ricevuto denaro per questa recensione dall’editore”? In editoria medica esiste questa bellissima espressione “Pubblicato con il contributo non condizionante di…”. Siamo su piani diversi (etici, economici, industriali) è vero, ma se chi ha inventato i mulini idraulici avesse pensato che non si poteva usare la ruota per fare la farina, dato che era già usata dai carri, saremmo ancora qui a pigiar grano con i mortai. Sono per l’abolizione dei compartimenti a tenuta stagna, con i dovuti adeguamenti e le fasi di sperimentazione.

      La discussione è aperta!

      In bocca al lupo per il tuo corso di studi e buon lavoro per il blog!

      • Ciao, grazie per la risposta!🙂 (e per i due in bocca al lupo, anche se i lupi mi piacciono, poveracci! :P)
        In realtà sono d’accordissimo con te, ho letto il libricino di eFFe (ne scrissi pure qualcosa: http://lepaginestrappate.wordpress.com/2013/04/01/un-ebook-per-cappuccino-i-book-blog-editoria-e-lavoro-culturale-di-effe/ – non voglio spammarmi, è semplicemente per non ripetere cose già scritte, in sunto: gli davo ragione per quasi tutto, tranne un paio di dettagli), ero presente alla discussione di domenica al Salone.
        Sono questioni interessanti. Però… ci sono un paio di però: il mio intervento qui sul blog, ma anche i pensieri sull’incontro, nascono dal fatto che mi sembra che la discussione interessante si stia infilando un po’ in un tunnel meno interessante e decisamente angusto. Forse anche perché alla fine le voci che si sentono sono sempre le stesse, quelle interessate direttamente tacciono, e il dibattito ha un respiro un po’ asfittico.
        Il discorso dei libri omaggio è un aspetto, ma nemmeno tanto profondo: è vero, criticare un libro omaggio è più complesso, ma dipende di chi stiamo parlando… il prezzo della marchetta di un blog collettivo è qualche copia di libro aggratis? Santocielo! Poveracci! Si svendono per poco. Se persino io, che non navigo certo nell’oro, che ho un blog personale con ottimo traffico ma comunque limitato per la sua natura personale, so che se voglio leggere non ho certo bisogno che qualche casa editrice mi invii volumetti al 90% tremendi, sono certa che chi della letteratura vuol far professione stima il proprio prezzo a qualcosa di più. Se non lo fa, il suo apporto in termini di qualità a quel blog sarà dello stesso valore.
        Francamente, SI VEDONO i blog marchettari.
        Quelli individuali sono al limite del cartello luminoso al posto del banner.
        Quelli collettivi… Mi fido dei consigli di pochissimi blog collettivi (c’è pochissima critica, molti adoro adoro adoro, molte esaltazioni, carinerie, una difficoltà a individuare un’identità), ne considero veramente validi meno di cinque. Uno dei validi/storici/piùseguiti ultimamente sta a braccetto con una grossa casa editrice, e si vede lontano un miglio: prendo i loro contributi con le pinze e leggo i loro articoli quotidiani sempre più raramente. Non ne hanno mai fatto cenno, ma si vede…
        Il libro gratis per un medico a mio parere rimane il farmaco omaggio, perché il pagamento dell’articolo va già su un aspetto professionale, mentre la marchetta è un calderone che solo ad annusarlo ti viene la nausea, posso assicurartelo: di certo i medici non si valutano coi dieci euro di un libro gratis, ma ben su altri prezzi, e qualsiasi dicitura su articolo scientifico vale fino a un certo punto.
        I blog che si svendono per così poco, invece, si affossano da soli: una critica positiva ingiustificabile, una marchetta evidente, tolgono credibilità in un batter d’occhio; ed è difficile riacquisirla.
        Sono più che d’accordo sulla trasparenza, ma ancor più sull’onestà dell’approccio ai libri. Finché persino chi dibatte della questione pone come prezzo di marchetta la copia gratis di un libro, questo sarà il prezzo di marchetta. Un po’ triste, no?

      • Inoltre, questa è un’opinione personale, mi è parso che uno degli aspetti su cui la discussione si sta affossando è che si tende a dare molte definizioni di blog e blog letterari riferite a un modello (più o meno esistente ed identificabile in un paio di blog, più o meno ideale), di appiattire la molteplicità verso dei canoni, degli standard, dei parametri.
        Già la stragrande maggioranza dei blog sono pallosi/banali/piatti/poco accessibili, se poi si vuole levare pure quel po’ di pepe personale è la fine…
        Resto dell’idea che si possa discutere su tanti aspetti, ma sulla lunga distanza è la qualità che la vinca. Senza per forza intenti (quello di “insegnare cultura” è al limite del presuntuoso, secondo me), canoni e regole, parametri per definire il buon “blog letterario” (che magari, molti dei blog che trattano libri non vogliono proprio esserli, dei blog letterari).

      • nascpublish ha detto:

        La qualità del contenuto pubblicato sta alla base. Mi piace darla per scontata, altrimenti la partita è persa in partenza.🙂

        Quel che suggerisco nel post non è la standardizzazione/appiattimento dei blog letterari. Anzi, ben vengano creatività e diversità.
        Il contenuto dei post è responsabilità di chi lo scrive. Se vuole, un blogger può anche scrivere un post al contrario.
        La questio però è sottile. Se ad esempio una blogger culinaria scrivesse “per questa ricetta usate la mozzarella della ditta x” perchè ha ricevuto una fornitura gratis dal caseificio citato, sarà pur poveretta a svendersi per così poco, non farebbe solo un’opera di trasparenza nei confronti di chi la legge dichiarando l’origine di quel dettaglio? Poi magari è la mozzarella più sfiziosa del mondo, ma dichiarare il “conflitto di interessi” mi sembra cosa buona e giusta, anche perchè in altro modo non è spesso così palese a tutti che nella realtà dei fatti quell’affermazione null’altro è che una promozione, una pubblicità.

        Resta sempre da tenere presente che la rete non è di per sè buona e che certi giochi presenti nella realtà fisica si riflettono in quella virtuale. Per questa e altre ragioni, meglio mettere i puntini sulle “i”. Non costa nulla.

        La qualità paga, ma non sempre vince. In altro modo non si spiegherebbero molte cose che accadono nel nostro amabile Paese.😉

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