il mio (primo) ifbookthen – parte seconda

Eravamo arrivati alla pausa pranzo di Ifbookthen Milano (leggi qui)

La sessione postprandiale inizia, opportunamente, con la verve e la vivacità dei due ragazzi di Literary Death lideathmatchMatch, che scuotono la platea con la loro idea di agone letterario in “salsa talent” (definizione copyright: @LunaOrlando) e una gara di spelling d’autore. Una modalità che coniuga la socialità per una volta non virtuale ma fisica e la possibilità di estendere la lettura con altri media e avere una cassa di risonanza originale.

Poi tocca a Kassia Krozser di Booksquare, che esordisce raccontando la sua esperienza di lettrice prima cartacea e via via sempre più digitale (“ma le riviste”, sostiene, “devono ancora trovare la formula giusta”). Secondo Kassia il supporto è una questione di funzionalità: “ci sono libri che dovrebbero essere aggiornati in tempo reale” e chi li usa non può aspettare che esca la nuova edizione: guide di ristoranti e tutta quella manualistica da consultazione su temi e argomenti che facilmente divengono desueti nello spazio di qualche mese. Con Kassia inoltre si parla - finalmente – di attenzione al lettore: la “signora Booksquare” riflette sul concetto di ”lettore platonico“, una figura molto cara agli editori, ma molto diversa dal lettore reale (e, aggiunge, gli editori non l’hanno ancora capito). “A quale lettore ci rivolgiamo?” chiede Kassia; “Ci sono molti tipi di lettori e con caratteristiche proprie”: compito dell’editore è individuare e capire queste caratteristiche ed elaborare un catalogo adeguato. L’altra grande parola d’ordine di Kassia è: qualità. La qualità è un valore di cui il lettore deve tenere conto quando pensa al prezzo, perché rappresenta un valore che (purtroppo) non tutti i libri (digitali e non) hanno.

Seguono i 5 “Content Business Model”, da cui traggo alcune riflessioni: la prima è l’impressione che la Germania stia emergendo sia nell’hardware che nel software (tre presentazioni provengono dalla terra di Goethe); la seconda è che le community, i blog e i social network siano entrati di diritto nella filiera del libro e della lettura.

Si parla ancora di qualità con The Rouge Reader, che propone un autore al mese al motto di “In a market of fragmentation, aggregation is power”

Il motto di Bibliocrunch invece è “freelances are che future”; si tratta in pratica di un’agenzia editoriale in grado di confezionare ebook di qualità (ancora lei) utilizzando proprio i freelance, spesso professionisti capaci vittime dei tagli sul personale delle case editrici.

Infine, l’ultimo motto della sessione viene da una biblioteca svedese, Publit, che propone il suo “swedish model”: Ebook as services. Il loro progetto parla da se: “Ebooks are not commodities to trade, they are services that must be licensed on specific terms: this is the Swedish model”. La biblioteca si configura come spazio non solo per il prestito, ma motore immobile (e a contatto diretto coi lettori) per la circolazione dei libri, proposti con un prezzo dinamico e con una tassa sulla distribuzione del 20%. Gli svedesi fanno 1+1, sommando da una parte le competenze  dei bibliotecari, bravi a muovere la backlist, e dall’altra gli editori, bravi nella frontlist. Digitalizzando titoli fuori diritti fanno un servizio prezioso al lettore e valorizzano un patrimonio troppo spesso messo da parte dagli editori stessi.

La giornata si conclude con le riflessioni incrociate di Luca De Biase e Javier Celaya, il quale osserva che editori e start up non si incontrano, mentre invece sarebbe bene che in futuro lo facessero di più; da parte sua De Biase mette l’accento sulla leadership culturale, dandone una definizione ben precisa: “cultural leadership it means understandig what’s going on, participate in the innovation process with all heart and brains and create a vision that has such a momentum that everybody else is going to follow”.

E qui mi fermo, dato che sono dovuto scappare a prendere il treno. Per chi desidera una sintesi più breve ma molto più lucida della mia, rimando all’articolo di Ivan Rachieli su Apogeoline. Se trovate altri articoli su Ifbookthen segnalatemeli, per favore, io in questi giorni non credo di poterlo fare con la dovuta attenzione.

Il mio (primo) ifbookthen

IMG02713-20130319-1220Primo nel senso di vissuto direttamente di persona e per una volta non (solo) attraverso i tweet. Impossibile però riassumere tutta l’intensissima giornata della terza edizione di un evento che proprio quest’anno diventa internazionale e si svolgerà anche in Spagna e Svezia; scopo di questo post sarà quindi fornire degli highlights, le frasi e le fasi che più di altre secondo me hanno offerto spunti di riflessione – anche in diretta, se è vero che spesso i commenti più densi venivano proprio dai tweet dei presenti in sala (quasi tutta piena, per inciso). Si inizia con i dati Nielsen e poi di Giovanni Bonfanti di A.T. Kearney, dai quali veniamo a sapere che l’Italia, con il suo 3% di ereader (domina, e almeno per ora, il Kindle) è anche al di sopra delle previsioni sulla penetrazione della lettura digitale nel nostro paese; che, come prevedibile, per ora tablet e ereader sono giochi per over 25 e che la forbice tra prezzo dei libri cartacei e digitali è destinata ad ampliarsi, dato che questi ultimi tendono a essere sempre più economici. Marco Ferrario completa l’intervento di Bonfanti con un’osservazione degna di nota: sarebbe meglio non parlare più di editoria ma di digitale, cioè un sistema integrato di contenuti e servizi online. I servizi sono i grandi protagonisti di quest’anno, anche se non è certo da quest’anno che si parla di accompagnare i contenuti ai servizi, ma nell’editoria repetita juvant, si sa. Eccoci quindi al primo keynoter, Javer Celaya, che parla soprattutto di data (“the new oil of XXI century”) e di servizi: “le vendite diminuiranno, i servizi hanno i margini maggiori”. Dei cinque tech business model presentati menziono Atavist, una piattaforma di storytelling che ognuno può riempire con i contenuti che preferisce, contenuti che poi vengono adattati ai device usati ( quindi con un tablet ho un tipo di contenuto e con un ereader un altro); lo scopo di Booktype invece è quello di agevolare il workflow e renderlo più fluido così da accorciare i tempi e ridurre le spese a vantaggio anche della qualità. Mobnotate è apparso, a me come a molti, un sistema – magari anche ingegnoso – di cross-promozione in cui si vende (forse) molto ma si legge (probabilmente) poco; Valobox propone un modello di accesso ubiquo al contenuto e di acquisto (e/o fruizione) granularizzato e condivisione sociale al motto “create a million bookstores empowering others to sell your book”. Modello, osserva giustamente il bot di @Apogeo, che potrebbe adottare Amazon qualora aprisse all’usato. Dell’atteso intervento di Bob Stein e del suo progetto Socialbook (che ricorda moltissimo Bookliners) i concetti dominanti sono: Amazon e Apple sono stati utili per traghettare il grosso del pubblico dall’analogico al digitale, ma ora è arrivato il tempo di modelli aperti e di condivisione, che sono i veri e grandi punti deboli dei due colossi.
Suggestiva l’immaginifica visione di Ed Nawotka dell’universo dei data come quello stellare, in cui ciò che possiamo vedere a occhioIMG02715-20130319-1247 nudo sono gli small data (preferisce chiamarli clean data), i quali ci danno uno sguardo d’insieme, mentre se vogliamo analizzare con maggiore attenzione come i contenuti vengono percepiti, ritrasmessi, condivisi soprattutto attraverso i social network dobbiamo usare il telescopio (i big data). Tra i data business presentati c’è anche il progetto italiano Pleens, di cui ho parlato nel corso di una recente intervista con uno dei suoi artefici, Filippo Pretolani aka @gallizio.

Insomma, tra formule riprese un po’ da tutti (keep your fingers happy a valorizzare contenuti dinamici e multimediali), un occhio ai social network e in generale alla modalità social della lettura e grande attenzione (troppa?) su dati e tracciabilità finisce la sessione mattutina di ifbookthen 2013 e anche la prima parte del mio sunto. A presto per la seconda.

l’ebookcamp sulla scuola digitale, tra dubbi e cattivi pensieri

scuola-digitale_locandinaLo scorso fine settimana a Cosenza si è tenuto il quarto ebookcamp organizzato da Simplicissimus Book Farm, questa volta dedicato alla didattica e alle nuove tecnologie. Non ho potuto partecipare di persona all’evento, ma l’ho seguito un po’ in streaming e soprattutto via tweet (una breve ma efficace sintesi la trovate comunque qui, mentre qui potete guardare un servizio di Metro tv dedicato alle due giornate). Tra le cose reperibili in rete e in effetti più interessanti c’è stato l’intervento di Sandra Troia su cittadinanza digitale e i requisiti su cui basare un modello di educazione che vada in questa direzione (qui le slide relative), e la presentazione da parte di Garamond di EDUCLOUD, un ambiente per la produzione di contenuti didattici aperti. Da parte sua, Simplicissimus ha elaborato un’applicazione web per le scuole (se ne parla in questo articolo sul fattoquotidiano.it). Presente anche Emanuela Zibordi, che ha presentato la sua esperienza didattica con l’iPad in classe e del suo libro Testi scolastici 2.0, che raccomando a tutti coloro che vogliono capire meglio come si potrebbero usare le tecnologie a scuola in modo funzionale. Da seguire da vicino anche EPUB Editor, un ambiente online per realizzare ebook in formato ePUB3.

Tutto molto interessante, sicuramente. Ma da un po’ di tempo sto maturando un ragionamento che recentemente ho trovato espresso anche in un articolo dal titolo eloquente: More Work For Teacher: The Ironies of Educational Technology (più lavoro per l’insegnante: l’ironia della tecnologia didattica). In pratica, a me sembra che tutte queste piattaforme, questi ambienti virtuali, se da un lato sono indubbiamente una risorsa preziosa per l’insegnante e lo studente stesso, che hanno la possibilità di entrare in un contesto didattico molto più stimolante e coinvolgente, non più erogativo ma condiviso, dall’altra necessitano di un notevole lavoro extra da parte del docente che sinceramente non so quanto potrà risultare allettante.
Con questo non voglio certo dire che non si debbano usare le tecnologie, ma piuttosto che, così come sono ora proposte, queste piattaforme e questi ambienti di apprendimento (e insegnamento) offrono alcune soluzioni ma poche risorse, mettono a disposizione un contesto più che un metodo e soprattutto lasciano un po’ gli insegnanti in una terra di nessuno, con un piede nel digitale e tutto il resto del corpo ancora presumibilmente nel mondo analogico. Ecco perché ritengo utili manualetti pratici come quello di Emanuela, ecco perché mi piacerebbe vedere gli editori operare (vista l’assenza del Ministero preposto) nella formazione prima ancora che nell’offerta di ambienti o strumenti digitali.

Ma forse sono cattivi pensieri, tetri e bislacchi di una sera un po’ così. Forse i fatti smentiranno presto i miei dubbi. Ma fino al momento della smentita, penso permarranno intatti, dubbi e cattivi pensieri.

 

gallizio editore: la lettura e la controrivoluzione delle scritture

foglietto

Qualche mese fa, nel post “leggere (e scrivere) tra le nuvole: perderemo davvero la letteratura?”  prendevo spunto da alcuni articoli che trattavano del ruolo della scrittura nell’era digitale.
Ormai si parla piuttosto di “scritture” e di un supporto che non esiste più o meglio è dilatato e diafano, di una scrittura ubiqua e non più lineare.
Per interpretare questo nuovo contesto ho interpellato Filippo Pretolani aka gallizio* (@gallizio), in quanto lo ritengo il miglior interlocutore sull’argomento. Ne è nata, più che un’intervista, un botta e risposta a colpi di mail, una chiacchierata su quello che potranno diventare le scritture nell’era digitale.

Iniziamo proprio da te e dal progetto Pleens: di che cosa si tratta? E soprattutto da cosa nasce, da quali esigenze o da quale punto di vista?

Nasce da un’idea antica come la letteratura: quella di associare ai luoghi il nostro vissuto, le emozioni, le storie. Lasciare un segno di noi. Ma dove? Lavorando sui social media io e mafe de baggis ci siamo resi conto di quanto le persone scrivano, che sia un sms o un lungo post su un blog, fino al lifestream quasi inconsapevole su twitter e facebook, che loro malgrado sono diventati i più grandi editori contemporanei. Pleens nasce dall’esigenza di provare a produrre consapevolmente queste scritture su una piattaforma creata per pubblicare scritture talmente dilaganti da non poter essere ospitate da un catalogo meno che sconfinato. Qui tornano i confini, il limite, le geografie: il mondo, un mappamondo iperconnesso, ci è sembrato l’unico spazio di pubblicazione possibile.

Una pubblicazione a costo zero…

Qui viene il punto: la vera novità, la discontinuità delle scritture native digitali non sta tanto (o non è solamente) nel fatto di essere duplicabili e distribuibili senza costi. No: è il fatto di essere connesse: il tempo di latenza tra scrittura e lettura tende ad accorciarsi fino a coincidere: il lifestream è live. È questo che ha cambiato l’efficacia della trasmissione della conoscenza chiusa a mezzo stampa. Il valore aggiunto della conoscenza è ora nell’interazione: scritture che generano altre scritture. Un grande software collettivo che scrive e riscrive il senso del mondo. Incessantemente, nel continuum delle scritture connesse.

Si riconfigura tutto un nuovo modo di intendere la scrittura, così come la lettura. In tutto questo la figura dell’autore come dovrebbe evolvere? (ma avrà ancora senso parlare di autore)?

L’autore entra in un’accelerazione fortissima della scrittura che fa quasi vacillare la sua identità. O se preferisci la rimette in gioco: che cos’è un autore al tempo della scritture connesse? Certo: chi scrive romanzi continuerà a farlo e li offrirà al proprio pubblico. Ma il canone dell’autorialità si allarga. Siamo in una fase di forte sperimentazione: se i punti di riferimento consueti vengono meno, allo stesso tempo tutto converge verso nuovi linguaggi, nuovi format. Lo sai cosa manca? un nuovo genere letterario. Ma arriverà, come sono arrivati il cinema (dopo l’opera), il romanzo (dopo la rappresentazione teatrale), il fumetto (dopo la pittura figurativa).

O forse lo stesso concetto di “genere letterario” è uno dei punti di riferimento consueti che verranno meno?
Considerazioni personali a parte, a proposito di romanzi, viene da chiedersi che ne sarà del libro lineare e, soprattutto, conchiuso in sé; pensi che si parlerà sempre di più di social writing, oltre che di social reading? Mi riferisco per esempio a progetti come 20lin.es e simili.

Il libro, così come siamo abituati a conoscerlo, il buon caro vecchio libro, fatto di atomi e odore della carta, continuerà serenamente la propria vita. Sono gli editori che campano alle sue spalle a fare sempre più fatica. E i librai. Tutta la catena del valore legata alla distribuzione cartacea non è più redditizia. Si cercano nuovi modelli di business. Social reading e social writing sono un pezzo di questa sperimentazione. Ma la vera partita credo si giocherà sul self-publishing.

[sul genere letterario: non a caso l'ho accostato a nuovi linguaggi e nuovi format. Non sarà in continuità col romanzo, per intenderci. Il salto sarà paragonabile a quello che porta dal romanzo al cinema]

Ecco, il self-publishing: in uno scenario come quello da prefigurato non si autoafferma quasi come naturale conseguenza del contesto in cui siamo?

Si autoafferma come concetto e come prassi, ma per diventare letteratura deve trovare un format, un genere letterario, un linguaggio (lato autori) e un modello di business (lato producer/editori)

Quello che intendo dire – e dimmi se ho capito male – è: se parliamo di “un grande software collettivo che scrive e riscrive il senso del mondo”, forse l’autopubblicazione è già quella che si ha ora, un continuum di scritti distribuiti in diversi ambienti e con diverse finalità ma tutti già in un certo senso pubblicati perché pubblici.

In un certo senso sì. Io la considero la più grande operazione di scrittura dell’occidente: mai come adesso tante persone scrivono e img22rendono pubbliche le proprie scritture. Ma gli “editori” di questa operazione (le piattaforme, i producer) sono editori per caso: gli operatori telefonici, google, twitter, Facebook, YouTube, Pinterest etc. Però rendere pubblica la propria scrittura è diverso dall’autopubblicarsi. C’è la stessa differenza che c’è tra scrivere in pubblico e scrivere a un pubblico: un conto è scrivere ti amo su un muro, un altro è scriverlo in modo che qualcuno ti riconosca dignità di autore e sia disposto potenzialmente a pagare per la tua scrittura. Ma non è finita qui: la cosa si complica ulteriormente perché tutti questi elementi sono dinamici: la definizione di autore sta cambiando, così come quella di pubblico e di scrittura stessa. E anche gli equilibri e gli scambi, i flussi che li collegano. Bello no?

Se la forma libro (intesa come narrazione lineare) si sfalderà, sarà possibile in qualche modo ricomporre i frammenti del testo esteso e connesso? O forse non avrà nemmeno senso?

Non credo abbia senso deciderlo in astratto. Un giorno qualcuno ha composto il primo sonetto, qualcun altro ne ha tratto piacere e piano piano ne è scaturito un mondo. La forma libro lineare non si sfalderà: è solo un caso particolare della grande famiglia delle narrazioni non lineari. Che per la prima volta hanno la possibilità di esprimersi compiutamente!

Quasi un anno fa esponevi le tue 99 idee per l’editoria: nel frattempo è cambiato qualcosa? Ne aggiungeresti o ne toglieresti qualcuna?

Se non fosse cambiato qualcosa mi dovrei seriamente preoccupare! Se non altro del mio equilibrio mentale. Nell’ultimo anno ho lavorato soprattutto sugli spazi di pubblicazione e in particolare sul modo in cui lasciamo segni attraversando i luoghi.

[L'esperienza più forte in questo senso è stata senza dubbio la scoperta dell'arte di Tomàs Saraceno, in particolare di On Space Time Foam all'Hangar Bicocca. Una scoperta traumatica che ha innescato enormi ampliamenti di prospettiva.]

Pleens naturalmente è un primo passo in questa direzione, ma stiamo cercando di declinare le idee guida che lo ispirano su almeno due contesti concreti: la corsa e il cibo. Penso che siano due forme dell’abitare umano particolarmente significative dello spirito del nostro tempo e che tuttavia siano in fase di ridefinizione. Quando va riplasmandosi la cosa, va riplasmandosi inscindibilmente anche la parola: il modo in cui vengono descritte e raccontate ora queste esperienze culturali (il cibo col food blogging e la corsa con le applicazioni biometriche che tracciano le performance) sono datate e non possono bastare per veicolarne il senso: per questo motivo stiamo cercando nuovi linguaggi descrittivi e nuove modalità narrative. Anche qui l’idea è di sperimentare dei format per tentare di inventare un genere letterario. Speriamo bene…

*Chi è Filippo Pretolani (dal suo profilo Linkedin):

La complessa relazione tra economia, cultura e comunicazione è sempre stata al centro della mia esperienza professionale. Dopo dieci anni di corporate communication ho deciso di cambiare rotta per concentrarmi sulla disintermediazione e sul passaggio al digitale.

Come consulente e freelance, lavoro coi miei clienti su temi di Change Management, Social Media Strategies, approcci di second screen, gestione della presenza online per aziende grandi e medio-grandi.
Negli ultimi due anni sto lanciando due progetti editoriali specifici:

gallizio editore, un open lab sulle scritture e sulla narrativa digitale
Pleens, una startup che consiste in una piattaforma mobile che serve a connettere tra loro luoghi, emozioni ed esperienze.

i nuovi modelli di apprendimento vs. il vecchio modello editoriale

Si continua a parlare e scrivere di didattica 2.0, libri di testo digitali o meno, e per quanto mi riguarda vorrei integrare e completare il mio post precedente sull’argomento, soprattutto cogliendo gli spunti offerti dai commenti molto arguti e pertinenti, dove si parla di uso delle tecnologie già in atto da parte di non pochi docenti virtuosi, che fanno uso di Moodle o delle risorse in cloud più a portata di mano, ma anche ricche di notevoli potenzialità, come per esempio Google Drive. A questo proposito si cita questa esperienza riportata dalla bravissima professoressa Vaglio (alias Galatea), cosa che mi ha fatto ricordare per analogia l’ebook da poco uscito Testi scolastici 2.0 di Emanuela Zibordi* (la quale, bontà sua, ha voluto che scrivessi la prefazione),  in cui spiega ai docenti come lavorare insieme agli studenti e creare con loro dei percorsi di apprendimento autoprodotti e trasformarli poi in un ebook.

Proprio oggi poi compare questo bel post in cui non solo si parla del buon uso dell’iPad in classe, ma dove soprattutto viene esplicato il concetto molto interessante di didattica multicanale integrata. Non più e non tanto di didattica multimediale o di libri di testo digitali, quanto proprio della creazione di un ambiente di apprendimento in cui si fa uso di tutti i canali oggigiorno a disposizione e di tutti i tool, gli strumenti che la tecnologia ci offre per perfezionare ciò che si fa – o almeno si può fare – anche in maniera analogica, ma  che sicuramente riesce meglio con l’aiuto dei bit.

Vale anche la pena scorrere queste slide in cui si fa riferimento all’uso nella didattica di strumenti come Google Drive e simili, precisando (o auspicando) che una simile strategia di apprendimento (nonché di insegnamento) sia parte di una complessiva strategia della stessa scuola e non un caso isolato, come ancora purtroppo sembra accadere qui in Italia.

In tutto questo, qual è il ruolo dell’editore di scolastica? Rimanere a guardare la sua disfatta e contemplare languidamente la propria liquefazione, non solo di contenuti, ma anche di essenza? A quanto pare no, se è vero anche solo in parte quanto si dice in questo articolo intitolato significativamente “For many students, print is still king”. in cui però non si esclude che, accanto al libro di testo, non si possa via via edificare una comunità di apprendimento nell’ambiente digitale, offrendo materiali di approfondimento a disposizione da consultare, usare, manipolare e riproporre in maniera personalizzata e arricchita.
Penso che sia questione di coniugare contenuti (su cui ancora l’editore ha un indiscusso vantaggio) e servizi, creando veramente nuove formule per questa didattica multicanale integrata reinventando il modo di erogare il materiale in suo possesso, sviluppando nuovi canali, mettendosi al servizio di quanto vorranno e sapranno fare i docenti e i loro studenti, impostando quindi una nuova, inedita – ma determinante per la sua sopravvivenza – relazione con chi prima d’ora i contenuti li ha solo assimilati senza poter intervenire, ma ora con la Rete si trova in una situazione più paritaria, sicuramente meno passiva.
Si tratta di uno switch di notevole entità, ma capace di rimodellare non solo il sistema editoriale del settore, ma l’intero sistema educativo.

*Se volete approfondire, qui una recente sua intervista sull’argomento e qui il suo blog, da seguire con attenzione.