libri scolastici digitali tra leggi e dubbi

Affronto finalmente un argomento su cui mi ero ripromesso di scrivere qualcosa già da molto tempo, agli esordi di questo blog, quando iniziai a parlare delle prospettive del digitale. Da quel giorno ne ho lette di cose su “la scuola 2.0″, la digitalizzazione dei libri di testo, i tablet o ebook adottati all’interno di scuole e università, tanto materiale e tante informazioni da inibire e procrastinare continuamente il post che mi ero ripromesso.

Però mi sembra che più si parla della questione, più emergono delle costanti che in parte avevo già individuato (i miei tre anni di servigi da precario nella scuola pubblica sono in questo caso serviti), in parte ho individuato nel corso di questi mesi. Cercherò di essere schematico e conciso, anche se non è facile.

La legge e i dubbi
Inizierei con quello che si pone un po’ come termine post quem e da cui tutto ha più o meno inizio, la famigerata Legge del 6 agosto 2008, meglio ancora l’art. 15, il quale al comma 2 decreta che “A partire dall’a.s. 2011/12, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista.” Il comma 3 recita invece: “I libri di testo sviluppano i contenuti essenziali delle Indicazioni nazionali dei piani di studio e possono essere realizzati in sezioni tematiche, corrispondenti ad unità di apprendimento, di costo contenuto e suscettibili di successivi aggiornamenti e integrazioni.”
Molti hanno osservato, non a torto, che la legge non specifica molto di più e lascia interrogativi su come poi il materiale su supporto digitale debba essere utilizzato: in classe o a casa? I ragazzi saranno dunque dotati di netbook in classe? Cosa significa “versioni online o mista”? E questo solo per fare prime banali domande (sono sicuro che gli editori e gli insegnanti ne hanno molte di più). In pratica, come punto di partenza abbiamo una legge che in qualche modo impone l’adozione di materiali didattici su supporto digitale ma non ne spiega le modalità tecniche, didattiche e metodologiche. Cominciamo bene.

Tendenze e potenzialità
Che si vada verso una digitalizzazione dei materiali scolastici è non solo un auspicio del legislatore, ma penso anche un’ineluttabile tendenza cui l’editoria scolastica sarebbe stata prima o poi condotta. Che ciò accada per legge e senza alcuna guida è un peccato, in quanto a mio parere la scolastica è il settore  che più di ogni altro si presta al digitale, per varie ragioni:

– più di altri potrebbe sperimentare le potenzialità del digitale ed essere un banco di prova importante per innovazione di contenuti e paradigmi;

– rivolgendosi ai giovani potrebbe “educarli” al digitale, cioè presentare loro esempi pratici del buon uso di un device, sia esso un ereader o un tablet (la tendenza va verso il secondo, credo giustamente), come cioè strumento di approfondimento della conoscenza in maniera interattiva e non monodirezionale;

Criticità e ostacoli
Sarebbe tutto molto bello se non stessimo parlando di un mondo come la scuola, dove vengono a convergere tre fattori che non fanno certo dell’agilità organizzativa e della flessibilità le loro bandiere: parliamo della triade ministero-amministrazione scolastica-classe docente. Il primo, si sa e si è visto anche in questa circostanza, è un Moloch che rigurgita circolari, decreti e leggi senza assolutamente curarsi di rendere comprensibili le sue richieste e ritenendo superflue sia l’informazione (nel senso autentico del termine) che la formazione (di cui si parla tanto proprio per colmare il vuoto concreto dietro la parola stessa).
Da parte sua, l’amministrazione scolastica è ormai stata lasciata alla deriva (cosa di cui non aveva nemmeno molto bisogno) ed è lì a curarsi del suo particulare e non pensa certo di approfondire, ma piuttosto di evitare o attutire quanto più possibile l’impatto e l’effetto delle emanazioni del Moloch di cui sopra.
Infine, la classe docente: io, come ho detto, sono stato insegnante sia alle medie che alle superiori e ho visto sì colleghi bravi, ma anche moltissimi mediocri, refrattari a qualsiasi tipo di innovazione, non dico solo tecnologica, ma anche metodologica. E qui andiamo verso l’ultimo punto, non certo il meno importante, anzi.

Nuove tecnologie, vecchi metodi?
Se, manco a dirlo, negli States è già iniziato il processo di digitalizzazione scolastica, è bene anche guardare oltreoceano per rispondere alle riflessioni che vengono poste al riguardo, prima fra tutte quella su cui si urta ogni volta che si parla di scuola: “chi educa gli educatori?”. E’ ciò che si chiede anche Cathy Davidson, una delle pioniere della tecnologia nelle scuole USA sin dal 2003, la quale afferma in maniera chiara:

if you change the technology but not the method of learning, then you are throwing bad money after bad practice.

Più chiaro di così. Non c’è bisogno nemmeno di conoscere bene l’inglese per capirne il senso. La questione è infatti delicatissima e assolutamente prioritaria: prima ancora di parlare di tablet, di editoria digitale e quant’altro, sarebbe (stato) assolutamente necessario porre questo semplice quanto fondamentale asserto, senza il quale ogni innovazione è pari a zero. Come mettere un tablet nel deserto, più o meno. Ma ormai siamo purtroppo abituati a fare le cose senza preoccuparci del contesto in cui vengono fatte, siano essere autostrade, leggi, o mondiali di calcio.
Ed è anche per questo – se non soprattutto per questo – che l’articolo 15 della legge del 6 agosto del 2008 è carente, pretestuoso, mistificatorio e fallimentare. Prima sarebbe da fare una legge seria sulla riforma scolastica, ma non una riforma dei cicli, di tagli di ore o di materie, questa è patetica paccottiglia d’accatto: se si vuole pensare ad una scuola 2.0 va radicalmente rinnovato il sistema, che vuole dire i metodi di insegnamento, gli spazi fisici, l’intera orbita intorno alla quale gira l’insegnamento e l’apprendimento nel mondo della scuola.

Quindi è sicuramente bello parlare di alleggerimento della spesa per le famiglie e dello zaino per gli studenti, di scuola delle tre i e compagnia bella, ma di fatto tutto questo è puramente astratto se non si mette in discussione l’intera concezione di cosa sia la scuola e cosa dovrà essere.

E su questo, sono personalmente molto pessimista.

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