la pirateria è un ingranaggio scomodo ma inevitabile

Un paio d’anni fa avevo letto su Futurebook un simpatico e intelligente articolo intitolato Is all piracy bad piracy? che ripercorreva brevemente la storia della cosiddetta pirateria, dimostrando che le sue origini sono le stesse della stampa gutenberghiana. Da John Milton a Benjamin Franklin fino al contemporaneo Paolo Coelho (per non parlare di Colin Doctorow), l’articolo riportava i casi più eclatanti in cui l’autore stesso è “pirata” ma non per questo danneggia la letteratura o il sistema editoriale, al contrario.

Se ne è parlato anche a IFBOOKTHEN 2012 e a mio parere uno degli interventi più interessanti (se non il più interessante) è stato quello di Timo Boezeman (editore olandese e demiurgo proprio del sito Futurebook di cui sopra) sulla pirateria: “Inside Piracy: what we can learn from pirates“. Potete vederne le slides qui, mentre qualcosa di più lo trovate sullo Storify dell’intero evento milanese. Boezeman ha esordito con la frase “La pirateria non è rubare. Se lo vedete come tale avete un problema”, catturando subito l’attenzione dei presenti.  Ha continuato poi invitando gli editori a non combattere la pirateria ma piuttosto a investire per dare alternative valide e legali e per fare libri di qualità e ben fatti.
In un mondo dove il digitale porterà ad una (ulteriore) ipertrofia editoriale e l’attenzione sarà la valuta più preziosa, “the real problem is obscurity, not piracy”.
Perché infatti un libro viene piratato? Principalmente per due ragioni: perché è troppo caro o è difficilmente reperibile. O forse, addirittura, perché la copia piratata è fatta meglio dell’originale (un caso meno raro di quanto si pensi).
E’ evidente che le leve da manovrare sono quindi tre: il prezzo, la qualità e la visibilità. Visibilità che significa anche metadati ben fatti, perché il titolo sia reperibile attraverso diverse chiavi di ricerca. Non è un lavoro facile, ma gli editori sono quelli che possono farlo meglio. Per questo secondo me non devono avere paura, ma solo adattarsi al nuovo mondo e non entrarci come si entra in una casa infestata dai fantasmi (e dai pirati), ma come si entrerebbe in una stanza già nota, ma ammobiliata in modo diverso. Bisogna solo adeguarsi alla nuova disposizione e cambiare gli automatismi, inventarne di nuovi e farli propri.

Questo e altro lo dice molto meglio di me Giuseppe Granieri in un suo recente pezzo eloquente già dal titolo: la pirateria è un fattore di sistema in cui fa un’affermazione che ritengo importante e giusta: “abitiamo una cultura che aggiorna le sue regole con molta più lentezza rispetto alle nuove pratiche che adottiamo.”
La rapidità con cui avanza la tecnologia rende difficile tenere il passo, è vero, ma penso sia altrettanto vero che nel campo editoriale (come è stato in quello discografico e musicale) chi non si adegua rapidamente alle nuove regole rischia di uscire dal gioco prima degli altri.

E’ un mondo adulto, direbbe Paolo Conte, e se si sbaglia bisogna farlo da professionisti.

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