alcune riflessioni sul self-publishing

Era da un po’ che volevo palrarne e, come spesso accade, Giuseppe Granieri mi ha anticipato coprendo l’agomento molto bene e con dovizia di link, ieri su La Stampa.

Non si tratta certo di un argomento nuovo, io stesso ne ho parlato già più volte anche con interlocutori più esperti di me (tra tutti, Mauro Sandrini e Luca Lorenzetti) e in generale questo blog è disseminato qua e là di riflessioni, breve o lunghe, sull’argomento self publishing.
Tuttavia, anche in seguito a questo post che in sostanza dice che per ora il fenomeno non sta assolutamente intaccando il business dell’editoria a pagamento, mi sembra giusto fare un attimo il quadro della situazione:

a) Il self publishing  digitale non è un fenomeno di breve-medio periodo. Come ho detto già altre volte, prima si deve creare un mercato e perché esista mercato si deve formare il lettore, e il lettore si sta formando gradatamente, con molta cautela, come è naturale in questi frangenti di estrema fibrillazione editoriale e incertezza sul futuro (ma anche sul presente).

b) Guardando gli esempi di oltreoceano e oltre Manica, mi sembra si possa dire che esistono sostanzialmente tre strade per il self publishing:
– l’autore esordiente desidera vedere pubblicato il proprio capolavoro (ogni scarrafone, si sa…) e dopo vari rifiuti o richieste di denaro, decide di farlo autonomamente (vedi i tanti che sfruttano già da tempo piattaforme come Lulu).
Sembra, a detta di quasi tutti, la scelta più perdente (vedi i link nell’articolo di Granieri succitato, ma si tratta di cose scritte altrove – anche qui -mesi e mesi fa). L’esordiente assoluto deve faticare moltissimo per rendere visibile il proprio lavoro e deve saper usare benissimo blog e social network (e a questo riguardo citerei il caso italiano di Alice senza niente). Non è cosa da tutti, e soprattutto un carico di lavoro tale che non può prolungarsi molto (infatti penso proprio che d’ora in poi Pietro De Viola si affiderà – anche – all’editoria tradizionale, per i prossimi suoi libri).
– L’autore self publisher di successo (caso non così frequente come si pensa), dopo due o tre best seller, decide di rivolgersi ad un editore “tradizionale”: fece scalpore la scelta in tal senso di Amanda Hocking e quella, in senso contrario, di Berry Eisler, che ci porta alla terza strada;
– L’autore cartaceo di successo che passa al self publishing, forte di un consistente pubblico di riferimento che lo segue. In questo caso l’autore di successo può decidere di passare al self publishing magari continuando anche in parte la strada cartacea e configurandosi così come scrittore ibrido, di cui avevo letto e scritto tempo fa.

In ogni caso la si veda, mi sembra evidente che ci siano alcuni punti fermi:
– il self publishing richiede un grande lavoro di promozione, nei social media e fuori: l’autore deve essere il miglior promotore di se stesso e del proprio lavoro e quindi avere auspicabilmente una buona comunità online a cui rivolgersi, o saperla creare in maniera abile, con continuità e una presenza attiva nel web sempre pronta a trasformarsi in presenza fisica per un reading o un incontro concreto con il pubblico.
– Data la difficoltà del punto precedente, la disintermediazione dell’editore significherà sempre di più l’attivazione di servizi editoriali articolati e integrati, allo scopo di dare al libro quella qualità e quella professionalità sotto il punto di vista grafico, promozionale e soprattutto letterario, che solo l’occhio esperto di un editor capace, l’esperienza di un grafico di mestiere e la conoscenza della comunicazione di un esperto del settore possono dare.
In pratica, si ricreerebbe la catena di produzione (ma non di distribuzione) che era propria dell’editore, ma questa volta in mano all’autore, padre-padrone del proprio lavoro letterario.
Per quanto riguarda i conti in tasca all’autore, li ha fatti benissimo tempo fa il Duca, al cui pezzo rimando volentieri. Anticipo che dall’analisi, molto verosimile, del Duca, i margini di guadagno ci sono, a patto che però il libro sia di qualità e l’autore abbia l’umiltà  sufficiente di affidarsi a chi ne sa più di lui, non solo di marketing o di grafica, ma – incredibile dictu – anche di scrittura, o meglio di editing,  un mestiere sempre più in estinzione e proprio per questo prezioso.

L’immagine è tratta da qui

8 thoughts on “alcune riflessioni sul self-publishing

  1. ciao, credo non esistano ricette..io direi self ma non del tutto. ecco la mia testimonianza.

    sono prima di tutto una comunicatrice, nata ai tempi dell’editoria cartacea, e da poco una scrittrice esordiente. ho raccolto in un piccolo libro le memorie della gente per un luogo speciale vicino a dove abito. Mi sono procurata una prefazione, chiesto note storiche, scattato foto, commissionato illustrazioni, coordinato la grafica e l’impaginazione, ho trovato un piccolo editore nazionale con cui collaborare (abbiamo diviso gli oneri) perchè mi garantisse anche una visibilità in librerie a cui non potrei mai direttamente arrivare.

    Mi sono impegnata personalmente a diffondere il libro nella mia provincia, mi sono alleata con enti locali per presentazioni, con amici scrittori e giornalisti per ricadute sui media, con librerie per adottare libro in conto deposito, ho proposto ad una scuola di teatro di trarre dal mio libro una pièce teatrale, che è stata poi rappresentata in cinque piccoli teatri della mia provincia. ho raccolto in un sito tutta l’esperienza: http://www.illavatoioracconta.com

    Risultato: oltre 500 copie vendute in sei mesi e una notorietà locale importante. la mia casa editrice mi ha affidato il ruolo di lanciare una collana “voci dal territorio” all’interno del suo catalogo. ora la sfida del mio libriccino è uscire fuori dell’ambito provinciale e sto studiando come possono aiutarmi i social network. in conclusione: un percorso autoformativo e stimolante, non sempre in discesa certo, ma che mi ha dato alcune consapevolezze e soprattutto mi ha aperto nuovi orizzonti e relazioni. ora sto pensando al mio prossimo libro…. aspetto anche i vostri suggerimenti!

    un caro saluto
    carla

  2. Ciao Marco,

    come al solito il tuo articolo è chiaro e preciso. Fondamentalmente sono d’accordo con tutto quello che scrivi.

    Anche io mi sono interessato al self-publishing, non necessariamente perché un giorno autopubblicherò – ma non lo escludo, ma perché mi sembra un fenomeno importante, che esploderà, e che, come al solito, in Italia viene o frainteso o deriso.

    Ed è questo su cui vorrei porre l’attenzione: la “non-innocente” confusione che in Italia si fa tra un sano sel-publishing e tutte le altre forme che richiedono la partecipazione di terzi, da una casa editrice a pagamento a miolibro.it.

    Il self-publishing, lo dice la parola stessa, è quando l’autore si autopubblica (“goes indie”) e cioè, saltando la casa editrice, si rivolge a figure professionali, come editor, grafico e guru del marketing, per pubblicare un proprio romanzo da solo. E questo lo fa per scelta propria e non per scelta di altri (cioè non perché è stato rifiutato da tutti).

    Il discorso è lungo, ma il mio punto è molto semplice: il sano self-publishing ha una sua dignità e noi in Italia, esclusi pochi, ancora non l’abbiamo capito.

    • marco ha detto:

      Arturo, purtroppo in Italia non l’abbiamo capito perche’ troppi ancora sono gli autori che decidono di autopubblicarsi per vanita’ e non per necessita’. Almeno secondo me.

      • ” troppi ancora sono gli autori che decidono di autopubblicarsi per vanita’ e non per necessita’”

        Beh, sì, questa è decisamente una ragione. E poi c’è profonda ignoranza. Da parte di tutti. E a volte, questa ignoranza è “colpevole”.

        Vedrai, in futuro avremo anche noi un signor esempio di self-publishing e allora, forse, le cose cominceranno a cambiare.

        Sono ottimista.

  3. Tralasciando il panorama italiano, dove si parla di self-publishing come una guerra di religione e come una pratica di liberazione, contrapposta alla figura autocratica dell’Editore, vale forse la pena pensare a cosa accade sul mercato americano. Al Digital Book 2012 mi ha particolarmente colpito l’intervento di Bella Andre, autrice di romance all’americana, bestelling author con la saga dei Sullivan ($4.99 in su, vale la pena di notare), approdata sul KDP dopo una laurea in economia a Stanford. Nel raccontare l’inaspettata fortuna dei suoi titoli, ha illustrato la squadra di cui si avvale per sfruttare al massimo il proprio brand: si parla di un impegno di almeno trenta contractor tra grafici, correttori di bozze, editor, impaginatori (pare che servano, se vuoi ottenere un prodotto all’altezza delle aspettative dei lettori), marketing (che non significa solo stare sui social network) e contabilità (si parla di soldi seri, dopotutto) nonché un impegno completo e costante del proprio tempo nel promuovere se stessa e i suoi libri. Praticamente una casa editrice sparsa qua e là, un team di freelancer che, a un prezzo immagino competitivo, ricostruiscono le competenze di una casa editrice. Non parliamo di una Beautiful Mind che, sola contro tutti, libera il proprio talento inespresso, trattenuto dalle maglie dell’ortodossia editoriale. Non parliamo di “guerrilla marketing” da cinquanta copie. Parliamo di un prodotto concepito, scritto, proposto in vista dei gusti del pubblico, e parliamo di un prodotto eccellente.

    Per conto mio, ho quest’idea un po’ romantica che fa del libro un oggetto un po’ diverso da una inesorabile macchina da soldi, luogo di scambi economici tra professionisti alla disperata ricerca dell’ultimo lettore rimasto (che a ben vedere, vista la sua rarità, potrà ben pensare di vendere anch’egli il proprio servizio di lettore, chiudendo definitivamente il cerchio). E ho quest’idea bizzarra nonostante sia un grande sostenitore degli ebook e sostenga da tempo che la figura dell’editore sia destinata a cambiare.

    • marco ha detto:

      Gabriele, che dici, si configura un modello di “casa editrice estesa” o meglio scomposta nei suoi servizi editoriali che diventano piu’ indipendenti dalla casa base e servono autori senza legarli al marchio?

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