alle frontiere del digitale: hic sunt ebook

Oggi mi voglio soffermare su una manciata di cose buone lette recentemente nel web:

– la prima è un’intervista del Pais a Gallimard, uno dei più grandi editori europei, marchio storico e conosciutissimo. Interpellato su come vede l’ebook, il grande editore francese incarna la tipica dicotomia che finora divide i fautori del digitale dagli scettici: se infatti da una parte ammette che il digitale non è una minaccia ma un’opportunità, dall’altra però non pensa che questa rivoluzione possa trasformare il comportamento del lettore o stimolare l’immaginazione dello scrittore. In pratica, solo un semplice cambiamento nel modello di business. Evidentemente, con il suo scarso 1% di peso nel mercato librario francese, ancora l’ebook non riesce a occupare più di tanto i pensieri degli editori storici. Mi sembra giusto, ma anche rischioso.

– Di tutt’altro avviso l’editore Jonathan Callaway, che da patinati e ingombranti libri d’arte si è dato alle app, folgorato sulla via dell’iPad. Auspicando un rapporto di partnership con i suoi autori (ma, a quanto pare, per appropriarsi anche di parte di quel bouquet di diritti su cui di solito l’editore non mette mano), Callaway afferma che l’editore presto non potrà più dire di essere nel business librario, ma di quello dello storytelling, in quanto con le app il testo è sì il punto di partenza, ma il prodotto che ne deriva non e’ più un libro.
Lo stesso articolo (da Teleread) continua riportando le opinioni di un analista della Forrester, il quale parla di filiera sempre più onerosa e scomoda, di Copia Interactive e infine di enhanced book, avvertendo che se da una parte probabilmente la narrativa non ne sarà troppo coinvolta, tuttavia la fiction rappresenta, almeno negli USA, solo il 30% del mercato, e i generi per i quali l’enhanced book può funzionare sono molti.

– Uno di questi è senz’altro la scolastica, e proprio oggi questa prospettiva viene messa in evidenza anche dalle nostre parti, per quanto la strada sembri ancora lunga e soprattutto irta di ostacoli, come è facilmente intuibile quando si parla di scuola ed istituzioni educative in Italia.

– Gustosissima una breve ma molto azzeccata riflessione sul DRM, la cui efficacia e utilità vengono paragonate a quelle dei controlli in aeroporto. Non fa una piega. Da leggere.

– Così come si legge molto volentieri la user experience dell’amica Antonella Sbriccoli con il suo Kindle accolta nel blog di 40K e dalla quale emerge una volta di più l’importanza del contenuto sul supporto.

– Per finire in bellezza, riservo l’ultima riflessione ad un post che nell’ambiente ha già fatto il suo scalpore e che riprende un po’ di interrogativi e pensieri che in queste settimane erano in effetti sorti anche nella misera mia scatola cranica.
Il succo è: del topolino dell’ebook abbiamo fatto una montagna, ne parliamo come fosse l’Everest discettando su argomenti a volte un po’ fini a se stessi, con riflessioni spesso trite e ritrite; quasi sempre però senza entrare in gangli vitali che potrebbero invece dare valore aggiunto (ma anche assoluto) a tutto questo buzz su un qualcosa, l’editoria digitale, che se si vuole davvero sostenere lo si può fare proprio con un concreto apporto che dia ai potenziali lettori precisi punti di riferimento o comunque una minima rotta in un mare davvero tanto vasto quanto ignoto oltre il quale, come nelle antiche mappe, vivono creature favolose di cui solo si fantastica.
Hic sunt ebook.

il libro in equilibrio tra l’essere e il nulla

Forse sono stato io troppo distratto, ma mi sembra che la decisione del giudice Denny Chin di non vidimare l’ambizioso e grandioso progetto di Google Books sia  passato un po’ sotto silenzio, almeno dalle nostre parti.

Personalmente ho trovato molto interessante un articolo della The New York Review of Books in cui si espongono le 6 ragioni per cui Google Books è fallita, in cui riecheggiano in parte anche alcune osservazioni già ai tempi espresse da Gino Roncaglia nel quinto capitolo del suo La quarta rivoluzione.

In ambedue i testi si sottolinea la questione delle non poche ambiguità e rischi del progetto di Google (non ultima la potenziale violazione della privacy, dal momento che il percorso del lettore viene facilmente tracciato individuando le sue letture passate, presenti e in parte anche future), quella dei cosiddetti libri “orfani” – cioè i cui diritti non si sa precisamente a chi attribuire o non è rintracciabile colui al quale spettano – e dei diritti internazionali. L’articolo statunitense inoltre individua due alternative alla grande libreria di Google: quella americana sarebbe un’auspicata Digital Public Library of America (DPLA), da creare sul modello dell’alternativa europea già in fase di realizzazione, Europeana, citata anche da Roncaglia. Quest’ultima, al contrario di Google, non sarà un deposito unico di file digitali, quanto piuttosto il centro nevralgico di un network distribuito che lascia che le biblioteche, gli archivi e i musei digitalizzino e preservino le proprie collezioni all’interno di un tutto strutturato organicamente. Giustamente l’autore dell’articolo intravede per gli USA il vantaggio di avere, al contrario dell’Europa, un’ampia gamma di fondazioni private che potrebbero unire le forze sovvenzionando il progetto, il quale poi potrebbe attrare fondi pubblici e risolvere così molte questioni che Google non è riuscita a superare. Insomma, conclude, dal fallimento del progetto Google Books si dovrebbe trarre una preziosa lezione per il futuro, cercando di emulare gli aspetti positivi della grande operazione digitale e evitando le criticità che hanno fatto fallire il progetto poco dopo la sua nascita.

Di tutt’altro tono invece un breve articolo sul blog culturale dello spagnolo El Pais, dove lettura cartacea e digitale vengono coniugate con brio tutto iberico. Suggestiva la conclusione di trovarsi in equilibrio tra l’Essere (cartaceo e quindi fisico) e il Nulla (virtuale e quindi impalpabile) come il titolo del famosissimo saggio di Sartre.

Infine, sulla mai esausta tematica del self publishing, una lunga ma interessante dissertazione di Nathan Bransford se si faranno più soldi nel cartaceo o nel digitale, con la visualizzazione di tre scenari dei quali nessuno esclude l’altro.