il digitale cambia il concetto di libro e di lettura (?)

Social reading, pronti via.
Notevoli gli spunti di riflessione questa settimana. Si inizia con il solito arguto post di Giuseppe Granieri che dal suo blog su  stampa.it getta un sassolino nello stagno (più un lago, direi) del social reading citando un interessante articolo apparso un paio di settimane fa sul Financial Post, in cui si dice che grazie all’app Reading Life i possessori dell’ereader Kobo potranno condividere i libri che stanno leggendo riportando “in
diretta” le righe che più li colpiscono  ed eventualmente ottenere buoni sconto o badge vari attraverso servizi simili a Foursquare. Per usare le parole del chief executive di Kobo:

Pensiamo che per i nostri clienti la cosa più importante sia l’aspetto culturale della lettura; questo aspetto è sociale, è divertente ed è ciò che rende il contenuto signifiicativo.

Insomma, la lettura può essere magari un atto solipsistico, ma dopo aver letto un libro che ci è piaciuto la gioia più grande è poterlo condividere con altri, consigliarlo a chi non lo conosce e scambiarsi opinioni con chi l’ha letto. Tutto ciò viene ora amplificato e dilatato all’ennesima potenza dai social media, che danno al buon vecchio passaparola una risonanza potenzialmente illimitata e ne estendono la valenza.
Ma non finisce qui: Reading Life non solo individua e memorizza ciò che l’utente sta leggendo, ma geolocalizza il lettore e rivela a tutti dove si trova in quel momento (anche in bagno? Chissà); se per esempio stiamo leggendo il nostro ebook nelle vicinanze di un certo negozio, Reading Life segnala la cosa e potremmo ricevere un buono sconto da spendere in quell’esercizio commerciale – pasticceria, paninoteca o negozio di abbigliamento che sia.

Alterazione del concetto di libro?
Naturalmente Reading Life è un’applicazione per iPad e questo mi porta alla seconda considerazione, consequenziale direi alla precedente e condensata nel titolo dell’ articolo di John Naughton in questione: l’iPad sta alterando il concetto di ‘libro’. Tra i passaggi più interessanti del pezzo, apparso qualche giorno fa sul Guardian:

L’editoria cartacea si deve dare una svegliata: il successo del Kindle ha, penso, cullato gli editori cartacei in un falso senso di sicurezza. “Dopo tutto”, pensano, “il Kindle non è nient’altro che testo, magari il supporto non è ricavato dalla polpa degli alberi, ma pur sempre di testo si tratta. E in questo siamo bravi. Quindi, niente panico.

Ma il concetto di ‘libro’ cambierà presto sotto la pressione di device come l’iPad, continua Naughton, cosa che sta già accadendo con le riviste e i giornali. Ciò non significa, conclude, che il cartaceo scomparirà, ma gli editori dovranno aggiornarsi e attrezzarsi per affrontare la sfida digitale in maniera adeguata, cioè aggiungendo al loro interno figure professionali con competenze tecnologiche.

Abbonarsi ai nostri libri come a una pay-per-view?
Su un altro piano, e nella dimensione locale che meglio conosciamo e forse ci interessa conoscere di più, Mondadori sta facendo mosse che meritano di essere seguite da vicino, come per esempio quella, definita “rivoluzionaria”, di un abbonamento per i contenuti digitali.

Nel mondo cartaceo si fa il prezzo di copertina per singolo contenuto, nel digitale l’accesso ai contenuti si farà per tipologie. Immagino una sorta di abbonamento con quota associativa, con selezione da un vasta offerta proposta dall’editore, come fanno le pay-tv.

Parole di un pezzo grosso della Mondadori. Ne è nata una discussione ancora in progress – cui invito tutti gli interessati a partecipare – e già il primo intervento prospetta utilizzazioni interessanti di una tale formula. Cito la parte che ritengo più significativa: “mi abbono a tutti i gialli scandinavi pubblicati in Italia nel 2011, pago un tot, posso consultarli tutti e leggere effettivamente solo quelli che mi piacciono. Così il digitale acquista valore.”

Let’s experience the reading
Tutto ciò mi ha fatto pensare ad un bel post apparso in ottobre nel sito di Apogeo, in cui si afferma che si sta configurando sempre più un modello commerciale (e anche culturale)  secondo il quale i prodotti sono servizi, quindi ogni prodotto non assume valore in sé, ma all’interno dell’ “ecosistema” in cui viene offerto e dove “intrattiene continue relazioni con altri elementi del sistema”.

Passando all’ecosistema librario, non ci si accontenta più di leggere, o meglio far leggere chi compra un libro: gli inglesi direbbero che dal reading si passa alla reading experience dove siamo sempre più soggetti attivi e dove il libro è solo il punto di partenza di un’esperienza che ci può condurre lontano e contemporaneamente entrare ancora più in profondità. Quanto poi tutto ciò potrà cambiare anche il concetto di scrittura, sarà un argomento che mi riprometto di affrontare in futuro.

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