l’ebookcamp sulla scuola digitale, tra dubbi e cattivi pensieri

scuola-digitale_locandinaLo scorso fine settimana a Cosenza si è tenuto il quarto ebookcamp organizzato da Simplicissimus Book Farm, questa volta dedicato alla didattica e alle nuove tecnologie. Non ho potuto partecipare di persona all’evento, ma l’ho seguito un po’ in streaming e soprattutto via tweet (una breve ma efficace sintesi la trovate comunque qui, mentre qui potete guardare un servizio di Metro tv dedicato alle due giornate). Tra le cose reperibili in rete e in effetti più interessanti c’è stato l’intervento di Sandra Troia su cittadinanza digitale e i requisiti su cui basare un modello di educazione che vada in questa direzione (qui le slide relative), e la presentazione da parte di Garamond di EDUCLOUD, un ambiente per la produzione di contenuti didattici aperti. Da parte sua, Simplicissimus ha elaborato un’applicazione web per le scuole (se ne parla in questo articolo sul fattoquotidiano.it). Presente anche Emanuela Zibordi, che ha presentato la sua esperienza didattica con l’iPad in classe e del suo libro Testi scolastici 2.0, che raccomando a tutti coloro che vogliono capire meglio come si potrebbero usare le tecnologie a scuola in modo funzionale. Da seguire da vicino anche EPUB Editor, un ambiente online per realizzare ebook in formato ePUB3.

Tutto molto interessante, sicuramente. Ma da un po’ di tempo sto maturando un ragionamento che recentemente ho trovato espresso anche in un articolo dal titolo eloquente: More Work For Teacher: The Ironies of Educational Technology (più lavoro per l’insegnante: l’ironia della tecnologia didattica). In pratica, a me sembra che tutte queste piattaforme, questi ambienti virtuali, se da un lato sono indubbiamente una risorsa preziosa per l’insegnante e lo studente stesso, che hanno la possibilità di entrare in un contesto didattico molto più stimolante e coinvolgente, non più erogativo ma condiviso, dall’altra necessitano di un notevole lavoro extra da parte del docente che sinceramente non so quanto potrà risultare allettante.
Con questo non voglio certo dire che non si debbano usare le tecnologie, ma piuttosto che, così come sono ora proposte, queste piattaforme e questi ambienti di apprendimento (e insegnamento) offrono alcune soluzioni ma poche risorse, mettono a disposizione un contesto più che un metodo e soprattutto lasciano un po’ gli insegnanti in una terra di nessuno, con un piede nel digitale e tutto il resto del corpo ancora presumibilmente nel mondo analogico. Ecco perché ritengo utili manualetti pratici come quello di Emanuela, ecco perché mi piacerebbe vedere gli editori operare (vista l’assenza del Ministero preposto) nella formazione prima ancora che nell’offerta di ambienti o strumenti digitali.

Ma forse sono cattivi pensieri, tetri e bislacchi di una sera un po’ così. Forse i fatti smentiranno presto i miei dubbi. Ma fino al momento della smentita, penso permarranno intatti, dubbi e cattivi pensieri.

 

7 thoughts on “l’ebookcamp sulla scuola digitale, tra dubbi e cattivi pensieri

  1. noa ha detto:

    Sono d’accordo con Alessandro (che ringrazio per aver citato DidaSfera) sul fatto che sia un post prezioso: offre spunti di riflessione interessanti.
    Le tecnologie aiutano, facilitano, ma raramente ci fanno lavorare di meno e, soprattutto, non ci rendono più bravi tout court. Ci danno un’occasione per imparare qualcosa di nuovo, anche solo un modo di fare diverso, spesso invogliati dalla possibilità di fare cose che prima non avremmo avuto modo di realizzare o di divulgare.
    Nel caso degli insegnanti sono convinta che la tecnologia aumenta il lavoro (anche solo pensando alla compilazione del registro elettronico) a fronte, però, di indiscutibili vantaggi*.
    In effetti mi piacerebbe discutere con Alessandro del perché pensa che il progetto DidaSfera non tenga presente i due fattori che segnala, e che condivido – se ho interpretato correttamente.
    DidaSfera infatti dovrebbe, nelle nostre intenzioni, offrire un testo che è pubblicato sì da una casa editrice ma che non definirei “confezionato” nel senso tradizionale: la sua liquidità consente al docente di frullarselo come vuole🙂 anche con altri testi o con materiale suo.
    Nello stesso tempo offre dei contenuti di tipo editoriale (corretti, revisionati, corredati di apparati didattici e di asset multimediali e multicodali) che dovrebbero accontentare anche gli insegnanti che non hanno tempo o voglia di crearseli. O quelli che, come me, credono ancora nell’autorialità e nell’autorevolezza di un testo scolastico, anche se digitale.
    Didasfera ha appena un anno, i contenuti visibili non sono ancora tantissimi (abbiamo una marea di cantieri aperti e testi in lavorazione nascosti) e quindi alcune caratteristiche (navigazione semantica e percorsi multidisciplinari e transdisciplinari) non sono ancora molto percepibili, ma se ho interpretato bene Marco quando dice “offrono alcune soluzioni ma poche risorse” penso che Didasfera possa offrire molto da questo punto di vista.

    *Sono felice di leggere un post nel quale, come vantaggi dei contenuti digitali, non si parla di peso/costo ma di “contesto didattico molto più stimolante e coinvolgente, non più erogativo ma condiviso..”

    • Carissima Noa,
      scusa se spesso porto ad esempio Didasfera, magari “stressando” un po’ le posizioni. Il fatto è che Didasfera è il progetto più innovativo che conosco e quindi lo uso come riferimento-idealtipo del versante “innovazione spinta”.
      Ma in realtà il mio discorso fa riferimento più che altro alla empasse in cui si trova la fascia mediana (editori e altri produttori di contenuti) di fronte a un panorama molto polarizzato. Magari sbaglierò… ma l’impressione è proprio che grande parte della classe insegnante non ne voglia sapere (e ci sono anche motivi tecnici, i.e. la banda larga è scarsissimamente diffusa) di selezionare/organizzare/costruire percorsi. Preferisce fare affidamento alla tradizione. Da quel lato le case editrici tradizionali si trovano in imbarazzo, perché sono “obbligate” a saltare nel digitale, ma non sanno come fare per conservare/ non intimorire il 90% (esagero?) degli insegnanti “conservatori”. A parte tutte le paranoie sui diritti/copyright… ma questa è un’altra storia.
      Insomma, le domande di @mediadigger sollecitano riflessioni, anche perché siamo in un momento di progettazione e qualche discussione, anche tra i dinosauri, si sta facendo.

      • noa ha detto:

        Sì, penso che la situazione nelle scuole sia quella che descrivi, le cose sono così e a volte anche peggio: un paio di giorni fa ero al telefono con la vicepreside di una scuola 2.0 che ha definito i colleghi “rabbiosi”. Dopo anni di demolizione sistematica della scuola, anni di politiche diffamatorie nei confronti dei docenti che la rianimano grazie al volontariato e a miracoli di alta acrobazia, anni durante i quali la figura dell’insegnante è stata defraudata di ogni tipo di riconoscimento sociale, ecco, dopo tutti questi anni gli insegnanti sono diventati “rabbiosi”.
        È davvero preoccupante perché la rabbia non unisce ma divide sempre di più.
        E noi che a differenza degli editori tradizionali cerchiamo di sperimentare con le scuole ci troviamo spesso davanti insegnanti stanchi e demotivati. E il boicottaggio degli insegnanti “conservatori” nei confronti degli colleghi più innovatori è sempre più sfacciato.
        E sto parlando di scuole dove non ci sono problemi di hardware e di banda: una tristezza.
        Epperò nel suo post Marco parla sia di cittadinanza digitale che di formazione ai docenti e le due cose sono, a parer mio, strettamente legate (per questo invitammo Giorgio Jannis a parlare di cittadinanza digitale agli insegnanti durante l’ebookfest). Dobbiamo cercare di non abbandonare gli insegnanti a metà del guado (o in terra di nessuno ;)).

  2. Post prezioso perché (ti) poni domande che spesso sono eluse dai piccoli e grandi giocatori di questa partita. Partiamo dal vertice, cioè dal ministero. Quello che dici è vero, l’incedere dei vari ministri (e burocrati) è spesso unidirezionale e sembra guardare alle “tecnologie” come a oggetti miracolosi. Vogliono digitalizzare la scuola, ma continuano a tagliare il minimo indispensabile (l’edilizia, le infrastrutture, le dotazioni, le retribuzioni degli insegnanti). Nel frattempo paracadutano lim e tablet sulla testa di più o meno ignari studenti e professori.

    Gli insegnanti, dal canto loro, si stanno polarizzando tra gli entusiasti (per esempio Emanuela Zibordi, che citi e che ho intervistato: http://goo.gl/wsbtu) e gli scettici/refrattari.

    Il livello mediano, editori e “produttori o distributori di contenuti”, si muove un po’ alla cieca. Soprattutto gli editori scolastici non sanno che pesci prendere: puntare decisamente sul digitale “avanzato” significherebbe accontentare gli entusiasti ma allontanare gli scettici.

    Tra l’altro ho l’impressione che gli entusiasti semplicemente non vogliano i testi confezionati dalle case editrici, mentre gli scettici preferiscono ancora avere – scusa l’espressione – la pappa pronta (lezioni, powerpoint, verifiche, soluzioni…). Non condanno gli scettici, perché dopo un decennio di manovre tese a deprimere e demotivare gli insegnanti, aspettarsi che costoro si facciano carico di un carico di lavoro molto oneroso – gratuitamente – mi sembra davvero troppo.

    Esperimenti come quello( interessantissimo) di Didasfera secondo me non tengono tanto conto di questi fattori. Simplicissimus pare progetti un’integrazione tra il self-publishing, un ambiente di apprendimento e i testi d’autore. Ottimo, ma che cosa c’è di veramente differente da una piattaforma open come Moodle?

  3. “Ecco perché ritengo utili manualetti pratici come quello di Emanuela, ecco perché mi piacerebbe vedere gli editori operare (vista l’assenza del Ministero preposto) nella formazione prima ancora che nell’offerta di ambienti o strumenti digitali.”
    Sono d’accordo. La formazione di chi poi gli strumenti li deve usare dovrebbe venire prima di tutto. A cosa serve un ambiente per l’apprendimento online se l’utilizzo poi risulta oscuro a docenti e discenti?

    • noa ha detto:

      Lasciami spezzare una lancia (piccolina eh!) a favore del Miur.
      A mio parere l’azione “Editoria Digitale Scolastica” lanciata dal ministero è un atto di coraggio che, infatti, nessun editore tradizionale ha raccolto.
      La vicenda non è ancora chiusa e quindi non posso riferire quello che ho avuto modo di vedere e neppure di commentare (e forse mai lo farò), ma sono convinta che il ministero si sia spinto oltre la reale possibilità di molte delle scuole coinvolte di sostenere la sfida, e questa considerazione nasce a prescindere da chi ha vinto o perso le gare lanciate dalle stesse.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...