nel digitale l’editore deve imparare a nuotare

Tre articoli e un evento mi hanno ultimamente fatto riflettere su un concetto in apparenza scontato, ma evidentemente ancora da elaborare e assorbire bene: quando si parla di editoria (e quindi scrittura e lettura) digitale bisognerebbe disancorare il pensiero dal mondo degli atomi – con le sue possibilità e i suoi vincoli – per farlo navigare più libero nel mare di nuove possibilità (e, perché no, anche in questo caso, vincoli) ancora inesplorate e tutte da scoprire e inventare.
Per continuare con la metafora: il mare non è la terraferma, qui camminiamo lì nuotiamo, qui c’e’ distanza lì c’è anche profondità. Insomma, categorie diverse di pensiero e di esistenza.

Questo era, in 140 battute, quanto ho espresso su twitter seguendo in streaming il bell’incontro dei miei amici bookbloggers a Genova sulla lettura digitale.
Se non sapete niente o quasi dell’evento rimando alle cronache dei blogger stessi presenti all’incontro: Silvia Surano, Marta Traverso, Noemi Cuffia e Marco Giacomello (ma se ne è scritto anche qui e ne ha parlato anche Andrea Beggi nel suo blog).
La mia riflessione sopra metaforizzata era stata allora suscitata da una domanda posta ai blooger da un uomo che chiedeva loro se il suo mestiere, cioè fare copertine, con gli ebook fosse destinato a scomparire.
La domanda mi è sembrata indicativa di questa tendenza ancora diffusa di considerare il digitale con le categorie dell’analogico, di voler camminare dove invece si potrebbe (e dovrebbe) nuotare.

Su questa considerazione si basa sostanzialmente anche un articolo sulla user experience e l’esigenza per gli editori di “superare la fase di semplice conversione delle backlist e iniziare a pensare creativamente i futuri titoli e le nuove possibilità contenute nei nuovi standard”.

Tra queste nuove possibilità c’è sicuramente il social reading in tutte le sue declinazioni (leggi: piattaforme): se ne parla molto, ma ancora se ne sa generalmente poco e ancor meno viene utilizzato, come anche sostiene un articolo su bouquin.fr in cui si evidenzia che per ora sono gli autori di loro spontanea volontà a farne ricorso, ma in futuro la loro presenza nel mondo social potrebbe addirittura essere compresa e sancita nei contratti con l’editore.

Se quest’ultimo sarà in grado di interpretare al meglio questo shift che è allo stesso tempo professionale e culturale, allora penso potrà temere molto meno il nuovo arrivo dei barbari, incarnato ora (secondo il punto di vista dell’editore) dal self publishing: come dice questo ultimo articolo che consiglio, l’editore potrà essere ancora indispensabile anche nel mondo digitale, a patto che ponga come prioritâ i tre elementi emersi finora: qualità e superamento mentale del formato analogico, cura dell’autore e attenzione nei confronti del lettore.

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2 pensieri su “nel digitale l’editore deve imparare a nuotare

  1. Pingback: Twitter: il miglior posto per parlare di libri (?) | dei libri passati presenti e futuri

  2. Dopo aver contribuito in qualche modo a far nascere anche in Italia la lettura digitale con i miei progetti per la Biblioteca Nazionale Braidense, trovo anch’io difficoltà a concepire il futuro del digitale e delle professioni del libro. Paradossalmente continuo a pubblicare articoli in cartaceo, ma avendo iniziato un’attività di narratore (e poeta, a tempo perso) su blog e simili, non so bene che fare di questa produzione, non più solamente critica ma creativa. Invio i miei primi prodotti a editori, che ovviamente non rispondono, e non so decidermi a imboccare la strada del self-publishing o della partecipazione a progetti di editori di e-books. In fondo mi terrorizza la dispersività di un mercato in cui migliaia di scrittori (anche di livello discreto) pubblicano in qualche modo per essere letti da non più di una decina di aficionados, in cui la diffusione del prodotto cartaceo o dell’e-book rischia di essere inferiore a quella garantita dal blog (gratuito).

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