le librerie del futuro e i lettori del passato

Il post che avrei dovuto scrivere doveva trattare alcuni temi di cui si parla in questo periodo: dell’interessante dibattito sui Big Data e del peso che possono (e potranno sempre di più) avere non solo e non tanto sulle politiche editoriali, quanto anche sull’esperienza di acquisto e di lettura e sulla scrittura stessa da parte dell’autore; l’ultimo intervento sull’argomento (con i link degli articoli precedenti) è quello di Gino Roncaglia su Pagina99 e vi consiglio di leggerlo, così come anche gli altri.

Il post che avrei voluto scrivere doveva anche menzionare Medium e i tanti che ne stanno parlando (bene), tra cui la bravissima Letizia Sechi (sempre su Pagina99). Cos’è Medium? Un editore, a quanto sostiene il suo fondatore Evan Williams, perché alla fonte c’è (anche) una selezione degli autori e la collaborazione con editor professionisti; ma anche una piattaforma, perché è aperta a tutti, collaborativa e che fa tesoro dell’esperienza ormai ultradecennale del blogging e la declina in modo nuovo e molto dinamico. Una rivista, perfino, quando invia la sua newsletter e propone una nuova maniera di offrire contenuti di qualità. Saremmo quindi in quel delicato discrimine tra contenuti strutturati e granularità, tra profondità e superficialità: tematiche già affrontate in un dialogo a più voci nato nel web e raccolto da Ledizioni in un ebook in cui mi pregio di aver dato il mio piccolissimo contributo.

Foyles

l’interno della libreria Foyles.

Il post che avrei dovuto scrivere, insomma, era diverso da quello che invece state leggendo. Perché? Perché proprio oggi mi sono imbattuto in un articolo sul Sole 24 Ore intitolato I librai che puntano al futuro a firma di Stefano Salis e mi sono sentito un appestato. Non solo un appestato, ma quasi un criminale, comunque un apostata, uno di quelli che contribuisce alla rovina della lettura e alla morte delle librerie. Quelle librerie in cui però amo ancora passare il tempo libero (sempre pochissimo), ma alle quali evidentemente a mia insaputa (come molte cose che accadono in Italia) sto dando esiziali colpi ad ogni lettura che faccio sul mio Kindle.

Eppure io e Salis abbiamo molte cose in comune: l’amore per la lettura, prima di tutto, e la passione per le librerie; del resto non posso che gioire alla notizia riportata nel suo articolo dell’inaugurazione della nuova sede di Foyles a Londra. Molto di più di una libreria, a quanto pare: 3500 mq disposti su cinque piani, più di 200.000 titoli a disposizione, caffè, auditorium, salette conferenze, eventi e addirittura l’organizzazione di viaggi letterari. Dulcis in fundo, un’app a disposizione di chi vuole trovare subito il libro che desidera, senza chiedere al commesso o perlustrare i cinque piani.
Tutto molto bello e sono d’accordissimo con Salis quando parla della nuova Foyles come esempio di quello che potrebbe (o dovrebbe) essere la libreria del futuro: servizi, eventi, luogo di incontro e di aggregazione di persone, idee, emozioni. Tutto sacrosanto, se non fosse per il fatto che sin dall’inizio Salis non fa niente per nascondere la sua ostilità (se non proprio disprezzo) nei confronti dei lettori (ma siamo degni di essere ancora chiamati così?) di ebook, perché solo il “libro (di carta) resta un baluardo di civiltà, di libero pensiero e, non ultimo, di design” e la libreria (fisica, specifica di nuovo fra parentesi) “il luogo nel quale l’incontro tra autori, editori, librai e lettori non è solamente reale (vivaddio), ma è proficuo”.
Il resto del veleno, come Marziale, lo riserva per la coda del suo scritto: “in fila, ho guardato bene, persone che leggessero ebook non ce n’erano.” Meno male, dico io, altrimenti chissà cosa gli avrebbe fatto, a questi infedeli, non pecore smarrite ma proprio caproni, che ignorano un “qualcosa che va ben oltre il nudo testo scritto di un’opera, e questa cosa i lettori di libri l’hanno sempre saputa”.

Io, sinceramente, articoli così non li capisco. Non dopo ormai 4 anni di lettura digitale (e parlo solo dell’Italia) e molti, molti di più di social network e di blog, di siti sul web dedicati alla lettura e ai libri, dopo anni di Anobii, di Goodreads, di eventi seguiti e commentati su twitter, in cui io stesso ho potuto esserci in qualche modo proprio grazie a twitter, dopo tutti i libri che ho letto grazie a suggerimenti, consigli, commenti o discussioni su qualche social o sui cosiddetti blog letterari.

Non capisco, almeno da parte di persone intelligenti, colte, ragionevoli, l’ottusa contrapposizione reale vs. digitale, questa guerra di retroguardia, questo sentirsi superiori in base ai discorsi della nonna che i rapporti umani sono i migliori, che vuoi mettere il commesso invece che l’algoritmo, tutte cose anche giuste, da un certo punto di vista, ma non è il punto di vista giusto.
Eppure non mi sembra una cosa così difficile da comprendere: il digitale è un’integrazione del reale, non un suo antagonista; tra loro c’è un rapporto di espansione e non di contrapposizione. Sotto questo punto di vista, il rifiuto del digitale appare non come difesa del reale, ma come un voler porre un limite al reale stesso. Si continua a pensare al “libro (di carta)” come un totem di civiltà e di cultura e si ignora – volutamente, a questo punto – che ormai le informazioni e i contenuti circolano in molte forme diverse, granulari, reticolari, ma non per questo meno importanti; si ignora che il rapporto tra editori, lettori e autori si è fatto più stretto e interconnesso proprio grazie al digitale e non suo malgrado.
Soprattutto, si continua una speciosa, inutile, anche un po’ puerile contrapposizione tra lettura digitale e cartacea, senza minimamente porsi il dubbio che possa sussistere un lettore ibrido, che sceglie l’uno e l’altro supporto a seconda delle circostanze e delle esigenze; che legge contenuti granulari nel tablet con la stessa utilità con cui sfoglia un saggio di due chili a casa.
Il dubbio, in definitiva, che la lettura, la scrittura, l’editoria, siano ormai una cosa ibrida, e non più monolitica.

L’unico consiglio che posso dare a Salis e a quelli come lui è leggere attentamente i link che ho indicato nel post che avrei voluto scrivere, ma non ho fatto.

P.S.: è quantomeno una coincidenza singolare che l’articolo su Foyles esca nello stesso giorno in cui negli USA annunciano che le vendite di ebook hanno superato quelle dei libri cartacei. Fatto che giustifica ancor di più la necessità di una vocazione poliedrica delle librerie del futuro, come auspica lo stesso Salis.

(l’immagine è tratta da qui)

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4 thoughts on “le librerie del futuro e i lettori del passato

  1. Ciao, sono sergio,un libraio di una piccola libreria di Roma,a testaccio.sono d’accordo con la tua valutazione.il pensiero di salis parte da posizioni sterili. Il discorso della carta, dell’odore, del rapporto fisico, non porta da nessuna parte,si limita a non vedere la realtà.io voglio che si legga di più,e i tutto, e che si abbia sempre più facilità a veicolare cultura e informazione.detto questo,però, dovremmo porci il problema concreto della nova strutturazione di queste possibilità nuove.come i fa a vendere gi ebook? Come si fa a impedir o limitare il fatto che tutto passi soo attraverso i siti delle grandi distribuzioni? Io piccola libreria posso vendere gli ebook,ma qual è il mio ritorno? Se veicolo solo la vendita tramite i siti bis, Mondadori, Feltrinelli, come entrò nel mercato distributivo concreto? Come creare un sistema che accolga le nuove straordinarie possibilità ma non uccida la diversità, il piccolo-medio libraio che è ( o può essere, nn sono fideistico in questo) garanzia di offerta più ampia e piu diversificata,profonda?

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