il marketing editoriale e i social media – due parole con marco massarotto

Non è un esperto di editoria, come lui stesso ammette, ma mi interessava conoscere l’opinione di Marco Massarotto sul rapporto tra social media ed editoria e i suoi possibili scenari futuri.

Marco Massarotto, per chi non lo conoscesse, è uno dei massimi esperti italiani di social network e comunicazione digitale. fondatore di Hagakure e autore di testi sull’argomento, ultimo dei quali Social Network (ed. Apogeo).  Breve la sua risposta, ma credo ricca di spunti da prendere in considerazione:

“Quando il libro elettronico acquisirà quote significative rispetto al libro cartaceo, ovviamente la comunicazione digitale per i libri elettronici diventerà centrale, in particolare saranno rilevanti due fattori:
– le reviews, specialmente sui Social Network, che influenzeranno e attiveranno gli acquisti
– la tracciabilità dell’acquisto
Non vedo una gran differenza tra il ruolo di intermediario dell’editore cartaceo e quello elettronico, l’editore è sempre un “selettore” (cerca i testi) e “certificatore” (essere pubblicati da Einaudi è diverso che da un editore sconosciuto…). Il vero aspetto interessante sarà il self publishing (anche grandi editori lo stanno sperimentando) in cui lo scrittore diventa editore, sostenendo i rischi imprenditoriali legati al suo libro. A me viene sempre in mente Eco e l’editore “Garamond” de Il Nome della Rosa.
In questo scenario l’editore diventa “piattaforma” con royalty su alcuni servizi scalabili (marketing, transazione). Sarà interessante vedere quali soggetti si attiveranno su questo fronte, dato che è centrale il tema delle transazioni economiche: iTunes? Telecom? Banche?”

Commenti e osservazioni saranno molto graditi.

9 thoughts on “il marketing editoriale e i social media – due parole con marco massarotto

  1. grazie ragazzi per le risposte:-) Si si sono convinto anche io che il Self Publishing con il tempo soppianerà il metodo di scouting attuale. Effettivamente, anche a guardare su ilmiolibro.it, che è la fase embrionale di questo processo, ci sono libri in selfpublishing con recensioni entusiastiche di lettori che incuriosiscono e mettono voglia di leggerli, più forse di un libro pubblicato da una casa editrici sconosciuta senza alcuna valutazione… staremo a vedere🙂 ciao e grazie!

  2. Provo a dire la mia. Il self-publishing potrebbe/dovrebbe assumere lo stesso valore delle botteghe a Firenze nel 400 e 500 (quella del Verrocchio accolse Leonardo, per dire). Ci si fa le ossa, si mostra e si dimostra che c’è talento e impegno. A questo punto potrebbe/dovrebbe (quanti condizionali!) intervenire l’agenzia letteraria coi suoi servizi. Negli USA il loro ruolo è riconosciuto, qui mi pare stiano alla finestra. Forse sono troppo dipendenti dalle case editrici e non vogliono (ancora) pestare loro i piedi. Forse è pigrizia. Di certo se dovessi indicare cosa cambierà più rapidamente direi proprio le agenzie letterarie. Spesso le grosse e medie case editrici sono troppo prese da DRM, pirateria e via discorrendo per capire che in Rete non ci devi solo “stare”: ma conversare. L’agenzia letteraria dovrebbe essere più agile a capire che se tutti scrivono ed è dura scovare un talento, di certo adesso trovare scrittori di talento è più facile che mai.

    • C’è tanto di giusto nelle tue parole. E dall’esperienza, un libro se è bello, vende, sempre prima con un piccolo editore o in maniea self e poi con uno grande.
      E del self publishng va controllato anche chi recensisce, spesso chi pubblica da se ha segnalazioni di amici o di finti estranei che fanno apposta per aumentare il suo valore (nella comunicazione digitale è all’ordine del giorno fare queste correzioni, anche in quei social media che in dovrebbero essere terra franca).
      Ad oggi, sapendo che il mercato editoriale (soprattutto in paesi come l’italia) è spesso chiuso e corporativo, gli editori ricevono un fiume talmente pieno di materiale che non hanno tutto questo interesse a controllare chi pubblica da solo, tanto meno le agenzie, mediamente quelle sono coloro che ricevono una pubblicazione, spesso spillano soldi (non scendo nel merito del torto o della ragione) per un editor che corregge tutto e procedono.
      E mediamente le risorse per conversare non ci sono mai, vanno pagate.
      A questo punto, a meno che non ci sia una soluzine mirabolante che automatizza alcuni processi (es. monitoraggio delle pubblicazioni, facile interazione in rete) pochi dei grandi editori lo fanno, pochi di piccoli si prestano. Rimane lavorare per essere blindati dai grandi luoghi comuni della pubblicazione, DRM, pirateria ecc… scenari alternativi di promozione/vendita/ritorno dell’investimento zero.
      ciao,
      Marco

  3. grazie Marco per la risposta. Quindi, probabilmente il grande editore resterà, mentre il self publishing andrà a sostituire il “lavoro” dei piccoli editori. Si, può essere vero, mi piace come idea, visto anche che la stragrande maggioranza dei piccoli editori non fa praticamente nulla o comunque offre una promozione che l’autore potrebbe tranquillamente portare avanti da solo. L’ unico punto in sospeso resta una questione di immagine nei confronti del “pubblico”, che mi sembra essenziale (ma forse mi sbaglio) anche in una fase iniziale. L’autore in self publishing è ancora visto di serie b in Italia rispetto a chi pubblica con una casa editrice anche se piccola (e magari a pagamento… tanto chi lo viene a sapere). Essere sotto le ali di una casa editrice conferisce (soprattuttto agli occhi di chi non conosce i meccanismi editoriali, che poi sono la stragrande maggioranza della gente, quelli che in ultima istanza dovrebbero acquistare il libro) un prestigio, anche se fittizio, che si fonda sull’ assunto: il libro è stato selezionato da “esperti”, quindi ha un valore. Questo plus è del tutto negato all’autore in self publishing. Probabilmente non è così in America, dove se ne fregano se ti autopubblichi o meno e valutano solo il valore del romanzo in sé, ma mi sembra che in Italia questi condizionamenti pesano ancora sui giudizi della gente… tu ne pensi? scusa se ti faccio perdere tempo ma il tuo giudizio mi sembra molto sensato. grazie Marco e complimenti per il tuo blog!

    • marco ha detto:

      Alessandro, grazie mille per la stima che evidentemente riponi in me e non so se meritare…😉
      Per quanto riguarda la tua ultima questione mi riallaccio a quanto detto da Marco Ferrero nel commento precedente: sara’ interessante vedere che ruolo avranno nel tempo le agenzie editoriali, che potrebbero fornire quell’ “imprimatur” qualitativo in Italia (e forse anche altrove) ancora necessario, soprattutto presso i lettori non forti (quindi la maggioranza).
      In Italia siamo come sempre mummificati in modelli che funzionano più per alcuni che per altri e visto che questi alcuni hanno dalla loro parte la gestione e il controllo del loro microcosmo, cambiare le cose risulta molto difficile e laborioso. E richiede tempo, che significa anche filtrare i nuovi paradigmi poco a poco nella mentalita’ delle persone, in quanto, altra caratteristica italiota, siamo pigri e poco propensi a cambiare.
      Ma sono sicuro che il nuovo modello editoriale si fara’ spazio, semplicemente perche’ funziona: per l’autore, più libero di sperimentare, mettersi alla prova, promuoversi e gestire i suoi contenuti come preferisce; per il lettore, che avra’ sempre più scelta e che sa essere molto più selettivo ed esigente di un editor spesso (vedi case editrici a pagamento) compiacente; e forse anche dell’editore, che se vorra’ sopravvivere dovra’, come dice Marco, entrare nelle dinamiche della rete e conversare con il lettore ma anche con l’autore, senza più imporsi ma proporsi insieme a lui nel mercato.
      Tutto sara’ insomma più fluido, meno lineare, meno gerarchizzato (ed e’ questo che ora spaventa molto gli editori): lo stesso autore potra’ pubblicare in cartaceo e digitale, in proprio e sotto un marchio editoriale, a seconda del contenuto e del tipo di penetrazione che cerca nel mercato.
      Non dico che vivremo l’Eldorado dell’editoria, ma sicuramente si riequalizzeranno molti valori ora squilibrati.
      Εστάλη από τη συσκευή μου BlackBerry®

  4. ciao Marco (e con il nome Marco mi rivolgo a tutti e tre:,l’intervistato, l’intervistatore e in commentatore). Volevo chedervi un vostro punto di vista: in che modo la grande editoria si può interessare al self publishing. Mi viene in mente Feltrinelli e ilmiolibro.it, ma ci sono altri modelli altri esempi, attualmente? O comunque avete qualche idea, qualche previsione in merito? Grazie mille, l’argomento mi incuriosisce particolarmente. ciao!🙂

    • marco ha detto:

      Alessandro, grazie per la visita e la domanda. Ti rispondo per quella che e’ la mia personale opinione, comunque in qualche modo suffragata da alcuni interventi durante Ifbookthen e Ebook Lab l’inverno scorso.
      In Italia, come altrove, il self publishing potrebbe affiancarsi – se non in parte sostutuirsi – al ruolo di ‘talent scout’ che hanno ancora non pochi piccoli editori. Ora l’esordiente pubblica spesso il suo libro con un marchio minore (non necessariamente a pagamento) e poi, se ha un certo successo di vendite o attira in qualche modo l’attenzione, il grande editore si fa avanti.
      Con il self publishing, in teoria, l’autore ha una vetrina ancora più immediata e – sempre in teoria – molto più vasta di quella che puo’ dargli il piccolo editore.
      Il rovescio della medaglia e’ il trovarsi in un’arena sovraffollata e caotica in cui ognuno cerca il suo spazio. La domanda e’; emergera’ il più bravo a scrivere o a fare marketing di se stesso a suon di tweet, “amici” su Facebook e segnalazioni sui blog?
      Io, personalmente, credo nella ‘wisdom of the crowd’, in rete paradossalmente e’ sempre meno facile barare e se vali prima o poi riesci a farti notare e far parlare di te.
      Il grande editore, da parte sua, dovra’ pero’ osservare molto attentamente questo territorio vasto e difficile da interpretare, più carsico che consueto, dove emergeranno qua e la’ talenti veri.
      Da questo punto di vista, il self publishing porta sicuramente una maggiore liberta’ di sperimentazione dei linguaggi narrativi (magari contaminati, magari ‘aumentati) e un modello nuovo di promozione tutto ancora da imparare.
      Insomma, l’editore, se non e’ autolesionista, potrebbe avere molto da apprendere (e guadagnare) dal self publishing.
      Resta poi la questione dei contratti e dei vincoli nel rapporto editore-autore, ma qui cedo la parola ad altri più esperti di me.

  5. Per quel poco che so e conosco, credo solo in una parola: conversazione. Se chi si affida al self-publishing non la impara e non la applica con la dovuta cura, non andrà distante. Ammesso che uno abbia il talento (non è detto), deve ricordarsi di una semplice verità. Le persone ne hanno a sufficienza di imbonitori, chiacchieroni e di gente che urla “Compra! Compra! Compra!”; per quello c’è la televisione.
    Deve invece fornire ragionevoli indizi che dietro la tastiera ci sia una persona, non un imbonitore che deve piazzare il suo libro. E in questo il blog ha e avrà un ruolo fondamentale, e non solo il blog.

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