noi e il digitale in 365 giorni (passati e futuri)

Vorrei finire questo 2013 con alcuni consigli di lettura (nel senso di post da leggere): avrei voluto scrivere il consueto pezzo di fine anno che fa il consuntivo e delinea le tracce per il 2014, ma ci ha già pensato egregiamente Gabriele Alese e rimando volentieri al suo post, sempre molto puntuale e professionale.

Al limite, mi posso permettere di integrarlo con altri articoli che a mio parere offrono spunti di riflessione su cui meditare nel corso del prossimo anno.
ImageInizio con un brevissimo intervento di Giuseppe Granieri su quello che può significare per il mondo della lettura e della cultura in generale lo shift (che è di pensiero, di strategia, di risorse, di organizzazione, di competenze) dal cartaceo al digitale; non si tratta, è sempre bene ribadirlo (anche se sono tre anni che lo faccio) di contrapporre in modo manicheo e poco intelligente i due supporti (si tratta, dice bene questo articolo, di un nonissue, un non-argomento), ma di considerarli come due modalità differenti di elaborare, trasmettere, diffondere e fruire contenuti, dove la carta ha sempre un suo spazio, ma è uno spazio residuale, dice Granieri, una delle tante caselle in cui inserire (o trovare) parte di ciò che vogliamo comunicare.
A corroborare questo concetto sono sicuramente utili i sette libri consigliati in questo sito: il titolo parla di libri sull’educazione, ma si tratta spesso di titoli di respiro più ampio che trattano appunto di come sta cambiando il nostro modo non solo di apprendere, ma di comprendere il mondo e i dati che lo permeano.

A proposito di educazione e scuola, nel corso del 2013 (soprattutto dalla sua seconda metà) si è parlato e dibattuto moltissimo su come potrebbe/dovrebbe riformare un sistema da sempre refrattario ai cambiamenti e alle innovazioni e continuamente colpito da tagli e riforme che spesso cancellano quelle precedenti e rimescolano le carte creando soltanto ulteriore confusione e ulteriori ritardi.
Ultimo di questi incontri, almeno come importanza, è stato quello di Pisa (di cui ho parlato qui), sicuramente un punto di partenza che però va accompagnato da tutta una serie di azioni, prima fra tutte la formazione dei docenti, che penso sia la priorità più urgente del 2014, sotto questo punto di vista.

Infine, una lettura breve ma incisiva sulle possibili prospettive che attendono i self publisher (proprio nel 2013 a Senigallia c’è stato il primo festival del self publishing, a cui sono andato e che ho in parte raccontato in un post): oltre che come scrittori, dice l’articolo in questione sin dal titolo (Writers need to think like business owners) devono pensare – e agire – come piccoli imprenditori, con tutti gli oneri e i rischi che ne conseguono.

Per tutto il resto rimando all’anno nuovo, augurando a tutti che sia sereno, ricco di letture, idee e parole scritte e da scrivere.

(l‘immagine è tratta da qui)

editoria scolastica: digitale sì, ma come?

In un recente convegno Miur a Pisa intitolato “Uno, nessuno, centomila: libri di testo e risorse digitali per la scuola italiana in Europa” si è parlato molto di scuola digitale e ancor più di editoria scolastica (per una rapida sintesi in tweet, qui ci sono alcuni storify relativi, mentre chi ha tempo può trovare qui tutti i video degli interventi). Tra i presenti, c’erano Gino Roncaglia, Dianora Bardi e Agostino Quadrino, il quale ha poi sviluppato su una pagina Facebook alcune sue riflessioni post convegno. Come spesso accade per un argomento ormai da mesi al centro di un acceso dibattito, le reazioni sono state molte, differenti e spesso contrastanti. Il nucleo della discussione è il modo in cui l’editoria scolastica dovrebbe interpretare questo passaggio da una didattica erogativa ad una più improntata alla condivisione e da un sistema in cui al centro c’era (e c’è ancora) il libro di testo tradizionale a un nuovo modello in cui i contenuti e i materiali didattici possono venire realizzati dagli insegnanti (anche insieme agli studenti) e diffusi su piattaforme aperte.

Insomma, per dirla in italiano: Open Educational Resources (“risorse educative aperte”, peraltro previste anche dal decreto emanato dalla ministra Carrozza), copyleft, Creative Commons. E gli esempi concreti in qualche modo già ci sono, alcuni dei quali presenti al convegno di Pisa: Dianora Bardi e il suo centro Impara Digitale, Agostino Quadrino e la sua casa editrice Garamond, Noa Carpignano di BBN (e quindi l’ambiente di apprendimento Didasfera).  Ma in Italia si pensi anche a Oil Project , nonché a insegnanti come Emanuela Zibordi e al suo manualetto su come creare testi scolastici 2.0 con l’ausilio di ciò che offre la Rete in modo aperto, semplice ed efficace.

Dall’altra parte sta l’editoria scolastica che in pochi anni si è dovuta convertire, obtorto collo, ad un nuovo modo di fornire contenuti e materiali. A questo riguardo, mi sembra che si sia ormai arrivati alla terza fase di un percorso: la prima fase (se vogliamo trascurare l’era dei CD-Rom, piena di buone intenzioni e intuizioni – anche di buoni prodotti – ma poco incisiva sul terreno strettamente didattico) è stata quella dei PDF scaricabili dai siti dell’editore o – appunto – da eventuali CD-Rom allegati ai volumi; si tratta di una fase in parte attuale, dato che non pochi editori si affidano ancora a questo tipo di formato (peraltro ignorato da buona parte degli insegnanti).

La seconda fase è quella di materiali didattici integrativi che accompagnano sia il libro cartaceo sia il suo cugino in PDF: video, audio mp3, animazioni, esercizi interattivi, il tutto inserito in un percorso didattico che fa comunque riferimento al libro adottato, ripercorrendone le unità o capitoli e quindi la struttura di base.

Siamo quindi ancora in una modalità mimetica rispetto al libro di testo, ovvero il cartaceo è ancora il punto di partenza che detta i tempi, gli spazi e le cesure ai contenuti su formati digitali. La terza fase, invece, è quella che ci attende e che la stessa ministra Carrozza ha individuato nei materiali autonomamente prodotti dai docenti (o da docenti e studenti, come anche fanno Emanuela Zibordi, Dianora Bardi e altri) e diffusi all’interno di piattaforme condivise, aperte e collaborative, meno dipendenti dai margini delle pagine, più svincolate dalla narrazione lineare del testo scritto e più ramificate, estese, polifoniche. Queste risorse, dice la ministra nel suo decreto, potranno anche essere adottate dagli insegnanti per integrare, se non eventualmente sostituire, i libri di testo tradizionali.

Alcuni (come Quadrino), già salutano la morte del libro di testo tradizionale, inteso come riferimento autoriale monodirezionale, poco flessibile e non adatto alle nuove dinamiche del sapere, che scorre su altri canali, secondo flussi e fonti differenti e non può essere più relegato in un contesto chiuso e autoreferenziale come un testo cartaceo.

Altri, Roncaglia in primis, auspicano una gradualità in questo passaggio e una convivenza, ancora necessaria, tra testi tradizionali e nuove risorse del sapere alla ricerca di un equilibrio tra granularità e modularità; i testi tradizionali, che hanno dalla loro un’autorialità e una validazione che non può essere sottovalutata e rigettata con una scrollata di spalle – sostiene in sostanza Roncaglia – devono però allo stesso tempo essere integrati, accompagnati e riletti alla luce del nuovo modo di creare conoscenza: insomma, come anche detto nel corso del convegno di Pisa: costruzione lineare e costruzione reticolare sono due metodologie di costruzione dei saperi che possono e devono convivere, per un arricchimento reciproco.

Poi c’è un interessante post di Mario Rotta, il quale precisa un suo commento nella discussione su facebook e che parla di un possibile “modello di business” editoriale in cui l’editore non sia più o non sia solo un fornitore di prodotti, ma anche di servizi; un editore che, attento ai nuovi scenari di self-publishing e OER, si ponga come mediatore tra autori e lettori/utenti in spazi virtuali adeguatemente organizzati e funzionali allo scopo. Quale sia lo scopo preciso ancora non sembra chiarissimo, ma sicuramente la direzione è questa, anche se ad oggi la configurazione del modello è (necessariamente?) nebulosa. Del resto, aveva parlato in modo simile anche Gino Baldi di Giunti Scuola in un Librinnovando romano di qualche mese fa; segno che nell’editoria c’è già il sentore di ciò che potrebbe essere il futuro.

Allo stesso tempo c’è anche un senso di attesa e di velata speranza che il sistema scolastico non crei in tempi rapidi una domanda tale da giustificare lo sforzo (e il rischio) di un tale mutamento di paradigma. Se infatti il Ministero ha individuato le modalità in cui l’innovazione deve essere interpretata (e non è cosa da poco), il passo seguente è quello più difficile, perché concreto, sul campo, nelle aule. Quali ne saranno i tempi e le modalità? Quali le priorità? Sarà un processo omogeneo o saranno privilegiate le solite eccellenze e le iniziative individuali?

E soprattutto, l’editoria accompagnerà questo processo o ne attenderà gli sviluppi e ne osserverà l’evoluzione?

il self-publishing si racconta a Senigallia

Che cosa significa autopubblicarsi e quali sono le strade possibili, le prospettive future, le potenzialità da sfruttare e le trappole da evitare? A questi e ad altri interrogativi ha cercato di rispondere #ISPF2013, il Festival del Self Publishing voluto e realizzato dall’inesauribile fucina di Simplicissimus, che di self publishing si occupa direttamente attraverso una delle sue articolazioni, la piattaforma Narcissus.

ispf2013Il festival si è svolto in due giornate, il 19 e 20 ottobre, in una cornice che i giornalisti definirebbero “suggestiva”: il Foro Annonario di Senigallia, una struttura circolare che per due giorni ha ospitato gli stand degli espositori nel suo perimetro e, sul palco al centro, ha riecheggiato delle voci degli ospiti presenti: autori di Narcissus, certo, ma non solo: c’erano i ragazzi di 20lines, Mauro Sandrini e la sua Self Publishing  School, Emanuela Zibordi che ha parlato del modo in cui si possono realizzare insieme agli studenti libri digitali a scuola e, tra gli espositori, quelli del Menocchio e una nuovissima realtà del settore, PubblicarSÌ.com (per chi volesse saperne di più, qui può trovare le foto e qui lo storify dei tweet delle due giornate).

Senza togliere niente a nessuno, il clou del sabato sono stati i due interventi nel tardo pomeriggio: nel primo Carlo Annese, vicedirettore di GQ, ha parlato con Edoardo Brugnatelli dell’imminente entrata di Mondadori nel mondo del self publishing (qui ci sono informazioni per averne un’idea più precisa). Annese ha introdotto il tema individuando le tre ragioni per cui il self publishing può aiutare gli editori: la prima è l’individuazione dei nuovi talenti; la seconda è perché aumenta la circolazione di nuovi titoli e attenua il rischio sempre presente per l’editore alle prese con i nuovi autori; in terzo luogo, gli può dare importanti indicazioni sulla politica dei prezzi.
Da parte sua, Brugnatelli ha confermato che nell’era digitale l’editore deve considerare il self publishing un fenomeno inevitabile, che piaccia o no, e quindi capire bene come funziona.
Ma cosa può fare un grande editore come Mondadori per l’autore che intende autopubblicarsi? Qui Brugnatelli è stato meno chiaro, ma ha messo in evidenza alcune caratteristiche del self publishing su cui l’editore può far valere il suo peso, a partire dal vero problema del self publisher: la discoverability, in pratica la visibilità, la capacità di mettere il proprio titolo più in evidenza in quella vetrina sterminata e affollatissima che è il web. Questo dipende (anche) da quanto si parla del libro stesso, e dove prima c’erano le recensioni ufficiali, sempre meno influenti e seguite, c’è ora il cosiddetto (ancora un termine inglese, pardon) word of mouth, in pratica il buon vecchio passaparola, già importante nel mondo degli atomi e ancora più efficace in quello dei bit, dove la viralità è molto più rapida e penetrante.
Infine Brugnatelli fa un’interessante riflessione su come il self publishing può cambiare (e di fatto sta già cambiando) il concetto di scrittura, una scrittura che è, lei sì, digital native, nativa digitale, nel senso che il self publisher sa bene che il suo libro uscirà come ebook e quindi appronta sin dalla stesura  del testo una serie di accorgimenti, a partire dai link, che danno alla narrazione una traiettoria diversa, non più necessariamente lineare ma, per così dire, radiale e dove potenzialmente la parola fine può non corrispondere alla conclusione del testo vero e proprio. Inoltre, sono sempre più frequenti i progetti di scrittura collaborativa (vedi appunto 20lines), che sembra essere già una delle modalità più interessanti e più peculiari di questo fenomeno.

Il secondo intervento prima dell’attesissimo incontro con Alessandro Bergozoni è stato quello con Camille Mofidi, responsabile in Europa del progetto Writing life di Kobo, in pratica la piattaforma per self publisher del noto marchio di e-reader distribuito in Italia da Mondadori e Feltrinelli.
Si tratta di una piattaforma in 6 lingue, compreso l’italiano, progettata, dice Camille, da autori per autori, quindi particolarmente attenta alle esigenze di chi scrive.
Quattro i passi per vedere il proprio libro pubblicato: il primo è inserire i metadati del libro, poi il contenuto, segue l’indicazione dei paesi in cui si vuole venderlo e infine il prezzo di copertina che l’autore deciderà più congruo. Da parte sua, la piattaforma Kobo converte in epub ogni formato inserito dall’autore, converte il prezzo nelle varie valute a seconda dei paesi selezionati e calcola le royalties le quali, a partire da un prezzo di copertina di 1,99 €, sono del 70%. Inoltre, l’autore ha una dashboard in cui può vedere quanto, dove e come il libro viene venduto e tutta una serie di dati sulla rapidità di lettura e su quali parti del libro vengono sottolineate, evidenziate, commentate e twittate dai lettori. Il sogno (o l’incubo, a seconda dei punti di vista) di ogni scrittore, suppongo.

Se, come ha detto mirabilmente Bergonzoni alla fine della giornata di sabato, il mondo è un racconto da captare e raccontare e i narratori (“captautori”, secondo l’arguta definizione di Ciccio Rigoli) siamo noi, incaricati di (tra)scriverlo e quindi editarlo, ecco che #ISPF2013 acquisisce definitivamente senso e il cerchio si chiude.

Non resta, per chi vuole, che approfondire l’argomento attraverso due letture: una, in inglese, si chiede se il self publishing sia effettivamente la trasformazione più importante nell’industria editoriale; nell’altra, in italiano, ci si domanda invece a chi convenga veramente.  Si tratta di questioni a cui #ISPF2013 ha cercato di dare una prima risposta, ma sicuramente per una verifica più concreta dovremo aspettare, almeno in Italia, ancora qualche anno.

Breve incursione nel meraviglioso mondo della scuola 2.0, ovvero: dal libro cartaceo non si esce facilmente.

Mia figlia Giulia ha 8 anni e frequenta la terza elementare. Quest’anno ha ricevuto per compleanno, su sua richiesta, un tablet (Android, e la specificazione si capirà in seguito) e all’inizio dell’anno scolastico abbiamo voluto sperimentare i materiali digitali che l’editore dei suoi libri di testo ha messo a disposizione insieme al manuale cartaceo.

Non menziono l’editore in questione per spirito di misericordia, ma si tratta di un editore che, fino a poche ore fa, aveva la mia sincera stima non solo per la qualità della sua proposta editoriale soprattutto nella didattica, ma per la sua rinomata attenzione all’innovazione e alle nuove tecnologie.

Facciamo tutto quello che ci viene richiesto per accedere all’ambiente digitale e creo il profilo studente di mia figlia  (cosa che per una bambina di 8 anni non è così scontata, comunque facciamo finta che tutto sia normale).
Dopo aver digitato il codice ISBN del libro possiamo finalmente entrare in contatto con il chissà qual meraviglioso patrimonio di risorse digitali che l’Editore Grande Innovatore offre.
Qui la prima difficoltà: il tablet di mia figlia non supporta alcuni formati previsti dal sito, quindi niente versione sfogliabile online (flipbook). Pazienza, amore mio, “lo faremo con il computer di papà”. Scarichiamo allora la versione offline. Un clic, niente. Due clic. Niente. Tre, quattro. Niente di niente.  Eppure è un semplice pdf. Eppure niente. Proviamo con materiali cosiddetti di approfondimento, e quelli vanno: ma anche questa volta si tratta di semplici PDF senza un minimo di interazione né tantomento multimedialità.

Scoviamo poi l’app del libro (anzi di tutti i libri validi per il triennio, urrà), però è solo per iPad, che costa 4 volte il tablet che ha mia figlia ed è un sistema chiuso in cui preferirei non ingabbiarla sin da otto anni (ma questa, lo ammetto, è una idiosincrasia tutta mia verso il marchio della Mela morsicata).

Allora oggi riproviamo tutto dal notebook di papà. Ormai la password ce l’abbiamo, si entra facile, ok. Riusciamo anche a visualizzare la versione flip del libro, dall’interfaccia alquanto anodina e non so fino a che punto utile, dato che permette di fare solo piccole annotazioni che poi vengono “evidenziate” in grigio su fondo grigio (sic).
Per il resto, è come sfogliare il libro cartaceo, solo con più difficoltà (“papà, ma è scomodo!”) e costringendo sempre a zoomare su ogni elemento da leggere.
Scarichiamo allora la versione PDF che su tablet non era stato possibile ottenere. Anche qui, un bel PDF puro, per niente “accresciuto”, con pochissima possibilità di interazione da parte dell’utente e con il solo vantaggio della portabilità (ma a che scopo, se poi tutto il resto è poco pratico?)

Ma nell’area digitale propriamente detta c’è anche un motore di ricerca per scaricare materiali “per la classe”. Curiosi, ci proviamo.
Il motore di ricerca è pochissimo intuitivo, nel senso che selezioni le tue opzioni ma poi non c’è il tasto enter che attiva il motore, solo una lista di materiali (in PDF) validi per più corsi e più materie. Ci sarebbe una chiave di ricerca per “atlanti attivi”, ma non si capisce come si dovrebbe attivare.
Ci arriviamo comunque tornando indietro e cliccando su “materiali interattivi” e finalmente si schiude il presunto tesoro 2.0 dell’Editore: scarichiamo fiduciosi un atlante attivo, attendiamo il download, dezippiamo la cartella e clicchiamo su quello che a tutti gli effetti sembra il file motore immobile di tutto. Ecco, stiamo entrando in un atlante attivo, vedrai che bello amore mio…
fail

“Vabè, dai amore, questo magari è un bug dell’applicazione, scarichiamone un altro.”  Clic e download. Entriamo nella cartella. Stesso esito.
Allora cerchiamo magari un percorso alternativo. Troviamo un file “exe”, magari è quello buono (ma perché così nascosto?). Clic.
Il sistema crasha. Devo fare reload. E riscrivere una parte del post che non era stata memorizzata.

Come primo approccio da utente con l’editoria didattica digitale, direi che può bastare.

Marco Ferrario, bookrepublic, editoria digitale: cosa è cambiato dopo 3 anni?

A quasi tre anni di distanza da una delle mie “chiacchierate editoriali” con Marco Ferrario (qui il link), il mio socio Salvatore Nascarella ha intervistato il CEO di Bookrepublic. Dal 2010 a oggi molti bit, molti ereader e molti ebook sono passati sotto il ponte dell’editoria digitale: risulta quindi interessante verificare le differenze e le analogie tra le due interviste, cosa è cambiato e quanto, in un paese ancora piuttosto impermeabile alla lettura su supporto non cartaceo.
L’intervista autentica è nel sito Sail4sales, la riporto qui per comodità. Buona lettura.

Dopo una vita trascorsa in Mondadori ad occuparsi di libri, internet e new media, retail, periodici e formazione ha lasciato il gruppo nel 2008 con due desideri: diventare imprenditore e dedicarsi (come si dice, anima e corpo) all’editoria digitale. Per questo è nata Bookrepublic che ha fondato insieme a Marco Ghezzi nel 2010. Da allora Bookrepublic è diventato uno dei principali distributori e libreria di ebook italiani. Abbiamo lanciato 40K e Emmabooks, due imprint nativi digitali che spaziano dalla pubblicazione diretta di ebook al selfpublishing, abbiamo avviato Zazie, una community per lettori e organizzato in Italia e all’estero IfBookThen, una delle conferenze sull’editoria digitale più apprezzate al mondo.

Editoria digitale e tradizionale: perché si continua a contrapporle?
La verità è che questa contrapposizione interessa soprattutto gli addetti ai lavori, perché le diversità riguardano soprattutto il processo produttivo, distributivo e commerciale; passare da un contesto a un altro significa cambiare modo di lavorare, competenze nuove, cambiamento; in altre parole, probabilità che qualcun altro prenderà il tuo posto nel nuovo contesto. E’ una contrapposizione determinata da una profonda discontinuità nella cultura industriale del mondo editoriale.
Per i lettori, la faccenda è diversa; digitale vuol dire modi e possibilità di leggere in più rispetto a quelli tradizionali. L’esperienza della lettura è arricchita dal digitale; al netto di qualche nostalgia che non deve sorprendere.

Qual è la situazione dell’editoria digitale in Italia?
Nonostante in Italia vi siano una cultura del digitale povera e una politica verso di esso molto disattenta, il percorso di diffusione e di crescita dell’editoria digitale non è molto diverso da quello di altri paesi più avvantaggiati; da noi il mercato è nato più tardi rispetto a USA, Regno Unito e, in minor misura, Germania rispetto ai quali abbiamo un ritardo di qualche anno e la crescita è solo leggermente più lenta.
In parte, bisogna dare merito ai lettori e agli editori italiani di non essere stati con le mani in mano. In gran parte, però, ciò deriva dalla natura globale di questo mercato; la presenza in un mercato dei player globali e la concorrenza che esercitano tra loro e verso i player locali sono un agente di sviluppo cruciale: tra il 2011 e il 2012 l’Italia è diventata territorio di conquista diretta e di battaglia da parte di Amazon, Apple, Google, Kobo e Samsung.

Com’è nata Bookrepublic?
Bookrepublic è nata nel 2010 perché due professionisti quasi veterani dell’editoria hanno ritenuto che fosse in atto una rivoluzione che valeva la pena di essere vissuta fino in fondo e che per fare ciò non ci fossero le condizioni stando seduti dietro a una scrivania dirigenziale nei palazzi di grandi e importanti editori (tradizionali); ed è nata perché alcuni investitori hanno creduto in un’idea che continuano a sostenere.
Sembrerà retorica da Silicon Valley, ma siamo nati in uno scantinato di Viale Montenero 44 a Milano. Le nostre sale riunioni erano un bar e alcune trattorie nella zona.

Cosa è cambiato nelle strategie di marketing di Bookrepublic negli anni?
Tantissimo; in tre anni, moltissime persone si sono avvicinate alla lettura digitale e molta tecnologia ha enormemente arricchito questa esperienza. In una prima fase, in cui la disponibilità di titoli era scarsa, abbiamo lavorato molto sull’interfaccia del nostro store e sui modi per rendere più visibile e attraente possibile il nostro catalogo; poi, quando gli sconti e le promozioni (uguali per tutti) sono diventati fattore cruciale nella relazione con i lettori, abbiamo arricchito la nostra offerta con scelte di qualità, contenuti a servizio del lettore, percorsi di lettura e altre iniziative per differenziaci. Il risultato delle nostre azioni è una percezione positiva di Bookrepublic in rete, una customer base in forte crescita e attiva; oggi siamo prevalentemente concentrati su questa relazione.

Quali strumenti avete usato per sopravvivere in un mercato in cui pesano abbondantemente anche Amazon, Apple e Google?
Abbiamo sempre pensato di dover costruire sul gap tecnologico e di risorse rispetto ai player globali i nostri punti di differenziazione. Dobbiamo ogni giorno stupire i nostri lettori con qualcosa, creare con loro una relazione calda e interattiva e non solo sullo store.
La qualità dell’esperienza di lettura non è data solo dall’eccellenza del servizio, ma anche dal calore e dalla passione che anima il servizio: questo è il terreno su cui noi lavoriamo.

Quali sono gli ostacoli da superare nel vendere ebook?
Occorre uscire dalla logica della standardizzazione dell’offerta e dall’appiattimento sulle promozioni uguali su tutti gli store. E pensare che vendere un ebook sarà sempre di più vendere un’esperienza e non un prodotto.

Per un distributore di editoria digitale, quali sono i criteri per valutare la qualità del servizio offerto?
Siamo usciti dalla fase in cui gli editori andavano tutti presi per mano e accompagnati; ora gli editori sono molto più propositivi e anche esigenti in termini di visibilità e risultati. Quando esce un titolo deve essere immediatamente in vendita su tutti gli store e avere la massima visibilità nella comunicazione che gli store fanno ai propri clienti nella loro home page, nelle newsletter e sui social network: il lavoro del distributore si misura sull’efficacia nell’ottenere questi risultati.

Con la diffusione dell’editoria digitale stanno nascendo nuove figure professionali in area marketing e vendite. Quali avranno, a tuo parere, maggiore spazio nel prossimo futuro?
Fino a poco tempo fa erano le competenze di processo a prevalere perché la priorità era soprattutto la modifica del workflow in funzione di un prodotto digitale o multiformato. Oggi prevalgono quelle di community e content management. La relazione diretta con il lettore non è mai stata al centro dell’attività editoriale. Oggi, invece, si parte da lì.

Di Salvatore Nascarella (@nascpublish)