La lunga (e faticosa) strada delle tecnologie nella didattica

Se vi chiedessi se è meglio insegnare solo per iscritto o solo oralmente, direste che è una domanda stupida. Ma non è altrettanto ozioso chiedersi se l’uso della tecnologia in classe è meglio del libro di testo cartaceo e della lavagna tradizionale?
Questo in sostanza è ciò che afferma questo breve ma incisivo post, che bolla la questione come “pointless”, cioê insensata e dice:
“Bisogna avere una buona ragione per non usare strumenti che oggi sono quotidiani come un tempo lo erano libri e lavagna di ardesia” (…) “Si tratta di imparare a usare i media nel modo più appropriato al contesto“.

Poi ci si imbatte in articoli come questo intitolato (alquanto insesatamente, per restare in tema) L’iPad? Meglio di una maestra per capire che la strada verso il binomio educazione e tecnologia almeno da noi è ancora lunga e in salita.

Inconsapevolmente ribatte al precedente articolo questo post (in inglese) intitolato L’iPad non può migliorare l’apprendimento senza un buon insegnamento. L’iPad, sostiene giustamente l’articolo, ha un app per qualsiasi cosa; responsabilità  dell’insegnante è quella di indicare allo studente cosa usare per gli scopi che gli vengono posti.
Insomma non si tratta di digital divide, quanto di digital use divide, dal momento che i giovani usano molto la tecnologia ma in modo quasi del tutto circoscritto alla loro sfera personale-esperienziale, mentre a scuola dovranno (dovrebbero) imparare a usarla per imparare. O meglio, per imparare a imparare. E infatti la seconda parte del post dà preziosi suggerimenti su come potrebbe essere sfruttato il tablet per prendere appunti, fare mappe concettuali e tutta una serie di operazioni utilissime non solo per la carriera scolastica.

E allora perché i docenti non usano la tecnologia? Se lo chiede anche l’autore di questo articolo, che al primo posto mette la semplice paura, o meglio la cosiddetta tecnofobia, di cui sembra siano affetti precipuamente gli insegnanti, giovani o vecchi che siano. Ma posso assicurare che non è sempre così.
Un punto, tra quelli individuati, mi sembra invece particolarmente significativo: il fatto che la tecnologia venga vista più come un intrattenimento che non come uno strumento di apprendimento. Punto su cui riflettere, senza dubbio.

Detto ciò, va anche detto che gli stessi studenti non amano molto usare  ebook e tablet; alcune ragioni di un tale atteggiamento vengono enucleate in questo post che evidenzia alcuni aspetti senza dubbio importanti, come il fatto che non tutti i libri di testo sono reperibili in forma digitale e che le restrizioni (leggi: i sistemi proprietari) ostacolano molto l’acquisto. Vengono così a mancare due dei presupposti fondamentali e peculiari del libro digitale, l’accessibilità e la reperibilità, ai quali aggiungerei  una annotazione: molti dei cosiddetti testi digitali in circolazione sono poco più che pdf, quindi una piatta trasposizione del cartaceo senza valore aggiunto. In questo modo non si sfruttano le tante potenzialità del mondo dei bit, tra tutte menziono solo la granularizzazione dei contenuti, la personalizzazione dei percorsi e la scalabilità. Per non parlare della multimedialità e multimodalità che permette di adeguarsi a molteplici stili di apprendimento.

Infine, sorge senz’altro spontanea la domanda: ma cosa dovremmo insegnare/imparare grazie alle tecnologie applicate alla didattica?
Ce lo dice un articolo intitolato appunto What should be teaching? che esordisce con la frase “ciô che abbiamo insegnato e come lo abbiamo insegnato non ha rilevanza nel mondo di oggi”; segue quindi una serie di nuovi skill (nuovi se si parla di scuola) che il digitale potrebbe contribuire a far sviluppare nelle nuove generazioni: pensiero critico e soluzione dei problemi; collaborazione e quella “intelligenza connettiva” di cui De Kerchove è uno dei fautori e profeti; agilità di pensiero e adattabilità; fare uso dell’insuccesso ritessendo nuove strategie di apprendimento; curiosità e immaginazione.

Si tratta in pratica di mettere a disposizione un ambiente di apprendimento analogo a quello vagheggiato dalle recenti ricerche neuroscientifiche: un ambiente vario e stimolante in cui lo studente sia attivo e allo stesso tempo guidato in un percorso personale quanto più vicino alle sue esigenze e alle sue capacità cognitive. Per quanto riguarda l’ingresso delle neuroscienze in classe, leggete qui.

Ovviamente le tecnologie applicate alla didattica non sono una bacchetta magica o una panacea in grado di guarire i mali del mondo educativo; come tutti gli strumenti, devono essere ben usate, ben dosate e ben calibrate senza mettere da parte il mondo degli atomi, al contrario: la cosiddetta pedagogia ibrida  (qui un sunto interessante del concetto di hybrid pedagogy) cerca di combinare  il meglio dell’insegnamento reale con il meglio di quello virtuale, i quali possono insieme rilevarsi il connubio giusto per ottenere ciò che finora una pedagogia incompiuta non ha saputo realizzare appieno.

La prima immagine l’ho presa da qui, la seconda da qui.

Articolo correlato: “Gli studenti non amano gli ebook? Non hanno torto

8 thoughts on “La lunga (e faticosa) strada delle tecnologie nella didattica

  1. Sono tutte considerazioni valide. L’insegnante che approccia all’utilizzo delle nuove tecnologie deve porsi queste domande. Personalmente risolvo sinteticamente la questione che le ICT permettono un approccio didattico costruttivista e connettivista, condizione che in parte si potrebbe raggiungere senza ICT ma che con queste è ampiamente potenziato. Certo è che se non ci si schioda dalla didattica erogativa e funzionale alla raccolta di voti tendenti alla standardizzazione e all’omologazione (così come è tante volte oggi la scuola), risulta difficile integrarle ed utilizzarle al meglio, anzi, a mio avviso sono controproducenti. Sugli e-text ho la mia opinione che porto avanti da tempo: i libri si creano strada facendo con la collaborazione di docenti e studenti. Il testo è il PRODOTTO del processo e non una “cosa” data a priori, magari scritta da altri senza che sia calata nel contesto. Comunque è dura🙂

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