Ritorno al futuro per il self publishing

ImmagineHo partecipato, su gentile invito dell’organizzatore Mauro Sandrini, alla giornata di sabato di “Caro futuro ti scrivo”, un evento organizzato dallo stesso Sandrini e la sua Self Publishing School e dedicato a “giornalisti, blogger e scrittori che fanno sul serio”, come dice il sottotitolo della manifestazione.

Purtroppo ho perso la prima giornata in cui sono intervenuti, tra gli altri, Gino Roncaglia e Carlo Infante; cercherò quindi al più presto qualche post che racconti ciò che si è detto e fatto venerdì nella quieta e rassicurante cornice del Caffè Letterario di via Ostiense a Roma (libri e odore di caffè, due elementi sicuramente cari a Sandrini, e chi ha letto il suo Tanto Tantra sa di cosa parlo).

Edit del giorno successivo: ecco un post sull’intero evento, raccontato in modo ottimo e abbondante, grazie a Cetta De Luca.

Da parte mia, più che scrivere una cronaca della giornata preferisco mettere in evidenza gli elementi più interessanti emersi dagli incontri con i cinque relatori del sabato, incontri che poi si sono ripetuti non più in plenum ma a piccoli gruppi, secondo una formula originale e che sarebbe risultata ancora più fruttuosa se il tempo a disposizione fosse stato maggiore – ma alcuni relatori venivano dall’estero e non potevano trattenersi più a lungo.

Ma chi erano questi cinque relatori e di cosa hanno parlato?

Alessandro Bonaccorsi, illustratore e grafic designer autore del libro L’immaginario per professione, ha intitolato il suo intervento “Il Immaginetuo libro per trovare clienti”, parlando quindi del libro come veicolo della propria identità – anche professionale, come nel suo caso. Secondo Bonaccorsi l’ebook, almeno in italia e almeno in questa fase che stiamo vivendo, funziona solo in parallelo con il cartaceo e se possiede tre caratteristiche: quelle di essere utile, essere vantaggioso (per l’autore come per il lettore) e essere gradevole.

Il secondo intervento è stato “Sopravvivere nell’editoria”: la giornalista freelance Elisabetta Ambrosi ha individuato ed esposto alcuni tips importanti per chi fa il suo mestiere e comunque si occupa di informazione ai tempi del digitale: prima di tutto il/la giornalista digitale è multimodalemulticanale: usa scrittura, foto, video, senza privilegiare un linguaggio rispetto agli altri e deve prestare attenzione ai media di ogni tipo e soprattutto ai social: la parola d’ordine quindi è “stai nel flusso” perché lì si trova il materiale e il contenuto da raccontare e far diventare informazione; a sua volta, il prodotto informativo che ne deriverà dovrà essere modulare, cioè adatto a più media, a più formati e a più modi di essere erogato e narrato. Il tutto realizzato sempre con velocità ed efficacia, altri due elementi fondamentali del mestiere.

Si è parlato di social network e coerentemente la parola è stata poi data a un’esperta in materia, Luna Margherita Cardilli, che ha parlato delle strategie social di promozione di libri ed eventi culturali. Alcuni suoi consigli particolarmente significativi?  “Andate nei social dove sono i vostri lettori e cercate di capire come comunicano” per poter comunicare con loro nel modo più efficace e adeguato. Già, ma quali social? Luna non crede molto in Facebook: è vero che lì ci sono tutti, ma proprio per questo, sostiene, non si ha molta visibilità. Meglio twitter, o social più evoluti anche se ancora di nicchia, come Medium, il quale permette una cosa molto importante per un autore: “creare e dare contenuti extra su altri livelli” per attirare e(in)trattenere i lettori, continuando a mantenere un contatto vivo con loro, fatto di commenti e condivisioni. Fondamentale, comunque, rimane il sito, la vera e propria “casa” dello scrittore e del suo libro, così come importante rimane la forse troppo bistrattata newsletter: i social, conclude Luna Margherita, possono passare e morire, ma la newsletter si evolverà e rimarrà.

Si parla di siti ed ecco Roberto Pasini che nel suo intervento “Costruire il tuo sito web” ribadisce l’assioma secondo il quale un sito  è fondamentale per lo scrittore, ma non si deve avere l’ossessione di postare a tutti i costi: bisogna scrivere quando si ha qualcosa da dire e quando si pensa che quanto scriveremo possa avere una qualche rilevanza. Altrimenti, sostiene Pasini, meglio star zitti. Altro atteggiamento da evitare è quello di dare troppa importanza alle visite: più importanti degli accessi al sito sono le ragioni per cui i visitatori sono arrivati (e ne so qualcosa io, che ho messo anni fa la foto di una torta di compleanno e ancora mi trovo regolarmente dei visitatori aspiranti pasticcieri che molto probabilmente se ne infischiano dell’editoria digitale). Infine, da tenere sempre presente che, come in tutte le relazioni, anche la curva di coinvolgimento di chi frequenta il nostro sito è destinata, dopo un’eventuale impennata iniziale, a stabilizzarsi per poi declinare. Starà a noi mantenerla sopra una soglia accettabile e buona norma sarà, per lo scrittore, offrire contenuti gratuiti, capitoli del proprio libro da scaricare, sconti e altre iniziative che tengano sempre in vita l’attenzione per il libro e per il sito stesso.

Ha chiuso la sessione mattutina  in plenum il giovane Matteo Pezzi, autore di Scrivi, c’è tempo!, un agile libretto che in maniera divertente ma non per questo meno seria dà consigli utili su come ottimizzare il nostro tempo, risorsa che sembra sempre più scarseggiare, erosa dalle millanta distrazioni a cui siamo esposti quotidianamente (non solo social network, ma anche giochi, telefonate di amici e parenti, gruppi di WhatsApp, ecc.): come Pasini, anche Pezzi mette in guardia dall’overload e dallo scrivere a tutti i costi. Se riflettiamo su quanto vogliamo scrivere e consideriamo se è veramente necessario e utile, ci accorgeremo che non lo è quasi mai. Quindi perché scriverlo? Poi Pezzi parla anche della sua esperienza di scrittore e riguardo alla copertina dice una cosa non banale: non deve essere per forza bella, ma deve risultare efficace per la visibilità sugli store online: una copertina ben fatta e magari anche artistica, visualizzata come thumbnail sulla schermata di Amazon, non avrà un valore aggiunto maggiore di una molto meno elegante ma più capace di attirare l’occhio del potenziale acquirente.

In definitiva, spunti per ulteriori approfondimenti non sono mancati e anche l’attenzione dei presenti ha dimostrato quanto il tema del self publishing sia attuale e destinato a essere sempre più in primo piano e non solo per la narrativa, ma anche per la saggistica e, perché no, la scolastica (proprio nel mio gruppo c’era un’insegnante di materie letterarie alle scuole medie). E’ bene quindi che l’editoria tradizionale si inizi a interrogare sull’emergere di questo fenomeno per affrontarlo adeguatamente (e senza il consueto panico dell’ultimo minuto) in maniera intelligente quando sarà chiaro che non potrà più essere eluso. Perché il futuro corre veloce, soprattutto nel mondo dei bit.

Teicoscopia sulle tecnologie nella didattica

ImmagineSi continua a parlare, con una certa frequenza ed encomiabile continuità, di quello che sembra l’argomento del momento, cioè l’uso delle tecnologie nella didattica. Sinceramente, a volte mi sembra piuttosto una teicoscopia (o teichoscopia), cioè quell’ “osservazione dalle mura” in cui nell’Iliade Elena passa in rassegna (dalle mura, appunto) gli eroi che si affronteranno nella grande battaglia sotto Troia. Allo stesso modo, infatti, analisti ed esperti continuano a misurare e identificare le forze in campo senza però entrare nel merito della tenzone, ovvero senza fornire una soluzione concreta a quello che, effettivamente, è ancora molto nebuloso, cangiante, indefinito e indefinibile.

Se ne è parlato anche nella mattinata di sabato di See-book, il forum del libro digitale che si è svolto a Sassari nelle giornate del 17 e 18 gennaio (qui è possibile rivedere lo streaming del sabato mattina, ma ci sono tutti i video disponibili): si sono  ribaditi concetti ormai noti (ma a quanto pare non abbastanza) come la priorità della formazione degli insegnanti, il concepire la tecnologia come uno strumento e non un elisir che magicamente può risolvere i problemi della didattica; Giovanni Biondi, che  per primo forse ha usato il termine “scuola digitale”, ha poi rincarato la dose affermando la necessità di una riforma profonda del sistema educativo, ancora basato su e ancorato a una visione tayloristica, di stampo industriale, con sistemi e finalità che non hanno più aderenza con la realtà del mondo attuale. In questa operazione di rinnovamento le tecnologie potrebbero dare il loro contributo, ma starà solo agli insegnanti calibrare il sestante per definire la rotta giusta, perché sono loro che gestiscono il lavoro quotidiano in classe.

In sostanza, come sostiene anche Chomsky in questo breve suo intervento sull’argomento, la tecnologia è come un martello, che si può utilizzare per costruire come per distruggere: se non c’è un apparato concettuale all’interno del quale inserire l’utilizzo delle tecnologie, se non sono chiari gli scopi e le domande a cui il digitale dovrebbe rispondere, le tecnologie potranno anche risultare nocive alla conoscenza e all’apprendimento.

A questo proposito è molto interessante l’intervista apparsa su La ricerca a Michael Feldstein, un esperto di strumenti educativi digitali e di e-learning. In poche ma chiarissime parole, Feldestein prima di tutto ci rincuora un po’ dicendo che negli Stati Uniti non si è poi così avanti come spesso si tende a pensare e moltissimi insegnanti sono ancora piuttosto diffidenti nei confronti del digitale in classe. Per quanto riguarda invece le case editrici scolastiche, Feldstein afferma che “per le aziende è difficile capire a quali prodotti dare la precedenza o a quale velocità andare” e che “per gli editori di scolastica è particolarmente difficile progettare bene i prodotti digitali”. Il primo ostacolo che devono affrontare, dice Feldstein, consiste nel capire che gli insegnanti e  gli studenti devono ora risolvere problemi diversi rispetto a quelli che erano abituati a risolvere con i libri cartacei. Nell’intervista si parla anche di MOOCs e di Big Data ed è da leggere nella sua interezza.

Nel frattempo, la scuola digitale di Apple (ovvero i materiali didattici realizzati con iBooks Author) arriva anche in Italia (qui un articolo del Sole24ore). Della sedicente rivoluzione della mela morsicata avevo già parlato in un post scritto quando fu lanciato questo tool e devo dire che non ho cambiato molto la mia posizione, improntata a una diffidenza soprattutto riguardo al termine “rivoluzione”, ma probabilmente anche al termine “didattica”. Quindi rispetto a tutta l’operazione Apple, sostanzialmente.

Su tutto, comunque, pesa una domanda ancora irrisolta, che infatti è stata formulata anche nel convegno See-book: che cos’è veramente un ebook? Soprattutto nella didattica, questa è una questione ancora aperta, dal momento che il libro di testo è un materiale troppo complesso, articolato e ingombrante da poter non dico sostituire, ma anche integrare in maniera indolore (in termini di costi, di risorse, di professionalità impiegate) con una controparte digitale; e proprio in un periodo in cui si parla di “fine” o almeno (e sicuramente) di profondo cambiamento nelle abitudini di lettura (e, aggiungo io: di scrittura), è lecito pensare che il materiale didattico, già di per sé sempre più modulare,reticolare, flessibile, possa e debba essere completamente ripensato in maniera da una parte più narrativa e dall’altra più ramificata, multimodale e partecipata. Forse questo bel prodotto del NYT  (che vi consiglio di esplorare in tutte le sue pieghe) può essere d’aiuto nell’iniziare a immaginare i possibili percorsi che potrebbe imboccare il digitale per dare veramente un peso e un’impronta forte al proprio valore aggiunto e iniziare una storia tutta sua, sganciata dalla mimesi cartacea e legata più strettamente alle sue caratteristiche e potenzialità.

Tutto sta a capire se gli editori continueranno anch’essi nella loro teicoscopia o oseranno qualcosa di diverso da quanto fatto finora.

Argomenti correlati: la sezione scolastica digitale di questo blog.

A proposito – ancora – di libri di carta e digitali

Questa settimana mi sono imbattuto in alcuni bei post che vorrei qui condividere con voi.

Il primo è intitolato “Non esistono idee isolate, esistono solo ragnatele di idee” ed è secondo me un post da prendere a modello su come si scrive un articolo di un blog: breve ma completo, con link precisi di approfondimento e di ampliamento del tema (la necessità di ripensare e, direi, resettare il modo di concepire la produzione e la trasmissione della cultura nell’era digitale, perfettamente descritta anche dall’ottimo post di Luca Sofri nel suo blog Wittgenstein e intitolato “La fine dei libri“) e una piccola sitografia finale per inquadrare l’argomento anche in maniera diacronica. Da leggere in tutti i suoi percorsi, per farsi un’idea seria e non superficiale sulla sempre troppo banalizzata querelle cartaceo vs. digitale.

Il secondo è un’infografica su come un libro cartaceo diventa testo digitale (“How A Printed Book Becomes A Digital eBook“): la trovo molto eloquente per dimostrare quanto sia fallace l’idea purtroppo comune che il digitale è un processo di lavorazione più facile e meno laborioso – e soprattutto meno costoso – del cartaceo.

Infine, un interessante articolo che mostra concretamente come e perché il cartaceo avrà sempre una sua ragione d’essere, seppur limitata a edizioni particolari, dove l’estetica si coniuga con la funzionalità del supporto e il libro privilegia anche la sua identità di oggetto, da avere e mostrare. Un po’ quello che sta succedendo in campo musicale al vinile, acquisto quasi d’obbligo per collezionisti e appassionati.
L’articolo a cui mi riferisco si intitola “Are Print Books Becoming Objets d’art?” e ha anche il merito di segnalare alcuni libri davvero interessanti (di uno si era parlato tempo fa in certi ambienti del web come appunto esempio di libro che in digitale avrebbe poco senso) a cui mi permetto di aggiungerne uno, ma chissà quanti ancora ce ne sono, e magari potreste segnalarli voi stessi.

noi e il digitale in 365 giorni (passati e futuri)

Vorrei finire questo 2013 con alcuni consigli di lettura (nel senso di post da leggere): avrei voluto scrivere il consueto pezzo di fine anno che fa il consuntivo e delinea le tracce per il 2014, ma ci ha già pensato egregiamente Gabriele Alese e rimando volentieri al suo post, sempre molto puntuale e professionale.

Al limite, mi posso permettere di integrarlo con altri articoli che a mio parere offrono spunti di riflessione su cui meditare nel corso del prossimo anno.
ImageInizio con un brevissimo intervento di Giuseppe Granieri su quello che può significare per il mondo della lettura e della cultura in generale lo shift (che è di pensiero, di strategia, di risorse, di organizzazione, di competenze) dal cartaceo al digitale; non si tratta, è sempre bene ribadirlo (anche se sono tre anni che lo faccio) di contrapporre in modo manicheo e poco intelligente i due supporti (si tratta, dice bene questo articolo, di un nonissue, un non-argomento), ma di considerarli come due modalità differenti di elaborare, trasmettere, diffondere e fruire contenuti, dove la carta ha sempre un suo spazio, ma è uno spazio residuale, dice Granieri, una delle tante caselle in cui inserire (o trovare) parte di ciò che vogliamo comunicare.
A corroborare questo concetto sono sicuramente utili i sette libri consigliati in questo sito: il titolo parla di libri sull’educazione, ma si tratta spesso di titoli di respiro più ampio che trattano appunto di come sta cambiando il nostro modo non solo di apprendere, ma di comprendere il mondo e i dati che lo permeano.

A proposito di educazione e scuola, nel corso del 2013 (soprattutto dalla sua seconda metà) si è parlato e dibattuto moltissimo su come potrebbe/dovrebbe riformare un sistema da sempre refrattario ai cambiamenti e alle innovazioni e continuamente colpito da tagli e riforme che spesso cancellano quelle precedenti e rimescolano le carte creando soltanto ulteriore confusione e ulteriori ritardi.
Ultimo di questi incontri, almeno come importanza, è stato quello di Pisa (di cui ho parlato qui), sicuramente un punto di partenza che però va accompagnato da tutta una serie di azioni, prima fra tutte la formazione dei docenti, che penso sia la priorità più urgente del 2014, sotto questo punto di vista.

Infine, una lettura breve ma incisiva sulle possibili prospettive che attendono i self publisher (proprio nel 2013 a Senigallia c’è stato il primo festival del self publishing, a cui sono andato e che ho in parte raccontato in un post): oltre che come scrittori, dice l’articolo in questione sin dal titolo (Writers need to think like business owners) devono pensare – e agire – come piccoli imprenditori, con tutti gli oneri e i rischi che ne conseguono.

Per tutto il resto rimando all’anno nuovo, augurando a tutti che sia sereno, ricco di letture, idee e parole scritte e da scrivere.

(l‘immagine è tratta da qui)

editoria scolastica: digitale sì, ma come?

In un recente convegno Miur a Pisa intitolato “Uno, nessuno, centomila: libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa” si è parlato molto di scuola digitale e ancor più di editoria scolastica (per una rapida sintesi in tweet, qui ci sono alcuni storify relativi, mentre chi ha tempo può trovare qui tutti i video degli interventi). Tra i presenti, c’erano Gino Roncaglia, Dianora Bardi e Agostino Quadrino, il quale ha poi sviluppato su una pagina Facebook alcune sue riflessioni post convegno. Come spesso accade per un argomento ormai da mesi al centro di un acceso dibattito, le reazioni sono state molte, differenti e spesso contrastanti. Il nucleo della discussione è il modo in cui l’editoria scolastica dovrebbe interpretare questo passaggio da una didattica erogativa ad una più improntata alla condivisione e da un sistema in cui al centro c’era (e c’è ancora) il libro di testo tradizionale a un nuovo modello in cui i contenuti e i materiali didattici possono venire realizzati dagli insegnanti (anche insieme agli studenti) e diffusi su piattaforme aperte.

Insomma, per dirla in italiano: Open Educational Resources (“risorse educative aperte”, peraltro previste anche dal decreto emanato dalla ministra Carrozza), copyleft, Creative Commons. E gli esempi concreti in qualche modo già ci sono, alcuni dei quali presenti al convegno di Pisa: Dianora Bardi e il suo centro Impara Digitale, Agostino Quadrino e la sua casa editrice Garamond, Noa Carpignano di BBN (e quindi l’ambiente di apprendimento Didasfera).  Ma in Italia si pensi anche a Oil Project , nonché a insegnanti come Emanuela Zibordi e al suo manualetto su come creare testi scolastici 2.0 con l’ausilio di ciò che offre la Rete in modo aperto, semplice ed efficace.

Dall’altra parte sta l’editoria scolastica che in pochi anni si è dovuta convertire, obtorto collo, ad un nuovo modo di fornire contenuti e materiali. A questo riguardo, mi sembra che si sia ormai arrivati alla terza fase di un percorso: la prima fase (se vogliamo trascurare l’era dei CD-Rom, piena di buone intenzioni e intuizioni – anche di buoni prodotti – ma poco incisiva sul terreno strettamente didattico) è stata quella dei PDF scaricabili dai siti dell’editore o – appunto – da eventuali CD-Rom allegati ai volumi; si tratta di una fase in parte attuale, dato che non pochi editori si affidano ancora a questo tipo di formato (peraltro ignorato da buona parte degli insegnanti).

La seconda fase è quella di materiali didattici integrativi che accompagnano sia il libro cartaceo sia il suo cugino in PDF: video, audio mp3, animazioni, esercizi interattivi, il tutto inserito in un percorso didattico che fa comunque riferimento al libro adottato, ripercorrendone le unità o capitoli e quindi la struttura di base.

Siamo quindi ancora in una modalità mimetica rispetto al libro di testo, ovvero il cartaceo è ancora il punto di partenza che detta i tempi, gli spazi e le cesure ai contenuti su formati digitali. La terza fase, invece, è quella che ci attende e che la stessa ministra Carrozza ha individuato nei materiali autonomamente prodotti dai docenti (o da docenti e studenti, come anche fanno Emanuela Zibordi, Dianora Bardi e altri) e diffusi all’interno di piattaforme condivise, aperte e collaborative, meno dipendenti dai margini delle pagine, più svincolate dalla narrazione lineare del testo scritto e più ramificate, estese, polifoniche. Queste risorse, dice la ministra nel suo decreto, potranno anche essere adottate dagli insegnanti per integrare, se non eventualmente sostituire, i libri di testo tradizionali.

Alcuni (come Quadrino), già salutano la morte del libro di testo tradizionale, inteso come riferimento autoriale monodirezionale, poco flessibile e non adatto alle nuove dinamiche del sapere, che scorre su altri canali, secondo flussi e fonti differenti e non può essere più relegato in un contesto chiuso e autoreferenziale come un testo cartaceo.

Altri, Roncaglia in primis, auspicano una gradualità in questo passaggio e una convivenza, ancora necessaria, tra testi tradizionali e nuove risorse del sapere alla ricerca di un equilibrio tra granularità e modularità; i testi tradizionali, che hanno dalla loro un’autorialità e una validazione che non può essere sottovalutata e rigettata con una scrollata di spalle – sostiene in sostanza Roncaglia – devono però allo stesso tempo essere integrati, accompagnati e riletti alla luce del nuovo modo di creare conoscenza: insomma, come anche detto nel corso del convegno di Pisa: costruzione lineare e costruzione reticolare sono due metodologie di costruzione dei saperi che possono e devono convivere, per un arricchimento reciproco.

Poi c’è un interessante post di Mario Rotta, il quale precisa un suo commento nella discussione su facebook e che parla di un possibile “modello di business” editoriale in cui l’editore non sia più o non sia solo un fornitore di prodotti, ma anche di servizi; un editore che, attento ai nuovi scenari di self-publishing e OER, si ponga come mediatore tra autori e lettori/utenti in spazi virtuali adeguatemente organizzati e funzionali allo scopo. Quale sia lo scopo preciso ancora non sembra chiarissimo, ma sicuramente la direzione è questa, anche se ad oggi la configurazione del modello è (necessariamente?) nebulosa. Del resto, aveva parlato in modo simile anche Gino Baldi di Giunti Scuola in un Librinnovando romano di qualche mese fa; segno che nell’editoria c’è già il sentore di ciò che potrebbe essere il futuro.

Allo stesso tempo c’è anche un senso di attesa e di velata speranza che il sistema scolastico non crei in tempi rapidi una domanda tale da giustificare lo sforzo (e il rischio) di un tale mutamento di paradigma. Se infatti il Ministero ha individuato le modalità in cui l’innovazione deve essere interpretata (e non è cosa da poco), il passo seguente è quello più difficile, perché concreto, sul campo, nelle aule. Quali ne saranno i tempi e le modalità? Quali le priorità? Sarà un processo omogeneo o saranno privilegiate le solite eccellenze e le iniziative individuali?

E soprattutto, l’editoria accompagnerà questo processo o ne attenderà gli sviluppi e ne osserverà l’evoluzione?