le qualità del libro digitale (2) – perimetro, volume, estensione

Nell’ambito della questione sulle qualità (obbligatoriamente al plurale) dell’ebook, questa volta ho invitato due nuovi interlocutori ad esporre altre differenti prospettive sul libro digitale: una è quella di chi il testo lo edita e lo accompagna dalle doglie del manoscritto fino alla sua venuta al mondo ufficiale sottoforma appunto di libro. L’altro è il punto di vista dell’autore vero e proprio, cioè di colui che crea ed elabora la storia e si trova ora nella possibilità di bypassare l’editore con tutto ciò che consegue. Ma cosa ne consegue? E come nasce un libro, digitale e non?

Del tanto difficile quanto oscuro lavoro dell’editor avevo parlato un po’ di tempo fa, ma per il risvolto digitale di questo mestiere mi sono affidato a Letizia Sechi, autrice per Apogeo di Editoria digitale, un testo credo fondamentale per ogni editor o aspirante tale.

Letizia, quali competenze tecniche saranno secondo te indispensabili per l’editor nell’era del libro digitale?

“Elimino la suspance: la prima competenza necessaria è l’attitudine al lavoro di squadra. L’editoria digitale rende ancora più evidente quanto dovrebbe già essere alla base di ogni casa editrice: lo spettro di competenze necessarie si amplia ed è impensabile che una sola persona sia artefice o responsabile del percorso che porta alla realizzazione del libro. All’editor spetta forse il salto di mentalità più complesso: continuare a fare il suo mestiere – selezionare idee da pubblicare – con in testa non solo il libro di carta ma anche le possibilità che il digitale offre. Prima di tutte le altre figure, l’editor dev’essere un lettore digitale. Se ne è parlato anche al TOC di Bologna, casomai avessimo bisogno di un punto di riferimento autorevole: nessuno si sognerebbe mai di pubblicare un libro senza averne mai letto uno. Per gli ebook, oggi, non sempre vale la stessa regola. La conoscenza derivata dalla pratica delle tecnologie a disposizione dell’editoria permette di immaginare nuove soluzioni per il “confezionamento” delle idee dell’autore: e l’autore va coinvolto in questo, non c’è dubbio. Bisogna poi che l’editor sia in grado di capire quali altre figure professionali servono per realizzare l’opera nel modo in cui la si va progettando: quali tecnologie, quali persone, i costi giusti per la realizzazione del lavoro. I professionisti che dovranno occuparsi della realizzazione tecnica dovranno essere coinvolti nell’ideazione del contenuto: la loro esperienza è fondamentale per capire in che modo sfruttare al meglio la tecnologia per dare valore all’opera. Non è più un rapporto a due: editor-autore, editor-impaginatore, editor-grafico, eccetera; è un concerto e l’editor deve essere in grado di supervisionarne lo sviluppo tenendo conto delle diverse professionalità che ne sono parte: autori, grafici, sviluppatori o chiunque altro sia necessario al tipo di realizzazione che si ha in mente. Dal punto di vista tecnico l’editor deve imparare qualcosa? Sì, certo: dovrebbe come minimo padroneggiare i formati digitali allo stesso modo della copia stampata. Sapere cosa è o non è un errore o un problema a seconda del formato scelto. Questo non significa diventare programmatori, però. Non credo che a nessuno venga in mente di dire che l’editor deve essere un buon tipografo, non vedo perché il discorso dovrebbe funzionare nell’editoria digitale: a ciascuno il suo mestiere. Quello che ci si aspetta dall’editor sono due cose: prima di tutto la capacità di scegliere e dare valore al contenuto. Pensarlo in digitale, non pensare di tradurre l’idea buona per la carta in digitale. Poi la competenza nel valutare il lavoro del tipografo. O chiunque esso sia diventato.”

Parlando di contenuti, è indispensabile dare quindi la parola a chi il contenuto lo crea, ovvero l’autore, il demiurgo del testo e primo motore immobile di tutta la filiera editoriale.
A tale proposito ho coinvolto nel dibattito il mio più caro amico Paolo Marasca, che guarda caso è uno scrittore: il suo primo romanzo, La qualità della vita, ha avuto quella che si dice un’ottima accoglienza da critica e pubblico e già sta lavorando al secondo, che posso dirvi per certo, avendo lette le bozze quasi definitive, è ancora più bello.

A Paolo chiedo come vede, da autore, la prospettiva del self publishing, che sembra sia la grande opportunità  e risorsa del digitale per chi scrive, e cosa pensa del social reading.

“Cercherò di essere sintetico e, quindi, perderò per strada le sfumature di questioni estremamente complesse. Non me ne vogliano i lettori di questo blog. Non sono contrario al self publishing di per sé, ma non nego di essere piuttosto scettico al riguardo, per le ragioni che sintetizzo qui di seguito:

1) Da anni l’arte contemporanea e la musica hanno dimostrato tutti i limiti dell’autoproduzione, sia pure a fronte della scoperta di una minoranza di veri talenti (poi comunque rientrati nei ranghi del mercato tradizionale). Non credo che per la letteratura sarà diverso.
2) Il mercato editoriale è letteralmente strozzato dalla grande distribuzione, così come lo sono le librerie indipendenti. Un editore, specie se talent scout, non ha i mezzi per svolgere un lavoro di qualità. Un libraio, specie se bravo e attento, non ha i mezzi per confrontarsi con le grandi catene e dare visibilità ad una certa letteratura. Risolvere questo nodo sarebbe la vera rivoluzione, mentre credere che il self publishing possa bypassarlo mi sembra una chimera.
3) Lo spreco di talento è dietro l’angolo. Un autore, magari giovane, dovrebbe avere la possibilità di confrontarsi con un editore, vedere la propria opera da un diverso e professionale punto di vista, imparare a gestire le proprie capacità. Sono assai rari gli esempi di atleti privi di allenatori e non credo che vengano su campioni che apprendono le impugnature del tennis da Youtube. Per la scrittura, non è poi tanto diverso: il bravo editore è un patrimonio, non un fastidioso intermediario.
4) Il mercato non è democratico. Esso si muove secondo sottili equilibri relazionali e favorisce il detentore di un capitale economico, umano e soprattutto, oggi, sociale. Il talento eccezionale ma povero di risorse ha sempre meno possibilità di essere scoperto, perlomeno parlando di grandi numeri. Che possa capitare, è chiaro, ma che sia più probabile rispetto al vecchio mercato editoriale, non lo credo affatto.
5) La tecnologia odierna potrebbe essere utilizzata per supportare l’editoria di qualità e il lavoro di editori e addetti, prima che per proporre edizioni fai-da-te di opere che magari avrebbero potuto essere migliori. Credo sia necessario aiutare editori e librai, non i già troppi autori pieni di sé e delle proprie parole.
6) D’altro canto, la tecnologia e il fai-da-te sono ottimi per le opere minori o secondarie, gli scritti marginali degli autori, i lavori collettivi e sperimentali etc. etc.. La tecnologia, infine, grazie agli e-book, è uno strumento imprescindibile che potrà dare vita a nuove forme di creazione e cambierà di certo l’editoria contemporanea.

Ma dio salvi l’editore in un mondo dove scrivono tutti e leggono pochi.

A proposito del social reading, solo due parole. Non amo particolarmente i vecchi gruppi di lettura (questione di gusto, li apprezzo ma non mi ci trovo), quindi non ho molti riferimenti al riguardo. Vedo il buono di una forma di vera e propria “riscrittura” collettiva del testo che, grazie ad annotazioni, citazioni, sottolineature, diventa altro da se stesso. Niente di male, anzi. Vedo invece il danno nella perdita di quel che di meglio hanno i gruppi di lettura tout court: le relazioni umane che si intessono grazie ad un libro galeotto, i flirt intellettuali e non solo, l’amicizia che è più importante del testo su cui ci si confronta.

Ma dio salvi i lettori in un mondo dove tutti scrivono e poi rileggono solo se stessi.”

Beh, più chiaro di così…

Da parte mia, aggiungo solo una considerazione fatta durante una delle chiacchierate digitali con il mio amico scrittore: il self publishing sarà appetibile, da autori inediti o meno, finché l’editore imposterà il rapporto con l’autore come un rapporto di forza, Ora, con il digitale, sembra – dico sembra – che si possa sperare in una modificazione degli equilibri e in un mutamento di questo rapporto da verticale a orizzontale (è questo del resto il cambiamento d’asse tipico della Rete), cioè da imposizione a collaborazione o comunque compartecipazione.

Detto questo, mi metto in un angolo e attendo di avere anche  i vostri pareri, dal momento che un blog serve soprattutto per questo.

Inviato tramite WordPress for BlackBerry.

4 thoughts on “le qualità del libro digitale (2) – perimetro, volume, estensione

  1. francesca ha detto:

    Articolo interessante, grazie. Controlla solo questo link – http://.http//www.apogeonline.com/libri/9788850310975/scheda
    L’hai letto il libro? Ho visto che è disponibile in epub, gratuitamente sul sito di Apogeo, per cui una curiosatina la darò di certo…

    • marco ha detto:

      Grazie a te, Francesca, ho messo a posto il link (anche se era già identico a quello dell’immagine,ma forse dal BB non va qualcosa).

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