ebook della volgar lingua

L’articolo settimanale di Giuseppe Granieri sulla Stampa, parlando di “volgarizzazione” (in senso buono) dell’editoria, menziona giustamente quanto potesse sembrare assurdo agli amanuensi che si preferisse un libro fatto “a macchina” ai loro codici miniati, che sicuramente dal punto di vista della qualità esteriore erano superiori.
Eppure.

La cosa mi ha fatto anche venire in mente un altro evento analogo, più linguistico e culturale che editoriale (anche se lo è stato anche sotto questo punto di vista, eccome): il passaggio dal latino al volgare sancito in qualche modo da Dante e la sua Comedìa, da molti parrucconi dell’epoca criticata appunto perché in lingua “volgare”.

Ci si scandalizzava, pensate, del fatto che anche il fabbro, o l’umile fornaio poteva citare versi dell’Inferno a memoria, dopo averli ascoltati da qualche parte (e mi si permetta a questo punto un inciso doveroso sulla molto bella e meritoria iniziativa di Marcos y Marcos che rivaluta la lettura ad alta voce).

La cultura veniva quindi diffusa in maniera per la prima volta orizzontale, non più calata dall’alto e soprattutto non era più appannaggio di pochi eruditi che poi la filtravano come meglio conveniva loro (Santa Romana Chiesa docet).
In un mondo fortemente strutturato in senso verticale e verticistico, la cosa ovviamente sembrava un’eresia culturale nonché fortemente pericolosa dal punto di vista politico e sociale.

Sembra strano, ma dopo più di 700 anni le cose non sono cambiate di molto, quando a cambiare sembrano piuttosto gli strumenti e non le menti. E assistiamo quindi a questo nuovo Medioevo culturale, solo più tecnologizzato, dove ci si spaventa se i lettori prendono il posto dei recensori e addirittura gli scrittori (maxima eresia) possono diventare editori di se stessi.

Il fenomeno del self-publishing è molto discusso e dibattuto ultimamente, senza che si possa arrivare (giustamente) ad una conclusione univoca e uniforme. Semplicemente perché non c’è.

Però ci sono dei dati di fatto, come quello che negli Stati Uniti nell’ultimo anno più di un milione di persone ha scritto (e soprattutto pubblicato) un ebook.

E se c’è chi dispensa consigli o azzarda ipotesi future – o addirittura appronta guide per gli scrittori fai-da-te, a me sembra più interessante il punto di vista di chi concentra l’attenzione sulla fatica di essere autori indipendenti e chi ne individua le caratteristiche fondamentali per sopravvivere nel mare magnum dell’editoria digitale.

Si torna in modo quasi ciclico quindi all’inizio del discorso: laddove Granieri traccia i lineamenti essenziali che dovrà avere l’editore futuro, anche da parte dell’autore ci dovrà essere un impegno maggiore, che sicuramente non si esaurisce nella pubblicazione, ma anzi la vede come punto di partenza di una serie di iniziative che rischiano di impegnare talmente tanto da impedire o comunque ostacolare la scrittura di libri vera e propria.

Che è poi la ragione per cui la stessa Amanda Hocking si è rivolta ad un editore.

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4 thoughts on “ebook della volgar lingua

  1. Condivido in toto l’antipatia per la figura di critico (lo studio accademico della letteratura porta per forza ad odiare la categoria o a diventarne esponenti) e non nascondo che covo la speranza che prima o poi la rete porti la categoria all’estinzione, anche se non penso potrà succedere in tempi brevi.

    Certamente il passaparola ha sempre avuto maggior peso nelle scelte di tutti rispetto alle opinioni di qualche critico, ma ora che il passaparola può acquisire dimensioni inimmaginate attraverso i social media, ma anche banalmente tramite i commenti ai prodotti nei siti e-commerce, il declino del recensore per professione sembra imminente. Almeno lo spero.

    L’unico altro pensiero che mi viene da fare è: l’ebook è davvero una volgarizzazione? Un libro se lo può comprare chiunque, ma per comprare un ebook bisogna avere un dispositivo sul quale poterlo leggere.

    • marco ha detto:

      Vedo che questa non una terra per i critici😉

      Per quanto riguarda la “volgarizzazione”, in effetti sia Granieri che, nel mio piccolo, il mio post si riferiscano pi al fatto che chiunque possa pubblicare un ebook senza il tramite dell’editore (figura comunque “verticale”), nonch amplificare in maniera esponenziale il passaparola con l’aiuto dei social media. Questa la teoria di fondo. Poi sull’ebook hai perfettamente ragione tu, ancora pi un discorso di lite, anche se nel giro di pochi anni (forse anche meno) sono sicuro che i dispositivi saranno pi alla portata (non solo economica, ma anche mentale) di tutti.

  2. L’articolo di Granieri a cui si fa riferimento mi ha fatto molto riflettere anche su di un altro aspetto (che anche tu tocchi superficialmente). Si parla tanto della ridefinizione dei ruoli di editore, scrittore etc. Leggendo l’articolo mi sono però interrogata su quale sorte spetterà nel prossimo futuro alla figura del critico. In una realtà in cui è possibile leggere decine di recensioni di libri e film, che bisogno si ha di consultare l’opinione del critico, che spesso, diciamolo, è pure una lettura noiosa? Perché dovrei preferire 1500 parole di una penna famosa a centinaia di minirecensioni di persone come me?

    • marco ha detto:

      Ciao Marta, e grazie per l’intervento, prima di tutto.

      Hai ragione, in generale si parla poco dei critici, forse perch non li ha mai amati molto nessuno😉

      A parte gli scherzi, io stesso, pur essendo un lettore forte, raramente ho scelto i libri da leggere in base ai giudizi dei critici (spesso anzi sono i pi fuorvianti, in quanto se conosci un po’ l’ambiente letterario ti accorgi che si recensiscono tra loro e si basano molto su amicizie – o pi spesso antipatie – reciproche). Molto di pi mi ha influenzato e mi influenza il passaparola, soprattutto tra persone che stimo e magari hanno gusti letterari simili ai miei.

      Questo per dirti che, a prescindere dal nuovo ambito digitale, la critica letteraria gi comunque spesso in una posizione marginale ai fini della scelta del libro da comprare. Con il cosiddetto “World of Mouth” digitale, poi, il ruolo del critico sar sempremeno decisivo. E, detto tra noi, secondo me non affatto un male, almeno per quanto riguarda l’ambiente culturale italiano.

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