dei ferri dell’editore e di librinnovando

Ho finito di leggere ieri l’ebook di Sandro Ferri (fondatore della casa editrice e/o) “I ferri dell’editore”, una bella lettura, piena di passione per questo mestiere e per i libri, dove Ferri apre letteralmente le porte della sua casa editrice (e non solo, perché spesso si tratta quasi una confessione che entra nel personale, oltre che nel professionale) per farci conoscere da vicino non solo “i ferri del mestiere”, ma anche le persone, i collaboratori che operano all’interno e fanno sì che un manoscritto diventi un libro.

Un po’ come entrare nel laboratorio di un erborista dove ci vengano spiegate le propriretà delle erbe e gli effetti delle varie combinazioni possibili. Affascinante.

Però nelle pagine iniziali mi sembra che Ferri si contraddica un po’, e vorrei capire se è solo una mia impressione  o anche altri hanno avvertito questo slittamento di senso nelle sue parole. Premetto che ne parlerò – tra gli altri argomenti affrontati – anche nel mio intervento il 25 novembre a Librinnovando, ma vorrei qui accennare a questa riflessione perché magari, dagli eventuali commenti che riceverò (e chissà, anche dalla replica dello stesso Ferri, ma forse è chiedere troppo) potrei avere nuovi e importanti elementi da portare a Milano e parlarne dal vivo con gli interlocutori della sessione cui parteciperò.

In uno dei capitoli iniziali del libro, “I limiti dell’e-book”, Ferri in sostanza esprime il timore, devo dire piuttosto diffuso tra gli addetti ai lavori, che il mondo digitale, almeno per la narrativa, spazzerà via gli editori e che l’immensa produzione editoriale che ne conseguirà sarà talmente ingovernabile da portare ad un caos in cui la mediocrità sarà la cifra stilistica predominante e la confusione del lettore sarà tale che alla fine sceglierà di non leggere.
“In questo caos e in questa sfiducia”, scrive Ferri, “si ergerebbero, richiesti a furor di popolo, degli aspiranti tiranni, in questo caso editori capaci di imporre qualsiasi scelta per quanto scellerata, qualsiasi moda, qualsiasi autore per quanto mediocre.” Leggendo queste righe ho pensato che però questa situazione già la stiamo vivendo ora nel cartaceo, e in effetti poche righe dopo lo ammette lo stesso Ferri, il quale riconosce che “proprio il venir meno del ruolo dell’editore nel selezionare, scartare, bocciare, ha permesso che la qualità dell’offerta scemasse, ha lasciato i lettori soli davanti a un mare di proposte non filtrate”.
E’ a questo punto che, con tutto il (sinceramente grande) rispetto che ho per Sandro Ferri, mi sono chiesto se però non si stesse contraddicendo.
Chi è che ha creato un fiumana di libri mediocri asfissiando le librerie, il digitale o la dissennatezza delle strategie editoriali nel cartaceo? E quale potrebbe essere la cura per rimediare a questa ipertrofia editoriale? Ferri non lo dice, ma paventa solo l’arrivo dei barbari in bit.

In definitiva io credo – e questo sarà uno dei temi del mio intervento – che alla base di considerazioni di questo tipo ci sia un equivoco di fondo il quale conduce la questione ad un fuorviante aut aut: “o digitale o cartaceo”. Come se la convivenza non fosse possibile.
Insomma, invece di pensare al digitale come una nuova risorsa, un’arma in più, un modo per valorizzare ciò che nel cartaceo è costretto ad una scarsa visibilità sia temporale che spaziale, lo si vede come un antagonista che farà estinguere un intero mondo che non ci piace poi così tanto così come è diventato ora ma insomma bisogna comunque preservare dall’invasione del “mostro” minaccioso.

Non aggiungo altro per non anticipare troppo ciò che dirò a Librinnovando, però in questo post ci tenevo a esporre la mia perplessità su questo importante aspetto della diatriba (che poi secondo me diatriba non è) “digitale e cartaceo” che appunto richiede secondo me la congiunzione e, non la disgiuntiva o.

E, rivolgendomi proprio a chi ha fondato il marchio e/o, credo sia una differenziazione importante.

10 thoughts on “dei ferri dell’editore e di librinnovando

  1. Questo è il punto. I lettori sono pochi, molti sono competenti e affamati di una letteratura che non compare sugli scaffali per le dure leggi della distribuzione e delle catene librarie, che chi scrive e commenta questo blog conosce molto meglio di me. Ora, stante una buona qualità e una scarsa quantità dei lettori, l’entrata in gioco degli ebook non può che essere un vantaggio. Essi permettono al lettore di procurarsi testi altrimenti di difficile reperibilità, di scoprire editori virtuosi, di collezionare chicche di autori da lui amati pubblicate magari solo in questa versione, come capita a certi musicisti con formati particolari di vinili. Permettono, altresì, all’editore virtuoso di inventare nuove forme di comunicazione con i lettori, di fidelizzarli magari con pubblicazioni peculiari che non avrebbero avuto alcuna possibilità di vedere la luce sulla carta, di mostrare le proprie capacità di cercatore d’oro. Allo scrittore, l’ebook permette di giocare maggiormente, sperimentando forme di narrazione diverse, che un editore non pubblicherebbe mai su carta ma lo farebbe sul digitale; inoltre, visti i tempi delle uscite editoriali, l’autore potrebbe continuare una sorta di produzione laterale in digitale, mantenendo vivo il rapporto con i lettori (cosa che in passato è spesso accaduta su quotidiani e riviste). Credo che si stia riflettendo su dinamiche che non hanno a che fare con lo specifico dell’editoria, degli ebook o delle librerie: quanto di negativo si paventa con l’espansione dell’editoria digitale è quel che di negativo si realizza in tutti i settori della nostra economia e della società. Non sarà colpa degli ebook se la produzione letteraria farà schifo, ma di una società che premia l’egocentrismo, l’autocompiacimento e l’assenza di confronto onesto. Se tutti crescono convinti di essere geni letterari (o artistici, o politici) e vengono assecondati da chi ci vede un guadagno limitato nel tempo ma lauto, le cause risiedono altrove e non sarà limitando il digitale che si combatteranno. Il problema è l’assenza del senso critico nei confronti di se stessi prima che l’assenza dei critici tout court. Il problema è il sistema, non il microcosmo dell’editoria. A me non piacciono, come ho scritto proprio su questo blog, le pubblicazioni fa da te e, da bravo storico dell’arte, rimpiango la presenza di critici e storici sapienti, onesti, capaci di spiegarmi perché Burri sia un artista e io no. Ma alla base deve esserci una coscienza critica mia, e della società in cui vivo. Deve esserci un limite che mi permette di accettare un simile responso, o eventualmente di dimostrare il contrario argomentando. Questo, è evidente, non c’è. E il problema è politico, non tecnico. Grazie della bellissima discussione, come sempre

  2. Ho letto “I Ferri dell’Editore” proprio in questi giorni (e l’ho “non-recensito” sul mio blog)…

    Sono d’accordo con quello che scrivi: spesso le questioni si basano su un anacronistico duello cartaceo vs. digitale. I due mondi non sono esclusivi, possono e devono convivere e integrarsi.

    Volevo però mettere in evidenza due punti.
    Come scrivo nel blog, ciò che colpisce del pamphlet di Sandro Ferri è la passione verso la parola scritta che viene fuori a ogni pagina. È questa passione che dovremo non farci mancare affinché il mondo editoriale possa evitare i rischi che pur si intravedono all’orizzonte.

    Poi, io credo che il timore che le case editrici scompaiano sia infondato. Voglio dire, una casa editrice non è solamente una tipografia o un ufficio selezione romanzi. La casa editrice è un aggregatore di menti, un polo culturale, una scuola di intellettuali. Le case editrici che continueranno a fare ciò, beh… andranno avanti. Le altre, se ridotte a mere stampatrici, non avranno più senso di esistere.

  3. Non è solo una tua impressione Marco. A ogni modo la seguente affermazione – non di un visionario ma nientemeno che di uno dei top executives di Amazon Russell Grandinetti – “The only really necessary people in the publishing process now are the writer and reader” ovvero “Le uniche persone necessarie per pubblicare un libro sono lo scrittore e il lettore” lascia pensare a un futuro simile a quello tratteggiato da Ferri nel suo pamphlet.

    Ora c’è da dire che i “tiranni” ipotizzati dall’editore della e/o non potranno essere che interni ad Amazon a questo punto. Già quest’estate – A.D. 2011 – il gigante ha fatto pulizia nel suo magazzino come ha scritto David Streitfled sul New York Times (vedi “Amazon Cracks Down on Some E-Book ‘Publishers’”).

    E se Amazon ha ripulito gli scaffali dagli ebook spam (quei titoli che cambiano titolo ma in fondo sono lo stesso ebook) c’è da scommettere che recluterà editor atti a vagliare le proposte di pubblicazione per non “peggiorare l’esperienza d’acquisto” dei suoi clienti attraverso la messa in commercio indiscriminata di qualsiasi cosa. C’è da dire che un’unica casa editrice globale non l’aveva immaginata neppure Orwell – che pensava sarebbero state tre🙂

    • marco ha detto:

      Luca, ho appena scaricato nel mio Kindle l’articolo del NYT tradotto dal Post: http://www.ilpost.it/2011/10/17/amazon-concorrenza-editori/

      Magari ne scriverò qualcosa in seguito. Da una parte capisco i timori, ma dall’altra credo che verrà prima o poi qualcuno a contrastare questo Moloch. Anche se forse arriverà troppo tardi…
      Quello che è certo è che in questo campo non sono certo di nulla e le cose cambiano a ritmi e con modalità tali da rendere vana ogni previsione, ma anche ogni timore.
      Forse…😉

  4. Hai perfettamente ragione quando affermi che non è corretto ridurre la propria visione dell’editoria digitale a un mero aut-aut: noi per primi abbiamo adottato un approccio “agnostico” nei confronti dell’ebook, concependolo fin dall’inizio delle nostre pubblicazioni elettroniche come un diverso medium attraverso il quale rappresentare il bene incorporeo del romanzo. I nostri ebook sono, nella nostra idea, un ulteriore supporto attraverso cui veicolare le nostre scelte editoriali, che rappresentano il prodotto autentico e primario della nostra attività di casa editrice. Non è il digitale in sé che metterà a repentaglio la sopravvivenza della buona letteratura.

    Quello che credo volesse rimarcare Sandro nel suo pamphlet è il timore, più che fondato come tu stesso riconosci, che la moltiplicazione indiscriminata del numero di pubblicazioni riduca la qualità media delle stesse. Moltiplicazione che già avviene nel mercato cartaceo e che ancor più facilmente potrà aver luogo in un mercato nel quale i mezzi di produzione e distribuzione sono così facilmente accessibili a chi ne abbia la volontà, in un orizzonte in cui si potrà fare a meno delle scelte di un editore, per quanto possano essere – spesso o a volte – dissennate o superficiali.

    • marco ha detto:

      Gabriele, prima di tutto ringrazio te e quindi tutta la e/o per aver risposto.
      Capisco benissimo i timori di Ferri, e tu che mi conosci un po’ – cioè conosci i miei post – lo sai. Però credo anche che il digitale può significare questo ma molte altre cose. Penso che dipenda soprattutto da noi e da cosa intendiamo farne, come intendiamo utilizzarlo e sfruttarlo.
      Come nel mondo dell’editoria cartacea ci sono i rapaci ma anche le realtà come e/o, penso che ugualmente nel digitale ci sarà sempre posto per chi lavora per la qualità e con la passione necessaria per mantenere l’asticella più alta degli altri.
      Certo c’è il rischio che sarà ancor meno visibile, ma non è detto. Perché penso che in fondo, a fronte di una maggiore e fluviale produzione, il consumo resterà quasi lo stesso (non penso – o almeno non spero di certo – che si arrivi a una sorta di “afasia” del lettore): da parte mia non credo infatti che il digitale aumenterà il numero dei lettori, i quali anzi affineranno i loro criteri di selezione, proprio perché sempre più necessari. Ma potranno però finalmente tovare negli scaffali virtuali quella qualità così nascosta e difficilmente reperibile in quelli in atomi .

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